da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

 

Non si guardò allo specchio. Infilò i calzoni blu, ci mise sopra la maglia bianca, si diede un colpo di spazzola. Ce n’era sempre qualcuna a portata di mano, in camera, in ingresso ben nascosta dietro a una cornice, o nella  borsetta, fra chiavi, scontrini, biglietti di autobus  timbrati. Lei non era una di quelle che buttano per far ordine le cose. Si accompagnava a un solerte disordine che a grandi linee ne sottolineava il modo di essere. Una donna imprecisa, che marciava  a corrente alternata. 

Sentì suonare le campane, mezzogiorno: doveva sbrigarsi, il negozio all’angolo avrebbe chiuso prima dell’una. Non aspettava mai un possibile ultimo cliente, né  quello occasionale  di passaggio. Un negozio di quartiere,  pane su prenotazione, latte su prenotazione, poca frutta di stagione, qualche verdura che stando nelle cassette semivuote impallidiva.

Quanto il proprietario, un uomo pingue, sempre sudato anche quando faceva freddo, con delle maglie a righe che si tendevano sull’addome, lasciando intuire un ombelico sporgente. 

Ma per comprare il pacco di riso sarebbe stato più che sufficiente. Un’ insalata di riso, pratica, fresca, l’ideale in una giornata calda.

La sola idea di cucinare a lungo la faceva boccheggiare.

Lui non faceva mai storie, si sapeva accontentare: un piatto di pasta, un trancio di pizza, era poco esigente, comprensivo. Si erano abituati a un mangiare frugale, di gusti opposti, non si erano venuti incontro: avevano creato una via alternativa al gusto di ognuno, in una rinuncia che colpiva entrambi.

Sistemata alla bene e meglio uscì in quattro e quattrotto, e fu subito tra vicoli stretti, calli contorte  battute da un gioco di correnti  che le fecero tirare il fiato.

Nell’ora bella del mezzogiorno, nei giorni di buon tempo, l’aria è limpida, irripetibili certi scorci di cielo che si schiudono  tra alti palazzi affacciati gli uni sugli altri.

E’ il contrasto fra i rossi e i bianchi, il nero dei  marmi sontuosi  delle colonne a guardia degli imbarcaderi, la decadenza languida e dolente di passati gloriosi.   

Oltrepassato un ponte si diede distrattamente un’occhiata in una vetrina di scarpe, una striscia di specchio messa per raddoppiare i nuovi modelli in primo piano.

Bianche, blu, rosse, le gradazioni del pastello; l’estate si annunciava con  i colori freschi del mare, i toni tenui della laguna.

Desiderava un paio di scarpe rosse, belle e morbide. Proprio così dovevano essere quelle che stava guardando, semplici, senza nulla, non una fibbia, un tacco, nemmeno care. Le piacevano. Un guanto con cui avvolgere i piedi. Ci sarebbe tornata, non era questo il momento, e magari  il negozio di alimentari all’angolo stava già  chiudendo.

Allungò il passo, per fare prima avrebbe tagliato per la calle lunga. Conosceva la sua città meglio di casa propria. Non aveva nessuna intenzione di uscire il pomeriggio. Avrebbe chiuso vetri e imposte, l’insalata di riso pronta per la cena  se ne sarebbe stata buona  in frigo a riposare e fino a sera lei avrebbe potuto dedicarsi a qualsiasi  cosa: leggere, cucire la fodera di un cuscino che apposta aveva lasciato in bella mostra a ricordarle lo strappo, lì sul becco del gallo che aveva ricamato anni prima, ascoltare la radio, riordinare, un proposito questo,  eternamente  sospeso.

Uscendo il  mattino, lui  l’aveva avvisata che avrebbe fatto tardi, non disse quanto.

La porta si era richiusa  prima di darle il tempo di accompagnarlo, salutarlo, sistemargli il colletto della camicia,  abbottonargli almeno uno dei due piccoli bottoni che lasciava sempre slacciati, con le due punte piegate all’insù nella tela leggera.

Uno dei gesti da madre che le donne non sanno astenersi dal fare e che lo faceva spazientire tant’è che lei immancabilmente aggiungeva - “  Scusami! “-

Non ricordava esattamente come fosse vestito quel giorno.

