da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

 

L'adolescenza è stata sempre definita in molti modi: età difficile, età critica,
età inquieta, età ingrata, età incerta…Nessuno l'ha chiamata "Età d'oro", eppure è una sorta di nuova nascita. L'aveva capito Goethe, quando nel "Faust" diceva:
"Rendimi il tempo della mia adolescenza
Quando ancora non ero me stesso, se non come attesa
Rendimi quei desideri che mi tormentavano la vita
Quelle pene strazianti che pure adesso rimpiango
…sappi rianimare in me la forza dell'odio, il potere dell'amore".

Cristina aveva quindici anni e Leonora, sua madre, non la capiva, continuava a rimpiangere l'adorabile bambina che era stata il suo orgoglio, così dolce, sorridente, affettuosa. Chi era ora quest'adolescente dall’animo tortuoso, ribelle, incomprensibile? Nessuno poteva aiutarla, era sola. Suo marito aveva voluto divorziare ed era sempre in giro per il mondo con la nuova compagna, veniva di tanto in tanto e riempiva Cristina di regali, la portava a mangiare in un qualche ristorante cinese per poi riaccompagnarla a casa a sera tarda, abbracciati e ridenti. Sembravano due ragazzini.
Preoccupata Leonora decise di telefonare a Eugenio, suo fratello. Era di dodici anni più vecchio di lei, uomo di buon carattere di cui poteva fidarsi, gli avrebbe chiesto di venire a trovarla, sapeva che in quel periodo era in ferie.
Eugenio capì le difficoltà della sorella e la raggiunse due ore dopo. Leonora gli spiegò lo strano comportamento di Cristina, c'era tanta ansia nella sua voce, ma Eugenio sorridendo la rassicurò:
-Tutti ci siamo passati- disse -solo che, divenendo adulti, ci dimentichiamo quella fase della nostra vita.
-E' vero, io ho soltanto qualche stralcio di ricordo: quando marinai la scuola per andarmene a spasso con un ragazzino e quando chiusi la porta in faccia a nostra madre, urlandole di andare al diavolo. Ma quello che fa Cristina è molto di più-.
-Ti sembra così, ma devi pensare che l'adolescenza è tempo di sconvolgimenti. La conquista dell'età adulta è lunga e difficile, il mondo interiore esplode in odi, amori, illusioni che generano conflitti, ansie, paure. L'adolescente vive in un tempo di incertezze, si spinge avanti per tornare subito indietro-.
-Cosa potrei fare io?-
-Puoi cercare di arginare il ritorno indietro, per esempio, e aiutare tua figlia ad andare avanti verso la consapevolezza della nuova identità. E' una battaglia da vincere insieme-.
-Cosa state brontolando?- domandò Cristina, entrando come un fulmine nel soggiorno
-ciao zio Eugenio-.
-Che diamine!- esplose Leonora guardando con orrore quella sua ragazzina mezzo nuda, con i capelli gocciolanti e le impronte scure che le sue scarpe infangate lasciavano sul pavimento -da dove vieni?-
-Ho fatto una nuotata nel canale del parco, è stato divertente-.
Leonora aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono: cosa poteva dire? Meglio tacere.
Vedendo il suo viso scuro -avresti potuto almeno sorridere- le disse Ernesto.

