da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

«Aspettami qui. Faccio in un attimo, dieci minuti e torno…» annunciò all’improvviso il padrone di casa, mettendosi in tasca il portafogli e le chiavi.
«Ma se siamo appena arrivati! Non me ne starò qui da sola…», provò a protestare. Ma restava seduta sul letto.
«Dai, non fare così… non ci metto nulla, giusto il tempo di andare giù a comprare qualcosa. Domani saranno tutti chiusi, è festa. Vuoi far colazione domattina o no?»
Rispose di sì con la testa.
«E poi devo bloccare il portiere, prima che se ne vada. Voglio sapere se è arrivato quel pacco urgente che aspettavo… quello anonimo… e già che ci sono, gli ricordo di non dire nulla, come se non ti avesse mai vista, è un amico…. Ma devo farlo ora, lui domani non c’è».
«Già, domani è festa», ripeté.
«Domani sarò tutto per te».
«Però è come se non ci fossi. Nessuno deve vedermi, perché qui ci vivi con tua moglie…».
«Oh, non ricominciare ora, lo sai che no è ancora il momento. Aspettiamo a fine anno, così lei sta tranquilla e passa quel concorso, finalmente ottiene il posto, poi saremo liberi... Ascoltami, è questione di poco…».
«Certo, certo, sono sei mesi che me lo ripeti. Poco. E poi non glielo dici mai».
«No, intendevo stasera. Questione di poco e torno da te. Dieci minuti, promesso».
«Oh, hai ragione, non roviniamo la serata, che poi è già quasi notte».
«Brava. Vedo che hai capito. Chissà quando ci ricapita un’altra notte tutta per noi» tagliò corto, infilandosi la giacca.
Andava sempre così, alla fine la convinceva. Chissà cos’aveva da fare di tanto urgente, e se quel pacco sarebbe arrivato davvero. Lo guardò mentre chiudeva la porta, sembrava più freddo e distaccato del solito. La voce senza sfumature, quasi un altro, che recitava una battuta altrui, come un attore, proprio mentre era quello di sempre, faceva le cose di sempre, le banalissime cose di tutti i giorni, eppure così distante.
Si allungò il vestito corto sulle ginocchia. Cominciava a far freddo per essere fine settembre, ma non voleva chiudere la finestra. Aveva paura di non respirare abbastanza.
Era cominciata già appena varcato il cancello, l’ansia, mentre lui allungava il collo girandosi qua e là, evidentemente alla ricerca del portiere, e sempre nella speranza che nessuno li vedesse. E poi, in ascensore… Lei aveva insistito che voleva farsi due rampe di scale a piedi, solo due dopotutto, anche per digerire le ostriche e lo champagne. Ma lui no, era abituato alle comodità, non avrebbe capito. Lui non si sentiva così stretto in una morsa in quella scatola da un piano all’altro. E lei per essersi vergognata di quella fobia ora era lì che cercava di controllare il nodo in gola, un altro attacco.
Cercò di distrarsi guardandosi intorno, ma fu peggio. In quella stanza tutto parlava di lei, la moglie. Le cornici delle foto, color crema, in tinta con l’armadio e la coperta. Le tende damascate. Il profumo di pulito. Gli scendiletto a fiori, l’abat-jour con le frange, il portagioie d’alabastro e l’acquasantiera della nonna che per qualche arcano motivo anche lei, atea convinta a quel che il marito ne diceva, si era rassegnata a tenere in camera. Quella donna aveva un gusto così banale eppure talmente sicuro. Un gusto di moglie, appunto. Ma non voleva criticarla, non ne aveva il diritto, neanche sapeva se avrebbe mai avuto il suo stesso gusto, a lei non era ancora capitato di dover arredare una casa sua, e forse neanche sarebbe mai stata una moglie, a continuare così.
Si guardò il piccolo gioiello che portava al dito e ripensò a quella sera.
«Te l’ho detto, stiamo insieme solo per mantenere le apparenze. Di giorno lavora e di notte non fa che studiare per il concorso, non le interessa altro finché non l’avrà vinto, tanto il ragazzo è autonomo ormai. Neanche lui ne farebbe un dramma, è già fidanzato quasi. La mia non è più una famiglia. Non è un problema per me… per noi due». E detto questo, aveva avuto il coraggio di tirar fuori quell’anello dalla pietra blu.
Lei aveva assentito. Il respiro le si era fermato, ma non dall’emozione. Si sentiva soffocare.
Era uscita sulla terrazza del ristorante per una boccata d’aria. Lasciando tutto nel piatto.
Il cameriere, tra il preoccupato e galante, l’aveva seguita.
«Si sente male, signorina? Non era di suo gradimento la cena?»
«No, no, sto bene, è solo che… sono un po’ claustrofobica, ecco…». A lui non lo avrebbe mai detto, ma con il cameriere, uno sconosciuto, poteva anche confidarsi liberamente. Aggiunse: «… dalla nascita, credo».
Mentiva. Quel nodo alla gola era iniziato solo da quando lui aveva iniziato a farle la corte, a venire a prenderla fuori dall’ufficio. Tutti quei messaggi pressanti. Insisteva a portarsela a casa, per poi sudare freddo al rischio di venire scoperto. Lui no metteva piede nel suo monolocale di impiegata single, preferiva giocare in casa. E lasciarla fuori.
