da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

 

Greta sapeva, per averlo sentito dire dalle compagne che l’avevano esperimentato prima di lei, che quando fosse arrivata a destinazione, nessuno più l'avrebbe chiamata col suo nome.


Da quel momento in poi sarebbe stata per tutti solo "la badante", una persona neutra, sconosciuta, distante, discreta, brava, secondo la richiesta delle agenzie di collocamento.
Arrivò a destinazione un pomeriggio dopo un viaggio allucinante, seduta su un pullman, vecchio, a mala pena funzionante. Era uno dei tanti pullman della speranza, che andava e veniva da un Paese all'altro, superando frontiere e sbarramenti, valicando passi di montagna, sempre attraversando strade secondarie per non incorrere in severi controlli.
Un viaggio lungo con soste obbligate per nascondersi, a volte per ore, in qualche bosco o in case disposte per denaro a accogliere Greta come le compagne. Immobili sedute con la valigia sulle ginocchia, notte e giorno col cuore ansioso, gli occhi fissi all'orizzonte in attesa finalmente della fine di quella tortura.
Un viaggio clandestino. Il viaggio della speranza, la speranza di mangiare o meglio ancora di sfamare i familiari piccoli e vecchi, rimasti al povero paese in attesa di aiuto.
Era toccato a lei partire, Greta era la più grande, la più forte della famiglia, la sorella, la madre, la figlia con la nipotina l’avrebbero attesa ogni giorno. Gli uomini nella sua famiglia non c'erano, il padre era morto per le fatiche e sua figlia non aveva marito.
Non ci aveva pensato due volte, quando anche l'ultimo animale da cortile era stato sacrificato per dar da mangiare alla famiglia e l'ultimo sacco di grano per il pane era finito.
Partire verso un futuro, sconosciuto, insicuro, difficile, la spaventava a morte, ma la fame aveva vinto.
Vendute alcune medagliette d'oro, regalatele per le feste quando era bambina, Greta aveva racimolato il denaro, pagato l'organizzazione, riservato un posto a sedere sul pullman in partenza in primavera, appena le strade fossero state praticabili, libere dai ghiacci e dalla neve.
Una notte, prima del previsto, era arrivata la chiamata. Si era ritrovata sulla piazza con tante donne come
lei col fazzoletto in testa e uno scialle pesante sulle spalle, Mancava un mese alla primavera.
Sistemata la grande valigia nel bagagliaio, si sedette sul sedile in fondo, proprio sulle ruote. Poco dopo il motore si accese e il pullman si mise in moto.
Venti giorni aveva detto l'autista, se tutto fosse andato bene, venti giorni per arrivare a destinazione.
Greta si era stretta nelle spalle senza dire nulla, l'importante era partire e…arrivare.
Era la prima volta che si allontanava da casa, non conosceva se non il suo paese e la città più vicina, dove si recava negli uffici o all'ospedale in caso di necessità.
Il suo paese si adagiava su una piccola pianura, diviso a metà da un grande fiume, che dava acqua ai campi e alle bestie. Bellissimo in estate per i bagni rinfrescanti, pescoso in primavera, limaccioso in autunno per le forti piogge. Greta c'era cresciuta vicino e l'amava con qualunque stagione.
Non aveva mai visto invece le montagne, e quando l'autista nel passare un valico le aveva indicate, bellissime, innevate, maestose imponenti, spettacolari, Greta aveva sentito il cuore in gola per l'emozione, mista a smarrimento, per non dire a terrore. Come avrebbe potuto quel piccolo pullman pieno di donne superare tale ostacolo?
Si era ripresa solo quando le vette se le era viste alle spalle, e davanti solo dolci colline e zone di pianura aperte, coltivate, con casolari sparsi, recinti ordinati e chiesette dai campanili svettanti, un paesaggio rassicurante che invitava alla calma e alla preghiera.
Trenta fazzoletti scuri, avvolgenti le teste di quelle giovani donne sedute, impedivano la vista dei loro volti sfiniti, stanchi.
Gli occhi di Greta persi nel vuoto, il volto pallido, il poco cibo agli sgoccioli, la speranza ridotta, la paura di non farcela sempre più grande.
Con un po' di fortuna, tra mille sospiri il pullman si era fermato sulla gran piazza della città italiana del nord, punto d'arrivo. Raccolta la valigia, in un momento si era allontanata per non insospettire i vigili, impegnati nel controllo del traffico.
Salutate le compagne e l'autista con un cenno del capo, si era avviata, stringendo nella mano il foglietto, su cui era indicato l'indirizzo della famiglia che l'aspettava.
Aveva impiegato un po' di tempo a trovare la casa. La città era grande, intricata di vie strette e più larghe, piena di insegne e di negozi di ogni tipo. Sembrava che lì il cibo non fosse un problema per nessuno.
Non c'erano code, come al suo paese, per il pane. La gente camminava tranquilla entrava e usciva dai negozi con pacchi nelle mani.
Al contrario, al suo paese, si correva presto al mattino per andare nei campi e per accudire le bestie, non c'era tempo per le compere. Le persone erano povere e si accontentavano del poco che avevano, non desideravano di più, anche perché non sapevano che cosa ci fosse oltre la città, più vicina.
Greta, nel vedere quel brulichio di persone, vestite bene, sedute ai tavolini dei
bar a chiacchierare, o al volante di automobili, cominciava a capire che forse c'era qualcos'altro oltre ciò che conosceva. La vita sembrava diversa, anche le persone avevano un'aria più tranquilla e leggera. Non riusciva a capire tuttavia da cosa dipendesse tanta differenza.
Era ancora soprapensiero, quando, arrivò davanti al palazzo che cercava.
Entrò, salì le scale, suonò il campanello dell'appartamento. Dopo alcuni minuti, una signora di mezza età venne a aprire, dandole il benvenuto.
Le mostrò la casa e la sua cameretta dove sistemare la valigia, poi, fattele alcune domande, la introdusse nella camera grande, dove riposava da mesi, nel letto, la madre di novanta anni, malata e sofferente, bisognosa di tutto. Lei avrebbe dovuto occuparsi di tutto, notte e giorno. Sarebbe stata la sua "badante".
Greta capì subito che non avrebbe avuto molto tempo libero per sé, per pensare alle sue cose, ai suoi familiari, alla vita appena lasciata.
La signora, finite le presentazioni e le istruzioni, la lasciò sola nella camera della madre e sparì.
Greta non fece in tempo né a salutarla con una stretta di mano, né a pronunciare il proprio nome, quando la porta si chiuse alle sue spalle.
Capì che da quel momento nessuno più, in quella casa né fuori, l'avrebbe chiamata per nome.
Col passare dei giorni comprese che la sua famiglia, il paese, la lingua, le tradizioni, sarebbero scomparsi.
Soltanto i ricordi, lontani, come fantasmi della memoria, avrebbero cercato la notte, di confortarla.
In poco tempo aveva perso tutto a cominciare dal nome. Non più Greta, ma "badante", pronta a servire.