– Sorridere?-
Cristina la guardò, alzò le spalle subodorando i rimproveri della madre.
Noi adolescenti di oggi nascondiamo le tempeste, che abbiamo dentro, tanto non interessano nessuno. Alla fine, però è logico che solitudine, disorientamento e inquietudine, rabbia e speranza trovino uno sbocco nella ribellione e nella sfida, ma gli adulti lo scambiano per odio, senza capire che vogliono rivelare la nostra fatica di crescere. Il cammino per costruire il proprio io è difficile e gli adulti non vedono quello che sta avvenendo ai loro figli.
-Cosa mormori?- domandò Ernesto.
-Oh, pensieri miei. Vado a fare la doccia, poi ripulirò il pavimento, te lo prometto, mamma.
-Lo vedi? disse Ernesto -non ti accorgi che tua figlia è nel pieno della tempesta? Lei sente dentro di sé lo scatenarsi di sensazioni e desideri contradditori e tu non te ne accorgi nemmeno-.
-Come faccio a capire le strane cose che fa? Si veste in modo irriverente, siede sui marciapiedi, si allunga sugli scalini davanti casa senza badare alla polvere, si arrampica sui muretti pericolanti per provare il brivido del rischio, sembra percepisca il mondo con i sensi, piuttosto che con la ragione, peggio che se fosse ancora bambina-.
-Ciò è la dimostrazione della sua fatica di staccarsi dall'infanzia, vuole sfidare se stessa. Nello studio di psicologia dove io lavoro, vengono tanti genitori disorientati come te e tanti adolescenti confusi come Cristina, conosco bene i segnali che inviano e i loro problemi-.
-Sarà che ho dimenticato la mia adolescenza, ma alla sua età io avevo già il ragazzo, invece Cristina sta con un ragazzo solo per un giorno e mi sembra confonda i sensi con i sentimenti, per poi passare a un altro ragazzo e a un altro ancora…-
-Probabilmente è ancora lontana dal razionalizzare ciò che prova e va in cerca di emozioni-.

Leonora non si accorgeva che Cristina era anche capace di guardare incantata lo scorrere di un fiume o di accarezzava un fiore, o che si fermava ad ammirare la bellezza del tramonto. Cristina aveva bisogno di bellezza e il suo entusiasmo si manifestava anche in gesti trasgressivi e comportamenti eccentrici come rivolta al mondo che gli adulti avevano creato, quale monito al loro modo di vivere.
Cristina era capace di perdersi dietro sogni impossibili che scambiava per progetti, ma il futuro un po’ la spaventava perché in fondo era un’incognita . A volte sembrava che non volesse crescere, anche se non cercava di estraniarsi dalla vita, desiderava vivere con entusiasmo e a modo suo.
Ernesto voleva convincere Leonora a rimanere vicina a sua figlia invece di caricarla di troppe osservazioni negative.
-Vedi- le disse con dolcezza -gli adolescenti oggi sono diversi da come eravamo noi, hanno più agi e possibilità, ma questo non facilita la loro crescita: c'è l'incertezza del futuro, il potere della tecnologia, internet, il computer, i cellulari di cui fruiscono che hanno modificato il loro linguaggio-.
I miti di oggi sono successo, culto del corpo, i sentimenti sono senza spessore sono figli della civiltà dell'immagine, quindi inevitabilmente ci sembrano superficiali. Per l’adolescente in cerca del nuovo, poter navigare in rete consente la conoscenza di realtà diverse, che diventano un teatro dove ogni evento sembra possibile. La stessa morale oggi è diversa, si perdono punti di riferimento, il mondo stesso è più piccolo. La globalizzazione porta a volte a perdere identità ma con l'immigrazione a incontrarsi con culture diverse il che consente il contatto con altri modi di pensare.
E' importante che l'adulto stia vicino all’adolescente, confuso tra tante stimolazioni, e lo guidi con intelligenza. E ‘ vero che la rete nasconde pericoli tra i siti, con contenuti a volte violenti, pornografici o razzisti. I genitori, gli adulti possono mettere in guardia gli adolescenti, informarli, consigliarli. Non abbandonare tua figlia con la giustificazione che non riesci a capirla, devi sostenerla, aiutarla, ascoltare i segnali che certi suoi atteggiamenti ti inviano e saperli interpretare. L'amore della mamma è capace di farlo-.
Ernesto rimase con la sorella per tutta la settimana, poi tornò a casa sua, sperava di essere stato utile a lei e a Cristina.

