da   Ass. Il Racconto Ritrovato

LA LETTERA di Giorgio Marongiu

Anna se ne stava zitta a guardare Alfredo, il suo datore di lavoro, mentre costui le stava sbraitando contro la solita sequela di rimproveri. Non era la prima volta che la redarguiva a causa dei suoi errori, con frasi offensive, spesso lanciate in presenza dei clienti: “la pizza l’hai servita già fredda”, “hai rovesciato l’olio sulla tovaglia”, “sei troppo distratta con le ordinazioni” e così via.
  Quel giorno era come se qualcosa le avesse tappato le orecchie: Anna non stava ascoltando nulla di ciò che le stavano urlando a trenta centimetri dal viso. In realtà mentre osservava il movimento veloce e convulso della bocca di Alfredo, pensava a tutt’altro.
  Erano anni che sopportava quel lavoro e quell’uomo, da quando Federico l’aveva lasciata. Sua figlia Emma all’epoca aveva solo quattro anni. Le battaglie in tribunale, le falsità e avvocati sbagliati l’avevano costretta a cercarsi subito un lavoro e, da sola, pensare alla bambina.
-Una fase temporanea-, si era detta, convincendosene, la prima volta che vide penzolare dai tavolini della pizzeria quelle tovaglie a scacchi bianchi e rossi che ancora oggi detestava, non solo per i colori, ma anche per la superficialità con la quale venivano lavate e poi ripresentate ai tavoli.
Un lavoro che sin da subito l’aveva costretta a stare fuori la sera. Spesse volte pensava a quant’era incosciente a lasciare sua figlia a casa da sola, davanti a un televisore e a un cestino colmo di pop-corn. Ma Emma era una bambina matura e paziente: in silenzio guardava i suoi cartoni animati preferiti, poi lentamente si assopiva, consapevole che la sua mamma prima o poi sarebbe tornata a casa. Al suo rientro Anna la trovava puntualmente addormentata, accovacciata sul divano, sotto una coperta. Senza svegliarla la prendeva sulle braccia e la sistemava nel letto: un rituale che ormai andava avanti da tempo.
Anna era stufa di quella situazione, voleva essere più presente in casa e soprattutto voleva cambiare lavoro, sfruttare la sua laurea in architettura sistemando nel contempo anche il lato economico. Aveva tentato diverse strade: concorsi, decine di curriculum inviati, telefonate, in alcuni casi anche qualche colloquio di lavoro, ma nulla che si fosse concretizzato in una vera e propria proposta di assunzione. Speranze svanite nel nulla, soffocate dal tempo che passava inesorabile. Tre anni trascorsi ad apparecchiare tavolini e a buttare bordi di pizza nella spazzatura. Insieme a quei resti, a volte, nel bidone, le sembrava di buttarci dentro anche la sua laurea.
Quel giorno, però, quell’ennesima “lavata di capo” assunse un significato decisamente diverso. Mentre Alfredo sbraitava ripensava infatti al momento in cui, quella stessa mattina, aveva ricevuto la lettera. Il simbolo del mittente riportato nella busta non lasciava dubbi -BST Architettura-. Subito si era affrettata a salutare il postino ed entrare in casa. Il cuore sembrava batterle così forte da sentirne il rumore.
 
  "Sono loro!" esclamò ripensando all’ultimo colloquio di lavoro avuto due mesi prima.     


Dopo aver letto la lettera ebbe quasi la sensazione di svenire: era una proposta di assunzione vera e propria! Istintivamente la avvicinò al viso e la baciò, poi, euforica, iniziò a sventolarla sopra la testa.

“Devo chiamarli. Certo adesso devo organizzarmi, dobbiamo partire. Milano sarà

sicuramente una città fantastica. Ma come lo dirò a Emma? E se la prendesse male? Deve però adeguarsi anche lei. E’ ancora piccola ma avrà tante occasioni per rifarsi delle nuove amiche. E poi Milano è una città che offre tantissime opportunità, sono sicura che col tempo si abituerà e apprezzerà questo cambiamento. La prima cosa da fare sarà cercare un appartamento, anche un monolocale potrebbe fare al caso nostro. Non ci posso credere! Appena prenderò il primo stipendio giuro che me lo sparerò in vestiti! No. Forse è meglio che sto con i piedi per terra! All’inizio credo che non sarà facile: l’affitto, i costi del trasloco, tutte le spese per organizzarci.”
Dopo circa mezz’ora, interrompendo le sue fantasie, Anna realizzò che sarebbe stato opportuno contattare subito l’azienda.

 

“Non si sa mai” pensò, “meglio non perdere tempo in queste cose.”
Una voce d' uomo piena e decisa rispose alla sua telefonata.
 

  "BST Ufficio Risorse Umane, buongiorno."
  "Buongiorno, sono la dottoressa Anna Vinci."

