da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

 

(Il giorno prima dell'ultimo)

 

Se solo sapessi quando arriverà  il giorno prima dell'ultimo, non lo farei scivolar via come gli altri.  Lo tratterrei con tutte le forze, come si fa quando si trattiene il respiro in attesa di una sorpresa preannunciata.

Non starei alla finestra a guardare inerte nel cielo l'alba bianca delle prime ore del mattino, né eviterei i forti raggi del sole di mezzogiorno nascondendomi alla luce e neanche mi ritirerei appena il tramonto si tinge di rosso. Rimarrei impavida e forte a godere tutta la luce del giorno con i suoi riflessi dorati.

Preparerei, come sempre, un buon caffé scuro, da  sorseggiare davanti alle prime proposte della Tv per sentirmi più viva, ma non seguirei le parole dei presentatori innocenti vomitanti veleni e misfatti del mondo, soltanto melodie di vecchie canzoni d'amore.

Intorno a me, quel giorno, solo la leggerezza dei colori del mio giardino che si propagano oltre la grande vetrata del salotto.

Il bel salotto dalla vista bellissima dei maestosi cipressi in fondo al viale,  avvolti dalla luce azzurra del cielo che in estate abbaglia.

Un incanto!

La  vecchia casa sulla  collina, lontana dal paese, così diversa dalla casa di riposo per anziani a metà del paese, vicino all'ospedale, dove mia figlia mi ha relegato da cinque anni, per sentirsi, lei, più di me, sicura.

Gli occhi nella nebbia di autunno non riconoscono né fiori, né alberi, né orizzonti rosati, solo il bianco opaco dei muri e il nero degli abiti degli inservienti.

Caccerei  quelle visioni per ascoltare soltanto  i battiti del cuore innamorato, che un tempo mi ha reso felice.

I ricordi più belli custoditi nel vecchio album scuro di fotografie mi assisterebbero come una dama di compagnia, capace di sostenere con il sorriso una vecchia signora.

Sarei indulgente con tutti a cominciare da me stessa.

Userei la magia per cancellare occhi velati e smorfie di tristezza dal volto. Nel ripensare alla vita,  cancellerei la sofferenza, i contrattempi del lavoro, la fatica, per far risaltare soltanto l'amore sincero con l'uomo che ho amato.

Nessun rammarico, né nostalgia  quel giorno, soltanto il ricordo dei  sorrisi, delle grida e dei litigi dei piccoli figli, seguiti a distanza dalle risate dei nipotini, travestiti con buffi costumi di carnevale.

Mi unirei al coro di  applausi per una poesia recitata a metà tra timidezza e imbarazzo.

E, nel divertirmi a sovvertire l'ordine dei sentimenti e dei fatti, creerei un tale caos da sentirmi stordita, ma  felice.

Farei uscire dal cappello soltanto volti colorati di rosa.

Sembrerei pazza o bizzarra e qualcuno solleciterebbe il medico per un tranquillante che acquieti il mio animo e mi rinsavisca.

Ma è il mio giorno prima dell'ultimo, non potrei viverlo con chi e come voglio?

Che strano giorno, farò in tempo a riconoscerlo e a non farlo scappare?

(Il giorno prima dell'ultimo)

Se solo sapessi quando arriverà  il giorno prima dell'ultimo, non lo farei scivolar via come gli altri.  Lo tratterrei con tutte le forze, come si fa quando si trattiene il respiro in attesa di una sorpresa preannunciata.

Non starei alla finestra a guardare inerte nel cielo l'alba bianca delle prime ore del mattino, né eviterei i forti raggi del sole di mezzogiorno nascondendomi alla luce e neanche mi ritirerei appena il tramonto si tinge di rosso. Rimarrei impavida e forte a godere tutta la luce del giorno con i suoi riflessi dorati.

Preparerei, come sempre, un buon caffé scuro, da  sorseggiare davanti alle prime proposte della Tv per sentirmi più viva, ma non seguirei le parole dei presentatori innocenti vomitanti veleni e misfatti del mondo, soltanto melodie di vecchie canzoni d'amore.