Un giorno Cristina, incontrò al parco il diciassettenne Matteo, che se ne stava seduto su una panchina di fronte al laghetto a guardare due cigni che amoreggiavano.
-Ciao- lo salutò Cristina, sedendosi accanto a lui, ma il ragazzo non si volse nemmeno.
Cristina lo guardò: era magro, aveva un collo lungo che reggeva una testa piena di riccioli neri, aveva le mani affusolate, bianchissime. Lui continuava a guardare i cigni, poi, improvvisamente, si voltò verso di lei, mostrando il viso sottile dominato da grandi occhi neri.
- Sei bella- disse -come ti chiami?
- Cristina. E tu?-
-Matteo. Belli i cigni, vero?-
-Sono in amore-.
-Vorrei vivere come loro-.
- Come è possibile?-
- Potremmo andarcene-.
-Dove?-
-In una piccola isola delle Canarie, un'isola di lava, con un paesaggio che ricorda quello della luna-.
-Come si chiama quest'isola?-
-Si chiama Her Hierro, il ferro-.
-Ci sei andato?-
-Magari! Qualcuno, però, c'è andato. Io ho solo letto di quest' isola-.
-Cos'altro sai?
-So che ci sono strade tortuose e rocce, e campi di lava pietrificata e un clima è molto incostante-.
-Non ci sono spiagge, vero?-
-No, ci sono soltanto rocce alte fino a 1500 metri..
-Un luogo aspro e selvaggio, deve essere sconosciuto-.
-Si, per molti secoli, ma alla fine, qualcuno la trovò, dopo la scoperta del continente americano-.
-Interessante.
-Altro che! Pensa che ci sono ancora i lucertoloni preistorici-.
-Mi piacerebbe vederli-.
-Non è così facile arrivarci-.
-Non ti sembra che noi due ci somigliamo? Potremmo diventare amici-.
-Non mi dispiacerebbe. Se vuoi, chiamarmi, eccoti il mio numero di cellulare- disse Matteo scarabocchiandolo su un foglietto.
Cristina lo prese, poi si alzò: improvvisamente l’aveva colta una grande stanchezza e si sdraiò sulla panchina. Matteo si allontanò, Cristina si dimenticò presto di lui e
finì per addormentarsi. Sognò di incontrare Matteo, adulto, proprio su quell’isola. Lui le chiese di sposarlo, ma, proprio allora, lei si svegliò e rise del ridicolo sogno:
-Sposarmi?- fossi matta pensò, sono ancora un'adolescente libera come l'aria.
Il parco era deserto, era ormai pomeriggio inoltrato e Cristina tornò a casa.
L'accolse sua madre angosciata
-Dove sei stata?- le domandò -cominciavo a preoccuparm.
-Perché ti preoccupavi?-
Leonora non rispose e scosse la testa: le sarebbe stato duro seguire i consigli di Ernesto, ma era decisa a farlo.
Cominciava a rendersi conto dell'importanza che aveva il suo atteggiamento verso la figlia: forse era il suo comportamento possessivo che Cristina rifiutava, meglio aiutarla a superare le paure e le incertezze comuni agli adolescenti. La troppa lontananza che lei le aveva mostrato, alternata all’eccesso di solerzia finiva per produrre l’effetto contrario facendo allontanare ancor più la figlia. Ora capiva di aver sbagliato, bisognava far sentire a suo agio Cristina nel naturale passaggio anche del suo corpo da adolescente a donna.
Il suo ruolo si delineava difficile, ma necessario, doveva sostenere sua figlia, non limitarsi a critiche o rimproveri, doveva farle comprendere quel momento delicato come una tappa nel percorso verso l'età adulta, una tappa naturale da vivere senza ansie e paure. Si rendeva conto che non avrebbe potuto eliminarle, ma poteva mitigarle, evitando di apparire lei stessa ansiosa, mantenendo la calma e cercando di capire anche le eventuali stranezze nel comportamento di Cristina.
Cristina notava il cambiamento del modo di fare di sua madre e la guardava con sospetto, poi, a poco a poco, finì per apprezzarlo. Era già una vittoria per Leonora.
