da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

 

 

Un tempo si erano amati.
Lei si alzò, stentò a infilare il piede destro nella pantofola, per il sinistro la manovra fu più complessa. Bisognò accendere la luce, chinarsi dolorosamente, allungarsi sotto il letto e catturarla.
Quanta polvere!
Non era una gran donna di casa, mai lo sarebbe stata.
Pulire e pulire non sarà mai la mia passione, pensò non senza un moto di sconsolata stizza, poiché quanto a pulire lo faceva e tutti i giorni, il letto tutti i giorni, e cucinare anche e preoccuparsi di cosa lui avrebbe mangiato, di cosa gli sarebbe piaciuto.
A lei chi ci pensava.
A lei sarebbe bastato un panino, un frutto. Mangiare poco giova alla salute e all’aspetto.
Andò in bagno, si avvicinò allo specchio, si guardò.
Non devo farlo più, si ripeté convinta tirandosi dietro la porta e si avviò, chiusa dentro al goffo pigiama, in cucina.
Un caffè era quello che ci voleva, bevuto in santa pace. Avveniva di rado ma godersi la casa appena alzata non le dispiaceva, anzi, specie in quelle mezze stagioni né fredde né calde, né sfiorite né fiorite.
Si sentì abbastanza sfiorita, in un’età che andava declinando.
Allo specchio, da un pezzo, evitava di guardarsi con un’attenzione che non fosse riservata al particolare. Una ruga, la piega tra naso e labbra, e i denti? Curati, ma anche quelli remavano contro.
Prese la tazza, il cucchiaino, richiuse con una spinta il cassetto, versò il caffè, le arrivò sommesso un rumore di passi. Lui si muoveva piano, discreto, come se non ci fosse.
- Ciao.
- E’ uscito il caffè, ne vuoi?
- Si grazie.
Non era così che andava di solito. Di solito lui era il primo ad alzarsi, apriva la porta della camera, la sosta in bagno, un barattolo spostato, un rubinetto richiuso, una finestra che si apre poi : - Faccio io il caffè.
- No lascia, lo faccio io - gli replicava, la voce bassa, insonnolita.
- Sono sveglio.
- Anch’io sono sveglia.
Ma alla dichiarazione di essere sveglia seguiva in lei un’invincibile inerzia mista alla voglia di indugiare per poco ancora nel sonno che precedeva il definitivo risveglio, la rimessa in moto della giornata che da quel momento in poi avrebbe segnato il tempo fino a sera.
Allora godeva dell’infantile indolenza di quegli attimi, sino a quando, di lui, sentiva la presenza, il peso sul letto. Le era accanto, il vassoio tra le mani, due tazze, un cucchiaino. Lei si alzava su un fianco, il gomito piegato, la tempia sul dorso della mano.
- Sono in eterno debito con te.
- Non è vero. Anch’io se è per questo.
Si sorridevano e si guardavano così, come la notte li restituiva al giorno dopo la vita trascorsa assieme.
Quel mattino no, nemici più che mai avrebbero voluto svegliarsi lontani. Ciascuno in una propria casa, diversa, ciascuno – lei con un altro uomo – lui con un’altra donna – diversi.
Ecco che cadeva la confidenza e particolari spietatissimi venivano alla luce.
- le sta venendo la faccia di suo padre
- dovrò comprargli un pigiama nuovo, gli uomini in pigiama perdono, si, perdono, pensò lei e si riavviò i capelli che non aveva legato.
Ne provò una vaga vergogna, che quell’averli sciolti nel momento sbagliato, ne rivelasse una qualche volgarità. Un riguardo che non gli aveva usato. I suoi capelli lunghi e sciolti appartenevano ad altri loro momenti. Un privilegio, il mostrarsi così, che lei gli aveva consegnato molti, molti anni prima.
Ecco, sembrerò una strega pensò con una rassegnata alzata di spalle.
- Allora, lo vuoi il caffè? - riprese.
- Lascia, faccio da me.
Lo lasciò fare. Lui aprì lo sportello, non lo richiuse, aprì il cassetto e non rinchiuse neanche quello. Scoperchiò la zuccheriera e abbandonò il coperchio lì, senza curarsene.
Il giorno si era fatto in fretta nella stanza, luminoso su sottili crepe nel muro, il segno di un quadro tolto e mai rimesso, una ragnatela volante. Una zanzara colpita con una paginata di giornale.
Lei lo guardò. Magro, il viso scavato e le ciglia. Le lunghissime ciglia di cui si era innamorata e che ombreggiavano i suoi occhi scuri, come certe fronde d’albero su piazze assolate.
- Ti si sono accorciate le ciglia - gli disse, dopo avere bevuto veloce il caffè.
- Con l’età si diradano, come i capelli del resto - le rispose passando con le dita la fronte, tutta la testa sino alla nuca.
- Allora, per il muro del portico è deciso. Non lo vuoi.
Lui sorseggiò il caffè, si alzò, riportò la tazza nel lavandino e la riempì d’acqua.
Le dava le spalle, di fronte il portico in cui lei avrebbe voluto fare erigere un muro, novanta centimetri di altezza, un metro si è no. Una protezione, parziale intanto. Un passo, il primo, per arrivare a chiuderlo con una vetrata, là dove questa pertinenza finiva e iniziava un giardino stentato, buio. Umido in estate, gelato d’inverno, era questo uno spazio da cui lei, intirizzita dal freddo, si ritraeva alla svelta, ritirato qualche panno bagnato, un ortaggio ingombrante che facilmente scordava di avere.
Lui tacque. Si conoscevano quanto due giocatori di scacchi che indovinino la mossa successiva dell’avversario.
- Non mi rispondi?
- A me piace questo spazio aperto. L’idea di portico è un’idea di aria aperta. Mi dà un senso di libertà.
- Ma quanto ci stiamo? - lei si guardò le mani. Se le sentì ruvide, appesantite.
- Poco - rispose lui senza voltarsi.
- Già - disse lei riavviandosi alla camera da letto.
Goffa in quel pigiama pesante in cui si sentiva a disagio quasi che fosse stata nuda, discinta e brutta in faccia a un estraneo.

