da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

Anna se ne stava zitta a guardare Alfredo, il suo datore di lavoro, mentre costui le stava sbraitando contro la solita sequela di rimproveri. Non era la prima volta che la redarguiva a causa dei suoi errori, con frasi offensive, spesso lanciate in presenza dei clienti: “la pizza l’hai servita già fredda”, “hai rovesciato l’olio sulla tovaglia”, “sei troppo distratta con le ordinazioni” e così via.
  Quel giorno era come se qualcosa le avesse tappato le orecchie: Anna non stava ascoltando nulla di ciò che le stavano urlando a trenta centimetri dal viso. In realtà mentre osservava il movimento veloce e convulso della bocca di Alfredo, pensava a tutt’altro.
  Erano anni che sopportava quel lavoro e quell’uomo, da quando Federico l’aveva lasciata. Sua figlia Emma all’epoca aveva solo quattro anni. Le battaglie in tribunale, le falsità e avvocati sbagliati l’avevano costretta a cercarsi subito un lavoro e, da sola, pensare alla bambina.
-Una fase temporanea-, si era detta, convincendosene, la prima volta che vide penzolare dai tavolini della pizzeria quelle tovaglie a scacchi bianchi e rossi che ancora oggi detestava, non solo per i colori, ma anche per la superficialità con la quale venivano lavate e poi ripresentate ai tavoli.
Un lavoro che sin da subito l’aveva costretta a stare fuori la sera. Spesse volte pensava a quant’era incosciente a lasciare sua figlia a casa da sola, davanti a un televisore e a un cestino colmo di pop-corn. Ma Emma era una bambina matura e paziente: in silenzio guardava i suoi cartoni animati preferiti, poi lentamente si assopiva, consapevole che la sua mamma prima o poi sarebbe tornata a casa. Al suo rientro Anna la trovava puntualmente addormentata, accovacciata sul divano, sotto una coperta. Senza svegliarla la prendeva sulle braccia e la sistemava nel letto: un rituale che ormai andava avanti da tempo.
Anna era stufa di quella situazione, voleva essere più presente in casa e soprattutto voleva cambiare lavoro, sfruttare la sua laurea in architettura sistemando nel contempo anche il lato economico. Aveva tentato diverse strade: concorsi, decine di curriculum inviati, telefonate, in alcuni casi anche qualche colloquio di lavoro, ma nulla che si fosse concretizzato in una vera e propria proposta di assunzione. Speranze svanite nel nulla, soffocate dal tempo che passava inesorabile. Tre anni trascorsi ad apparecchiare tavolini e a buttare bordi di pizza nella spazzatura. Insieme a quei resti, a volte, nel bidone, le sembrava di buttarci dentro anche la sua laurea.
Quel giorno, però, quell’ennesima “lavata di capo” assunse un significato decisamente diverso. Mentre Alfredo sbraitava ripensava infatti al momento in cui, quella stessa mattina, aveva ricevuto la lettera. Il simbolo del mittente riportato nella busta non lasciava dubbi -BST Architettura-. Subito si era affrettata a salutare il postino ed entrare in casa. Il cuore sembrava batterle così forte da sentirne il rumore.
 
  "Sono loro!" esclamò ripensando all’ultimo colloquio di lavoro avuto due mesi prima.     


Dopo aver letto la lettera ebbe quasi la sensazione di svenire: era una proposta di assunzione vera e propria! Istintivamente la avvicinò al viso e la baciò, poi, euforica, iniziò a sventolarla sopra la testa.

“Devo chiamarli. Certo adesso devo organizzarmi, dobbiamo partire. Milano sarà

sicuramente una città fantastica. Ma come lo dirò a Emma? E se la prendesse male? Deve però adeguarsi anche lei. E’ ancora piccola ma avrà tante occasioni per rifarsi delle nuove amiche. E poi Milano è una città che offre tantissime opportunità, sono sicura che col tempo si abituerà e apprezzerà questo cambiamento. La prima cosa da fare sarà cercare un appartamento, anche un monolocale potrebbe fare al caso nostro. Non ci posso credere! Appena prenderò il primo stipendio giuro che me lo sparerò in vestiti! No. Forse è meglio che sto con i piedi per terra! All’inizio credo che non sarà facile: l’affitto, i costi del trasloco, tutte le spese per organizzarci.”
Dopo circa mezz’ora, interrompendo le sue fantasie, Anna realizzò che sarebbe stato opportuno contattare subito l’azienda.

