da   Ass. Il Racconto Ritrovato

INVISIBILE di Angela Lista

Per molto tempo ho creduto di essere invisibile. Senza amici né affetti.
Poi ho capito che mi sbagliavo. Ero solo brutta.
Sono ancora brutta, ma ho imparato a convivere con la mia bruttezza, a non considerarla un castigo divino. Me ne stavo in disparte, sempre sola, rincantucciata in un angolo inadatto a qualsiasi essere vivente. Qui ho sentito crescere, martellare la mia inadeguatezza lontana dai canoni di una bellezza espressa con parole sublimi nelle grandi opere di letteratura e di poesia dai maestri. Canoni stabiliti con che diritto, poi, e perché?
Non ho mai cercato risposte, che sono venute solo vivendo.
Ho capito che rinchiudere qualcuno in un angolo, metterlo con le spalle al muro perché brutto, o poco intelligente, o perché malato o diverso, può fare comodo a molti. Ma devo ammettere che i limiti entro cui qualcosa, o qualcuno mi tratteneva, mi ha facilitato. Mi ci sono crogiolata per anni, rifiutandomi  incoscientemente di cambiare le cose, forse non la mia bruttezza ma almeno accettare l’importanza o meno che ciò aveva.  
L’angolo che da bambina era un rifugio, con il tempo è diventato una prigione: da adolescente, quando si ha bisogno di più spazio non solo per il fisico, ma soprattutto per la mente, per quell’io che vorrebbe cambiare e trasformarsi da bruco, in farfalla.
Da adulta ho abbandonato a fatica la mia prigione, tra paure, speranze,  delusioni che non sto a raccontare. Tutto è iniziato quando ho cominciato a non guardare più me stessa, ma ho spostato gli occhi sugli altri, sul mondo intorno a me. E ho trovato brutture che non immaginavo esistessero, bellezze che mi commuovevano e, infine solo ora che sono una vecchia zitella, ho trovato gioia e amore. Zitella e brutta, per giunta!
Sono sempre stata brutta. Fin da bambina, ancora ignara degli ostacoli che avrei incontrato nella vita.

- Vedrai, tutto cambierà. E poi, tu non sei brutta! - mi ripeteva mia madre -…e vedrai, sboccerai come una rosa, quando meno te lo aspetti!

Quante bugie, povera mamma e quanti sogni disillusi. Io stavo bene  quando lei mi leggeva del brutto anatroccolo o se mi lanciava occhiate d’intesa quando il pulcino Calimero trionfava nel carosello della sera. Sembrava volesse rincuorarmi …vedi anche i brutti possono avere successo e essere amati. Ma Calimero non era brutto, no, lui era solo piccolo e nero.
Io, invece, ero una bambina grassa, grassa, con orecchie a sventola che mamma  si ostinava a non coprire, e mi pettinava sempre con i codini. E i miei denti davanti erano sporgenti come quelli di un coniglio. Non esistevano apparecchi di ortodonzia allora. E avrei dovuto portare anche gli occhiali, e per non assoggettarmi a ciò, a scuola mi sedevo al primo banco per non far capire la difficoltà a leggere alla lavagna,  per non strizzare gli occhi di continuo: trucco scoperto dalla mia maestra però, in seconda elementare. Così, alla mia bruttezza, si è aggiunto un paio di occhiali spessi con la montatura nera. Purtroppo non c’erano le belle montature colorate, caramellose, dei bambini di oggi. E io crescevo sempre più spaurita, senza alcuna fiducia in me stessa. Non mi sfiorava il pensiero che per compensarmi della mia bruttezza, avrei dovuto avere qualche qualità nascosta.
Nel mio angolo stavo sempre più stretta, dimostravo più anni della mia età; a merenda la mamma non dimenticava mai di prepararmi pane e nutella o una frittatina saporita…ma qualche amico, per convenienza, diciamo così, cominciava a interessarsi a me. Infatti ero molto brava in matematica e passavo compiti a tutti quelli che, approfittandone, me lo chiedevano; brutta com’ero, non potevo diventare anche antipatica. E così avevo anche amici che apprezzavano la mia intelligenza e, con la pubertà, le amiche presero a invidiare  la mia terza abbondante di seno…
Ah, ora tutti mi chiamano Pinuccia, nome forse poco adatto alla dottoressa Antonia Giuseppina Gagliardi, psichiatra vicina ai sessanta, ma appropriato per il clown in cui mi trasformo, due volte a settimana, per i malatini del Bambino Gesù.
Zitella clown, oggi. Sempre brutta, ma accolta con abbracci e sorrisi da tante piccole teste pelate. Per loro sono morbida come un peluche.

“Mi hanno fatto due buchini in testa- mi ha detto Lella, con un sorriso che voleva accendersi, ma stentava un poco - la mia testa cresceva troppo, c’era dentro l’acqua” ha precisato.

Abbiamo fatto le bolle di sapone, oggi. Iridescenti, quasi magiche, imprigionavano arcobaleni che si liberavano in spruzzi spumosi sulle teste pelate, sulle manine tese, anche sul mio desideriodi bellezza, finalmente trovata

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