Era un uomo fermo nei gusti, camice bianche, calzoni chiari, scarpe marrone e le calze lunghe, blu.

Dispettosa, lei si divertiva ogni tanto a  domandargli - Non sarebbe bello una calza rossa, una nera? Una nera e l’altra a righe. No? -

- No - le rispondeva regolarmente, e si mettevano a discorrere d’altro o non parlavano affatto.  

Sarebbe stato inutile  starlo ad aspettare a fine giornata, con l’acqua che bolliva,  per mangiare insieme uno spaghetto al dente. 

Certi piatti, solo perché facili, vengono immeritatamente scordati, persi fra le cose che non vengono mai in mente. L’insalata di riso fra questi. Dunque mancava il riso, forse avrebbe fatto ancora  in tempo a comprarlo, o forse no. Comunque uscì.

E ci fu sopra quasi per caso, sulla musica, quella melodia che ricordava così bene.

Il locale dietro al negozio, un po’ in dentro, nell’arco seminascosto. Svelandolo all’improvviso, ci arrivava a quell’ora del giorno una fetta di luce che illuminava i tavolini,  a tratti i volti degli avventori.  

Le tovaglie svolazzavano come le gonne di certe donne che hanno  belle gambe  da mostrare.

Erano lì sorridenti e vicini, sorseggiavano qualcosa, del vino, è possibile, da un calice a stelo lungo, sottile come il gambo di un tulipano.

Li vide così bene, come in quel film. Un film famoso che avevano girato parecchi anni addietro  intorno a quelle calli, un film d’amore, in cui lui alla fine muore.

Non lo si vede morire, ma le note della musica alzandosi tutte si fanno tristi, i primi piani sono quelli dell’autunno con le foglie gialle che vorticano, ruzzolano e s’inciampano sul selciato, accartocciate dal freddo.

Aveva pianto, questo lo ricordava bene, e  aveva sognato di vivere una storia d’amore strepitosa e tragica, con  l’elegante bellezza della protagonista,  alta, snella, mora, il volto quasi sempre nascosto da larghi occhiali scuri.

Come lei, la donna che ora gli è accanto al tavolino del piccolo ristorante. Non è la stessa pettinatura. Porta i capelli legati, ha la frangia, un piccolo naso all’insù che non somiglia a quello della bella signora del film. Tiene gli occhiali, non così grandi, non così scuri. Non ha un viso importante.   

Lui è vestito come lo ha veduto questa mattina prima che uscisse, uguale a come lo  vede sempre.

 Ha la camicia bianca e i calzoni chiari. Soffre il caldo, non si copre molto neppure in inverno. Ora si è messo leggermente di fianco, la camicia gli si è un poco incollata lungo la schiena, è sudato.

E’ un uomo alto e serio, si sposa  bene accanto alla donna che gli siede vicina. Ride raramente e a proposito. Ora ha un’espressione sorridente e sospesa. Se la mangia con gli occhi, beve la sua risata cristallina, pare che se ne disseti come di un frutto fresco nell’ora più calda.

Nel piccolo ristorante nascosto,  un altro tavolo è occupato alle loro spalle, è un uomo solo che mangia leggendo il giornale, apparentemente senza piacere per quel che mette in bocca o che beve.  

Il cameriere salta questo cliente fisso e noioso. Si ferma al tavolo per due, di fronte all’uomo e alla donna. Nel ristorante ancora semivuoto può permettersi la calma,  perdere un po’ di tempo.

Ripete una due tre volte quanto proposto dal menù, sembra faccia una confidenza quando si china a spiegare il piatto del giorno. Poi si raddrizza, un professore  paziente, in mezzo ad alunni adolescenti, innamorati e distratti, cui non importa nulla del suo dire. Inascoltato, si allontana discreto.

Ora, dopo essersi appena sfiorati, incerti, si sono presi la mano. Un tocco prima, poi lui ha fermato quella di lei che non si sottrae e tiene gli occhi chini, lo sguardo vuoto al piatto poi alle mani ferme, due calamite unite l’una all’altra pena, sciogliendosi, l’inutilità.