 

 

Pioveva, quel giorno. E’ il 20 marzo, pensava Irene guardando fuori dalla finestra, è normale. Non faceva particolarmente freddo, ma il cuore, quello sì, se lo sentiva gelido.
Non avvertiva niente ora, dopo che tante volte si era chiesta come sarebbe stato quel momento. E cercava di ripercorrere le innumerevoli sensazioni del suo stato d’animo in vista di quel giorno a lungo atteso e temuto. Ma i ricordi le affollavano la mente e non si fermavano. Nessuno di loro rispondeva a come si sentiva lei in quel momento.
Cercava affannosamente nella sua esperienza, nei sentiti dire un’espressione adatta alla situazione, per poter chiarire il suo sentire, un modo di essere calzante a quel che provava, ma non estraeva nulla dal cilindro. E rimaneva lì a guardare fuori dai vetri le gocce che, leggere, picchiettavano sulla superficie trasparente dei vetri.
E’ ancora presto, pensò ad una tratto, potrei farmi un caffé, mentre aspetto. L’appuntamento è per le 8 e quindi ho ancora più di mezz’ora. Ma rimase ferma ancora alcuni minuti nel tentativo di riepilogare tutto quanto rimaneva ancora da fare prima dell’arrivo della ditta di traslochi: gli scatoloni sono tutti quanti preparati e le valigie anche. I mobili, beh, i mobili li porteranno via loro e se qualcuno va smontato lo faranno gli operai della ditta, io non saprei da che parte iniziare. Quelli che ho potuto spostare da sola li ho già messi tutti da una parte e gli altri erano troppo pesanti. E poi che li pago a fare se faccio tutto io?
Così, fiaccamente, passò in cucina e tirò fuori la caffettiera da 4 tazze ed il caffé che aveva già riposto accuratamente in una scatola, con le altre cose da colazione: zucchero, tè, biscotti, cornetti confezionati, marmellata e così via.
Accese il gas , mise la caffettiera sul fuoco e si sedette in attesa del rumore familiare dell’acqua in ebollizione.
Aveva passato la notte praticamente in bianco, ma non si sentiva stanca, piuttosto vuota di pensieri . Ancora una volta ripassò i suoi stati d’animo delle ultime settimane: la sorpresa, la rabbia, l’amarezza, la delusione, all’atto della scoperta della novità che le aveva sconvolto la vita e poi il sollievo, quando aveva ricominciato a rialzare il capo dopo la mazzata ed imprevista che suo marito le aveva inflitto. Tutto questo era lì, ancora vivo , assieme alla condanna velata da parte dei suoi genitori (avresti potuto perdonarlo, si è trattato di una scappatella!), tramutatasi presto in una condizione generale, forte al punto da finire per immedesimarsi e crederci. E poi l’orgoglio, l’unico sentimento che le aveva impedito di tornare indietro e di perdonare il tradimento di suo marito, di rimuoverlo, di comprenderlo, nasconderlo, magari semplicemente ignorarlo, e comunque di ricominciare una vita con l’uomo che amava ancora e che, sapeva, anche lui la amava.
Ma non lo aveva fatto e non ne era pentita, o per lo meno non era comunque rimpianto quello che sentiva dentro di sé in quella mattina di fine inverno, umida, triste, come tutte la mattine di marzo quando piove.
Il caffé stava iniziando la sua ascesa spandendo un aroma piacevole ed inebriante.
