da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

Vide piccole tracce scure, in alto, sopra la finestra del bagno. Prese scala, spugna, candeggina.
Prima di iniziare il lavoro si  tolse gonna e maglia rossa, raccolse i capelli, inforcò meglio gli occhiali. Mise i guanti di gomma, salì la scala in ferro sino all’ultimo gradino e una volta in cima strofinò energicamente più volte. L’odore acre della candeggina la fece tossire, aprì la finestra, scese dalla scala e corse a rivestirsi.
Il cucchiaino nella tazza vuota del caffè raccolta sul tavolino del salotto le cadde a terra. Si chinò a raccoglierlo: muffa anche lì, sopra al battiscopa, a pochi centimetri dalla porta.
Stavolta non si svestì, rimise i guanti e pulì. Stando in ginocchio vide la casa da un’altra prospettiva.
Dal  basso le appariva come una distesa di piedi di tavolo, gambe di sedie, balze di stoffa che vestivano i divani; e un lungo  primo piano sulle frange spettinate del tappeto, alcune  briciole, il guscio di una noce, la carta di una caramella, la pagina sgualcita di un quotidiano ammuffita sotto una  poltrona. Le venne da piangere.
Con un braccio si scostò i capelli dal viso, facendo attenzione a non sfiorarlo con i guanti bagnati. Sbuffò, se li sfilò sul piano di marmo in cucina. Lasciò il barattolo della candeggina dov’era, senza tappo. Non lo trovava e non le venne voglia di cercarlo. Pizzicandola tra indice e pollice raccolse la spugna e la lasciò cadere semizuppa nel  lavandino.
-  Basta  - disse a voce alta -  ne ho abbastanza -  e accese la radio.
 Attori di teatro, doppiatori famosi leggevano un romanzo, in un mese circa lo terminavano. Lei seguiva la trasmissione tutte le volte che poteva. Non tutti i romanzi la interessavano, alcuni li aveva già letti, di altri non le piaceva la voce dell’attore o dell’attrice.  
Preferiva scegliere i libri  per conto proprio, leggerli  la sera prima di addormentarsi o il mattino presto quando si svegliava che faceva ancora buio.   
La voce. Distante, impersonale. La voce bella di un uomo.
Della sua voce si era innamorata, profonda, calda. L’indomani, dopo avere caricato la macchina di tutte le sue cose, per ultimo avrebbe  preso i libri.
L’aveva svezzata, coltivandola alla bella musica, alle buone letture, all’arte. Lei discepola umile e obbediente si era lasciata forgiare dall’uomo avvezzo alla vita, dal letterato, subendone fascino ed egoismo.
- Che ci trovi…è vecchio, vedrai fra qualche anno ”- commenti, giudizi, caddero a pioggia senza risparmiarla. Alcune amicizie finirono, fu gelo anche con gli affetti più prossimi.
Invece durò parecchi anni. Fu amore e annientamento, passione e percorso. Volle adattarsi a lui, piacergli. Durò più di quanto lei stessa avesse previsto.
Nell’amore ci si ubriaca. Fu una sbronza dai postumi interminabili. Stentò ad uscirne,  indebolita, assoggettata all’amore.
Il mondo venne chiuso fuori. Esistettero per se stessi, per alcuni amici, amici di lui   soprattutto, cui piacque molto la ragazzina mora, con quella gran bocca sensuale e ingenua, la figura piccola e un seno da diva mostrato generosamente, senza fraintesi pudori.
Negli incontri dopocena si discuteva degli autori preferiti, personaggi e luoghi divenivano familiari.  Interrotto l’ascolto, c’era chi  lamentava la mancanza di un paio di punti, e per stuzzicare gli altri, vivacizzare la serata, spiegava con un’audacia presuntuosa che sarebbe bastata una virgola per ridare fiato al lettore.
- Bestemmie! -  si accalorava Andrea. Reimpostava la sua bella voce e riprendeva a leggere alcuni passi. Tutti lo stavano ad ascoltare. Il contenuto del bicchiere che ciascuno teneva tra le mani calava, la stanza si faceva fredda mentre la legna sul fuoco si esauriva.