Cristina cresceva e studiava, anche se talvolta diceva di voler lasciare la scuola, poi andava avanti a volte con successo, altre volte con ruzzoloni, ma sapeva di trovare un appoggio in Leonora. All'esame per la maturità, Cristina aveva ormai perduto molte delle angosce che l’avevano angustiata, sembrava più serena, più padrona di sé e s'avviava a decidere la scelta dei suoi studi universitari. In un primo momento avrebbe voluto iscriversi a medicina, ma presto aveva cambiato idea perché l'attirava maggiormente la ricerca scientifica. Sua madre non intervenne mai nelle sue scelte, lasciandola completamente libera.
Cristina non passava più da un ragazzo all'altro, voleva incontrare l'uomo giusto o avrebbe rinunciato a formarsi una famiglia, pensava, voleva l'amore vero e aspettava che il miracolo accadesse.
Ora frequentava l'università, studiava scienze e sognava di diventare ricercatrice, non sapeva se in Italia o all'estero, non aveva importanza.
Il giorno della laurea, Cristina era emozionata, la sua tesi sulla ricerca di nuove galassie nello spazio era stata sostenuta dal suo professore di scienze che l'aveva trovata interessante e degna di pubblicazione. Lei era felice, sicura, entusiasta, era una donna ormai, non più un'adolescente incerta, ma da quell'adolescenza problematica, aveva ricevuto in premio una vita nuova, che prometteva giorni lieti. L'età d'oro si era conclusa bene.
La tesi di Cristina venne pubblicata e lei ebbe la laurea con il massimo dei voti e la lode, già le erano arrivate varie offerte di lavoro, ma non aveva fretta, voleva scegliere con calma, per non sbagliare o farsi illusioni.
Un giorno, entrò in una libreria per cercare un libro che desiderava leggere e vicino a uno scaffale, vide un giovane che sfogliava un grosso volume. Lo guardò distrattamente, le pareva di averlo visto da qualche parte, ma non ricordava dove. Lui alzò lo sguardo e incontrò gli occhi di lei. Improvvisamente, sorrise:
-Tu…tu devi essere Cristina, la ragazza del parco. Non ti ricordi di me? Guardavo i cigni, parlavo di un'isola di lava, Her Hierro, non ricordi?-
-Ti chiami Matteo? Si, ora ricordo. E' passato tanto tempo!-
-Perché non mi hai telefonato? Ti ho cercata a lungo-.
-Allora ero un'adolescente confusa, non so perché, era solo un incontro. Cosa hai fatto in questi anni?-
-Ho studiato, mi sono laureato, sono un medico, ora mi voglio specializzare in ematologia. E tu?-
-Io mi sono laureata in scienze, voglio dedicarmi alla ricerca-.
-Sei ancora più bella, non ti ho mai dimenticata, può sembrare inverosimile, ma credo di essermi innamorato di te quella volta, al parco.-
Cristina lo guardò: era un adulto, un bel ragazzo come lo era allora. Le venne in mente quel lontano pomeriggio quale un sogno assurdo, ma tutto era assurdo all'epoca dell'adolescenza.
-Mi piacerebbe rincontrarti, ma forse tu sei già impegnata-.
-Non ho alcun ragazzo, se è questo che vuoi sapere-.
-Allora, potrei sperare…-
-Chissà, si può provare-
-Torniamo al nostro parco, facciamo una passeggiata. Vuoi? Ci saranno ancora i cigni?-
-Non so, non sono più andata al parco, ma se anche i cigni non ci fossero, avrebbe importanza? Ci siamo noi-.
Cristina rise e rise anche Matteo, poi si avviarono verso il parco. C'era poca gente e il laghetto era vuoto.
-Non ci sono i cigni- disse Matteo -saranno morti?-
-Non so, che peccato!-
Cristina gli si avvicinò, avrebbe desiderato baciarlo, ma non osava, presa da un'improvvisa timidezza. Matteo aspettava, aveva capito, l'attirò a sé e la baciò a lungo, fino a perdere il respiro, poi disse:
-Io ti amo-.
-Sono confusa, avviene tutto così all'improvviso…Non so….-
-Non sai che dire? Sono solo tre parole, dille con me-
-Io- balbettò Cristina -io…-
-Coraggio, continua-
- Io, si, ti amo- disse tutto d'un fiato -sono quattro le parole-
-Non era poi così difficile, vero? Ho aspettato troppo-
-Non ci lasceremo più, ma dobbiamo conoscerci, non è un gioco l'amore-.
-No, non è un gioco, è un impegno, ma anche una cosa meravigliosa-
-Ci rivedremo prestissimo, quando e dove vorrai-,
-Oggi, domani, ogni giorno, sempre?-