Con il caffé però saliva anche il suo senso di vuoto, e le le venne da chiedersi a che cosa fosse dovuto. In fondo, pensava, con il marito aveva chiarito; avevano stabilito nettamente i termini dell’accordo e non c’erano state, fin da subito, dopo i primi tentativi da parte di lui, abortiti immediatamente, di rimettere in piedi la situazione, indecisioni. La cosa, fin da subito, aveva preso il piede veloce; l’avvocato si era mosso bene ed in fretta e lui si era allontanato dalla sua vita ; aveva trovato una nuova sistemazione; se ne era andato, in una parola, dalla sua vita. E Irene, per sei mesi, era rimasta padrona della loro casa in affitto.
Dopo un po’ lei si accorse che non ce la faceva a mantenere economicamente un appartamento così grande e naturalmente ne cercò un altro più consono. Lo aveva trovato senza difficoltà. I padroni dell’alloggio sembravano essere due persone gentili, già anziani ma ancora energici con cui ottenuto una diminuzione del canone di affitto.
“Lei ci piace, signorina, posso chiamarla signorina, vero?” le aveva detto la proprietaria
“Certamente” aveva risposto
“E preferiamo fare uno sconto a lei che ci dà garanzie piuttosto che ottenere una cifra più alta da chi potrebbe creare qualche problema ; sa, siamo già vecchi!”.
Insomma, tutto sembrava ottimale, ma perché ancora in lei quel
senso di insicurezza?
Arrivò la ditta per il trasloco e i suoi pensieri finirono accodati alle cose pratiche; per l’intera mattinata gli operai lentamente ma con estrema perizia smontarono, trasportarono, stiparono, mobili e masserizie varie a bordo del grande furgone.
Verso le 13 Irene andò al bar dell’angolo a mangiare un boccone veloce, mentre anche i trasportatori facevano la loro pausa per il pranzo.
Poi, di nuovo, l’operazione inversa nel nuovo appartamento, più piccolo, ma ci starà tutto? si domandava.
Erano le 18 quando Irene congedò gli operai. A suo padre, che le aveva dato una mano, promise che sarebbe stata da lui e dalla mamma per cena, visto che non si era ancora potuta organizzare nella nuova casa.
Si guardò ora attorno. Un raggio di sole penetrava attraverso la finestra del piccolo balcone: la pioggia era cessata da una mezz’ora. Finite le fatiche del trasloco aveva immaginato di sentirsi sfinita mentre ancora una volta non era quello il suo stato d’animo, ma di nuovo emergeva quel senso di vacuità che non sapeva spiegarsi.
Fece una doccia. Poi, prima di uscire per andare dai suoi per la cena, visto che era ancora presto, decise di passare dai proprietari del suo vecchio appartamento per lasciare loro le chiavi, che ancora aveva con sé.
Abitavano nell’alloggio dirimpetto al suo e fu quasi naturale che la coppia chiedesse di entrare nell’appartamento con lei:
“Si tratta del passaggio di consegne” le dissero, senza alcuna ombra di diffidenza, secondo la prassi.
Entrarono insieme e di colpo Irene si sentì ancora investita violentemente dal senso di vuoto che provava dalla mattina. Forte come non mai.
La signora se ne accorse e le chiese “Si sente male?”
“No” rispose Irene, colta alla sprovvista “mi gira solo un po’ la testa”.
“La capisco”, disse la signora “anche a me accadde così la prima volta che vidi la mia casa vuota e la lasciai”.