Continuava a fissare senza vederlo quell’anello così timidamente minuscolo, destinato a scomparire sotto a un paio di guanti, mentre l’inverno si avvicinava. Invisibile come lei. E poi il blu non le piaceva.
Erano passati i mesi e ancora quel senso di fame d’aria andava e veniva, senz’altra spiegazione.
Quella sera era tornato più forte che mai.
Girò lo sguardo dall’altra parte, ma subito incontrò i portaritratti ben allineati sula mensola. Odiava le fotografie, pezzi di vita che immortalano il corpo, che dicono sì, quella persona è esistita davvero, e lo diranno anche tra cent’anni, quando nessuno la vorrebbe più ricordare. Implacabili strumenti di tortura, le foto, ti risvegliano anche da morto, controvoglia. Non voleva stare in posa, a lei le foto più belle le avevano strappate gli altri, scattate di soppiatto, all’improvviso, coi capelli sulle guance, o gli occhi bassi, i vestiti da casa, o i piedi sepolti nella sabbia. E poi quelle erano foto di famiglia. La moglie, il figlio quindicenne. Non la fissavano per rimproverarla, solo per dirle che in quella camera lei era un’intrusa, anche se in quel momento loro erano al mare, per la fiera del patrono, e neanche sospettavano che l’uomo di casa mentisse su tutto quel lavoro da terminare in ufficio, fino a tarda sera.
Avrebbe quasi preferito che sospettassero. Possibile vivere così?, sorridenti e senza scosse, una sera oppure tutta una vita. Mentre lei ora tremava, un po’ per il freddo e soprattutto per l’ansia mentre aspettava uno che, suo, non sarebbe stato mai. Cero che si può partire e andare al mare anche se è freddo perché è festa, perché così è l’usanza, basta star due giorni tranquilli e senza scosse, sul lungomare, anche se l’estate è finita e si trema, anche se il marito se ne sta per i fatti suoi, o forse meglio.
Ancora lui non tornava. Neanche voleva che tornasse. Per fare cosa, e poi per quanto. E poi, perché. Lei che aspettava, e tutti quei i bei ritratti tutti in fila, sulla mensola. Si guardò allo specchio ma storse la bocca nell’avvertire una fitta sul viso, quasi che il vetro avesse scattato una foto anche a lei, incorniciando una prova indelebile, non voluta, della sua presenza.
Faticava sempre più a respirare. Cercò di sistemarsi il cuscino, vi mise una mano sotto e trovò qualcosa. Il pigiama di lei, ben ripiegato, profumato. Il pigiama in seta azzurrina di una donna minuta e precisa, eppure con un lungo capello biondo ancora attaccato tra i bottoni, quasi per dispetto, con tenacia. Lo lasciò dov’era.
Era davvero troppo.
Si alzò Andò alla finestra e uscì sul terrazzo. Una ringhiera piuttosto bassa, un bambino sarebbe potuto cadere. Ma lei non era una bambina e quella via di fuga ci voleva. Scavalcò facilmente, senza esitazione. L’aria gelida le bloccò la gola ma le tolse la paura.
Guardò giù. Doveva far presto, prima che tornasse.
Calcolò la distanza. Due piani. Ma non era poi così lontano il suolo, la terrazza degradava mentre il giardino condominiale era a un piano rialzato. Si tolse i tacchi, piegò le ginocchia e si buttò.
Le gambe dettero un suono secco sotto al peso, ma era caduta sull’erba dopotutto, quasi in piedi. Poco male.
Aspettò che il dolore si attenuasse e cercò di alzarsi, riusciva anche a camminare.
Buio intorno, tutte le luci ormai spente. Le era andata bene. E mentre lo pensava le si avvicinò un grosso cane scuro, dal pelo folto e lucido, che iniziò ad abbaiare piano, quasi interrogativo. Lo accarezzò prima che si decidesse a ringhiarle contro.
«Dai, buono, non tradirmi anche tu, ti prego».
Il cane la annusò e si rassegnò al silenzio e alle carezze.
«Bravo… così».
Si strinse con le zampe ed il muso contro le sue gambe nude e aspettava altre carezze. Non aveva mai avuto cani, non le piacevano, ma in quel momento quel contatto le sembrò l’unico calore che le fosse capitato.
Tornò il silenzio. «Adesso devo proprio andare», gli disse, e lui sembrava capire. Quegli occhi intelligenti forse avrebbero capito perfino la parola ‘claustrofobia’, se qualcuno gliel’avesse spiegata.
La accompagnò fino al cancello. Si apriva solo da dentro. Aspettò un attimo a richiuderselo dietro. Non sapeva se sarebbe mai tornata. Ma doveva sbrigarsi, se non voleva incontrarlo, i dieci minuti erano già finiti da un pezzo.
Chiuse con un cigolio che le sembrò in fin dei conti allegro. Come i passi senza scarpe.
Imboccò il vialetto. Respirava meglio, ora, nel freddo. L’aria già di festa. Nessuno. Il santo patrono. Tutti via.
Si girò e le sembrò di intravedere da lontano un uomo con un pacco sottobraccio scomparire tra le siepi.
No, no, nessuno. Solo il cane del vicino lo sapeva, che era stata lì.
E non c’era più niente da spiegare.