 

“Non si sa mai” pensò, “meglio non perdere tempo in queste cose.”
Una voce d' uomo piena e decisa rispose alla sua telefonata.
 

  "BST Ufficio Risorse Umane, buongiorno."
  "Buongiorno, sono la dottoressa Anna Vinci."

La persona dall’altro capo del telefono disse qualcosa che probabilmente fece molto piacere ad Anna, che subito sorrise.
 

  "Sì, sono io. L’ho ricevuta proprio questa mattina"

Il colloquio telefonico durò qualche minuto: i due parlarono della proposta di lavoro, della tipologia di contratto, le tempistiche e così via.
 

  "Va bene. Allora attendo la sua chiamata mercoledì prossimo, così concordiamo la mia       salita a Milano" concluse lei.

Adesso, davanti a quelle aspettative e a quelle speranze, cosa erano le urla di Alfredo? “Nulla” pensò osservando l’uomo e frenando a stento un accenno di sorriso.
Il mercoledì successivo Anna non stava nella pelle: si alzò presto e iniziò a prepararsi i bagagli. Tirò fuori la valigia dal ripostiglio, la pulì con cura, poi iniziò a sistemarvi alcune cose al suo interno: il vestito da indossare il primo giorno di lavoro, un paio di pantaloni per uscire la sera, le sue immancabili scarpe col tacco da dieci. I pensieri erano tutti rivolti a Milano: si immaginava il nuovo lavoro, il viaggio con Emma, la città con le sue vie e le sue piazze.
Quando il telefono iniziò a squillare si precipitò subito a rispondere. 


  "Buongiorno Anna, sono il maestro Luigi."

Solo dopo alcuni secondi la donna realizzò che l’interlocutore dall’altro capo del telefono era diverso da quello atteso.
 

  "Buongiorno maestro, mi dica, ci sono problemi con Emma?"
Infastidita dalla telefonata, pensò subito a una delle solite sceneggiate della figlia, che alcune volte fingeva di avere mal di testa pur di farla accorrere a scuola e portarla con sé a casa.

 

  "Non si spaventi e mi segua attentamente: é successo un incidente a scuola.   Emma è 

   ferita  ma sta bene."
  "Come sarebbe non si spaventi!" urlò Anna interrompendo l’uomo.
  "Lei mi deve dire come sta mia figlia!"
  "Stia calma, le ripeto che sua figlia è ferita ma non è grave. Ha problemi a una spalla e

    l’hanno appena portata in ospedale. La maestra Gianna è con lei."
  "Dio mio devo raggiungerla! Ma cosa è successo?"
  "C’è stato il crollo di un soffitto, la bambina fortunatamente é stata colpita solo di striscio.

   Ci sono diversi bambini feriti, solo per puro caso è stata    sfiorata la tragedia. Adesso mi

   ascolti, vada subito in ospedale e stia con sua    figlia: è molto spaventata e in questo

   momento ha bisogno della mamma."

Dopo meno di mezz’ora Anna stava già varcando la porta della stanza numero 27 del reparto di ortopedia.  Emma era distesa su un lettino con una piccola fascia sulla testa e un’imbracatura che le bloccava la parte destra del corpo. Visibilmente provata e spaventata, alla vista di sua madre si mise subito a piangere.
Anna cinse subito a sé la figlia, stringendola in un abbraccio liberatorio: solo adesso, vedendola, era sicura che fosse viva.
 

