da   Ass. Il Racconto Ritrovato

IO STARO' A GUARDARE di ROBERTA DEPIERA

La terra è scoperchiata in una buca larga e fonda, mucchi di zolle umide ne disegnano
i contorni. Qualcuno vi cala dentro una bara: va giù piano, a fatica.
Individui di stoffa scura dai volti pallidi attendono in circolo, le mani incrociate in grembo o infilate dentro le tasche. Sento freddo; cerco gli occhi di mia madre, ma non li trovo: troppo vecchia, troppo affaticata, forse solo troppo codarda. Ci sono le mie due sorelle, i cognati, gli amici di famiglia quelli più stretti coi loro figli, e i parenti che s’incontrano solo ai funerali. Ci sei tu, amore mio. Indossi qualcosa di nero che non riconosco, ti fa ancora più cerea. Tieni per mano Lidia, la tua bambina: ha la testa china e si nasconde dietro il tuo braccio. Scorgo pure la faccia rossa di Giovanni,mio amico d’infanzia: da piccolo faceva lo spavaldo, sgranava gli occhi verdi e tondi e sudava allegria; insieme correvamo nei campi, davamo la caccia alle rane. Ora si morde un labbro, una goccia gli scivola sulla punta del naso e cade in terra. Guardo oltre e osservo in basso i marmi lucidi e rossicci venati di bianco, le scritte d’oro e d’argento e le cornici ovali con dentro sorrisi sconosciuti, occhi pieni di segreti. C’è pure un bimbo appena nato. E più in là, altre pietre impolverate meno lucide e meno rosse, con le scritte bigie: niente oro né argento, solo a tratti orlate di verderame. Intorno, mura di quadretti e di marmo. Centinaia di cassetti strozzati dentro uno più grande. Croci e volti incorniciati. E fiori recisi, che puzzano di cimitero, garofani di plastica e polvere. Rose stinte dalla luce. Una giovane donna si arrampica sulla scala alta poggiata alla parete di pietra: allunga le braccia, e con le dita in un guanto spolvera il vetro su di una fotografia a colori, poi vi accosta le labbra e lo bacia. Ora, in un ultimo breve sobbalzo la cassa raggiunge e solca il fondo, e quando una pioggia di terra le crolla sopra mi sembra di sentirne in bocca il sapore, l’umido sulla pelle, e gli occhi mi si riempiono di nero. Barcollo. Alzo la testa e cerco un varco sopra di me, lo traverso con lo sguardo per distaccarmi da questo enorme loculo e respirare un sole freddo, innaturale. All’improvviso mi pare di sentire una voce, come un fiato. Cosa guardi? Allora i miei occhi corrono giù, di nuovo sulla fossa, sugli uomini vestiti di nero che si adoperano alla sepoltura, le strisce sulla fronte e le bocche tese. Si alza un vento di polvere, briciole di foglie secche mi sfiorano le orecchie. Assisto all’ultimo saluto. Guardo il fumo grigio spandersi e incresparsi nell’aria. Profumo d’incenso. Le parole del prete si levano in alto, nel cielo pallido di novembre: generano singhiozzi e partoriscono lacrime piene che colano sotto occhiali neri, su guance rugose, ingiallite dal tempo e dal sole. Un vecchio si toglie di tasca il fazzoletto piegato in quattro, lo tiene sulla mano aperta e si tampona gli occhi, poi tira su col naso.
Io non piango. Nemmeno una stilla. Eppure il dolore mi traversa come un punteruolo, parte a parte. Guardo mia sorella Regina, la più giovane: la rivedo nella camera mortuaria, mentre vomita un grido che insozza l’aria, tuona nello spazio e ne spezza la dignità; mio cognato l’afferra per le spalle e la trascina fuori, di peso.
Voglio dire qualcosa, una cosa qualunque: devo confortarli tutti, tutta questa gente che guarda. Invece rimango ammutolito. Nemmeno un suono. Indugio, represso nel mio angolo, invisibile.
Una donna grassa posa una mano sui riccioli biondi della mia figliastra, la tira a sé e le schiaccia la faccia contro il petto: mi sembra di avvertirne la mollezza, il pizzico della lana ruvida del suo paltò sul viso e nelle narici un lieve odore di naftalina.


