da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il mondo della donna

Non solo il mondo circoscritto alle pareti domestiche, ma i tanti  mondi fuori, che la trovano coinvolta in situazioni e posizioni diverse. La donna a capo dell’Azienda Famiglia, con responsabilità, capacità di organizzazione e una forza lavorativa che si rigenera continuamente. E ancora nel lavoro fuori casa che le richiede impegni sempre maggiori, mai tralasciato del tutto il ruolo della cura e dell’accudimento. 

Oggi più che mai il suo compito si gioca nell’arco delle ventiquattro ore che da sempre  la donna sa così bene moltiplicare. Bisogno di conoscenza,  confronto con interessi e esperienze differenti, la nascita di nuove inattese passioni. Difficile misurare l’universo donna, continuamente teso all’istante successivo, impossibile  trovarvi la cornice in cui circoscriverlo.

 Non è infatti quello che proponiamo. Con occhi e orecchi attenti, cavalcando le parole di libri, giornali, informazione mediatica le donne con cui ci accompagneremo ci condurranno là dove la loro esperienza le ha portate, dove  la loro curiosità le spinge, attraverso il loro racconto o con  le testimonianze di cui i lettori saranno partecipi.

 

                                                                                                                           Fiorella Naldi                                                                  

Per molto tempo ho creduto di essere invisibile. Senza amici né affetti.
Poi ho capito che mi sbagliavo. Ero solo brutta.
Sono ancora brutta, ma ho imparato a convivere con la mia bruttezza, a non considerarla un castigo divino. Me ne stavo in disparte, sempre sola, rincantucciata in un angolo inadatto a qualsiasi essere vivente. Qui ho sentito crescere, martellare la mia inadeguatezza lontana dai canoni di una bellezza espressa con parole sublimi nelle grandi opere di letteratura e di poesia dai maestri. Canoni stabiliti con che diritto, poi, e perché?
Non ho mai cercato risposte, che sono venute solo vivendo.
Ho capito che rinchiudere qualcuno in un angolo, metterlo con le spalle al muro perché brutto, o poco intelligente, o perché malato o diverso, può fare comodo a molti. Ma devo ammettere che i limiti entro cui qualcosa, o qualcuno mi tratteneva, mi ha facilitato. Mi ci sono crogiolata per anni, rifiutandomi  incoscientemente di cambiare le cose, forse non la mia bruttezza ma almeno accettare l’importanza o meno che ciò aveva.  
L’angolo che da bambina era un rifugio, con il tempo è diventato una prigione: da adolescente, quando si ha bisogno di più spazio non solo per il fisico, ma soprattutto per la mente, per quell’io che vorrebbe cambiare e trasformarsi da bruco, in farfalla.
Da adulta ho abbandonato a fatica la mia prigione, tra paure, speranze,  delusioni che non sto a raccontare. Tutto è iniziato quando ho cominciato a non guardare più me stessa, ma ho spostato gli occhi sugli altri, sul mondo intorno a me. E ho trovato brutture che non immaginavo esistessero, bellezze che mi commuovevano e, infine solo ora che sono una vecchia zitella, ho trovato gioia e amore. Zitella e brutta, per giunta!
Sono sempre stata brutta. Fin da bambina, ancora ignara degli ostacoli che avrei incontrato nella vita.

- Vedrai, tutto cambierà. E poi, tu non sei brutta! - mi ripeteva mia madre -…e vedrai, sboccerai come una rosa, quando meno te lo aspetti!