  "Non ti preoccupare cucciola, adesso c’è la mamma qui con te"
  "Ma perché hanno fatto cadere il tetto mamma?"
  "E’ caduto da solo. Adesso non ci pensare, riposati"
  "Sì, ma mi fa tanto male il braccio, mamma"
  "Adesso arrivano i dottori e ti danno una medicina per farti passare il dolore,     va bene?"
La bambina non fu tanto convinta, ma annuì.
Il silenzio e l’unione delle loro mani aiutarono madre e figlia a superare quei primi momenti in ospedale.

La telefonata della BST Architettura arrivò mentre Anna era ancora al capezzale della figlia. La situazione però prese una piega inaspettata: occorreva subito partire per Milano altrimenti avrebbero preso in considerazione altre candidature. Comprendevano il problema, ma esigenze aziendali richiedevano che Anna si rendesse disponibile in pochi giorni. Impossibile con Emma stesa su un letto di ospedale.

La delusione e l’amarezza di Anna furono immense, ma non fece trapelare nulla davanti a sua figlia.
Due ore dopo, tornata a casa, si sedette sul letto e iniziò a osservare la valigia, ancora aperta e semivuota: bisognava riempirla dell’occorrente per passare la notte in ospedale. Qualche ora prima era un bagaglio pieno di sogni e di speranze, adesso lo guardava con occhi diversi, come un oggetto di emergenza, fastidioso e spiacevole.
Lo spavento per la figlia e la delusione per l’occasione di lavoro andata persa si scaricarono all’improvviso e lacrime di tensione e rabbia si fusero insieme, prendendo corpo in un unico pianto.  
In quel momento Anna sentì il rintocco dell’orologio. Era l’una in punto.

Devo sbrigarmi. E’ ora che io pensi ad Emma.