Una casa sul fiume, presa in affitto. Mezza diroccata, affascinante e  umida.  Fu la loro casa, la casa per gli amici. La palla di vetro in cui crebbe un sentimento che unendoli la escluse dal mondo. Lei, sottomessa ad un affetto totalizzante, dimenticò di esistere, paga di esserne la donna, l’allieva. Non gli fu amica, lui non glielo permise, non prevedeva nel loro rapporto la complicità. Per lui un dominio, travestito d’amore, cui si abbeverava placando solo la sua sete. Un uomo fatto così. Tante c’erano cadute. Ma questa farfalla dalle ali ancora fragili si era impigliata per bene e lui si divertiva a guardarne i disperati tentativi di un volo più alto. Alla fine, esausta, ripiegava in una rinuncia scambiata per incapacità. Gli si consegnava puntuale, remissiva così come lui aveva previsto.
-  Sei giovane…ne hai di cose da imparare! -  le si avvicinava, sfiorandole il collo con un bacio. Non ammetteva  rifiuti,  neppure al desiderio improvviso.  
Si prendevano e si amavano.
Lei rimaneva sola, il tempo vuoto si faceva tempo di domande, di risposte che le davano la vertigine.
Lui  andava, ritornava.
- Sono alla stazione. Vienimi a prendere. Ti amo.
In lei ogni proposito, ogni  frase preparata, ripetuta tra se milioni di volte, come un attore che si tenga pronto alla battuta,  andava a farsi benedire.
 Non aspettava che di sentirne la voce. Se si erano lasciati malamente, quando giorni prima lui era partito per una delle lezioni che lo tenevano lontano, lei mollava tutto. Buttava chiavi e borsa sul sedile della macchina e correva.
Correva giù al paese, dieci chilometri di tornanti, di asfalto spaccato dalle gelate invernali. Gli andava incontro, e si affondava col viso sul petto di lui, nel suo odore buono. Lui la teneva a sé carezzandole i capelli, neri, soffici, caldi, come quando al mattino gli si rincantucciava contro.
-  Una barba, … senza di te -.   Lui fingeva pene che non provava .
- Ho letto tutto il tempo -  gli raccontava prendendolo per mano, orgogliosa quanto una bambina che in sua assenza avesse fatto i compiti con diligenza.  
- Ti farò delle domande - le rispondeva somministrandole a sorsi soddisfazione e ansia.  
Subito, allora, le si corrucciava il volto. Tre righe sottili le segnavano la fronte ed occhi a terra, senza vedere nulla, scartabellava nella mente i passi su cui sarebbe ritornato per metterla alla prova. Lavorava sodo per piacergli, scordandosi di sé. Lo sforzo di quelle letture obbligate, le discussioni interminabili tra lui e i suoi amici che la riducevano a muta spettatrice, a quella che versa dalla bottiglia per riempire il bicchiere.
- Hai ascoltato musica? - le domandò per ingannare l’attesa di un semaforo rosso e il poco da dirsi, poi calò il finestrino e gettò la cicca all’esterno.  
- Abbiamo il portacenere, perché non lo usi ?
- Non mi va. Vuoi mettere il gusto di vederla spegnersi mentre cade a terra!  
- Non ti capisco…cosa ti costa -  protestava irritata per la sua prepotenza - …cosa mi costa cosa? E’ nervosa oggi la mia bambina? -  e allungava la mano sinistra sulla sua coscia, premendovi le dita, sempre più in su.
- Smettila! Sto guidando, andiamo a sbattere  - la sua voce infantile,  di poco più alta - …mi dispiace, sono nervosa, stanca, sarà il tempo.
Di nuovo batteva in ritirata, pentita della propria reazione.  
- E sì che ne hai avuti di giorni per dormire. O hai fatto qualcos’altro senza di me?
- So solo dormire io, senza di te?
Una furia sorda le appannava gli occhi mentre  lacrime si gonfiavano ai bordi delle ciglia. Lottava per trattenerle, ma le scendevano  lungo il viso. Piangeva mentre lui le passava il dito sulla guancia bagnata, giocandoci.
Entrati in casa, mollata in atrio la borsa lui si spogliava, l’impermeabile lanciato sul divano, il telefonino che prendeva a suonare petulante.
- Che non mi scoccino, devo prendere l’agenda…vedrò. -  Faceva cadere dall’alto la possibile risposta affermativa a presenziare a questo o a quell’incontro. Salendo le scale, diretto allo studio, tornato sui suoi passi, alzò la voce.