Intorno a me, quel giorno, solo la leggerezza dei colori del mio giardino che si propagano oltre la grande vetrata del salotto.

Il bel salotto dalla vista bellissima dei maestosi cipressi in fondo al viale,  avvolti dalla luce azzurra del cielo che in estate abbaglia.

Un incanto!

La  vecchia casa sulla  collina, lontana dal paese, così diversa dalla casa di riposo per anziani a metà del paese, vicino all'ospedale, dove mia figlia mi ha relegato da cinque anni, per sentirsi, lei, più di me, sicura.

Gli occhi nella nebbia di autunno non riconoscono né fiori, né alberi, né orizzonti rosati, solo il bianco opaco dei muri e il nero degli abiti degli inservienti.

Caccerei  quelle visioni per ascoltare soltanto  i battiti del cuore innamorato, che un tempo mi ha reso felice.

I ricordi più belli custoditi nel vecchio album scuro di fotografie mi assisterebbero come una dama di compagnia, capace di sostenere con il sorriso una vecchia signora.

Sarei indulgente con tutti a cominciare da me stessa.

Userei la magia per cancellare occhi velati e smorfie di tristezza dal volto. Nel ripensare alla vita,  cancellerei la sofferenza, i contrattempi del lavoro, la fatica, per far risaltare soltanto l'amore sincero con l'uomo che ho amato.

Nessun rammarico, né nostalgia  quel giorno, soltanto il ricordo dei  sorrisi, delle grida e dei litigi dei piccoli figli, seguiti a distanza dalle risate dei nipotini, travestiti con buffi costumi di carnevale.

Mi unirei al coro di  applausi per una poesia recitata a metà tra timidezza e imbarazzo.

E, nel divertirmi a sovvertire l'ordine dei sentimenti e dei fatti, creerei un tale caos da sentirmi stordita, ma  felice.

Farei uscire dal cappello soltanto volti colorati di rosa.

Sembrerei pazza o bizzarra e qualcuno solleciterebbe il medico per un tranquillante che acquieti il mio animo e mi rinsavisca.

Ma è il mio giorno prima dell'ultimo, non potrei viverlo con chi e come voglio?

Che strano giorno, farò in tempo a riconoscerlo e a non farlo scappare?

(Il giorno prima dell'ultimo)

Se solo sapessi quando arriverà  il giorno prima dell'ultimo, non lo farei scivolar via come gli altri.  Lo tratterrei con tutte le forze, come si fa quando si trattiene il respiro in attesa di una sorpresa preannunciata.

Non starei alla finestra a guardare inerte nel cielo l'alba bianca delle prime ore del mattino, né eviterei i forti raggi del sole di mezzogiorno nascondendomi alla luce e neanche mi ritirerei appena il tramonto si tinge di rosso. Rimarrei impavida e forte a godere tutta la luce del giorno con i suoi riflessi dorati.

Preparerei, come sempre, un buon caffé scuro, da  sorseggiare davanti alle prime proposte della Tv per sentirmi più viva, ma non seguirei le parole dei presentatori innocenti vomitanti veleni e misfatti del mondo, soltanto melodie di vecchie canzoni d'amore.

Intorno a me, quel giorno, solo la leggerezza dei colori del mio giardino che si propagano oltre la grande vetrata del salotto.

Il bel salotto dalla vista bellissima dei maestosi cipressi in fondo al viale,  avvolti dalla luce azzurra del cielo che in estate abbaglia.

Un incanto!

La  vecchia casa sulla  collina, lontana dal paese, così diversa dalla casa di riposo per anziani a metà del paese, vicino all'ospedale, dove mia figlia mi ha relegato da cinque anni, per sentirsi, lei, più di me, sicura.

Gli occhi nella nebbia di autunno non riconoscono né fiori, né alberi, né orizzonti rosati, solo il bianco opaco dei muri e il nero degli abiti degli inservienti.

Caccerei  quelle visioni per ascoltare soltanto  i battiti del cuore innamorato, che un tempo mi ha reso felice.