«Aspettami qui. Faccio in un attimo, dieci minuti e torno…» annunciò all’improvviso il padrone di casa, mettendosi in tasca il portafogli e le chiavi.
«Ma se siamo appena arrivati! Non me ne starò qui da sola…», provò a protestare. Ma restava seduta sul letto.
«Dai, non fare così… non ci metto nulla, giusto il tempo di andare giù a comprare qualcosa. Domani saranno tutti chiusi, è festa. Vuoi far colazione domattina o no?»
Rispose di sì con la testa.
«E poi devo bloccare il portiere, prima che se ne vada. Voglio sapere se è arrivato quel pacco urgente che aspettavo… quello anonimo… e già che ci sono, gli ricordo di non dire nulla, come se non ti avesse mai vista, è un amico…. Ma devo farlo ora, lui domani non c’è».
«Già, domani è festa», ripeté.
«Domani sarò tutto per te».
«Però è come se non ci fossi. Nessuno deve vedermi, perché qui ci vivi con tua moglie…».
«Oh, non ricominciare ora, lo sai che no è ancora il momento. Aspettiamo a fine anno, così lei sta tranquilla e passa quel concorso, finalmente ottiene il posto, poi saremo liberi... Ascoltami, è questione di poco…».
«Certo, certo, sono sei mesi che me lo ripeti. Poco. E poi non glielo dici mai».
«No, intendevo stasera. Questione di poco e torno da te. Dieci minuti, promesso».
«Oh, hai ragione, non roviniamo la serata, che poi è già quasi notte».
«Brava. Vedo che hai capito. Chissà quando ci ricapita un’altra notte tutta per noi» tagliò corto, infilandosi la giacca.
Andava sempre così, alla fine la convinceva. Chissà cos’aveva da fare di tanto urgente, e se quel pacco sarebbe arrivato davvero. Lo guardò mentre chiudeva la porta, sembrava più freddo e distaccato del solito. La voce senza sfumature, quasi un altro, che recitava una battuta altrui, come un attore, proprio mentre era quello di sempre, faceva le cose di sempre, le banalissime cose di tutti i giorni, eppure così distante.
Si allungò il vestito corto sulle ginocchia. Cominciava a far freddo per essere fine settembre, ma non voleva chiudere la finestra. Aveva paura di non respirare abbastanza.
Era cominciata già appena varcato il cancello, l’ansia, mentre lui allungava il collo girandosi qua e là, evidentemente alla ricerca del portiere, e sempre nella speranza che nessuno li vedesse. E poi, in ascensore… Lei aveva insistito che voleva farsi due rampe di scale a piedi, solo due dopotutto, anche per digerire le ostriche e lo champagne. Ma lui no, era abituato alle comodità, non avrebbe capito. Lui non si sentiva così stretto in una morsa in quella scatola da un piano all’altro. E lei per essersi vergognata di quella fobia ora era lì che cercava di controllare il nodo in gola, un altro attacco.
Cercò di distrarsi guardandosi intorno, ma fu peggio. In quella stanza tutto parlava di lei, la moglie. Le cornici delle foto, color crema, in tinta con l’armadio e la coperta. Le tende damascate. Il profumo di pulito. Gli scendiletto a fiori, l’abat-jour con le frange, il portagioie d’alabastro e l’acquasantiera della nonna che per qualche arcano motivo anche lei, atea convinta a quel che il marito ne diceva, si era rassegnata a tenere in camera. Quella donna aveva un gusto così banale eppure talmente sicuro. Un gusto di moglie, appunto. Ma non voleva criticarla, non ne aveva il diritto, neanche sapeva se avrebbe mai avuto il suo stesso gusto, a lei non era ancora capitato di dover arredare una casa sua, e forse neanche sarebbe mai stata una moglie, a continuare così.
Si guardò il piccolo gioiello che portava al dito e ripensò a quella sera.
«Te l’ho detto, stiamo insieme solo per mantenere le apparenze. Di giorno lavora e di notte non fa che studiare per il concorso, non le interessa altro finché non l’avrà vinto, tanto il ragazzo è autonomo ormai. Neanche lui ne farebbe un dramma, è già fidanzato quasi. La mia non è più una famiglia. Non è un problema per me… per noi due». E detto questo, aveva avuto il coraggio di tirar fuori quell’anello dalla pietra blu.
Lei aveva assentito. Il respiro le si era fermato, ma non dall’emozione. Si sentiva soffocare.
Era uscita sulla terrazza del ristorante per una boccata d’aria. Lasciando tutto nel piatto.
Il cameriere, tra il preoccupato e galante, l’aveva seguita.
«Si sente male, signorina? Non era di suo gradimento la cena?»
«No, no, sto bene, è solo che… sono un po’ claustrofobica, ecco…». A lui non lo avrebbe mai detto, ma con il cameriere, uno sconosciuto, poteva anche confidarsi liberamente. Aggiunse: «… dalla nascita, credo».
Mentiva. Quel nodo alla gola era iniziato solo da quando lui aveva iniziato a farle la corte, a venire a prenderla fuori dall’ufficio. Tutti quei messaggi pressanti. Insisteva a portarsela a casa, per poi sudare freddo al rischio di venire scoperto. Lui no metteva piede nel suo monolocale di impiegata single, preferiva giocare in casa. E lasciarla fuori.