 

 

 

 

 

Ti devo delle scuse. In realtà non è questo ciò che oggi sento di fare.

Venendo verso casa, mi sono soffermata a guardare la spiaggia, profonda, silenziosa, vuota.

Gli stabilimenti chiusi, i giochi per i bimbi sparsi qua e là dopo l’ultima mareggiata. Quella potente, che commentammo insieme l’altro giorno.

Sono sempre stata affascinata dai colori delle cabine al mare. Amo le  tinte fresche, leggere; la levità che tra le mie cose, negli  abiti, nella casa, non riesco a realizzare.  

Invece tutto in natura si abbina magnificamente.

La spiaggia, particolarmente a stagione finita o in certi giorni di maltempo estivo è  bellissima. Un mondo da esplorare, di conchiglie ce n’è a milioni, ma ognuna è più bella dell’altra. Le raccolgo, le aggiungo, non smetterei mai.

Ero affaticata, portavo un gran peso. Avevo con me una tavola in legno di discrete dimensioni, un triangolo curvato sul lato lungo e proprio percorrendone la curvatura  con la punta dell’indice me la sono immaginata alla parete: una grande vela che fende l’onda. Sbiancata, fatta apposta per la casa al mare, consumata dall’acqua e dal sale.

E’ curioso: sulla spiaggia gli adulti si aggirano come bambini a caccia di  tesori. Avida, di tesori ne ho veduti e raccolti molti.

Mi ero sovraccaricata, senza contare la spesa che avevo fatto al mercato e saresti venuto a pranzo:  i calamari, gli affettati, la frutta, il pane. E’ suonato mezzogiorno, è tardi,  ho detto tra me, ho da pulire il pesce, preparare. Disporre sul tavolo un aperitivo come si deve.

Non mi viene facile cucinare. E se dicessi che invidio quelle donne le cui dita  si muovono agili sui fornelli quanto quelle di un prestigiatore, mentirei.

La fantasia stenta, frenata nel noioso rito di pesare gli ingredienti, per me nessun entusiasmo tra le teglie.

Volerò piuttosto sulla rosea rotondità di un pomodoro,  il verde luccicante di una zucchina fresca, o il rosso di un uovo fritto, quando si allarga, denso, a tutto il piatto. Di qui a destreggiarmi  bene tra sughi  e pietanze, dolci, “ m’pepata e’ cozze”  e arrosti, ce ne corre.

Alla sensazione di spossatezza che di frequente mi prende in tarda mattinata, si era aggiunto forte, il desiderio di fermarmi lì in riva al mare. Ripiegare la giacca per aggiustarvi comodamente la testa, distendermi in  maglietta e gambe nude, un sole debole sulla faccia, assopirmi.

A occhi chiusi, specie nei minuti che anticipano il sonno vero, i pensieri si rincorrono,  si acquattano, si riprendono. Giocano sfuocati, miti nella luce del giorno,  infinitamente meno minacciosi che la notte al buio.

Mi era presa quella stanchezza buona che accantona il pensiero. Ogni genere di pensiero. Di lì a qualche minuto mi sarei addormentata. Non per molto, un abbandono breve, intenso, e in quello il sollievo alla stanchezza.

Pino sarebbe venuto a pranzo. Per i miei calamari, di cui si sono dette meraviglie, sul serio,  per scherzo in parte, esagerando.

- Male! - dissi quando si annunciò che sarebbe venuto, rallegrata di averlo con noi,  preoccupata però  di come si elevi la probabilità di errore quando a priori si è vantato un successo garantito.

Io, così poco sicura dei miei successi, fui presa dalla voglia incapricciata di indugiarmi lì, a far niente, a dormicchiare, osservare piuttosto, nella scarsa  volontà della giusta messa a fuoco, le indefinite figure che come me, uomini, donne cani e bambini,  rari,  popolavano la spiaggia a quell’ora.

E così m’indugiai troppo poco,  troppo a lungo per non essere in ritardo al battere del mezzogiorno sulla tabella di marcia.

Di malavoglia  confesso, non con l’animo, questo mai  quando si tratta di accogliere un amico, e tu fra questi più di tutti gli altri.

Il mio corpo infastidito da un impegno a cui in quel momento non intendeva dare  ascolto,  forse un alibi, il timore di non essere all’altezza del successo che ti avevano preannunciato,  reagì male. Lì, sul momento, e dopo.

In fretta infilai calzoni e scarpe, in fretta raccolsi la giacca che buttai sulle spalle.  Mano alla borsa della spesa, ne fuoriuscivano ciuffi di prezzemolo, raccolsi il mio sacco di conchiglie, la tavola stinta e pesante. Corsi a casa.

Parevo un ambulante, uno di quei tunisini alti e secchi con indosso cinquanta asciugamani e sei cappelli impilati uno sull’altro che passano fiduciosi tra ombrelloni e bagnanti stesi sulla riva.    

Risi e mi rilassai.

Pulire il pesce, la cosa che per prima andava fatta. Calamari piccoli, con l’animuccia trasparente,  talmente sottile che a sfilarla si spezzava facendomi perdere la pazienza.    

Alla pescheria giù al porto c’era un pescato tanto  povero da mettere tristezza,  quando i pesci, gli ultimi, si attaccano ai bordi della cassa. E’ come se brutti, sottomisura,  i peggio rimasti,  tentassero  l’estrema via di fuga. Nulla a che vedere con l’abbondanza di cui Pino ci parla, nel sud, il suo paese, o con la varietà, il trionfo di pesci  di tutti i tipi,  visti e assaggiati durante i nostri viaggi in meridione.

Sapori nuovi, che giù ai mercati di Ortigia, Gallipoli che so, ora non ricordo, vengono mostrati, gridati addirittura, e offerti al banco. Infatti chi li scorda quei gamberetti rosa, annaffiati di limone, mangiati seduta stante crudi. Se chiudo gli occhi, stretta al ricordo,  mi sembra di riappropriarmi di quel sapore intenso, l’aspra dolcezza di gamberi e limone. E cos’è questo, ora, se non desiderio, nostalgia ? Quando, mi domando, tornerò in quei luoghi belli ?  