 

 Il racconto di Michela iniziò adagio. Un sussurro.

 

Un giorno, un giorno qualunque di una limpida estate mediterranea, rientravo a casa dal mare con i ragazzi stonati dal sole e dai bagni. L’ora avanzata non consentiva soste sul nuovo divano della cucina, mi spingeva verso il frigo per l’allestimento della consueta cena familiare.

“Saverio ci sei? Sei arrivato?“ Il silenzio fu la risposta.

Mentre stendevo il macinato per arrotolarlo nella mortadella, vidi di traverso arrivare Teresa, colorito pallido e sguardo perplesso.

“ Mamm“ disse come sei i suoi quattordici anni fossero avanzati di colpo “Leggi questo biglietto di papà“ .

Le mani sciacquate di corsa, il ronzio del frigo, lo scirocco, il foglio sul tavolo, il tono di voce tentennante, il macinato con qualche punta di scuro, tutto l’insieme indirizzava verso presentimenti assai poco confortanti. Nulla di felice, insomma. Ma niente faceva presagire una catastrofe. Se di catastrofe era lecito parlare

 

- Mia carissima Teresa quando leggerai queste parole sarò già con le valigie al porto di Palermo, una nave mi imbarcherà verso la mia nuova meravigliosa avventura. Ho conosciuto una donna magnifica, quando te la presenterò e presto accadrà, non potrai che darmi ragione. Per questo lascio la casa e ricomincio a vivere. Ti abbraccio forte. Papà


Di qui il racconto divenne veloce, andante.


“Se dovessi descriverti cosa sfilò davanti ai miei occhi, quel pomeriggio inoltrato credo che mille pagine e mille parole sarebbero insufficienti, non avrebbero contenuto la tragedia emotiva, la porzione di armadio vuoto, lo schiaffo sul nostro esserci amati, la mia dignità stritolata a tal punto da non meritare una spiegazione diretta, almeno un avviso, un –me ne vado mi hai stufato-.Tuttavia, mia cara, le donne, credo molte donne , forse  per le radici  assorbite fin

dalla culla, cosa infilano accanto alla rabbia e alla delusione, al risentimento?

Mettono in primo piano il senso di colpa, con contese all’ultimo spasmo per il primo premio. Penso di aver guadagnato il podio per il tempo passato a crogiolarm,i non ho capito, non ho amato abbastanza, non ho seguito i suoi interessi, non ho cucinato timballi, pasta alla norma e involtini di pesce spada a regola d’arte.

Accanto alla disperazione poi dirompeva l’obbligo di riprogrammare la vita, con due figli sbalorditi, feriti, increduli.

Questa storia mi raccontò Michela alle due di un mattino umido ma dolce, sul finale di una bella festa con arancini, nel pergolato della sua casa adagiata sulla conca della baia, a qualche metro dal mare.

-Poi mia cara nuova preziosa amica, vennero gli anni difficili, i tempi  con i ritmi consueti: la riparazione della tua testa e della casa dai pezzi disfatti, la scuola sempre più agitata dove continuare a lavorare,  le cene con i vecchi amici solidali, i languori sfalsati sui sentimenti. Tenere insieme queste cose è  stata fatica, fatica della solitudine. Un trauma, un lutto, la perdita, le mani conserte, gli abbracci negati; i passi avvertiti nelle stanze abitate insieme, la follia di risentire la sua risata che giunge dal soppalco. L’amore, l’affetto costruiscono castelli di ricordi, allertano riguardi e riconoscimenti. E ti dotano di un antenna personale per captare le onde energetiche. Chiudere la trasmissione, nonbasta pigiare un bottone. E’ molto, molto di più. Chi l’ha detto che la ferita si rimargina con un bel disinfettante, che è facile dire addio, che gli anni mitigano l’amore, che diventa abitudine? La mia storia di abbandono è stata come molte altre, si potrebbero fare centinaia di duplicati, con variazioni sul tema, ma la tua ti appare sempre quella più dura.  E le reazioni opposte dei figli da rispettare.. Teresa pronta a rattoppare il buco nero con visite motivate a “ farlo ragionare”, (senza sapere ancora che l’amore è meraviglioso perché ti sconnette) Giuseppe oppositivo, ostile a qualsiasi contatto. Anni di estrema sofferenza. Ti  pare -- mi disse sorridendo --  avevo sposato un architetto, pensavo ad un affetto forte, sicuro, garantito. Garantito per cosa? Da chi? Anni di convivenza avvolti in un pacchetto di cose dimenticate, un golf giallo, una maglia da calcetto, la foto  coi suoi genitori, uno spazzola per le scarpe, un libro lasciato aperto nel soggiorno. Ecco gli“avanzi”di una relazione durata 24 anni. Progetti, vite insieme, bambini, amici, case e mari. Tutto annegato nel flusso di un colpo di testa. Un nuovo amore. Poteva accadere anche a me? Chissà se un giorno si potrà riavviare il registratore e differenziare  la felicità autentica da quella simulata. Le relazioni sono come un cannolo. Se ne mangi uno ti pare facile e dolce forse croccante, se per golosità, ne mangi ancora ecco devi fare attenzione, risulta abbastanza pesante. Ti ritrovi ad aver vissuto con un uomo sconosciuto cosi coraggioso da  abbandonarti  con una lettera a sua figlia.