I ricordi più belli custoditi nel vecchio album scuro di fotografie mi assisterebbero come una dama di compagnia, capace di sostenere con il sorriso una vecchia signora.

Sarei indulgente con tutti a cominciare da me stessa.

Userei la magia per cancellare occhi velati e smorfie di tristezza dal volto. Nel ripensare alla vita,  cancellerei la sofferenza, i contrattempi del lavoro, la fatica, per far risaltare soltanto l'amore sincero con l'uomo che ho amato.

Nessun rammarico, né nostalgia  quel giorno, soltanto il ricordo dei  sorrisi, delle grida e dei litigi dei piccoli figli, seguiti a distanza dalle risate dei nipotini, travestiti con buffi costumi di carnevale.

Mi unirei al coro di  applausi per una poesia recitata a metà tra timidezza e imbarazzo.

E, nel divertirmi a sovvertire l'ordine dei sentimenti e dei fatti, creerei un tale caos da sentirmi stordita, ma  felice.

Farei uscire dal cappello soltanto volti colorati di rosa.

Sembrerei pazza o bizzarra e qualcuno solleciterebbe il medico per un tranquillante che acquieti il mio animo e mi rinsavisca.

Ma è il mio giorno prima dell'ultimo, non potrei viverlo con chi e come voglio?

Che strano giorno, farò in tempo a riconoscerlo e a non farlo scappare?

Filippo osserva la sua michetta di pane, inzuppata di saliva. L’ha succhiata da tutte le parti, rigirandola tra le dita gonfie, e poi l’ha lasciata cadere davanti a sé, sul piano di plastica celeste del seggiolone.

Ora la rivuole. Coi palmi misura lo spazio, gorgheggia, e palpeggia l’aria. Pare un visionario. Caccia fuori uno strillo e infine la riacchiappa, beato.

Ha due occhi grandi e azzurri, Filo. Beatrice è così che lo chiama, anche se suona strano, quel nomignolo non le dispiace. Il padre invece non lo chiama per niente, ha la faccia come la carta vetrata e due mani lunghe, una macchinina d’oro gli pende dal collo e ondeggia lucente.

Bea ha ventuno anni. Sono quasi sette mesi che ha partorito questo figlio latrando come un animale; eppure si era ripromessa di non farlo, sua nonna continuava a ripeterglielo, mentre era gravida: «Lamentarsi non serve! Quando sarà il momento stringi i denti e tappati la bocca... ». E lei aveva giurato. Se ne sarebbe rimasta buona e zitta, avrebbe compiuto dignitosamente il suo dovere.  

Ma quel grido le era schizzato fuori a tradimento. Le si era cacciato in mezzo alle gambe larghe e l’era passato attraverso, per lungo. L’aveva invasa tutta, insieme a un dolore ultimo, crudele. Fino a premere in gola e sfuggirle ignobilmente come un conato. Duro, gutturale, mentre gli occhi scorgevano una crepa sul soffitto e vi s’aggrappavano, in una spinta decisiva. Più tardi si era rivolta alle ostetriche, e con le guance ancora rosse per lo sforzo e la vergogna, aveva farfugliato tra i denti delle scuse.

Adesso Filo fa baccano. Ha lasciato andare di nuovo il suo panino e lo sta suonando come un tamburo, con tutte e due le mani. Nella stanza a fianco, la madre gli rivolge solo un’occhiata da distante. Rimane accovacciata sulla sedia davanti alla televisione, senza scomporsi, la tazza di caffè intiepidito tra le dita e per la testa le ombre di sempre, che riemergono, oggi più che mai. Rannicchiato ai suoi piedi, il vecchio Oscar prova a tenere gli occhi chiusi. Ogni tanto drizza le orecchie da lupo, ansando tira fuori la lingua e mugola, inquieto.

È il sedici di luglio. Per molti, un giorno qualunque. Beatrice non ha chiuso occhio tutta la notte, come perlopiù succede da sette mesi a questa parte. La sveglia sopra il frigo segna le quattordici e cinque. Nel cucinotto manca l’aria; i muri delle case popolari a quell’ora macerano nell’umidità di un luglio rovente.