Altro non mi pare di avere visto oggi giù alla pescheria, che i calamari piccoli di cui, purtroppo e certamente il nostro amico ricorderà a lungo.

Stavano in una cassetta piena, a vederli davano se non un  senso di abbondanza, almeno quello della merce che non langue e viene facilmente venduta.  

Non vi dedicai l’amore che avrebbero meritato. La volta precedente, quando venne Paolo, fu semplice, li feci senza sforzo e quasi per caso riuscirono una meraviglia.

Oggi, un continuo inceppo.

Aperto il frigo, alla ricerca delle acciughe che soffriggo poco nell’olio unite all’aglio,  trovai dell’acqua di condensa raccolta  nei cassetti della verdura.

- Il frigo non funziona come dovrebbe! -  E anche lì, vedi, quando le cose si mettono di traverso, mi aveva inzuppato le cipolle, a malapena di tre, ne ho ricavata una. Non c’era il modo, già chiuso il  negozietto di frutta e verdura, di  pigliarne delle altre.

-  Si mangia tra l’una e l’una e mezza -  era così che eravamo rimasti, mi pare.

Vi ho sentiti entrare, tu e Guido, presto. Non c’è nulla di peggio che avere gente intorno mentre cucino;  a quel punto per me gli altri non sono più gli amici, ma come li chiamo malignamente nel disagio “ I testimoni” dei miei pastrocchi, di una approssimazione pericolosa che sotto gli sguardi altrui si ingigantisce.

Eravate molto contenti e allegri, come sempre quando state insieme.

Fuori, in laguna, con la tua barca avevate trascorso, lo rimarcaste più volte, ore mistiche.

In effetti vi ho visti ispirati, l’occhio morbido e luminoso. So che quando siete in mare, per cappe, e vongole se ne trovate, a fine raccolta vi fate una mezza bottiglia di bianco, qualche cappa la mangiate cruda, Pino si fa  una sigaretta.

-  E’questa l’estasi - vi ho sentito dire una volta che c’ero anch’io.  Sono sicura che non pensavate ad altro.

Hai mollato sul tavolo le mozzarelle, la ricotta, il vino. Arrivi come  il padre di famiglia che porta pacchi, un mare di cose, è sempre una sorpresa, non quella che va scartata ma quella che il dono porta con se. Tu, vedi, sei uno di quelli che riempiono la casa.

- Attenta  - mi hai detto -  che l’olio sta fumando.

- Deve essere nero l’aglio, non ti preoccupare - ti ho risposto mentre toglievo la padella dal fuoco, la cucina mezza affumicata, l’aglio bruciato, l’olio tanto bollente da rendere l’aria irrespirabile, la gola secca, gli occhi lacrimanti.

Andavamo già molto male. Rifugiati in terrazza, tu e Guido, vi siete messi a chiacchierare di …, non so,  mi arrivavano a pezzi le parole, ascoltate con mezzo orecchio solamente.

Avrei voluto starmene lì con voi a sorseggiare il vino bianco, ma i calamari da soli non si sarebbero mai cucinati, l’avessero fatto, probabilmente sarebbero riusciti meglio.

Conservo da mesi in frigo un grande vaso di acciughe, me ne dimentico regolarmente. Pensando di rado alle acciughe le trascuro, sono buonissime sul pane, con  burro e limone, oppure schiacciate in olio caldo; due o tre, lo spicchio di aglio, a pioggia il prezzemolo crudo, saltarci dentro gli spaghetti. Un piatto ottimo, elementare e di riuscita certa.

Perché mi ero imbarcata nei calamari? Non so nemmeno io perché.

L’acciuga è la mia variante a questo piatto. Sciolta, con la Tropea rossa tagliata a velo, fa una base scura, in cui buttare il calamaro. Fiamma viva, fugace, specie se il calamaro è piccolo, come nel nostro caso.

Oggi, è che mi viene male qualsiasi cosa tocchi. Il prosciutto da offrire sul pane caldo  è risultato una fetta unica, impossibile da dividere senza stracciarla: altro che morbido bocciolo di rosa venato di bianco, il magnifico, tanto demonizzato grasso. Tagliato  troppo fine, salato, secco.

Anche di quello ti avevamo detto;  di come meritasse di essere assaggiato.

 - Sentirai quant’è buono!   Come quell’altra volta del formaggio fatto al vecchio modo,  ho ancora nelle narici la puzza di latte e stalla che c’era in quella casa,  insomma, come col formaggio allora, questo prosciutto, oggi. Un fiasco!

Lo vedi quant’è sbagliato decantar successo prima di averlo conseguito?  

Avremmo voluto trattarti meglio di tutti. E invece? Un disastro!

La cipolla male affettata; scivolosa, sfuggiva come un anguilla al coltello. Dovetti faticare per tagliarla, già innervosita.  

L’olio scuro in cui buttare i calamari ne esaltava oltre alle sfumature di viola, la grossezza maldestra e frettolosa.  

Peraltro dal soffritto non si levò quel buon odore che stuzzica la gola, l’appetito. Un odore forte, acre. Sovrappensiero, senza prestare attenzione alle proporzioni, avevo esagerato con le acciughe.

Apparecchiai la tavola, ci volle un istante. Molta l’umidità, la tovaglia si era come bagnata nel cassetto, le salviette di carta cui mi sarebbe piaciuto dare  forma affinché stessero rigide nel piatto non tenevano.

Tutto alla rovescia. Passando accanto al tavolo agganciai un lembo di tovaglia, poco mancò che non mi trascinassi tutto addosso.

Insofferenza allo spazio al clima alla mancanza di coraggio nel dire che no, io, per oggi avrei preferito non avere impegni.

Pino non era mai l’impegno. A una cert’ora tuttavia di regola si mangia. Ci attardammo nell’attesa di Maria. Fosse per il ritardo di una corriera o il traffico incontrato per strada, un giovane porta spensieratezza, argomenti nuovi. Come di frequente la invidiamo, la gioventù! Ricordo bene che avevo guardato l’orologio, si erano fatte le due, un’esagerazione. La fame, oltre all’attesa, ci aveva illanguiditi. Qualche sorso di vino; cercammo di contenere gli assaggi della ricotta che ci avevi portato, delle buone mozzarelle, dell’immangiabile eppure terminato prosciutto.

Spiluccare, ingannando il tempo. Fumare un’altra sigaretta. Davvero la tirammo troppo a lungo prima di dare il via alla prima forchettata.