È di corporatura robusta, alta poco più di un metro mezzo;
i capelli stinti alla radice e increspati dalle ripetute tinture che, sostiene Ada la parrucchiera, fa sempre più di rado. “Son vecia oramai!” dichiara sputando un dialetto veneto dal forte accento, tipico dei vecchi provenienti dalla periferia più periferia di Verona ...
Ha occhi piccoli e severi che la senilità ha sbiadito, velandoli, di un colore grigiastro come i suoi capelli. Hanno visto la guerra i suoi occhi, hanno incrociato quelli dei tedeschi e degli americani.
Talvolta, rievocando quei giorni disperati, curiosamente accenna un sorriso mostrando la dentatura finta, poi stringe le labbra e con la sua proverbiale dignità  afferma: “I vegnea a casa mia i tedeschi, i me portava  le so robe e  i me disea ‘tu, lavare’.  E mi dovea lavarghele…”.
È nata nell’11, cresciuta insieme a sette fratelli a Zevio, un paesino del Veronese. La sua era una modesta famiglia contadina; un padre e una madre analfabeti, tuttavia sapienti nell’allevare lei e i suoi fratelli  «come Dio comanda».
A vent’anni si è sposata, ha avuto due figli: il maschio, Gianluigi, e Diletta, la femmina tanto desiderata dal marito, partorita tre anni dopo la nascita del primogenito. Quando descrive l’unione con il suo unico uomo, rammenta di non esserne mai stata innamorata, eppure dice, ha vissuto con lui anni sereni perché è stato un brav’uomo e non le ha fatto mancare mai nulla…
Bruna è scampata alla guerra, si è difesa, ha difeso. Ha soccorso chi chiedeva aiuto e chi non lo chiedeva; spesso lamenta: “Ho sempre iutà tuti mì, par chi gavea bisogno mì ero sempre pronta…”
Sovente, narra dei fascisti e di suo fratello Michele, di quando, partigiano, le chiese asilo: Bruna lo nascose nella cantina, raccomandando ai figli ancora piccoli, di non fiatare quando fossero venuti  quelli dalle camicie nere. I fascisti vennero e la interrogarono; le uniche parole che uscirono dalla sua bocca furono: “Qua nol ghè, no so mia dov el sia”. Uno di loro prese da parte la dolce ma altrettanto astuta Diletta, le si accoccolò accanto e con voce carezzevole chiese: “Piccola, dov’è lo zio Michele? Vuoi aiutarmi a trovarlo?  Ho una cosa da dargli…” La bambina lo guardò con occhi  strabiliati, pareva  domandarsi come quell’uomo dalla fronte alta e i capelli gelatinosi, voltati all’indietro,  potesse pensarla così sciocca da dirgli la verità. “Non so, signore, io non so dov’è, cosa gli deve dare?”  L’uomo in uniforme non rispose, fece un cenno ai suoi <compari>, alzò i tacchi e se ne andò.
Con la memoria, ripercorre le strade polverose di quel tempo di guerra che pure gli americani avevano percorso. Li vede ancora, quei ragazzi dalle divise consunte, le facce soavi e gli occhi fieri: a piedi, o in cima ai loro carri armati, marciano sorridendo.
Bruna vive con Diletta e le due nipoti. Suo marito è morto di cancro ai polmoni. Gli manca ma, con una figlia divorziata e quelle ragazzine (sangue del suo sangue) che la tormentano, non ha tempo per piangersi addosso. Gianluigi è diventato un imprenditore di successo; oramai lo vede soltanto ai funerali.
Oggi si è rotta il femore. È uscita in giardino ad innaffiare le piante: Lara, il pastore belga dei vicini, le fa compagnia, è un cane mansueto, non sembra appartenere a quella razza che lei chiama canlup.
La vecchia va avanti e indietro con in mano la canna dell’acqua, ogni tanto si gira,  a occhio misura la distanza fra sé e il suo amato salice che predilige, benché le procuri una sorta di malinconia, poi allunga il braccio e mira alle radici, lasciando che l’acqua scorra copiosa penetrando la terra. L’ultima giravolta su se stessa la tradisce; un piede sporge all’esterno, il tallone slitta dallo zatterone e sbatte sull’erba inzuppata. Lara ora è immobile, il muso proteso in avanti e gli occhi fermi,