In tivù dicono che qualcuno è scomparso. Una dopo l’altra, le immagini mostrano i sorrisi istantanei di un’adolescente. Le sue smorfie ammiccanti, le pose esibite di quindicenne. Bea inspira l’odore del caffè bruciato, tracimato in una chiazza bruna sotto alla moka; per un momento prova a immaginarsi nei panni della ragazzina sullo schermo. Chissà se prima o poi qualcuno andrebbe a cercarla, si chiede.

Aveva solo undici anni, quando i suoi genitori erano rimasti uccisi in un brutto incidente automobilistico. Da quel momento accanto a lei c’era sempre stata sua nonna; l’aveva allevata alla vecchia maniera, instradandola nel mondo senza troppe cerimonie. Fin quando, a poche settimane dalla nascita del suo bambino, Beatrice una mattina era entrata nella sua stanza e aveva subito riconosciuto sul suo volto il colore diafano della morte.

Ora il suo sguardo attraversa l’acciaio imbrattato, e le stoviglie, accatastate sul lavandino, le ditate impresse sugli sportelli. Poi torna sul teleschermo. C’è ancora la stessa ragazza, che balla in un filmato amatoriale. La telecamera stringe sugli occhi. E buca il cuore di chi, dietro l’obiettivo, immortalava quelle pupille scintillanti di vita.

Beatrice abbassa il mento e sbircia la maglietta frusta che le cinge il ventre; la solita, quella con su scritto Bugiarda. Sa di latte in polvere rigurgitato; di quello materno ne aveva gonfie le mammelle, ma in meno di una settimana le si è rinsecchito senza manco essere succhiato. Di colpo le torna in mente la donna con cui divideva la stanza in ospedale: Bea aveva già partorito, quando sulla soglia aveva visto sbucare per prima la sua pancia enorme; a un passo dietro di lei, un omone glabro le lisciava la schiena con una mano. Solo più tardi aveva notato gli occhi dilatati d’emozione sul volto della donna, il sorriso che le tracimava dalle labbra mentre allattava la sua nuova creatura. Era così raggiante, e ordinata, e invidiabile nella propria compostezza, da far pensare a quel grumo di carne attaccato al suo petto unicamente come alla naturale estensione di sé. Al contrario, Beatrice osservava smarrita quell’esserino avulso e giallo d’ittero morderle i seni doloranti, dimenarsi e strillare, arginata in un malcelato senso d’inadeguatezza e di rifiuto.

Con i polpastrelli madidi, ora Filo stacca una pallina di mollica e la scruta un momento. Poi prende le misure e se la ficca in bocca; sbuffa, e sbava, agitando nel vuoto le gambette nude. Infine stringe il pugno sul poco che rimane della sua michetta e se la spalma sulla faccia.

Suonano alla porta. Madre e figlio sgranano gli occhi; strappati, ciascuno per suo conto, al proprio isolamento. Oscar scatta in piedi e ringhia, il muso puntato verso l’ingresso. Beatrice rimane a un paio di metri dalla soglia.

«Chi è? »

«Beatrice sono io... Marta.»

Bea prende tempo. Poi si schiarisce la voce, ostentando un tono disteso: «Scusami, ma adesso è proprio un brutto momento... ». Si tasta la fronte con una mano e aggiunge: - Magari un’altra volta... -.

Impalata di fronte alla porta, Marta guarda nel piatto che tiene stretto tra le mani. La porzione abbondante di semifreddo che si è portata come pretesto, le si sta squagliando sotto agli occhi. La sua giovane vicina non esce di casa da giorni, e quel bambino strilla dalla mattina alla sera; al piano di sotto si sente tutto, basta aprire bene le orecchie, e dal soffitto cola ogni parola. Perfino il cane non fa che lamentarsi; forse farebbe bene a chiamare quelli dei Servizi Sociali, osserva la donna tra sé, qualcuno dovrà pur pensarci prima o poi...