Né l’aggiunta di peperoncino, o il buon olio di oliva che ci porta in regalo Paolo dall’isola di Cherso,  né  il sale dolce di Cervia, quello dei Papi, nulla che correggesse il cattivo sapore di quel piatto. Il sugo nerastro e acquoso, scordata  l’indispensabile punta di farina, gli spaghetti troppo al dente, ahimè,  quasi croccanti.

I calamari, riccioli rattrappiti, minuscoli e gommosi, che lavati in quattro e quattro otto cacciarono quel che restava della loro anima sottile e trasparente.

Tu tacevi, anche Guido taceva, ma lui è caratterialmente un taciturno.

Mia figlia disse: -  La volta scorsa, con Paolo, ti erano venuti meglio.

Dissi: - Scusate.

Pino prese la parola -  Magari l’anima va tolta. Io la tolgo sempre.

Lungo il bordo del suo piatto vidi un triste raggio di animucce, disposte in ordine crescente. Erano evidentemente  capitati tutti a lui quelli puliti male.

Che vergogna!

 Mi posi, durante la spaghettata che mi parve più che lunga, mesta, e che lasciò comunque piatti educatamente vuoti, le domande sul perché si sia indotti a fare delle cose controvoglia.

La paura? E’ la reticenza di non mostrarsi disponibili, pronti come si vorrebbe. Eppure non c’è nulla di male nel dire  - No, oggi non mi sento. Con gli Amici si può.

Si deve, mi sento di affermare. Tanto più che l’avrei detto tramite la voce garbata di mio marito.

Nessuno, non tu, non lui, avrebbe avuto nulla da obiettare.

E dunque?

Eccoci, senza commenti per una pietanza così cattiva che, sono certa,  rimarrà nella memoria.

Alla fine, ci soccorremmo  a vicenda.

- Non tutte le ciambelle riescono col buco…, -  Hai fatto di meglio ma… succede,

- Ti concederemo altre prove.

- Un’ ombra, su di noi -  ho commentato con il  sorriso che non mi riusciva di fare.

Accompagnandoti alla porta attraverso lo stretto corridoio di casa nostra, pensavo a come avrei potuto rimediare,  alla ricetta successiva, una minestra, oppure limitarmi al piatto freddo, la soppressa, meravigliosa  mi veniva da dire, che solitamente ordiniamo al contadino.

Ho taciuto, come mi accade raramente di fare, ero dispiaciuta.

Hai infilato lo zaino sulle spalle, hai detto grazie,  velocemente sei sceso per le scale.

Ho sentito, distinto, il clic dell’accendino

Ti devo delle scuse. In realtà non è questo ciò che oggi sento di fare.

Venendo verso casa, mi sono soffermata a guardare la spiaggia, profonda, silenziosa, vuota.

Gli stabilimenti chiusi, i giochi per i bimbi sparsi qua e là dopo l’ultima mareggiata. Quella potente, che commentammo insieme l’altro giorno.

Sono sempre stata affascinata dai colori delle cabine al mare. Amo le  tinte fresche, leggere; la levità che tra le mie cose, negli  abiti, nella casa, non riesco a realizzare.  

Invece tutto in natura si abbina magnificamente.

La spiaggia, particolarmente a stagione finita o in certi giorni di maltempo estivo è  bellissima. Un mondo da esplorare, di conchiglie ce n’è a milioni, ma ognuna è più bella dell’altra. Le raccolgo, le aggiungo, non smetterei mai.

Ero affaticata, portavo un gran peso. Avevo con me una tavola in legno di discrete dimensioni, un triangolo curvato sul lato lungo e proprio percorrendone la curvatura  con la punta dell’indice me la sono immaginata alla parete: una grande vela che fende l’onda. Sbiancata, fatta apposta per la casa al mare, consumata dall’acqua e dal sale.

E’ curioso: sulla spiaggia gli adulti si aggirano come bambini a caccia di  tesori. Avida, di tesori ne ho veduti e raccolti molti.

Mi ero sovraccaricata, senza contare la spesa che avevo fatto al mercato e saresti venuto a pranzo:  i calamari, gli affettati, la frutta, il pane. E’ suonato mezzogiorno, è tardi,  ho detto tra me, ho da pulire il pesce, preparare. Disporre sul tavolo un aperitivo come si deve.

Non mi viene facile cucinare. E se dicessi che invidio quelle donne le cui dita  si muovono agili sui fornelli quanto quelle di un prestigiatore, mentirei.

La fantasia stenta, frenata nel noioso rito di pesare gli ingredienti, per me nessun entusiasmo tra le teglie.

Volerò piuttosto sulla rosea rotondità di un pomodoro,  il verde luccicante di una zucchina fresca, o il rosso di un uovo fritto, quando si allarga, denso, a tutto il piatto. Di qui a destreggiarmi  bene tra sughi  e pietanze, dolci, “ m’pepata e’ cozze”  e arrosti, ce ne corre.

Alla sensazione di spossatezza che di frequente mi prende in tarda mattinata, si era aggiunto forte, il desiderio di fermarmi lì in riva al mare. Ripiegare la giacca per aggiustarvi comodamente la testa, distendermi in  maglietta e gambe nude, un sole debole sulla faccia, assopirmi.

A occhi chiusi, specie nei minuti che anticipano il sonno vero, i pensieri si rincorrono,  si acquattano, si riprendono. Giocano sfuocati, miti nella luce del giorno,  infinitamente meno minacciosi che la notte al buio.

Mi era presa quella stanchezza buona che accantona il pensiero. Ogni genere di pensiero. Di lì a qualche minuto mi sarei addormentata. Non per molto, un abbandono breve, intenso, e in quello il sollievo alla stanchezza.

Pino sarebbe venuto a pranzo. Per i miei calamari, di cui si sono dette meraviglie, sul serio,  per scherzo in parte, esagerando.

- Male! - dissi quando si annunciò che sarebbe venuto, rallegrata di averlo con noi,  preoccupata però  di come si elevi la probabilità di errore quando a priori si è vantato un successo garantito.

Io, così poco sicura dei miei successi, fui presa dalla voglia incapricciata di indugiarmi lì, a far niente, a dormicchiare, osservare piuttosto, nella scarsa  volontà della giusta messa a fuoco, le indefinite figure che come me, uomini, donne cani e bambini,  rari,  popolavano la spiaggia a quell’ora.

E così m’indugiai troppo poco,  troppo a lungo per non essere in ritardo al battere del mezzogiorno sulla tabella di marcia.

Di malavoglia  confesso, non con l’animo, questo mai  quando si tratta di accogliere un amico, e tu fra questi più di tutti gli altri.