Quante bugie, povera mamma e quanti sogni disillusi. Io stavo bene  quando lei mi leggeva del brutto anatroccolo o se mi lanciava occhiate d’intesa quando il pulcino Calimero trionfava nel carosello della sera. Sembrava volesse rincuorarmi …vedi anche i brutti possono avere successo e essere amati. Ma Calimero non era brutto, no, lui era solo piccolo e nero.
Io, invece, ero una bambina grassa, grassa, con orecchie a sventola che mamma  si ostinava a non coprire, e mi pettinava sempre con i codini. E i miei denti davanti erano sporgenti come quelli di un coniglio. Non esistevano apparecchi di ortodonzia allora. E avrei dovuto portare anche gli occhiali, e per non assoggettarmi a ciò, a scuola mi sedevo al primo banco per non far capire la difficoltà a leggere alla lavagna,  per non strizzare gli occhi di continuo: trucco scoperto dalla mia maestra però, in seconda elementare. Così, alla mia bruttezza, si è aggiunto un paio di occhiali spessi con la montatura nera. Purtroppo non c’erano le belle montature colorate, caramellose, dei bambini di oggi. E io crescevo sempre più spaurita, senza alcuna fiducia in me stessa. Non mi sfiorava il pensiero che per compensarmi della mia bruttezza, avrei dovuto avere qualche qualità nascosta.
Nel mio angolo stavo sempre più stretta, dimostravo più anni della mia età; a merenda la mamma non dimenticava mai di prepararmi pane e nutella o una frittatina saporita…ma qualche amico, per convenienza, diciamo così, cominciava a interessarsi a me. Infatti ero molto brava in matematica e passavo compiti a tutti quelli che, approfittandone, me lo chiedevano; brutta com’ero, non potevo diventare anche antipatica. E così avevo anche amici che apprezzavano la mia intelligenza e, con la pubertà, le amiche presero a invidiare  la mia terza abbondante di seno…
Ah, ora tutti mi chiamano Pinuccia, nome forse poco adatto alla dottoressa Antonia Giuseppina Gagliardi, psichiatra vicina ai sessanta, ma appropriato per il clown in cui mi trasformo, due volte a settimana, per i malatini del Bambino Gesù.
Zitella clown, oggi. Sempre brutta, ma accolta con abbracci e sorrisi da tante piccole teste pelate. Per loro sono morbida come un peluche.

“Mi hanno fatto due buchini in testa- mi ha detto Lella, con un sorriso che voleva accendersi, ma stentava un poco - la mia testa cresceva troppo, c’era dentro l’acqua” ha precisato.

Abbiamo fatto le bolle di sapone, oggi. Iridescenti, quasi magiche, imprigionavano arcobaleni che si liberavano in spruzzi spumosi sulle teste pelate, sulle manine tese, anche sul mio desideriodi bellezza, finalmente trovata

Anna se ne stava zitta a guardare Alfredo, il suo datore di lavoro, mentre costui le stava sbraitando contro la solita sequela di rimproveri. Non era la prima volta che la redarguiva a causa dei suoi errori, con frasi offensive, spesso lanciate in presenza dei clienti: “la pizza l’hai servita già fredda”, “hai rovesciato l’olio sulla tovaglia”, “sei troppo distratta con le ordinazioni” e così via.
  Quel giorno era come se qualcosa le avesse tappato le orecchie: Anna non stava ascoltando nulla di ciò che le stavano urlando a trenta centimetri dal viso. In realtà mentre osservava il movimento veloce e convulso della bocca di Alfredo, pensava a tutt’altro.
  Erano anni che sopportava quel lavoro e quell’uomo, da quando Federico l’aveva lasciata. Sua figlia Emma all’epoca aveva solo quattro anni. Le battaglie in tribunale, le falsità e avvocati sbagliati l’avevano costretta a cercarsi subito un lavoro e, da sola, pensare alla bambina.
-Una fase temporanea-, si era detta, convincendosene, la prima volta che vide penzolare dai tavolini della pizzeria quelle tovaglie a scacchi bianchi e rossi che ancora oggi detestava, non solo per i colori, ma anche per la superficialità con la quale venivano lavate e poi ripresentate ai tavoli.
Un lavoro che sin da subito l’aveva costretta a stare fuori la sera. Spesse volte pensava a quant’era incosciente a lasciare sua figlia a casa da sola, davanti a un televisore e a un cestino colmo di pop-corn. Ma Emma era una bambina matura e paziente: in silenzio guardava i suoi cartoni animati preferiti, poi lentamente si assopiva, consapevole che la sua mamma prima o poi sarebbe tornata a casa. Al suo rientro Anna la trovava puntualmente addormentata, accovacciata sul divano, sotto una coperta. Senza svegliarla la prendeva sulle braccia e la sistemava nel letto: un rituale che ormai andava avanti da tempo.
Anna era stufa di quella situazione, voleva essere più presente in casa e soprattutto voleva cambiare lavoro, sfruttare la sua laurea in architettura sistemando nel contempo anche il lato economico. Aveva tentato diverse strade: concorsi, decine di curriculum inviati, telefonate, in alcuni casi anche qualche colloquio di lavoro, ma nulla che si fosse concretizzato in una vera e propria proposta di assunzione. Speranze svanite nel nulla, soffocate dal tempo che passava inesorabile. Tre anni trascorsi ad apparecchiare tavolini e a buttare bordi di pizza nella spazzatura. Insieme a quei resti, a volte, nel bidone, le sembrava di buttarci dentro anche la sua laurea.
Quel giorno, però, quell’ennesima “lavata di capo” assunse un significato decisamente diverso. Mentre Alfredo sbraitava ripensava infatti al momento in cui, quella stessa mattina, aveva ricevuto la lettera. Il simbolo del mittente riportato nella busta non lasciava dubbi -BST Architettura-. Subito si era affrettata a salutare il postino ed entrare in casa. Il cuore sembrava batterle così forte da sentirne il rumore.
 