Ora è finito. Sento il crepitio della ghiaia. La gente si muove, tutta insieme. In ordine sparso si trascina a braccetto fuori di quel quadrato di marmo e di morte: saluti mesti, mani molli, goffi abbracci, bocche dispensatrici di cordoglio. Tra non molto se ne andranno tutti. E muteranno espressione, riprenderanno colore: ciascuno respirerà la nebbia d’autunno e si scalderà le mani col fiato d’inverno, annuserà il profumo dei boccioli in primavera e suderà sotto un sole di fuoco. Qualcuno sopporterà un nuovo dolore, o sbalordirà di fronte a un bambino che nasce. A bocca aperta guarderà un’alba nuova, si assopirà su una poltrona e sognerà un vecchio amore. Forse sfiderà Dio e se ne pentirà. Accarezzerà un pensiero, bagnerà i piedi nel mare e sentirà sotto le piante la sabbia disciogliersi e fuggire, s’innamorerà e perderà il sonno, stringerà i pugni e sfonderà una porta chiusa, sfiorerà un corpo e gemerà di piacere. Colpirà, e sarà colpito. Bacerà e sarà baciato. Camminerà solo, o per mano a un bambino, sorreggerà un vecchio. Amerà, e odierà. Ritornerà nel mondo, ancora per un po’.

Invece quel cadavere di uomo qualunque rimarrà al buio, dentro a un buco nero a sciogliersi e cancellarsi dal mondo, in un’evoluzione lenta e feroce quanto imparziale. E tu, amore mio, immagini quel nero e ne hai paura.
A casa, ti chiudi in camera. Ti guardo, mentre ti siedi sul letto, compitamente. Lidia ti ha seguita fino a quando la porta le si è sbarrata davanti. Allora si è chinata, e ha spiato dal buco della serratura. Rimani muta, solo ti scrollano le spalle, di tanto in tanto. Ti poggio una mano sui capelli, con le dita te li sposto dietro le orecchie, come faccio sempre. Non te ne curi, fai finta di niente. Volgi lo sguardo al soffitto e soffi una preghiera.
- Aiutami, ti prego. –
- Si, amore mio, non aver paura sono qui. -, ti dico.
- Dio, dove sei? Perché me l’hai portato via? Perché proprio lui? Meritava di vivere ancora; doveva farlo per me, per la mia bambina.
- Lo so, tesoro. Lo so. –
Ti asciughi gli occhi coi palmi delle mani.
Mia figlia deve mangiare, bisogna che le prepari qualcosa. -, sussurri. Esci e vai in cucina. Io resto seduto, fermo. Di fianco, il letto è ancora affossato e caldo di te, ci poso sopra una mano. Sento il tuo profumo dolce, sa di gelsomino.
Lidia ha soltanto sei anni, ed è come fosse figlia mia: l’abbiamo fecondata con gli occhi, attraverso i gesti e con le nostre parole, e coi mille giorni che insieme abbiamo consumato, così in fretta. Ti ho messo incinta d’amore. E lei lo ha avvertito, ha colto i nostri spiriti innamorati e ha preso a chiamarmi papà; così, tutto d’un colpo, un fiato inatteso dalle sue labbra a forma di fragola. Se la guardo, il cuore mi si torce come se ce l'avesse tra le dita, il pugno stretto.
Tua figlia non dovrebbe assistere a questo teatro di morte, non dovrebbe respirare il dolore. E’ ancora presto. Troppo, presto.
Scendo adagio le scale. Al piano di sotto c’è la casa di mia madre, le mie sorelle tornano quasi ogni giorno e rimangono a tenerle compagnia. Entro, e la vedo seduta sulla sua poltrona, la coperta sulle gambe sollevate e i piedi affondati in un cuscino. La televisione è spenta, la luce è gialla e debole, c’è odore di brodo di verdure. L’orologio appeso al muro cadenza i minuti in un’agonia battente che ubriaca: rumore di solitudine e vecchiaia. Un tempo questa casa era abitata dal sole, dal frastuono delle nostre risa, quelle di noi fratelli bambini. Ricordo gli scherzi e le bravate, la gioia e le urla di mia madre, il viso di mio padre e le sue mani contadine, tagliate dalla terra; l’armonia, la freschezza, il ritmo e la luce incalzante del giorno invadevano le stanze. Poi un veto ha impedito loro di entrare, le ha cacciate. Sono rimaste chiuse fuori, di là della finestra. Se ne sono andate insieme a mio padre, tanto tempo fa. Hanno ceduto il posto alla penombra, a una quiete mesta popolata di fiati assopiti e dolori alle ossa, fatta di mani tremolanti e raggrinzite, labbra schiuse senza denti, e lenti spesse che distorcono gli occhi, vene violacee e caviglie gonfie. Guardo quello che rimane della mia antica famiglia: una madre vedova due volte. E due sorelle, che vivono altrove.
Hanno il viso tirato di chi scampa e resiste a un nuovo lutto. Eppure, nei loro occhi lampeggia un bagliore cupo che sa di rancore, di rivalsa, puzza di guerra.
Parlano sottovoce, ogni tanto un gemito strozza loro la voce. Colui che se n’è andato ha lasciato qualcosa in sospeso. Cose terrene, di cui presto o tardi bisognerà curarsi: si tratta del lavoro di una vita, ci sono i beni di famiglia, da salvaguardare. Rifletteranno sul da farsi. Impugneranno il testamento, forse è l’unica cosa da fare.
Le siedo vicino, mamma si soffia il naso e sospira:
- Non è giusto, toccava prima a me andarmene.-
- Mia sorella Ivana, la maggiore, cammina su e giù per la stanza.
- Non siamo noi a scegliere, mamma.-
- Pure lui è stato ingiusto! -, fa’ la Regina. - Si è sposato una divorziata, e quella ragazzina non è neanche figlia sua! Dio … le ha lasciato perfino la sua fetta di casa, la casa di famiglia … Tutta una vita di fatiche, il sudore di nostro padre in mano a due estranee -.Una scuote la testa. L’altra piagnucola. La terza annuisce.
- Cosa vuoi che importi a quella, se suo marito se n’è andato sottoterra? Gli è stata accanto, ma … l’ha fatto solo per interesse. –
- La posta in gioco era troppo alta, te lo dico io! –
- Beh, invece dovrà andarsene così com’è arrivata: a mani vuote … -.
Le parole escono come sputi, stilettate dense di malanimo. Ora mi metto in mezzo, alzo la voce, sibilo.
<< Cosa dite? Noo, non vero, vi state sbagliando … non è così! >>.
I loro sguardi mi trapassano, mi bucano e mi feriscono senza toccarmi.