Velocemente finirono il giro della casa, si salutarono, Irene consegnò le chiavi e se ne andò.
Mentre andava a piedi dai genitori, la loro casa, come il suo nuovo appartamento, si trovava a poche centinaia di metri da dove aveva abitato fino alla mattina, ripensò alle parole della signora. Cosa aveva voluto dire? Non capiva. Durante il breve tragitto si fermò casualmente, davanti alla vetrina di un’agenzia di viaggi che a grandi lettere sinuose e colorate esortava a lasciarsi alle spalle le fatiche e le preoccupazioni domestiche, per lanciarsi in una splendida crociera di due settimana “Dimenticate la vostra casa per 13 giorni! Scegliete Vacantour!” recitava il manifesto, e d’improvviso capì.
Fu un’epifania improvvisa, una rivelazione. Aveva per sei mesi provato, analizzato, cercato di elaborare e poi metabolizzare l’intero campionario di sentimenti nei confronti di suo marito e della loro vita coniugale, ma la casa, i muri, gli spazi, le porte e le finestre, quelle no, erano cose inanimate e come tali non ne aveva affrontato la separazione. Aveva odiato e poi amato, e poi ancora odiato il suo uomo; lo aveva distrutto e ricostruito mille volte, lui, la loro vita coniugale, i loro 8 anni insieme, 4 di fidanzamento e 4 di matrimonio, il loro desiderio di avere dei figli non andato a buon fine, i loro desideri e le loro aspirazioni. Aveva inventariato i difetti del suo carattere per poterlo dimenticare senza rimorsi né rimpianti e lo stesso aveva fatto con se stessa, per le stesse ragioni. Questo era stato il suo intenso lavoro di quei sei mesi.
Ma non aveva mai pensato all’alloggio. E non tanto a quello che aveva rappresentato e rappresentava per loro due insieme, abbiamo fatto l’amore la prima volta, là abbiamo preparato l’albero di Natale, e ti ricordi quando abbiamo invitato tutti gli amici ed abbiamo dovuto montare plance e panche per farli sedere tutti?
Il nido. Il rifugio. Lo spazio suo proprio, dove per 4 anni aveva vissuto con suo marito e sei mesi da sola.
Ma paradossalmente erano proprio quei sei mesi a lasciarle un gran vuoto. Quei 180 giorni in cui i ricordi della sua vita coniugale, e il suo tentativo, riuscito peraltro, di accettarli per quello che erano stati e accantonarli, avevano soppiantato completamente quelli solo suoi, personali. Aveva chiuso la questione con una considerazione di tipo economico: costa troppo, non me la posso permettere, la lascio. Aveva considerato casa sua come una componente estranea a se stessa e, come tale, l’aveva ignorata.
Ma aveva calcolato male le sue reazioni; non era stata in grado di capire che quella casa per lei aveva rappresentato per sei mesi muri e confini del proprio io, il rifugio segreto, l’asilo in cui nascondersi al sicuro dai pericoli esterni e dal frastuono della vita .
Non aveva pensato mai a questo e l’inconsapevole lutto per l’abbandono della casa, era salito piano insediatosi, era scoppiato, di fronte alle pareti bianche e spoglie dell’appartamento, davanti agli aloni lasciati dai quadri e dai mobili, alle tracce di polvere rimaste negli angoli sotto gli armadi, dove nessuna scopa né aspirapolvere sarebbero stati capaci di cancellare.
E pianse, Irene. Pianse in quel momento non più per il tradimento del marito, né per l’inutilità dei loro progetti e delle loro speranze; non per la delusione data ai suoi genitori o per le conseguenze sociali ed economiche della sua scelta di separazione; non per se stessa, per la sua solitudine o per la necessità di dover affrontare una nuova vita. ricominciando da capo.
Pianse per gli infissi, per gli interruttori, per i tubi dell’impianto idraulico, per la caldaia e per il bidet; pianse per la porta blindata dell’ingresso, per il vetro-camera delle finestre esterne, per l’arco che metteva in comunicazione la cucina con il salotto; e pianse per i muri imbiancati, per i soffitti, per i pavimenti in legno e in piastrelle in cotto.
Pianse perché non si era congedata da quella casa come avrebbe dovuto, come si fa con un parente vicino che muore improvvisamente di infarto e a cui non si è saputo dire ciò che si sarebbe voluto o dovuto.

 

Semplicemente perché, alla sua casa amata, non aveva pensato di dire ciao e grazie.