Il cameriere è tornato. Deluso, riconoscente, trova la banconota fermata dal fondo pesante di un bicchier d’ acqua, le sedie non perfettamente riaccostate, due tavoli più in là il cliente noioso che legge il giornale e riavvolge grossi nodi  di tagliatelle al ragù.

Se ne sono andati, due sagome allacciate si intravvedono dove il volto finisce.

Ma ora è arrivata del tutto la luce anche in quel corridoio stretto, là dove le facciate delle case, in prospettiva,  si chiudono.

Lui la tiene per la vita, un fianco sottile di donna sportiva, il passo spinto, leggero.

Si vede bene che lui non rientrerà al lavoro, neppure a casa, stasera.

Non indosserà la giacca che tiene agganciata per il dito indice, rovesciata  sulla spalla sinistra.

Se ne vanno.

E’ quasi sempre così anche nelle foto dei rotocalchi da sala d’aspetto, o nei manifesti   dei film.

Come se colte  di spalle le storie fossero semplici, più facili da affrontare.

Un mezzo sul quale si sale inavvertitamente, senza l’intenzione precisa di andare in un posto, di arrivarci, prima che la serranda si abbassi.

Io ero a Roma quel giorno. Il giorno in cui il feretro di Rita Levi Montalcini doveva lasciare la capitale per Torino. Era quasi l’ora di cena quando al TG avevano parlato di lei e della chiusura di lì a poco della sua camera ardente. Mi ero preparata in fretta ed ero uscita. Ero emozionata e preoccupata di non arrivare in tempo. Giunta al Palazzo del Senato, ero entrata, ma non mi sentivo molto pronta a porgerle l’ultimo saluto. Come poteva una tale donna essersene andata dopo una lunga vita così intensa e significativa? All’interno dell’edificio regnava un piacevole senso di tranquillità, tanto che avevo avuto l’impressione di camminare in un’altra dimensione. Inebriata da questa sensazione di pace, mi ero fermata un attimo davanti a lei riflettendo sull’incredibile dicotomia tra la sua stupefacente semplicità e la sua immensa grandezza. In silenzio l’avevo ringraziata, sicura di avere trasmesso quel mio grazie alla donna a cui avevo stretto la mano, Piera, una sua nipote dalla somiglianza con lei davvero straordinaria. In quel momento avevo percepito tutta l’umanità di Rita. E in quello stesso momento, però, confesso di essermi sentita anche un po’ delusa e a disagio. C’erano ormai poche persone a renderle omaggio. Certo perché era la sera del 31 dicembre e tutti si stavano preparando a festeggiare la notte di San Silvestro. Tutti erano pronti a dire addio al vecchio anno e a dare il benvenuto al nuovo. Non c’era tempo per lei, lei che aveva dedicato la sua vita al mondo sacrificando se stessa. E questo non mi sembrava giusto. Quando poi il feretro era apparso dal portone del Palazzo per iniziare il suo ultimo viaggio terreno, un gran silenzio era sceso in mezzo alle poche persone radunate fuori ad aspettarla. Ad un tratto io avevo iniziato a batter forte le mani, e ne era seguito un breve ma sincero, unanime applauso. Lei è stata, e rimarrà, grande!

Ricordo e dico tutto ciò perché sto riflettendo sulla donna in generale. Scommetto che molti non sanno quello che e quello che Rita ci ha lasciato; probabilmente qualcuno non la ricorda già più e forse qualcuno non sa neanche chi lei sia stata. In fondo, era una donna come tante. Una donna che tuttavia, ha avuto il coraggio di innestare una marcia in più quando ancora l’automobile non era così diffusa. Una donna determinata, intelligente, coerente, motivata… una donna che ha usato un'acuta perspicacia ed anche la sua forte femminilità per lasciare un segno, una scia, un futuro oltre la morte. Una donna che ha voluto sfidare il proprio tempo e dimostrare quanto l’uguaglianza dei sessi sia una cosa da ritenere banalmente scontata. Una donna che ha messo a disposizione il suo impegno con lo scopo di regalarci un futuro migliore. Una donna che ha sfidato ideologie, religioni, fatti dati troppo spesso per scontati. Una donna che per tutto ciò ha rischiato la sua stessa incolumità. Una donna che ha cercato e scavato nei meandri profondi della scienza per arrivare a risposte logiche, a basi dalle quali partire per un lungo viaggio di scoperte e conoscenze sempre nuove. Come dimenticare il suo esempio e farne tesoro? Dobbiamo farlo, pensando al coraggio e all’esempio di Rita. Ce n’è tanto bisogno! Sì, perché se ci guardiamo intorno e pensiamo alle donne di oggi vediamo ancora tanta arretratezza. Non tutte siamo più libere di prima in questo inizio di terzo millennio! Già, non tutte siamo considerate, non tutte possiamo parlare ed esporre la nostra opinione, non tutte possiamo osare, non tutte possiamo decidere della nostra vita e della vita dei nostri figli, non tutte possiamo mostrarci alla luce del sole come veramente siamo! Ci sono ancora troppe donne violate e sfruttate, troppe donne rinchiuse in torri di omertà obbligata e ripugnante, troppe donne testimoni silenziose di dolori grandi e impensabili. Troppe donne ancora sciolte nell’acido dell’ingordigia o costrette a vivere una vita che non sentono loro, troppe donne stanche, deluse, abbandonate, emarginate, impotenti,