Ora è notte. Guardo in alto il cielo di pece: solo una stella riposa, russa e pulsa il  riflesso nella sua culla senza fine. Anche tu dormi, tesoro mio: ti ho lasciata avvinghiata alla nostra bambina. Prima di piegarti al sonno, ancora una volta quel buco nero ti ha sfondato gli occhi, e hai tremato di paura.
La stella solitaria mi osserva, mi incanta, e io concepisco pensieri di luce: vedo il tuo profilo e la tua pelle di latte, le pupille che bruciano di sorriso e il collo sottile, chinato su di me. Vedo la piccola Lidia, bocca di fragola e mani lunghe, dita che mi strizzano il cuore. E penso a mia madre e alle sue carezze, alle sue favole d’oro ricamate di voce calda e parole di miele, l’alito di liquirizia. E al suo corpo succhiato dagli anni, il cuore inasprito e duro. A mio padre, che sorride in bianco e nero dentro una vecchia fotografia. Rivedo le mie graziose sorelle: anime pulsanti, tanto gagliarde eppure così ciniche e superbe, gli occhi incantati dal mondo e gli abiti da sposa messi
via in fondo a un baule a invecchiare insieme al loro amore; e la mia gelosia di fratello come una spina di nuovo mi punge il cuore.
Tutta una vita mi si srotola davanti, come un nastro di sole in una pianura di notte.
La stella mi guarda. Sottovoce le chiedo cosa accadrà ora, ché ne sarà di loro.  
Ascolto un fiato dal cielo, ancora una volta una voce mi suggerisce qualcosa.

Non avere paura,
loro hanno ancora tempo.
Io, starò a guardare.

Starò a guardare, ripeto piano. Si, mentre invece chi resta si farà male. Scaglierà parole cocenti come lingue di fuoco, si calpesterà e si disprezzerà per quattro soldi, tradirà e si vendicherà, farà di una miseria una ragione.
Qualcuno penserà di avere vinto. Qualcun’altro non perdonerà.
Parleranno di me e mi rimpiangeranno per quello che ho lasciato, piuttosto che per avermi perso. E diranno bene di me: io, fantasma di uomo senza eguali, unico e speciale come lo sono tutti coloro che se ne vanno, forse perché ora stanno da un’altra parte. Ciascuno mi riconoscerà come colui che assolve i propri gesti meschini, si impadronirà del mio giudizio, farà del mio pensiero il suo pensiero. Confiderà nella giustizia divina e crederà di avermi amato. E mi amerà ancora, non si sa per quanto.

Mi volto indietro e ti vedo, solo per un attimo.

Non avere paura, amore mio.

Io non ho più tempo,
ma starò a guardare.

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