“Scusa l’invadenza, ma mi piacerebbe avere un quadro della rivale” le dissi

Io non l’ho mai vista, non era talmente elevato il mio grado di masochismo, Teresa l’ha descritta dopo parecchi mesi, una donna più anziana di me o le pareva, piccola, rotondetta e forse appetitosa. Vestita strizzata in abiti dagli spacchi arditi. Cerimoniosa ed estremamente dedita al suo “amore rubato”, attenta e prodiga ad ogni suo battito di ciglia. Totalmente vuota e votata…al servizio di soddisfare ogni desiderio del suo partner acquisito.

“E svolgeva un lavoro nella vita?”

Certo, faceva la – paninara - nel bar accanto all’Università in cui lui insegnava. Serviva negli intervalli splendidi tramezzini  farciti. Me ne aveva parlato. Non di lei. Dei panini e del ripieno gagliardo

“Che noia, una storia scontata, adesso come procedi?”

Dopo parecchi anni, i figli cresciuti, il cuore spremuto, le offese rammendate, ho guardato negli occhi un uomo. E mi è piaciuto un sacco. Niente convivenza. Una storia vicina e lontana

“Poi?”

Poi il desiderio di avere qualcuno accanto in un letto tiepido, quando la sera diventa notte, , ha agevolato il suo trasferimento qui. Teresa finito il liceo, stava per trasferirsi in città per gli studi, Giuseppe era  a Roma, da tempo. Poteva essere una situazione tranquilla. Poteva…  invece sono cominciati i litigi con mio padre. Mio padre dall’età avanzata, la testa funzionante a singhiozzo e  le gambe  malferme, è stato un grande architetto. Per questo aveva  sviluppato affetto e sintonia con il mio cordiale marito di un tempo, condividendo  passione per i restauri, per i disegni e forse per le donne tornite, perciò il nuovo arrivato…  Questa casa è opera sua, il suo progetto. Da qualche anno si è dovuto trasferire con una assistente gentile, in un alloggio privo di ostacoli, sopra la villa, Ogni giorno dalla tarda mattinata alla sera torna qui  per ritrovare i profumi di un tempo.  E immancabilmente all’arrivo del nuovo abitante si innalzavano liti e discussioni, urli e dibattiti, cose futili, riparazioni della doccia, trasferimento di un tappeto, cancello da accostare, serratura da cambiare. Sembrava che in quelle due ore di compresenza, invece di passarsi  amabilmente le consegne, la testa di mio padre si ricomponesse per miracolo, dopo essere stata del tutto stonata per ore. Pronta dunque ad accendere risse, per manifestare opposizione e lui il signore nuovo non era assolutamente disposto a mediare e cedere, nemmeno un cm.  Dopo 6 mesi esausta del ritornello,  mi sono decisa.

La richiesta improvvisa di un ospite e la risposta solerte di Michela,  aveva interrotto  il racconto, il buio era sceso mentre il rumore del mare pareva più insistente. Una luce soffusa dei faretti incastonati nella roccia, illuminava il tavolo, le sedie e Michela, facendo risplendere gli occhi verdi, i capelli arricciati sulle spalle, e il viso non bello, bellissimo. Mi chiesi, come si fa a lasciare una persona così? Quanti  punti guadagna la bellezza? E il fascino chi lo considera? Forse dipende dal caso, come i numeri estratti della tombola. Questione di fortuna gli incontri o di segnali carpiti al momento giusto? E’ solo unicamente questione di chimica, la chimica dello sguardo.

O esistono altri fili leggiadri che nascondono le ombre dell’altro?