 «Volevo solo offrirti un po’ di dolce » si decide a dire infine, alzando il tono. « ... sai stavolta mi è venuto proprio bene! » Appoggia un orecchio alla porta e insiste: «Torno più tardi, okay? ».

Dall’interno giungono solamente i vocalizzi in falsetto di Filo; Oscar nel frattempo si è dileguato, andando ad accucciarsi da qualche parte.

 «Bea... mi hai sentito?».

Nessuna risposta.

L’inquilina del piano di sotto indugia ancora un attimo. Poi scuote la testa sopra al suo dolce mezzo liquefatto e, riluttante, infila adagio le scale.

Senza saperlo Beatrice ha trattenuto il fiato troppo a lungo. Ora si ricorda di respirare e lo soffia fuori tutto insieme, ringraziando il cielo per averle risparmiato – almeno per il momento – quella più che mai sgradita ingerenza. Fa per tornarsene in cucina e rivolge al figlioletto appena una scorsa. Di amore inconsapevole.

In televisione adesso c’è un sorriso a tutto schermo, una voce in sottofondo decanta le qualità di un noto dentifricio. Con un lembo della maglietta Beatrice si stropiccia la faccia. Sulle palpebre indugia, e avverte il tessuto inumidirsi sotto ai polpastrelli.

Da bambina correva tra i pioppi e rideva forte a testa insù, in faccia a quel sole che splendeva da far male a guardarlo, e pareva ardere solo per lei. Sgranava gli occhi di stupore, in seno a quel giardino sicuro che era la sua vita, imbastita di mille consuetudini e nessuna pretesa. Poi, un vento cattivo aveva spazzato via ogni sua certezza, aveva rovesciato l’ordine delle cose e si era portato via le sue radici. L’aveva mutilata, senza nessuna pietà.

Da ultimo, mentre quel seme insano maturava nelle sue viscere, Bea aveva pensato che Dio si stesse prendendo gioco di lei.

Ora invece non aveva dubbi: il suo Dio la detestava.

Si è stancato del suo giochino commestibile, Filo. È alle prese con la cinghia sciolta del seggiolone che ha sentito penzolargli tra le gambe: morde la fibbia con le gengive.

Una mossa maldestra, e l’avanzo di michetta in un balzo rotola sul pavimento. Non appena lui se ne accorge, sputa la cinghia e si sporge. Guarda giù. All’improvviso gli è chiaro: è quello il suo gioco preferito, il solo col quale vuol giocare. E adesso è lontanissimo. Inaccessibile.

Inizia a reclamarlo. Frigna, e scalcia l’aria coi piedi.

La madre sussulta, mentre il pianto del bambino s’ingrossa. Lei rimane a guardarlo, in precario equilibrio, al centro della stanza. Quei singhiozzi le stanno sfondando i timpani, li attraversano come una trivella, parte a parte. E uccide la ragione, deforma le cose. Ora nella sua testa le ombre di sempre s’incarnano, prendono colore. Le immagini salgono agli occhi, e lo sguardo migra altrove.

È di nuovo all’angolo, Beatrice. Contro un muro. Lo avverte piatto e intermittente sulla schiena. Intorno, la semioscurità di un tempo già vissuto. Un altro sedici di luglio, che si ripete all’infinito.

Una sagoma scura. E un corpo che le spinge contro, rabbioso. La penombra esalta i contorni, imprime nella memoria i gesti, l’odore fino in fondo alle narici. Lei è un bamboccio appeso al muro, inerme. Il ritmo ingordo e feroce di un altrui piacere le rintrona nelle orecchie. Si mescola ai guati del cane. Un ammasso di pelo nero sul bitume, gli occhi orlati di bianco.

Aveva cercato di difendersi, in principio. Si era battuta, divincolandosi e scalciando, ma era niente, davanti a quella furia.

È tardo pomeriggio e fa caldo. Sua nonna se n’é andata da qualche parte e a lei tocca portare fuori il cane.