  "Sono loro!" esclamò ripensando all’ultimo colloquio di lavoro avuto due mesi prima.     


Dopo aver letto la lettera ebbe quasi la sensazione di svenire: era una proposta di assunzione vera e propria! Istintivamente la avvicinò al viso e la baciò, poi, euforica, iniziò a sventolarla sopra la testa.

“Devo chiamarli. Certo adesso devo organizzarmi, dobbiamo partire. Milano sarà

sicuramente una città fantastica. Ma come lo dirò a Emma? E se la prendesse male? Deve però adeguarsi anche lei. E’ ancora piccola ma avrà tante occasioni per rifarsi delle nuove amiche. E poi Milano è una città che offre tantissime opportunità, sono sicura che col tempo si abituerà e apprezzerà questo cambiamento. La prima cosa da fare sarà cercare un appartamento, anche un monolocale potrebbe fare al caso nostro. Non ci posso credere! Appena prenderò il primo stipendio giuro che me lo sparerò in vestiti! No. Forse è meglio che sto con i piedi per terra! All’inizio credo che non sarà facile: l’affitto, i costi del trasloco, tutte le spese per organizzarci.”
Dopo circa mezz’ora, interrompendo le sue fantasie, Anna realizzò che sarebbe stato opportuno contattare subito l’azienda.

 

“Non si sa mai” pensò, “meglio non perdere tempo in queste cose.”
Una voce d' uomo piena e decisa rispose alla sua telefonata.
 

  "BST Ufficio Risorse Umane, buongiorno."
  "Buongiorno, sono la dottoressa Anna Vinci."

La persona dall’altro capo del telefono disse qualcosa che probabilmente fece molto piacere ad Anna, che subito sorrise.
 

  "Sì, sono io. L’ho ricevuta proprio questa mattina"

Il colloquio telefonico durò qualche minuto: i due parlarono della proposta di lavoro, della tipologia di contratto, le tempistiche e così via.
 

  "Va bene. Allora attendo la sua chiamata mercoledì prossimo, così concordiamo la mia       salita a Milano" concluse lei.

Adesso, davanti a quelle aspettative e a quelle speranze, cosa erano le urla di Alfredo? “Nulla” pensò osservando l’uomo e frenando a stento un accenno di sorriso.
Il mercoledì successivo Anna non stava nella pelle: si alzò presto e iniziò a prepararsi i bagagli. Tirò fuori la valigia dal ripostiglio, la pulì con cura, poi iniziò a sistemarvi alcune cose al suo interno: il vestito da indossare il primo giorno di lavoro, un paio di pantaloni per uscire la sera, le sue immancabili scarpe col tacco da dieci. I pensieri erano tutti rivolti a Milano: si immaginava il nuovo lavoro, il viaggio con Emma, la città con le sue vie e le sue piazze.
Quando il telefono iniziò a squillare si precipitò subito a rispondere. 