schiacciate da un sistema vetusto… troppe donne che vedono l’ingiustizia del potere, che vedono gli affetti barbaramente strappati, stroncati dalle mani di menti degenerate, senza scrupoli e guidate, anzi accecate, da una logica confezionata solo per scopi folli e da una sete di potere micidiale.
Volete degli esempi? Penso alla giovane Gisella costretta a mendicare ai semafori e a render conto delle elemosine raccolte ogni sera al campo; a Romina venuta a Milano con tanti sogni e relegata a passeggiare sui marciapiedi in attesa di sfamare le voglie di uomini frustrati; a Rosalba che si sente morire quando il marito rientra la sera; ad Angela in fin di vita per le botte dettate da una gelosia galoppante e malsana; a Giusy che ha perso il lavoro perché ha dei figli piccoli; a Fatma che ha visto la sua piccola morirle tra le braccia per l’ignoranza di un libico spregiudicato e pazzo; a Martina che deve lavorare per mantenere un malato immaginario dedito solo al gioco d’azzardo; a Rashida che si dispera perché non c’è cibo per il suo Saalim; a Johara che non vuol sentire parlare di ricongiungimento familiare in una terra lontana; a Carmela che sa e non può denunciare quello che vede; a Lea che ha denunciato il marcio ed è stata barbaramente trucidata; a Loredana che vorrebbe studiare ma è solo una donna…
In questo vasto sottobosco scuro ci sono però anche dei punti di luce che filtrano silenziosi come raggi tiepidi carichi di speranza. Raggi che diventano tacitamente sempre più numerosi. E questo mi riporta all’operato di Rita, risoluto, tenace; e non possiamo che sorridere e augurarmi che le donne tengano duro. Sì perché tra noi c’è anche Fabiola che si sta dando da fare al Cern di Ginevra; c’è Samantha che ha sfidato lo Spazio per migliorare la nostra vita quaggiù sulla Terra; c’è Elena che sta studiando le staminali; c’è Milena che con il suo lavoro di giornalista d’inchiesta tenta di smantellare le iniquità; c’è Susanna che combatte ogni giorno per un futuro lavorativo migliore; c’è Marina che sta crescendo nel mondo manageriale…
Tener duro… basta? Tener duro… fino a quando? Ci stiamo trascinando sulle spalle un’eredità vincolata e pesante dal tempo delle caverne! Già, un’eredità talmente arcaica e radicata che non ci permetterebbe certo di cambiare la società dall'oggi al domani! Però, nel nostro piccolo mondo, tutte noi – comprese le tante Gisella, Romina, Rosalba, Angela, Giusy, Fatma, Rashida, Carmela, e Loredana – potremo contribuire a cambiare qualcosa iniziando dall’educazione e dalle nozioni impartite nella primissima infanzia ai nostri figli. Tutte noi potremo iniziare a premere un pochino quell’acceleratore che ci permetterebbe di innescare quella marcia in più che Rita ci ha prospettato e arrivare in anticipo ad una società felice e, quindi, ad un domani migliore.
I figli, le radici del nostro domani, sono la risposta universale. Tutto passa, il domani resta.