Oscar scalpita come un cavallo; giù in strada si strozza col guinzaglio, sniffa l’asfalto, la trascina negli angoli. Più in là, nel parco, un gruppetto di bulli fa cagnara. Sghignazzano, e ingollano birra a collo. Uno di loro ha tra le mani un bastone e lo sta usando come una mazza da golf contro il fusto smilzo di una betulla. Si zittiscono per un attimo, quando si accorgono di lei. Si guardano intorno. Beatrice incede spedita e li supera, assecondando la foga dell’animale. Ignara dei propositi che stanno per delinearsi in quelle menti scriteriate.

Quando attraversa di nuovo il parco per tornare a casa sta imbrunendo, l’aria è di nuovo respirabile. Rimasugli di luce filtrano tra gli alberi, dritti e neri contro il cielo. Un rumore di passi concitati dietro di lei la coglie di sorpresa. Sono in due, gli altri se la sono squagliata: il primo la agguanta per le spalle e la scaraventa nel vicolo, mentre quell’altro, col bastone in mano, mette fuori combattimento il cane e fa da palo.

Gli occhi azzurri e madidi di Filo stanno implorando un gesto, uno qualunque. Le mani e i piedi si affannano, provando a scalare quel sedile inzaccherato e troppo distante. Beatrice è di nuovo un bamboccio appeso al muro, immobile. Ora la sagoma scura sta affondando il muso di carta vetrata sulla sua carne che brucia, una mano sulla faccia, le dita lunghe a rastrello. Non riesce a respirare. E non grida, non più; solo un suono arrochito le spinge in gola, sulle labbra dure di paura. La mano dalle dita lunghe le acchiappa i capelli, le tira indietro la testa.

Intanto la trivella sfonda, la attraversa, parte a parte.

Mentre assiste muta a quel piacere ultimo, una macchinina d’oro le ondeggia lucente davanti agli occhi, si specchia nelle pupille che tremano.

La voce del palo echeggia, sta urlando al suo compagno di far presto, che adesso tocca a lui. Ma in lontananza qualcuno sta arrivando.

«Cazzo!... », sibila il palo. «Oh, datti una mossa, dài! ».

La mente di Beatrice farà in tempo a registrare il suono di quella voce, un attimo prima di perdere conoscenza. Sull’asfalto Oscar uggiola inetto, una tempia rossa di sangue.

È un tonfo, quello che invece risuona ora nella stanza. Beatrice torna in sé e gli occhi le cadono in terra, su quel mucchietto di carne rosea sul pavimento che il cane non smette di leccare. Lei caccia un urlo e si scaraventa sul figlio, il cuore in bocca e gli occhi spauriti, rivolti al cielo d’intonaco scrostato. Oscar prende a girare in tondo, la lingua di fuori.

Pochi secondi. Interminabili e muti.  Poi Filo scoppia in un pianto insperato e convulso. Il primo, del quale la madre ha finalmente coscienza.

È in ginocchio adesso, Beatrice. Stringe al petto il suo bambino, le spalle che oscillano avanti e indietro in un febbrile automatismo. Gli sfiora la testina ammaccata, affonda le dita tra quei fili biondi e madidi, placando pian piano i suoi singhiozzi e la propria disperazione.

È a quel punto che si accorge del tramestio di fuori. Stanno battendo alla porta, una voce maschile che grida e ammonisce.

«Signora apra per favore, vogliamo solo aiutarla... ». La coppia di assistenti sociali si guardano l’un l’altra. Poi l’uomo continua: «Su, Beatrice, non ci costringa a entrare con la forza... ».

Senza curarsi del trambusto, Filo si è assopito tra le braccia della mamma. Lei lo guarda come fosse la prima volta e lo stringe più forte.

«Perdonami... » sussurra, con la voce rotta d’emozione. «Ora è qui la mamma, non aver paura... ».

Gli prende delicatamente una manina e se la accosta alle labbra. Alza gli occhi e all’improvviso il tono della sua voce si alza e s’inasprisce.

«Andate via! Questo è il mio bambino!». 

 . 

 

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