Ritornò a me spostandosi sul dondolo, allungando le gambe affusolate per prendere un ritmo adeguato. Avanti e indietro.

“Allora cosa hai fatto?”

Ho fissato dei tempi, annullata la convivenza, mantenuta la storia solo ad intermittenza, accettata nei fine settimana e con orari ridotti nei giorni feriali, diciamo notturni.

“Una storia curiosa di clessidre precise. E con accento il fanciullo come ha preso la tua decisione?”

Bene, è tornato nel suo bilocale davanti al mare, tranquillo e contento.  Mi chiedo a volte se l’abbandono, la fatica della rielaborazione gli anni scivolati ecco se tutto questo mi ha insegnato ad aprire gli occhi, o...

“O…”

O invece a perseguire con il medesimo accanimento la strategia della sconfitta, perché,  questo lo racconto a te, nessuno lo sa, e chissà perché lo faccio, mi sono scelta questo signore  come –fidanzato- che è cugino del mio ex marito. Sono  matta, lo so.

“Un giocare in casa, cambiando attaccante. Parlate di lui, dell’ architetto salpato con le vele al vento?”

A volte, e naturalmente siamo coalizzati nel togliergli punti sulla tessera fedeltà.  Credo che se mi fossi appoggiata ad un parolaio dal sostegno efficace, un grazioso psicologo, forse non mi troverei  con un parente nel letto. O no?

“All’amore non si comanda. Al risentimento neppure. Tu Teresa sei una persona che non lascia mai delusi.”

La serata si concluse nelle prime ore del mattino, saluti, abbracci. Promesse di altri incontri.

Ieri al mattino presto, dopo due trilli, ho risentito la voce di Michela.

Volevo dirti che ho lasciato il cugino. Ho dovuto farlo.

“Scappato con un’altra?”

Aveva abbandonato il bilocale per tornare con la moglie con cui era in guerra da dieci anni.

“???????  Hai informato tuo padre?”

Ormai sono diventata attenta su parole e comportamenti, e anche sulle voci viaggianti dalle bocche degli altri.  Messo alle strette, davanti al camino acceso, mi ha raccontato la vicenda dicendo che tra noi nulla cambiava, neanche il colore delle lenzuola

“Ne aveva in duplice copia?”

Forse si, così non sbagliava atmosfera, nome della signora e stanza. Un elemento di continuità.

“E poi…”

E poi mio padre completamente sfumato, ha avuto un barlume, complimentandosi per la mia decisione. I figli mi hanno cortesemente fatto notare che di buono quello aveva solo una cosa: l’abilità nel friggere cotolette d’agnello. Ci credo, suo padre aveva una gastronomia sulla via principale. Qualcosa avrà imparato.

“Veramente quella sera della festa nel pergolato, lui aveva carbonizzato il primo giro di arancini. Ricordo  che abbiamo fritto noi due gran parte della sera.”

Ricordo benissimo quella festa e quella notte. Il fritto mi pare un dettaglio insignificante.

“Inoltre, scusa se dico una parola non gradita, qualcosa di positivo l’aveva, un notevole aspetto”

Cosa mi serve la sua bellezza se non so neppure come chiamarlo, fidanzato assiduo, amante occasionale, compagno in transito?  Comunque ho assorbito bene questo abbandono. Abitudine o noia da ripetizione?

“E’ successo qualcosa?”

In effetti, d’improvviso ho capito che il cuore si sposta dove vuole, ed è senza controllo

“Hai trovato un  parente di terzo grado o è arrivato a scuola un  professore di musica, che all’ora dell’aperitivo ti sviolina la Primavera di Vivaldi?”

Assolutamente,  un cambiamento bizzarro.. Vive nel segreto e  mi offre un vassoio di conforto

“Michela, la mia curiosità sta facendo le capriole, dammi un indizio”

Scendi sull’isola, se vuoi sapere.

“Per favore”

Un piccolo neo sulla fronte

“Comincio a capire”

Ti aspetto al volo delle 20 di venerdì. Puntuale. Non occorre bagaglio. Ci sono cose che valgono la pena di un lungo viaggio, qualche fatica e il timore di un tentennamento

“Hai ancora quella casacca verde, viola e rosa che alimentava la luce del tuo viso?”

La accenderò.