Lei era indaffarata; appendergli l’impermeabile sopra una gruccia in ingresso,  svuotargli la borsa,  mettere da parte la  roba da lavare.
- Ci sono delle ombreggiature scure sul muro,  lungo le scale -  le fece notare -  mi è rimasta la mano umida, ha un cattivo odore. Non mi rispondi?
- Un attimo!-  salì il  primo gradino e alzati gli occhi ne incontrò l’espressione, la
 solita, propria di chi oltre a sé, quel che vede e sente, non tiene altro in conto - …sarà dell’altra muffa  - gli disse.  
Lo intravide dirigersi allo studio, l’ultima stanza in fondo, i capi della sciarpa svolazzanti  al ritmo dei suoi passi nervosi. Non si era voltato.
-  Ecco, pensaci -  le urlò prima di chiudersi la porta dello studio alle spalle.
Poi si mise a telefonare, fu una lunga telefonata. Lei non cercò di capire con chi parlava, non le interessava.
Sistemata ogni cosa, prese il cardigan lasciato sulla spalliera di una sedia. Dalla tasca cadde una salvietta, un  numero di telefono scarabocchiato sulla carta sbagliata, un nome di donna. La rimise nella tasca.  
Le scarpe. Restavano ancora le scarpe, le mise in forma e prima di riporle le guardò. Ad ogni viaggio lui se ne comprava di nuove, una vera passione, ne aveva tante, queste le  piacquero molto.
Era un uomo di gusto, anche da questo, lei, ragazzetta di provincia, era rimasta affascinata. Bei tessuti, lane impalpabili, un profumo discreto che lo annunciava come un biglietto da visita. Per sé  sapeva sempre scegliere il meglio.   
Ma ora, andando a ritroso nella loro storia, ne riviveva i passaggi con fatica, tutto  le appariva congelato in un tempo vuoto.  
Prese il libro che aveva lasciato aperto sul tavolo in cucina, sul gas il bollitore dell’acqua iniziò a fischiare.
Lesse, si alzò per prepararsi la tazza del tè.
Sceso da poco, lui la stava osservando, lei  non si era accorta di nulla.  
Un tempo ne spiava i passi, ne indovinava i gesti,  ne preveniva i bisogni, come fanno le donne devote al proprio uomo.
- Mi hai chiesto se ne volevo? …Non mi pare.
- Non pare neanche a me -  gli confermò senza alzare gli occhi dalla pagina.
- Che modi bruschi! E’ la trama della scemenza che leggi che ti ha fatto scordare le buone maniere?
-  Sì,  è evidente - lei gli rispose  - … può essere che la scemenza mi piaccia.
- E si che ti ho educata al bel sapere - lui modulò la voce come sapeva fare da quell’attore che era. Ma non era la voce di sempre: non così ferma, vibrava tesa,  irritata.
- Beh, qualcosa sapevo anch’io, comunque…- riprese calma - ti ho ascoltato parecchio, ne hai avuta la prova credo, avete parlato sempre tanto tutti quanti. I tuoi amici, tu…
- Se avevi qualcosa da dire potevi farti avanti - le sorrise, provava gusto a provocarla.
 - Tu credi ? C’era talmente poco spazio.
Lei si alzò dopo avere richiuso il libro sulla cartolina che segnava il punto da cui riprendere, si tirò giù la maglia che le era salita sui fianchi,  rossa, aderente. Aprì l’acqua per sciacquare la tazza, uno schizzo la bagnò.
- Vado a cambiarmi -  gli disse passandogli accanto.
In camera si tolse la maglia, aprì l’armadio, aveva poche cose. Prese una camicetta nera. Non era freddo, anzi.  Guardò fuori dalla finestra un cielo tutto grigio, si sporse per vedere il selciato di sotto. Mentre in cucina leggeva era piovuto, non se n’era accorta, le lastre di pietra erano lucide. Tornò all’armadio, lo richiuse. Diede un’occhiata alla stanza. Pochi oggetti personali: un paio di profumi, due libri sul comodino, la sacca a terra, sul cassettone una foto che li ritraeva insieme durante un viaggio in moto. Sarebbe stato tutto nella sacca. A mano si sarebbe caricata della  giacca pesante. Pioveva: l’impermeabile l’avrebbe indossato.
Per alcuni anni di convivenza era  un bagaglio incredibilmente leggero.