Bruna si piega e cade. Diletta ha chiamato l’ambulanza, l’hanno portata in Borgo Trento, all’ospedale di Verona.  I medici dicono che si riprenderà, l’età certo non aiuta ma con il dovuto riposo e l’incoraggiamento da parte delle sue care, potrà rimettersi in piedi.
Bruna odia essere commiserata: “Go da far mì, no posso mia star sempre in leto!”
“No, mamma! Non puoi alzarti, il dottore dice che devi stare ferma e riposare”.
“Oh Signore, quanto se fa e dopo se more…”
Da quella caduta non si è più ripresa, o meglio, la sua mente pare essersi inceppata.
Oggi discorre con il televisore; farfuglia nel tentativo di rispondere al  ‘Tenente Colombo’. Quella –serie- le è sempre piaciuta, quando il cervello le funzionava non ne perdeva un episodio. Ora guarda il protagonista e sorride. Le mani, in grembo, sembrano aver sottratto al corpo tutta la forza;  le dita impugnano un lembo del golfino contorcendolo furiosamente, e così con i bottoni, fino a staccarli.
Si regge in piedi a stento. Per andare al gabinetto bisogna trascinarla, per farla sedere sulla tazza si è costretti ad afferrarle le spalle e sospingerla prepotentemente, così da indurla ad appoggiare le natiche.
Bruna deve permettere che le mettano il ‘pannolone’ perché è incontinente ma le dà fastidio, ragion per cui non collabora durante l’operazione.
Sembra dispettosa; lavarla, pettinarla, tagliarle le unghie, farla mangiare e metterla a letto: per Diletta e le nipoti, tutto risulta ostico e sfinente. Non c’è più amore né dedizione in quei gesti; esistono solamente, inevitabili, <doveri>.
Oramai non chiede più né di bere né di mangiare. Non piange; peraltro in questi anni, di rado ha permesso alle lagrime di colmarle gli occhi grigi.
 La fanno sedere davanti alla finestra, affinché possa vedere il giardino e il suo caro salice. Una volta, in dicembre, qualche mese dopo la caduta, lo osservava, pareva contemplarlo; in un lampo di lucidità aveva detto: “Mì son come lù”.
Si riconosceva in quel salice; avvertiva il peso del tempo su di sé come l’albero che si china per sua natura e per la coltre di gelo che in quel momento lo sovrasta.  Benché si chiami ‘piangente’ per motivi puramente fisiologici, Bruna l’aveva sempre riconosciuto come qualcosa di emozionale; per lei, quella pianta piangeva.
L’ hanno trasportata all’ospizio. “È un bel posto”, dicono. Situato in collina e cinto da svariate piante da frutto e semprevérdi. “Ha una camera tutta per sé, può consumare ogni giorno pasti caldi e, alla fine, servono anche frutta e dessert…”
Diletta e le sue figlie vanno spesso a farle visita; Bruna per un istante, pare riconoscerle: “A’ ci ghè qua”. Ride, ancora.
Forse la tristezza non abita il suo cuore, forse il suo è un mondo segreto la cui essenza è una sorta di poesia: Il padre, la madre, i fratelli, il marito, i tedeschi e gli americani, il figlio ingrato, Diletta e le nipoti: tutti si susseguono in quell’ode. E, in silenzio, lei assiste alla sua vita scambiando i volti e le voci dei personaggi, chiamando la figlia con il nome di sua madre.
Forse, invece, la notte lo sconforto la pervade e allora, per un istante, rivede il suo salice; pensa <Mi son come lù>.


“Pronto, Signora Diletta ? “

“Sì ? Sono io”
“Mi dispiace, signora, deve venire subito, è urgente. Sua madre sta male.”


Diletta è piombata a ‘Villa Lieta’. Sono le tre del mattino, ha indossato qualcosa, concitata e pregante. Supplica Dio e trema. “Signora, mi…mi dispiace non ce l’ ha fatta.”

Un infarto. Non se n’è accorta. Non ha sofferto.
Il salice, in giardino, è di nuovo vestito di neve. Piange. Nell’aria sembrano riecheggiare le parole:

“Oh Signore, quanto se fa e dopo se more…”

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