da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

Il piacevole tepore della sera di giugno mi riporta indietro nel tempo, alleansiose  aspettative della giovinezza.

Ora sola, seduta su una panchina, attendo non so cosa.

Mi trovo in una cittadina a me quasi sconosciuta, spinta dal desiderio di rivedere un amico, anche se è difficile riprendere i contatti.

Ad un tratto una giovane donna si avvicina:

Sa, c’è un concerto al Duomo. Vuole venire?  La voce è amichevole. Accetto, tra l’altro non ho programmi. Alberta, così si chiama la ragazza, si presenta, mi parla di sé, del suo lavoro, delle sue aspirazioni. Percepisco in lei una vitalità prorompente, che mi contagia.

In chiesami procura il posto migliore per ascoltare l’orchestra e il coro universitario. E’ piena di attenzioni. La sua gentilezza è per me un conforto che attenua il mio sensodi solitudine.

Ora, grazie alla magia della musica, suonano il Requiem di Mozart, e all’energia comunicatami da Alberta, mi sento più fiduciosa.

Una forza interiore mi spinge a telefonare al mio amico, pure se al termine dell'esecuzione è tardi e non so se la mia venuta risulterà opportuna. Ma la fortuna è dalla mia parte: l’incontro con lui è fissato per l’indomani a pranzo.

Quando esco dal Duomo con Alberta, Piazza dei Miracoli è illuminata dalla luce della luna ed io mi sento giovane e leggera. Il grigiore degli anni è sparito e sono aperta all’affascinante avventura che mi offre la vita, varia e intrigante anche nell’età del tramonto.

E’ passato appena un giorno ed eccomi di nuovo in treno. Il ritorno è veloce. L’Eurostar attraversa rapidamente la regione. Il sole è una sfera di fuoco; la luce penetra dai finestrini e dà riflessi magici alle persone e alle cose.

Perché tornare indietro in questa incantevole sera di giugno? Quale forza oscura mi ha riportato sulla via del ritorno allontanandomi da un’atmosfera pregna di gioia?

Il treno mi pare ostile, spietato. Perché non torna indietro, non fa il tragitto in senso inverso? Non posso dire ho sbagliato, non volevo salire, non so perché l’ho fatto, non sono una bambina. Già, perché l’ho fatto?   

Al momento di andare alla stazione già ero consapevole di non voler partire, anche se non immaginavo di vivere momenti di nostalgia così “strazianti”. Avrei potuto tornare sui miei passi, penso ora. Lo so, non sarebbe stato logico non da persona saggia e matura.

Momenti simili li ho vissuti negli anni della giovinezza, quando dei sì pronunciati per compiacenza nel rispetto delle regole del mio ambiente, hanno cambiato il destino della mia vita.

Eppure avevo intrapreso la strada giusta!  Quel mattino avevo trovato la via del pub dove ci saremmo incontrati per il pranzo. Ormai sentivo che tutto sarebbe andato per il meglio e gustavo la piacevole ombra degli alberi lungo l’Arno. Lui è comparso mentre con il telefonino in mano stavo per chiamarlo, per dirgli che sì ero lì, di fronte al luogo convenuto, ma non si preoccupasse, non si affrettasse. La penombra e il silenzio del locale hanno poi agevolato il dialogo, l’intesa reciproca.
E’ bello sentirsi veri, senza falsa apparenza.  Il discorso fluiva spontaneo perché scaturiva dalla semplicità essenziale dell’animo, le parole comuni non apparivano più abusate, ma riconquistavano il loro  vero significato e le vicende della vita quotidiana trovavano un senso. Scoprivo la gioia profonda dell’esserci e dell’essere riconosciuta.
Ma perché troncare tutto con la partenza programmata fin dal mattino?
Il peso di abitudini  portate avanti nei giorni, negli anni, mi hanno fatto ritornare sulla vecchia strada, soffocando quel barlume di luce.
Pensavo che proseguire nella via già percorsa  potesse dare una certa sicurezza.
Ma ora so che nessuna delusione è più struggente di quella inflitta da se stessi alle proprie aspettative, una volta che emersa, se ne diventa consapevoli.  
Anche se si dice, nessuna esperienza è vana.

Ma saprò un giorno almeno accogliere la parte di me profondamente ferita e ricomporre la lacerazione interiore?

 

Germana, come dimenticare la sua algida bellezza racchiusa in un viso di porcellana in cui spiccavano occhi simili a smeraldi e una bocca dai denti candidi e perfetti.
I capelli neri corvini le scendevano lungo la schiena lisci e compatti mentre il vitino da vespa, sapientemente strizzato, metteva ancor più in risalto le sue forme generose.
Era impossibile non notarla perché la sua bellezza era valorizzata da un abbigliamento che metteva rilevava forme perfette sotto il volto da bambina imbronciata.
Lei era stata la mia più cara amica per diversi anni in lunghe estati al mare, finché venne il momento in cui non ci riconoscemmo più, o meglio, lei non mi riconobbe più.
E come poteva essere altrimenti, lei splendida nella sua appena sbocciata adolescenza, io ancora acerba, goffa, ginocchia perennemente sbucciate per i giochi da maschi che pure avevamo fatto insieme fino ad all’estate prima.
Certo ci rimasi piuttosto male quando rivedendola dopo un anno le corsi incontro per abbracciarla, abbraccio al quale lei rispose scostante e lontana. Si era allontanata subito con una scusa e da allora a stento mi salutava, persa ormai certo in sogni e desideri non più innocenti.
Quel giorno di fronte a quella creatura bellissima e altera, mi ero sentita un brutto anatroccolo, non ancora consapevole che anche in me si stava producendo un cambiamento.
Presi a osservarmi per ore allo specchio, diventato il mio interlocutore più attento che rifletteva un’immagine ora gradevole ora spietata a seconda di come mi sentivo dentro.
In me si agitavano un mare di emozioni, il desiderio di diventare in fretta grande ma nel contempo quello di prolungare un tempo che era ancora connaturale a quella parte di me che si muoveva a suo agio su un terreno conosciuto e privo di incognite.
Vedere Germana fasciata ora in una tuta bianca, ora in una nera con al guinzaglio il suo cagnolino, spesso seguita da una scia di sguardi, mi creava ogni volta una sorta di turbamento a mezza via tra l’ammirazione e l’invidia.
E una sera volli imitarla. Con l’aiuto di mia sorella indossai un abitino corto che valorizzava la mia esile figura, mi truccai in modo vistoso, rossetto d’un rosso acceso sulle labbra ben disegnate. Mi guardai poi allo specchio ma quella che vedevo riflessa non ero io, non mi riconoscevo in quell’immagine: la tristezza mi pervase, andai in bagno a struccarmi mentre due righe nere miste a lacrime mi scendevano sul viso che osservavo con curiosità mano a mano che ritornava il mio. Al diavolo Germana, i vestiti, il trucco. Mi rimisi calzoni e maglietta.
- C’era ancora tanto tempo per crescere - pensai e corsi in strada a raggiungere i miei amici che giocavano al pallone.