Guardò fuori di nuovo. Quante volte lo aveva fatto. Lunghe ore  in attesa del suo ritorno, passeggiate solitarie nei dintorni, lungo il fiume, poi l’ascolto, resoconti di successi, soddisfazioni.
- Vado da solo, preferirei non avere distrazioni .
Le insinuava l’illusione di un potere nell’essergli accanto, fasullo. Un giochetto per farle credere di essere importante. Lei ci era cascata, aspettando i suoi rientri. Quanti? Ne aveva perso il conto.  
Salì le scale, vide la luce dello studio ancora accesa.
Restò appoggiata allo stipite della porta accostata, la schiuse con la punta del piede.  Lo sguardo basso, gli occhi corsero al battiscopa. Tracce di muffa, sparse per tutta la lunghezza.
- Beh, che stai a fare li? Visto che mi hai distratto entra - la invitò con scarso entusiasmo.
Si era raddrizzato sulla sedia e teneva le mani allacciate sopra la testa, l’aria stanca, quand’era stanco sembrava più vecchio. Gli si gonfiavano le borse sotto gli occhi che sbiadivano dietro gli occhiali, aveva la camicia sbottonata e i peli  sul petto, bianchi.
- No, non entro -  gli rispose tranquilla.
- Non farai mica complimenti - sbottò innervosito, la risata corta, piena di  imbarazzo.
- Dimmi di Alicia. Com’è? E’ giovane?-  gli domandò senza preamboli.
Lui, afferrato un tagliacarte, ridusse in foglietti grandi quanto una carta da gioco le fotocopie che aveva sparse sul tavolo. Con ordine li impilò uno sopra l’altro sino a comporne un mazzo.   
- E’ bella, sì - le rispose senza guardarla - certo…- riprese - è giovane. Un fiore di ragazza. Ma tu?...-
- Ma io?
- Lo sei stata. Ti ho colta, in fondo ti ho svezzata.
- Infatti -  lei annuì  continuando a scorrere  le dita lungo lo spigolo della porta - tu ami il bello, i fiori. Li cogli, godi del loro profumo, del colore. Poi te ne dimentichi, li scordi nel vaso, fino a quando non ne prendi di nuovi e allora viene il momento di buttarli…
- Che sciocchezze vai dicendo? -  non sembrava  tanto sicuro di sé.  
- La verità -  gli  rispose.
- Ora smettila - le disse. Il tono si era fatto sgarbato, duro, riprese -… la muffa piuttosto, …  la muffa: mi da noia.
Lei lo obbligò a sé con uno sguardo che non lasciava scappatoie.
- Ho lavorato parecchio, ne ho tolta dalla cucina, dal bagno. Non mi va di andare oltre. Non ne ho voglia. Ci penserai  tu - e aggiunse - puzza troppo, poi…
Lui  a quel punto si era alzato, aveva spento la luce della scrivania. Negli ultimi tempi si era incurvato, e anche  la voce non le pareva così seducente, profonda, o forse era   l’abitudine, non la sentiva più.  
-  …E poi è un puzzo che mi resta addosso. Falla pulire a qualcun altro.
Lui  infilò le mani in tasca, zitto.
- Fai arieggiare, rimetti tutto a bianco, calce possibilmente, e aria -  gli suggerì come avrebbe potuto fare un esperto, uno qualunque chiamato per risolvere un noioso inconveniente domestico. L’idraulico, o l’imbianchino.   
- Lo dici come se te ne stessi andando.
Non c’era l’intenzione di trattenerla, né in lei il desiderio di esserlo.
Se ne andò in camera, il sonno la prese subito. Si svegliò che albeggiava, non perse tempo.  
Riempì la sacca con poche cose, non trovò nulla intorno che desiderasse portarsi. Lasciò la foto sul cassettone, posata a faccia in giù.
Andò alla macchina, caricò, lesse il biglietto lasciato da lui sul sedile accanto al posto di guida,  Sperò che ci fosse benzina a sufficienza.
Sempre in secca, lei, sempre alla fame. L’amore non basta a saziare, non  quel genere d’amore.
Rientrò a prendere per ultimo i libri, i suoi, che amava, non tutti quelli studiati a memoria per compiacere la vanità di  un insegnante distratto.
Non era andata così male, non del tutto,  era cresciuta.
Rilesse il biglietto  “  Con te è  stato solo Amore.”
Girata la chiave non volle  nemmeno pensarci, il piede premuto con forza sull’acceleratore