Il mio corpo infastidito da un impegno a cui in quel momento non intendeva dare  ascolto,  forse un alibi, il timore di non essere all’altezza del successo che ti avevano preannunciato,  reagì male. Lì, sul momento, e dopo.

In fretta infilai calzoni e scarpe, in fretta raccolsi la giacca che buttai sulle spalle.  Mano alla borsa della spesa, ne fuoriuscivano ciuffi di prezzemolo, raccolsi il mio sacco di conchiglie, la tavola stinta e pesante. Corsi a casa.

Parevo un ambulante, uno di quei tunisini alti e secchi con indosso cinquanta asciugamani e sei cappelli impilati uno sull’altro che passano fiduciosi tra ombrelloni e bagnanti stesi sulla riva.    

Risi e mi rilassai.

Pulire il pesce, la cosa che per prima andava fatta. Calamari piccoli, con l’animuccia trasparente,  talmente sottile che a sfilarla si spezzava facendomi perdere la pazienza.    

Alla pescheria giù al porto c’era un pescato tanto  povero da mettere tristezza,  quando i pesci, gli ultimi, si attaccano ai bordi della cassa. E’ come se brutti, sottomisura,  i peggio rimasti,  tentassero  l’estrema via di fuga. Nulla a che vedere con l’abbondanza di cui Pino ci parla, nel sud, il suo paese, o con la varietà, il trionfo di pesci  di tutti i tipi,  visti e assaggiati durante i nostri viaggi in meridione.

Sapori nuovi, che giù ai mercati di Ortigia, Gallipoli che so, ora non ricordo, vengono mostrati, gridati addirittura, e offerti al banco. Infatti chi li scorda quei gamberetti rosa, annaffiati di limone, mangiati seduta stante crudi. Se chiudo gli occhi, stretta al ricordo,  mi sembra di riappropriarmi di quel sapore intenso, l’aspra dolcezza di gamberi e limone. E cos’è questo, ora, se non desiderio, nostalgia ? Quando, mi domando, tornerò in quei luoghi belli ?  

Altro non mi pare di avere visto oggi giù alla pescheria, che i calamari piccoli di cui, purtroppo e certamente il nostro amico ricorderà a lungo.

Stavano in una cassetta piena, a vederli davano se non un  senso di abbondanza, almeno quello della merce che non langue e viene facilmente venduta.  

Non vi dedicai l’amore che avrebbero meritato. La volta precedente, quando venne Paolo, fu semplice, li feci senza sforzo e quasi per caso riuscirono una meraviglia.

Oggi, un continuo inceppo.

Aperto il frigo, alla ricerca delle acciughe che soffriggo poco nell’olio unite all’aglio,  trovai dell’acqua di condensa raccolta  nei cassetti della verdura.

- Il frigo non funziona come dovrebbe! -  E anche lì, vedi, quando le cose si mettono di traverso, mi aveva inzuppato le cipolle, a malapena di tre, ne ho ricavata una. Non c’era il modo, già chiuso il  negozietto di frutta e verdura, di  pigliarne delle altre.

-  Si mangia tra l’una e l’una e mezza -  era così che eravamo rimasti, mi pare.

Vi ho sentiti entrare, tu e Guido, presto. Non c’è nulla di peggio che avere gente intorno mentre cucino;  a quel punto per me gli altri non sono più gli amici, ma come li chiamo malignamente nel disagio “ I testimoni” dei miei pastrocchi, di una approssimazione pericolosa che sotto gli sguardi altrui si ingigantisce.

Eravate molto contenti e allegri, come sempre quando state insieme.

Fuori, in laguna, con la tua barca avevate trascorso, lo rimarcaste più volte, ore mistiche.

In effetti vi ho visti ispirati, l’occhio morbido e luminoso. So che quando siete in mare, per cappe, e vongole se ne trovate, a fine raccolta vi fate una mezza bottiglia di bianco, qualche cappa la mangiate cruda, Pino si fa  una sigaretta.

-  E’questa l’estasi - vi ho sentito dire una volta che c’ero anch’io.  Sono sicura che non pensavate ad altro.

Hai mollato sul tavolo le mozzarelle, la ricotta, il vino. Arrivi come  il padre di famiglia che porta pacchi, un mare di cose, è sempre una sorpresa, non quella che va scartata ma quella che il dono porta con se. Tu, vedi, sei uno di quelli che riempiono la casa.

- Attenta  - mi hai detto -  che l’olio sta fumando.

- Deve essere nero l’aglio, non ti preoccupare - ti ho risposto mentre toglievo la padella dal fuoco, la cucina mezza affumicata, l’aglio bruciato, l’olio tanto bollente da rendere l’aria irrespirabile, la gola secca, gli occhi lacrimanti.

Andavamo già molto male. Rifugiati in terrazza, tu e Guido, vi siete messi a chiacchierare di …, non so,  mi arrivavano a pezzi le parole, ascoltate con mezzo orecchio solamente.

Avrei voluto starmene lì con voi a sorseggiare il vino bianco, ma i calamari da soli non si sarebbero mai cucinati, l’avessero fatto, probabilmente sarebbero riusciti meglio.

Conservo da mesi in frigo un grande vaso di acciughe, me ne dimentico regolarmente. Pensando di rado alle acciughe le trascuro, sono buonissime sul pane, con  burro e limone, oppure schiacciate in olio caldo; due o tre, lo spicchio di aglio, a pioggia il prezzemolo crudo, saltarci dentro gli spaghetti. Un piatto ottimo, elementare e di riuscita certa.

Perché mi ero imbarcata nei calamari? Non so nemmeno io perché.

L’acciuga è la mia variante a questo piatto. Sciolta, con la Tropea rossa tagliata a velo, fa una base scura, in cui buttare il calamaro. Fiamma viva, fugace, specie se il calamaro è piccolo, come nel nostro caso.

Oggi, è che mi viene male qualsiasi cosa tocchi. Il prosciutto da offrire sul pane caldo  è risultato una fetta unica, impossibile da dividere senza stracciarla: altro che morbido bocciolo di rosa venato di bianco, il magnifico, tanto demonizzato grasso. Tagliato  troppo fine, salato, secco.

Anche di quello ti avevamo detto;  di come meritasse di essere assaggiato.

 - Sentirai quant’è buono!   Come quell’altra volta del formaggio fatto al vecchio modo,  ho ancora nelle narici la puzza di latte e stalla che c’era in quella casa,  insomma, come col formaggio allora, questo prosciutto, oggi. Un fiasco!