  "Buongiorno Anna, sono il maestro Luigi."

Solo dopo alcuni secondi la donna realizzò che l’interlocutore dall’altro capo del telefono era diverso da quello atteso.
 

  "Buongiorno maestro, mi dica, ci sono problemi con Emma?"
Infastidita dalla telefonata, pensò subito a una delle solite sceneggiate della figlia, che alcune volte fingeva di avere mal di testa pur di farla accorrere a scuola e portarla con sé a casa.

 

  "Non si spaventi e mi segua attentamente: é successo un incidente a scuola.   Emma è 

   ferita  ma sta bene."
  "Come sarebbe non si spaventi!" urlò Anna interrompendo l’uomo.
  "Lei mi deve dire come sta mia figlia!"
  "Stia calma, le ripeto che sua figlia è ferita ma non è grave. Ha problemi a una spalla e

    l’hanno appena portata in ospedale. La maestra Gianna è con lei."
  "Dio mio devo raggiungerla! Ma cosa è successo?"
  "C’è stato il crollo di un soffitto, la bambina fortunatamente é stata colpita solo di striscio.

   Ci sono diversi bambini feriti, solo per puro caso è stata    sfiorata la tragedia. Adesso mi

   ascolti, vada subito in ospedale e stia con sua    figlia: è molto spaventata e in questo

   momento ha bisogno della mamma."

Dopo meno di mezz’ora Anna stava già varcando la porta della stanza numero 27 del reparto di ortopedia.  Emma era distesa su un lettino con una piccola fascia sulla testa e un’imbracatura che le bloccava la parte destra del corpo. Visibilmente provata e spaventata, alla vista di sua madre si mise subito a piangere.
Anna cinse subito a sé la figlia, stringendola in un abbraccio liberatorio: solo adesso, vedendola, era sicura che fosse viva.
 

  "Non ti preoccupare cucciola, adesso c’è la mamma qui con te"
  "Ma perché hanno fatto cadere il tetto mamma?"
  "E’ caduto da solo. Adesso non ci pensare, riposati"
  "Sì, ma mi fa tanto male il braccio, mamma"
  "Adesso arrivano i dottori e ti danno una medicina per farti passare il dolore,     va bene?"
La bambina non fu tanto convinta, ma annuì.
Il silenzio e l’unione delle loro mani aiutarono madre e figlia a superare quei primi momenti in ospedale.

La telefonata della BST Architettura arrivò mentre Anna era ancora al capezzale della figlia. La situazione però prese una piega inaspettata: occorreva subito partire per Milano altrimenti avrebbero preso in considerazione altre candidature. Comprendevano il problema, ma esigenze aziendali richiedevano che Anna si rendesse disponibile in pochi giorni. Impossibile con Emma stesa su un letto di ospedale.

La delusione e l’amarezza di Anna furono immense, ma non fece trapelare nulla davanti a sua figlia.
Due ore dopo, tornata a casa, si sedette sul letto e iniziò a osservare la valigia, ancora aperta e semivuota: bisognava riempirla dell’occorrente per passare la notte in ospedale. Qualche ora prima era un bagaglio pieno di sogni e di speranze, adesso lo guardava con occhi diversi, come un oggetto di emergenza, fastidioso e spiacevole.
Lo spavento per la figlia e la delusione per l’occasione di lavoro andata persa si scaricarono all’improvviso e lacrime di tensione e rabbia si fusero insieme, prendendo corpo in un unico pianto.  
In quel momento Anna sentì il rintocco dell’orologio. Era l’una in punto.

Devo sbrigarmi. E’ ora che io pensi ad Emma.

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