Irritabile.

Era così che si sentiva. Neanche il tempo di aprire gli occhi, andare in cucina. Guardare fuori per capire che tempo facesse. Sole o pioggia, chiaro o scuro.  Irritabile.

Tant’è che immobile rimase con la luce del comodino accesa per alcuni minuti,  nella  condizione di non sapere bene se voleva cominciare la giornata oppure no.

Capita che ci si affacci al nuovo giorno con la stessa diffidenza, il timore che si ha nel fare un tuffo rischioso pur amando l’acqua e sapendo nuotare bene.

Quel mattino non bevve volentieri il caffé che anzi risultò acidulo in bocca, e per nulla profumato.

Un caffè di poco conto, che non solo non la ristorò, ma neppure la svegliò.

Ci unì un paio di biscotti, osservò con attenzione la scatola che tenne tra le mani, non   grande, piuttosto elegante. Lesse la composizione, l’accurato elenco degli ingredienti, il peso. Considerò con sufficienza quanto siano banali e sciocche le frasi usate per richiamare alla mente cibi genuini, antiche ricette che nulla hanno a che vedere con la fretta cui ora si è assuefatti, in  una realtà che divora il tempo.

Favole fatte per vendere.  

Biscotti con nocciole e mirtilli rossi, prodotti tipici di una regione non conosciuta solo sfiorata durante un viaggio per raggiungere una località di mare, fare la vacanza.

Con Mario, infatti, avevano fatto una sosta a un grill in autostrada.

E come succede, che prima di fare la benzina si va al bar, alla toilette, poi, con lo scontrino da consegnare al banco si beve qualcosa senza averne effettivamente voglia, badando poco a  che sapore abbia, si è stanchi e storditi dai chilometri  e magari  dall’alzataccia, e fatto il solito percorso obbligato per uscire, finisce che si compra quello che non serve, ma incuriosisce.

Tornati dal viaggio, a vacanza finita, una volta riposto, in un armadietto di cucina o nella vetrina in sala da pranzo, lo si scorda del tutto.

Per riscoprirlo casualmente e fare non poco sforzo nel ricordare come e dove lo si è acquistato.

Oggi, questi biscotti che non si ricordava di avere, mirtilli che paiono ciliegie candite, in una frolla troppo dolce. Con un caffè bruciato peggio che se fosse fatto con i fondi.

Lei  ne è irritata.

Ma è così che si è svegliata, i biscotti  non c’entrano.

Si chiede perché li stia mangiando. Guarda di brutto la vecchietta ammiccante della confezione, che da sopra le lenti lancia uno sguardo come a dire. “ Buoni eh ! “ Grassoccia e candida, senza una ruga, gli occhiali sulla punta del naso.

 Vecchia per finta. Vecchia e felice.

“No!” Buoni per niente, pensa Felicia, che anzi si alza e butta la scatola nel bidone scuro, dietro la porta del ripostiglio.

Per conservarli basterà il loro involucro di alluminio. Neanche due etti, in definitiva, e un volume esageratamente occupato da un imballo pieno di pretesa per la poca sostanza contenuta.  Ne mangerà uno ogni tanto, non le piace comprare e buttare.  Deve fare attenzione a non ingrassare,  anche se veste sempre di nero, o di blu, non è certo un’acciuga.