Lo vedi quant’è sbagliato decantar successo prima di averlo conseguito?  

Avremmo voluto trattarti meglio di tutti. E invece? Un disastro!

La cipolla male affettata; scivolosa, sfuggiva come un anguilla al coltello. Dovetti faticare per tagliarla, già innervosita.  

L’olio scuro in cui buttare i calamari ne esaltava oltre alle sfumature di viola, la grossezza maldestra e frettolosa.  

Peraltro dal soffritto non si levò quel buon odore che stuzzica la gola, l’appetito. Un odore forte, acre. Sovrappensiero, senza prestare attenzione alle proporzioni, avevo esagerato con le acciughe.

Apparecchiai la tavola, ci volle un istante. Molta l’umidità, la tovaglia si era come bagnata nel cassetto, le salviette di carta cui mi sarebbe piaciuto dare  forma affinché stessero rigide nel piatto non tenevano.

Tutto alla rovescia. Passando accanto al tavolo agganciai un lembo di tovaglia, poco mancò che non mi trascinassi tutto addosso.

Insofferenza allo spazio al clima alla mancanza di coraggio nel dire che no, io, per oggi avrei preferito non avere impegni.

Pino non era mai l’impegno. A una cert’ora tuttavia di regola si mangia. Ci attardammo nell’attesa di Maria. Fosse per il ritardo di una corriera o il traffico incontrato per strada, un giovane porta spensieratezza, argomenti nuovi. Come di frequente la invidiamo, la gioventù! Ricordo bene che avevo guardato l’orologio, si erano fatte le due, un’esagerazione. La fame, oltre all’attesa, ci aveva illanguiditi. Qualche sorso di vino; cercammo di contenere gli assaggi della ricotta che ci avevi portato, delle buone mozzarelle, dell’immangiabile eppure terminato prosciutto.

Spiluccare, ingannando il tempo. Fumare un’altra sigaretta. Davvero la tirammo troppo a lungo prima di dare il via alla prima forchettata.

Né l’aggiunta di peperoncino, o il buon olio di oliva che ci porta in regalo Paolo dall’isola di Cherso,  né  il sale dolce di Cervia, quello dei Papi, nulla che correggesse il cattivo sapore di quel piatto. Il sugo nerastro e acquoso, scordata  l’indispensabile punta di farina, gli spaghetti troppo al dente, ahimè,  quasi croccanti.

I calamari, riccioli rattrappiti, minuscoli e gommosi, che lavati in quattro e quattro otto cacciarono quel che restava della loro anima sottile e trasparente.

Tu tacevi, anche Guido taceva, ma lui è caratterialmente un taciturno.

Mia figlia disse: -  La volta scorsa, con Paolo, ti erano venuti meglio.

Dissi: - Scusate.

Pino prese la parola -  Magari l’anima va tolta. Io la tolgo sempre.

Lungo il bordo del suo piatto vidi un triste raggio di animucce, disposte in ordine crescente. Erano evidentemente  capitati tutti a lui quelli puliti male.

Che vergogna!

 Mi posi, durante la spaghettata che mi parve più che lunga, mesta, e che lasciò comunque piatti educatamente vuoti, le domande sul perché si sia indotti a fare delle cose controvoglia.

La paura? E’ la reticenza di non mostrarsi disponibili, pronti come si vorrebbe. Eppure non c’è nulla di male nel dire  - No, oggi non mi sento. Con gli Amici si può.

Si deve, mi sento di affermare. Tanto più che l’avrei detto tramite la voce garbata di mio marito.

Nessuno, non tu, non lui, avrebbe avuto nulla da obiettare.

E dunque?

Eccoci, senza commenti per una pietanza così cattiva che, sono certa,  rimarrà nella memoria.

Alla fine, ci soccorremmo  a vicenda.

- Non tutte le ciambelle riescono col buco…, -  Hai fatto di meglio ma… succede,

- Ti concederemo altre prove.

- Un’ ombra, su di noi -  ho commentato con il  sorriso che non mi riusciva di fare.

Accompagnandoti alla porta attraverso lo stretto corridoio di casa nostra, pensavo a come avrei potuto rimediare,  alla ricetta successiva, una minestra, oppure limitarmi al piatto freddo, la soppressa, meravigliosa  mi veniva da dire, che solitamente ordiniamo al contadino.

Ho taciuto, come mi accade raramente di fare, ero dispiaciuta.

Hai infilato lo zaino sulle spalle, hai detto grazie,  velocemente sei sceso per le scale.

Ho sentito, distinto, il clic dell’accendino

Ti devo delle scuse. In realtà non è questo ciò che oggi sento di fare.

Venendo verso casa, mi sono soffermata a guardare la spiaggia, profonda, silenziosa, vuota.

Gli stabilimenti chiusi, i giochi per i bimbi sparsi qua e là dopo l’ultima mareggiata. Quella potente, che commentammo insieme l’altro giorno.

Sono sempre stata affascinata dai colori delle cabine al mare. Amo le  tinte fresche, leggere; la levità che tra le mie cose, negli  abiti, nella casa, non riesco a realizzare.  

Invece tutto in natura si abbina magnificamente.

La spiaggia, particolarmente a stagione finita o in certi giorni di maltempo estivo è  bellissima. Un mondo da esplorare, di conchiglie ce n’è a milioni, ma ognuna è più bella dell’altra. Le raccolgo, le aggiungo, non smetterei mai.

Ero affaticata, portavo un gran peso. Avevo con me una tavola in legno di discrete dimensioni, un triangolo curvato sul lato lungo e proprio percorrendone la curvatura  con la punta dell’indice me la sono immaginata alla parete: una grande vela che fende l’onda. Sbiancata, fatta apposta per la casa al mare, consumata dall’acqua e dal sale.

E’ curioso: sulla spiaggia gli adulti si aggirano come bambini a caccia di  tesori. Avida, di tesori ne ho veduti e raccolti molti.

Mi ero sovraccaricata, senza contare la spesa che avevo fatto al mercato e saresti venuto a pranzo:  i calamari, gli affettati, la frutta, il pane. E’ suonato mezzogiorno, è tardi,  ho detto tra me, ho da pulire il pesce, preparare. Disporre sul tavolo un aperitivo come si deve.

Non mi viene facile cucinare. E se dicessi che invidio quelle donne le cui dita  si muovono agili sui fornelli quanto quelle di un prestigiatore, mentirei.

La fantasia stenta, frenata nel noioso rito di pesare gli ingredienti, per me nessun entusiasmo tra le teglie.