La persona dall’altro capo del telefono disse qualcosa che probabilmente fece molto piacere ad Anna, che subito sorrise.
 

  "Sì, sono io. L’ho ricevuta proprio questa mattina"

Il colloquio telefonico durò qualche minuto: i due parlarono della proposta di lavoro, della tipologia di contratto, le tempistiche e così via.
 

  "Va bene. Allora attendo la sua chiamata mercoledì prossimo, così concordiamo la mia       salita a Milano" concluse lei.

Adesso, davanti a quelle aspettative e a quelle speranze, cosa erano le urla di Alfredo? “Nulla” pensò osservando l’uomo e frenando a stento un accenno di sorriso.
Il mercoledì successivo Anna non stava nella pelle: si alzò presto e iniziò a prepararsi i bagagli. Tirò fuori la valigia dal ripostiglio, la pulì con cura, poi iniziò a sistemarvi alcune cose al suo interno: il vestito da indossare il primo giorno di lavoro, un paio di pantaloni per uscire la sera, le sue immancabili scarpe col tacco da dieci. I pensieri erano tutti rivolti a Milano: si immaginava il nuovo lavoro, il viaggio con Emma, la città con le sue vie e le sue piazze.
Quando il telefono iniziò a squillare si precipitò subito a rispondere. 


  "Buongiorno Anna, sono il maestro Luigi."

Solo dopo alcuni secondi la donna realizzò che l’interlocutore dall’altro capo del telefono era diverso da quello atteso.
 

  "Buongiorno maestro, mi dica, ci sono problemi con Emma?"
Infastidita dalla telefonata, pensò subito a una delle solite sceneggiate della figlia, che alcune volte fingeva di avere mal di testa pur di farla accorrere a scuola e portarla con sé a casa.

 

  "Non si spaventi e mi segua attentamente: é successo un incidente a scuola.   Emma è 

   ferita  ma sta bene."
  "Come sarebbe non si spaventi!" urlò Anna interrompendo l’uomo.
  "Lei mi deve dire come sta mia figlia!"
  "Stia calma, le ripeto che sua figlia è ferita ma non è grave. Ha problemi a una spalla e

    l’hanno appena portata in ospedale. La maestra Gianna è con lei."
  "Dio mio devo raggiungerla! Ma cosa è successo?"
  "C’è stato il crollo di un soffitto, la bambina fortunatamente é stata colpita solo di striscio.

   Ci sono diversi bambini feriti, solo per puro caso è stata    sfiorata la tragedia. Adesso mi

   ascolti, vada subito in ospedale e stia con sua    figlia: è molto spaventata e in questo

   momento ha bisogno della mamma."

Dopo meno di mezz’ora Anna stava già varcando la porta della stanza numero 27 del reparto di ortopedia.  Emma era distesa su un lettino con una piccola fascia sulla testa e un’imbracatura che le bloccava la parte destra del corpo. Visibilmente provata e spaventata, alla vista di sua madre si mise subito a piangere.
Anna cinse subito a sé la figlia, stringendola in un abbraccio liberatorio: solo adesso, vedendola, era sicura che fosse viva.
 

  "Non ti preoccupare cucciola, adesso c’è la mamma qui con te"
  "Ma perché hanno fatto cadere il tetto mamma?"
  "E’ caduto da solo. Adesso non ci pensare, riposati"
  "Sì, ma mi fa tanto male il braccio, mamma"
  "Adesso arrivano i dottori e ti danno una medicina per farti passare il dolore,     va bene?"
La bambina non fu tanto convinta, ma annuì.
Il silenzio e l’unione delle loro mani aiutarono madre e figlia a superare quei primi momenti in ospedale.

La telefonata della BST Architettura arrivò mentre Anna era ancora al capezzale della figlia. La situazione però prese una piega inaspettata: occorreva subito partire per Milano altrimenti avrebbero preso in considerazione altre candidature. Comprendevano il problema, ma esigenze aziendali richiedevano che Anna si rendesse disponibile in pochi giorni. Impossibile con Emma stesa su un letto di ospedale.

La delusione e l’amarezza di Anna furono immense, ma non fece trapelare nulla davanti a sua figlia.
Due ore dopo, tornata a casa, si sedette sul letto e iniziò a osservare la valigia, ancora aperta e semivuota: bisognava riempirla dell’occorrente per passare la notte in ospedale. Qualche ora prima era un bagaglio pieno di sogni e di speranze, adesso lo guardava con occhi diversi, come un oggetto di emergenza, fastidioso e spiacevole.
Lo spavento per la figlia e la delusione per l’occasione di lavoro andata persa si scaricarono all’improvviso e lacrime di tensione e rabbia si fusero insieme, prendendo corpo in un unico pianto.  
In quel momento Anna sentì il rintocco dell’orologio. Era l’una in punto.

Devo sbrigarmi. E’ ora che io pensi ad Emma.

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