E’ ancora bella, a sentire gli altri, ammesso che siano sinceri. Lo è stata, sicuramente.

Una foto in bianco e nero, ingrandita, trenta per quaranta - che scherzo a quel compleanno! -, rimasta appesa lì, dove gliel’han fatta trovare, - Che bella eri! …- Perché,  ora no? -  ne è la prova evidente.

Ma a proposito di biscotti, di bellezza, ricorda bene la ragazza al bancone, all’autogrill, e a come tutti quegli uomini la guardassero.

Mario come tutti gli altri, ma anche lei l’aveva guardata.

Così come si guarda una cosa particolarmente bella. Buona.   

Era una giovane ragazza bionda, con due occhi azzurrissimi e celestiali.

Un ridicolo cappellino bianco che  non le copriva i capelli, anzi tutt’altro, sembrava, su quella bella testa, incorniciata dalle ciocche chiare e sfuggenti, un’acconciatura  elegante e ricercatissima.

Per una cerimonia importante, o  un ricevimento, una festa…

O forse no.

Avrebbe potuto essere una cuffia da infermiera. Una crocerossina, ecco cosa le sembrava quella ragazza. Una crocerossina dedita alla cura dei malati. Solo che non stavano nella corsia di un ospedale. Stavano lì, al bancone, lo scontrino in mano,  a pendere da quei suoi occhi azzurri  e terribilmente buoni.

Disarmanti limpidi ingenui. Anche se tutti quegli uomini, di passaggio al grill, camionisti, operai, professionisti, venditori incazzati che parlavano all’auricolare, la guardavano come un uomo guarda una donna.  

Come la desidera, o la immagina. Senza saperne il nome, indecifrabile quell’arabesco bianco sul cartellino rosso puntato al petto, che appare, scompare tra le pieghe di una stoffa.

Qualcuno chiede di scaldare di più la tazza di un caffè, due addetti  alla manutenzione strade le fanno segno di schiumare la birra. Per ben due volte. E’ che ogni volta che la ragazza si gira, verso le macchine del caffè, o le spine per le bevande, o il tostapane, lo spremiagrumi,  fa una mezza ruota col busto, e uno si immagina, quegli uomini immaginano cosa debba essere quel corpo sotto il grembiule.

Eppure la ragazza non mette in mostra nulla di sé, scrollato di dosso il disagio per quegli sguardi.

Di lei si vede solo il collo fine e bianco. La croce d’oro che le luccica sulla gola, con una catenina così sottile da scomparire alla vista, quando si inclina un poco a riempire un bicchier d’acqua, o si muove di scatto per asciugarsi le mani, o ricacciare  a posto una ciocca di capelli che scappa a quel ridicolo copricapo.    

Ma quando sul bancone rimette tazze, piattini con panini farciti  o bicchieri pieni sino all’orlo, o li ritira vuoti, con accanto i tovagliolini sporchi e stropicciati, sorride. Alza quei suoi magnifici occhi e chiede se va tutto bene, se il latte è abbastanza caldo, se di schiuma dalla birra ne debba togliere ancora.  

E quei tizi, sì quei tizi, gli uomini, la gente, si sentono improvvisamente importanti e accuditi. Quasi al caldo di un letto d’ospedale, riemersi da un male misterioso, e tornati inaspettatamente alla vita.

Con quel viso di madonna chino su di loro, che chiede con gentilezza e sincero interesse se davvero le cose vanno meglio e anche quelli che vanno di fretta, o malamente come capita in una giornata storta in cui tutto o quasi da fastidio, se la tengono in mente a lungo.

Mentre impazienti sbuffano alla pompa di benzina, poiché chi li precede è lento, o  calmo, semplicemente, e quando dopo essersi accertati nello specchietto retrovisore che nessuno stia sopraggiungendo, si re-immettono sgommando sulla corsia con il limite a centotrenta.  

Oppure bevendo un caffè cattivo, in una giornata sbagliata, leggendo l’ingannevole pubblicità sulla scatola di biscotti comprata distrattamente facendo una sosta, andando in vacanza, a un grill sull’autostrada.