Volerò piuttosto sulla rosea rotondità di un pomodoro,  il verde luccicante di una zucchina fresca, o il rosso di un uovo fritto, quando si allarga, denso, a tutto il piatto. Di qui a destreggiarmi  bene tra sughi  e pietanze, dolci, “ m’pepata e’ cozze”  e arrosti, ce ne corre.

Alla sensazione di spossatezza che di frequente mi prende in tarda mattinata, si era aggiunto forte, il desiderio di fermarmi lì in riva al mare. Ripiegare la giacca per aggiustarvi comodamente la testa, distendermi in  maglietta e gambe nude, un sole debole sulla faccia, assopirmi.

A occhi chiusi, specie nei minuti che anticipano il sonno vero, i pensieri si rincorrono,  si acquattano, si riprendono. Giocano sfuocati, miti nella luce del giorno,  infinitamente meno minacciosi che la notte al buio.

Mi era presa quella stanchezza buona che accantona il pensiero. Ogni genere di pensiero. Di lì a qualche minuto mi sarei addormentata. Non per molto, un abbandono breve, intenso, e in quello il sollievo alla stanchezza.

Pino sarebbe venuto a pranzo. Per i miei calamari, di cui si sono dette meraviglie, sul serio,  per scherzo in parte, esagerando.

- Male! - dissi quando si annunciò che sarebbe venuto, rallegrata di averlo con noi,  preoccupata però  di come si elevi la probabilità di errore quando a priori si è vantato un successo garantito.

Io, così poco sicura dei miei successi, fui presa dalla voglia incapricciata di indugiarmi lì, a far niente, a dormicchiare, osservare piuttosto, nella scarsa  volontà della giusta messa a fuoco, le indefinite figure che come me, uomini, donne cani e bambini,  rari,  popolavano la spiaggia a quell’ora.

E così m’indugiai troppo poco,  troppo a lungo per non essere in ritardo al battere del mezzogiorno sulla tabella di marcia.

Di malavoglia  confesso, non con l’animo, questo mai  quando si tratta di accogliere un amico, e tu fra questi più di tutti gli altri.

Il mio corpo infastidito da un impegno a cui in quel momento non intendeva dare  ascolto,  forse un alibi, il timore di non essere all’altezza del successo che ti avevano preannunciato,  reagì male. Lì, sul momento, e dopo.

In fretta infilai calzoni e scarpe, in fretta raccolsi la giacca che buttai sulle spalle.  Mano alla borsa della spesa, ne fuoriuscivano ciuffi di prezzemolo, raccolsi il mio sacco di conchiglie, la tavola stinta e pesante. Corsi a casa.

Parevo un ambulante, uno di quei tunisini alti e secchi con indosso cinquanta asciugamani e sei cappelli impilati uno sull’altro che passano fiduciosi tra ombrelloni e bagnanti stesi sulla riva.    

Risi e mi rilassai.

Pulire il pesce, la cosa che per prima andava fatta. Calamari piccoli, con l’animuccia trasparente,  talmente sottile che a sfilarla si spezzava facendomi perdere la pazienza.    

Alla pescheria giù al porto c’era un pescato tanto  povero da mettere tristezza,  quando i pesci, gli ultimi, si attaccano ai bordi della cassa. E’ come se brutti, sottomisura,  i peggio rimasti,  tentassero  l’estrema via di fuga. Nulla a che vedere con l’abbondanza di cui Pino ci parla, nel sud, il suo paese, o con la varietà, il trionfo di pesci  di tutti i tipi,  visti e assaggiati durante i nostri viaggi in meridione.

Sapori nuovi, che giù ai mercati di Ortigia, Gallipoli che so, ora non ricordo, vengono mostrati, gridati addirittura, e offerti al banco. Infatti chi li scorda quei gamberetti rosa, annaffiati di limone, mangiati seduta stante crudi. Se chiudo gli occhi, stretta al ricordo,  mi sembra di riappropriarmi di quel sapore intenso, l’aspra dolcezza di gamberi e limone. E cos’è questo, ora, se non desiderio, nostalgia ? Quando, mi domando, tornerò in quei luoghi belli ?  

Altro non mi pare di avere visto oggi giù alla pescheria, che i calamari piccoli di cui, purtroppo e certamente il nostro amico ricorderà a lungo.

Stavano in una cassetta piena, a vederli davano se non un  senso di abbondanza, almeno quello della merce che non langue e viene facilmente venduta.  

Non vi dedicai l’amore che avrebbero meritato. La volta precedente, quando venne Paolo, fu semplice, li feci senza sforzo e quasi per caso riuscirono una meraviglia.

Oggi, un continuo inceppo.

Aperto il frigo, alla ricerca delle acciughe che soffriggo poco nell’olio unite all’aglio,  trovai dell’acqua di condensa raccolta  nei cassetti della verdura.

- Il frigo non funziona come dovrebbe! -  E anche lì, vedi, quando le cose si mettono di traverso, mi aveva inzuppato le cipolle, a malapena di tre, ne ho ricavata una. Non c’era il modo, già chiuso il  negozietto di frutta e verdura, di  pigliarne delle altre.

-  Si mangia tra l’una e l’una e mezza -  era così che eravamo rimasti, mi pare.

Vi ho sentiti entrare, tu e Guido, presto. Non c’è nulla di peggio che avere gente intorno mentre cucino;  a quel punto per me gli altri non sono più gli amici, ma come li chiamo malignamente nel disagio “ I testimoni” dei miei pastrocchi, di una approssimazione pericolosa che sotto gli sguardi altrui si ingigantisce.

Eravate molto contenti e allegri, come sempre quando state insieme.

Fuori, in laguna, con la tua barca avevate trascorso, lo rimarcaste più volte, ore mistiche.

In effetti vi ho visti ispirati, l’occhio morbido e luminoso. So che quando siete in mare, per cappe, e vongole se ne trovate, a fine raccolta vi fate una mezza bottiglia di bianco, qualche cappa la mangiate cruda, Pino si fa  una sigaretta.

-  E’questa l’estasi - vi ho sentito dire una volta che c’ero anch’io.  Sono sicura che non pensavate ad altro.

Hai mollato sul tavolo le mozzarelle, la ricotta, il vino. Arrivi come  il padre di famiglia che porta pacchi, un mare di cose, è sempre una sorpresa, non quella che va scartata ma quella che il dono porta con se. Tu, vedi, sei uno di quelli che riempiono la casa.

- Attenta  - mi hai detto -  che l’olio sta fumando.