Continuava a fissare senza vederlo quell’anello così timidamente minuscolo, destinato a scomparire sotto a un paio di guanti, mentre l’inverno si avvicinava. Invisibile come lei. E poi il blu non le piaceva.
Erano passati i mesi e ancora quel senso di fame d’aria andava e veniva, senz’altra spiegazione.
Quella sera era tornato più forte che mai.
Girò lo sguardo dall’altra parte, ma subito incontrò i portaritratti ben allineati sula mensola. Odiava le fotografie, pezzi di vita che immortalano il corpo, che dicono sì, quella persona è esistita davvero, e lo diranno anche tra cent’anni, quando nessuno la vorrebbe più ricordare. Implacabili strumenti di tortura, le foto, ti risvegliano anche da morto, controvoglia. Non voleva stare in posa, a lei le foto più belle le avevano strappate gli altri, scattate di soppiatto, all’improvviso, coi capelli sulle guance, o gli occhi bassi, i vestiti da casa, o i piedi sepolti nella sabbia. E poi quelle erano foto di famiglia. La moglie, il figlio quindicenne. Non la fissavano per rimproverarla, solo per dirle che in quella camera lei era un’intrusa, anche se in quel momento loro erano al mare, per la fiera del patrono, e neanche sospettavano che l’uomo di casa mentisse su tutto quel lavoro da terminare in ufficio, fino a tarda sera.
Avrebbe quasi preferito che sospettassero. Possibile vivere così?, sorridenti e senza scosse, una sera oppure tutta una vita. Mentre lei ora tremava, un po’ per il freddo e soprattutto per l’ansia mentre aspettava uno che, suo, non sarebbe stato mai. Cero che si può partire e andare al mare anche se è freddo perché è festa, perché così è l’usanza, basta star due giorni tranquilli e senza scosse, sul lungomare, anche se l’estate è finita e si trema, anche se il marito se ne sta per i fatti suoi, o forse meglio.
Ancora lui non tornava. Neanche voleva che tornasse. Per fare cosa, e poi per quanto. E poi, perché. Lei che aspettava, e tutti quei i bei ritratti tutti in fila, sulla mensola. Si guardò allo specchio ma storse la bocca nell’avvertire una fitta sul viso, quasi che il vetro avesse scattato una foto anche a lei, incorniciando una prova indelebile, non voluta, della sua presenza.
Faticava sempre più a respirare. Cercò di sistemarsi il cuscino, vi mise una mano sotto e trovò qualcosa. Il pigiama di lei, ben ripiegato, profumato. Il pigiama in seta azzurrina di una donna minuta e precisa, eppure con un lungo capello biondo ancora attaccato tra i bottoni, quasi per dispetto, con tenacia. Lo lasciò dov’era.
Era davvero troppo.
Si alzò Andò alla finestra e uscì sul terrazzo. Una ringhiera piuttosto bassa, un bambino sarebbe potuto cadere. Ma lei non era una bambina e quella via di fuga ci voleva. Scavalcò facilmente, senza esitazione. L’aria gelida le bloccò la gola ma le tolse la paura.
Guardò giù. Doveva far presto, prima che tornasse.
Calcolò la distanza. Due piani. Ma non era poi così lontano il suolo, la terrazza degradava mentre il giardino condominiale era a un piano rialzato. Si tolse i tacchi, piegò le ginocchia e si buttò.
Le gambe dettero un suono secco sotto al peso, ma era caduta sull’erba dopotutto, quasi in piedi. Poco male.
Aspettò che il dolore si attenuasse e cercò di alzarsi, riusciva anche a camminare.
Buio intorno, tutte le luci ormai spente. Le era andata bene. E mentre lo pensava le si avvicinò un grosso cane scuro, dal pelo folto e lucido, che iniziò ad abbaiare piano, quasi interrogativo. Lo accarezzò prima che si decidesse a ringhiarle contro.
«Dai, buono, non tradirmi anche tu, ti prego».
Il cane la annusò e si rassegnò al silenzio e alle carezze.
«Bravo… così».
Si strinse con le zampe ed il muso contro le sue gambe nude e aspettava altre carezze. Non aveva mai avuto cani, non le piacevano, ma in quel momento quel contatto le sembrò l’unico calore che le fosse capitato.
Tornò il silenzio. «Adesso devo proprio andare», gli disse, e lui sembrava capire. Quegli occhi intelligenti forse avrebbero capito perfino la parola ‘claustrofobia’, se qualcuno gliel’avesse spiegata.
La accompagnò fino al cancello. Si apriva solo da dentro. Aspettò un attimo a richiuderselo dietro. Non sapeva se sarebbe mai tornata. Ma doveva sbrigarsi, se non voleva incontrarlo, i dieci minuti erano già finiti da un pezzo.
Chiuse con un cigolio che le sembrò in fin dei conti allegro. Come i passi senza scarpe.
Imboccò il vialetto. Respirava meglio, ora, nel freddo. L’aria già di festa. Nessuno. Il santo patrono. Tutti via.
Si girò e le sembrò di intravedere da lontano un uomo con un pacco sottobraccio scomparire tra le siepi.
No, no, nessuno. Solo il cane del vicino lo sapeva, che era stata lì.
E non c’era più niente da spiegare.

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