- Deve essere nero l’aglio, non ti preoccupare - ti ho risposto mentre toglievo la padella dal fuoco, la cucina mezza affumicata, l’aglio bruciato, l’olio tanto bollente da rendere l’aria irrespirabile, la gola secca, gli occhi lacrimanti.

Andavamo già molto male. Rifugiati in terrazza, tu e Guido, vi siete messi a chiacchierare di …, non so,  mi arrivavano a pezzi le parole, ascoltate con mezzo orecchio solamente.

Avrei voluto starmene lì con voi a sorseggiare il vino bianco, ma i calamari da soli non si sarebbero mai cucinati, l’avessero fatto, probabilmente sarebbero riusciti meglio.

Conservo da mesi in frigo un grande vaso di acciughe, me ne dimentico regolarmente. Pensando di rado alle acciughe le trascuro, sono buonissime sul pane, con  burro e limone, oppure schiacciate in olio caldo; due o tre, lo spicchio di aglio, a pioggia il prezzemolo crudo, saltarci dentro gli spaghetti. Un piatto ottimo, elementare e di riuscita certa.

Perché mi ero imbarcata nei calamari? Non so nemmeno io perché.

L’acciuga è la mia variante a questo piatto. Sciolta, con la Tropea rossa tagliata a velo, fa una base scura, in cui buttare il calamaro. Fiamma viva, fugace, specie se il calamaro è piccolo, come nel nostro caso.

Oggi, è che mi viene male qualsiasi cosa tocchi. Il prosciutto da offrire sul pane caldo  è risultato una fetta unica, impossibile da dividere senza stracciarla: altro che morbido bocciolo di rosa venato di bianco, il magnifico, tanto demonizzato grasso. Tagliato  troppo fine, salato, secco.

Anche di quello ti avevamo detto;  di come meritasse di essere assaggiato.

 - Sentirai quant’è buono!   Come quell’altra volta del formaggio fatto al vecchio modo,  ho ancora nelle narici la puzza di latte e stalla che c’era in quella casa,  insomma, come col formaggio allora, questo prosciutto, oggi. Un fiasco!

Lo vedi quant’è sbagliato decantar successo prima di averlo conseguito?  

Avremmo voluto trattarti meglio di tutti. E invece? Un disastro!

La cipolla male affettata; scivolosa, sfuggiva come un anguilla al coltello. Dovetti faticare per tagliarla, già innervosita.  

L’olio scuro in cui buttare i calamari ne esaltava oltre alle sfumature di viola, la grossezza maldestra e frettolosa.  

Peraltro dal soffritto non si levò quel buon odore che stuzzica la gola, l’appetito. Un odore forte, acre. Sovrappensiero, senza prestare attenzione alle proporzioni, avevo esagerato con le acciughe.

Apparecchiai la tavola, ci volle un istante. Molta l’umidità, la tovaglia si era come bagnata nel cassetto, le salviette di carta cui mi sarebbe piaciuto dare  forma affinché stessero rigide nel piatto non tenevano.

Tutto alla rovescia. Passando accanto al tavolo agganciai un lembo di tovaglia, poco mancò che non mi trascinassi tutto addosso.

Insofferenza allo spazio al clima alla mancanza di coraggio nel dire che no, io, per oggi avrei preferito non avere impegni.

Pino non era mai l’impegno. A una cert’ora tuttavia di regola si mangia. Ci attardammo nell’attesa di Maria. Fosse per il ritardo di una corriera o il traffico incontrato per strada, un giovane porta spensieratezza, argomenti nuovi. Come di frequente la invidiamo, la gioventù! Ricordo bene che avevo guardato l’orologio, si erano fatte le due, un’esagerazione. La fame, oltre all’attesa, ci aveva illanguiditi. Qualche sorso di vino; cercammo di contenere gli assaggi della ricotta che ci avevi portato, delle buone mozzarelle, dell’immangiabile eppure terminato prosciutto.

Spiluccare, ingannando il tempo. Fumare un’altra sigaretta. Davvero la tirammo troppo a lungo prima di dare il via alla prima forchettata.

Né l’aggiunta di peperoncino, o il buon olio di oliva che ci porta in regalo Paolo dall’isola di Cherso,  né  il sale dolce di Cervia, quello dei Papi, nulla che correggesse il cattivo sapore di quel piatto. Il sugo nerastro e acquoso, scordata  l’indispensabile punta di farina, gli spaghetti troppo al dente, ahimè,  quasi croccanti.

I calamari, riccioli rattrappiti, minuscoli e gommosi, che lavati in quattro e quattro otto cacciarono quel che restava della loro anima sottile e trasparente.

Tu tacevi, anche Guido taceva, ma lui è caratterialmente un taciturno.

Mia figlia disse: -  La volta scorsa, con Paolo, ti erano venuti meglio.

Dissi: - Scusate.

Pino prese la parola -  Magari l’anima va tolta. Io la tolgo sempre.

Lungo il bordo del suo piatto vidi un triste raggio di animucce, disposte in ordine crescente. Erano evidentemente  capitati tutti a lui quelli puliti male.

Che vergogna!

 Mi posi, durante la spaghettata che mi parve più che lunga, mesta, e che lasciò comunque piatti educatamente vuoti, le domande sul perché si sia indotti a fare delle cose controvoglia.

La paura? E’ la reticenza di non mostrarsi disponibili, pronti come si vorrebbe. Eppure non c’è nulla di male nel dire  - No, oggi non mi sento. Con gli Amici si può.

Si deve, mi sento di affermare. Tanto più che l’avrei detto tramite la voce garbata di mio marito.

Nessuno, non tu, non lui, avrebbe avuto nulla da obiettare.

E dunque?

Eccoci, senza commenti per una pietanza così cattiva che, sono certa,  rimarrà nella memoria.

Alla fine, ci soccorremmo  a vicenda.

- Non tutte le ciambelle riescono col buco…, -  Hai fatto di meglio ma… succede,

- Ti concederemo altre prove.

- Un’ ombra, su di noi -  ho commentato con il  sorriso che non mi riusciva di fare.

Accompagnandoti alla porta attraverso lo stretto corridoio di casa nostra, pensavo a come avrei potuto rimediare,  alla ricetta successiva, una minestra, oppure limitarmi al piatto freddo, la soppressa, meravigliosa  mi veniva da dire, che solitamente ordiniamo al contadino.

Ho taciuto, come mi accade raramente di fare, ero dispiaciuta.

Hai infilato lo zaino sulle spalle, hai detto grazie,  velocemente sei sceso per le scale.

Ho sentito, distinto, il clic dell’accendino.