da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi piĂą svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarĂ  il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualitĂ , l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrĂ  essere scoperta e fonte di arricchimento. 

AttivitĂ  minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrĂ  e potrĂ  coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrĂ  divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

Tesoro mio, sono qui seduto di fronte al mio pc, l’ ufficio è vuoto, ne approfitto per scriverti.

Stamane mi ha chiamato il GRAN CAPO. Mi aspettavo una convocazione, sapevo che stava verificando il mio operato. Mentre camminavo verso il suo ufficio pensavo a come mi avrebbe comunicato la sua soddisfazione visto l'ottimo lavoro che ho svolto in questi ultimi mesi
procurando nuovi clienti e incrementando oltre che ottimizzando, le commesse giĂ  acquisite.

Mi sentivo piĂą che soddisfatto, forse poteva starci anche una promozione.


“Buon giorno Poletti, si accomodi.”

“Buongiorno Dottore, grazie, mi dica.
Ero tranquillo convinto dell’ottimo mio operato
“Allora, lei è ragioniere vero?”
”No, dottore perito informatico”.
”Ah perito, capisco. Dunque,caro Poletti, sono molto soddisfatto del suo lavoro, sa ora l'azienda sta crescendo, faremo affari anche all'estero. Perciò...”
Perchè mi spiegava cose che io ben conoscevo. Si, certamente che era soddisfatto, e allora?
“Credo lei comprenda che al suo posto preferiamo ci sia un laureato, che non avrà la sua esperienza ,ma sicuramente altre conoscenze diciamo più … attuali. Dunque, noi siamo disposti a darle una cospicua buonuscita.
Ora ci pensi, e domani mi faccia la sua proposta economica, sentirà la nostra e ci accorderemo.”
IL gran bastardo mi mostra le zanne, si è alzato mi ha offerto la mano e mi ha velocemente congedato.
“Dottore non capisco, siamo entrambi consapevoli dell'efficacia del mio lavoro, io ho 53 anni cosa..”
”Poletti, ci vediamo domani, ah mi raccomando, lasci l'ufficio disponibile per dopodomani. Buona giornata!”

Buona giornata?. La segretaria aveva finto di rovistare nei suoi cassetti e mi ha salutato senza guardarmi. La porta si era giĂ  chiusa alle mie spalle.

Cosa vuol dire conoscenze piĂą attuali. Mi hanno segato, anzi cacciato, si moglie mia cara, cacciato come se io fossi un incapace, un impiegatuccio qualsiasi di quelli che controllano solo l'orario per andarsene a casa. Accidenti! Accidentaccio Chi avrĂ  deciso? Lui? Il gran capo o qualcuno dei suoi leccapiedi, o no, anzi, ecco l'avranno abbindolato. Chi ? Sicuramente LORO, le giovani donne.
Le nuove stagiste, che se lo coccolano, gli sorridono, gli danno i bacetti al mattino.
Si le ho viste quelle, scusa cara, brutte troie.
- Dottore. Eccoli i nuovi report. Visto come tendiamo alla crescita? Contento? - 
Si, le ho sentite, come parlavano in modo melenso con il gran capo.
Io per loro sono un... nessuno. Mi salutano appena e solo se ci scontriamo in corridoio.
Amore mio sono proprio delle schifose, sì schifose.
Dopo 30 anni di lavoro! Cacciato. Moglie che farò?
Quanto tempo era che non ti scrivevo? Anni..
Lo so che adori leggere. Da quando siamo insieme ti ho sempre visto un libro in mano. Da domani leggerò anch'io, tu mi consiglierai i titoli .
Vorrei tanto sentire la tua voce ..

"Allora? Ancora su quel maledetto computer a far guadagnare i grandi capi?”


Basta! Tu da tempo me lo dicevi, e spesso.

Ma forse tu sospettavi qualcosa? Non è che... come il cornuto sono l'ultimo a saperlo? Me lo spiegherai quando torno a casa. Domani, dopo che avrai letto...
Quando tornerò a casa. Tornerò..

Premo l'invio...ti amo aspettami.

Il tuo Lucio

 

L’appuntamento era alle 8.00 in ufficio per caricare sul furgone tutta l’attrezzatura. Quell’uscita toccava a me e a Sergio e dovevamo essere al casello di Forlì per le 9.30. A quel tempo, così come oggi, lavoravo come geologo in una piccola società. L’obiettivo della giornata era di fare alcune prove tecniche sul terreno, usando una sonda. Ma questa, credetemi, non è roba di cui interessarsi troppo.

Sergio arrivò alle 8.30 entrando dal cancello come un pazzo invasato, in sella alla sua solita moto Guzzi. La moto deve avere grosso modo gli stessi anni di Sergio, una quarantina, e sembra essere uscita dal film di Easy Rider. Sergio si scusò subito del ritardo spiegandomi che era stata tutta colpa dell’idraulico.

L’idraulico doveva arrivare a casa sua quella mattina alle 7.30, in modo che Sergio, prima di uscire di casa, gli potesse dare velocemente le istruzioni sul lavoro che doveva fare. In effetti l’idraulico era arrivato alle 7.30, solo che dovette precipitarsi nel bagno, che doveva tra l’altro aggiustare, per un improrogabile problema intestinale. Doveva insomma cagare, e alla svelta.  A Sergio, che assistette impassibile alla corsa dell’idraulico nel suo bagno, sembrò poco opportuno indicare le tubature da sistemare all’altro mentre era seduto sulla tazza, quindi rimase in attesa. Dopo 15 minuti buoni questi riemerse dal bagno e Sergio, a quel punto, pensò saggiamente di prendere tempo offrendogli un caffè.
La morale di tutto questo è che Sergio arrivò con mezzora di ritardo e che il furgone me lo caricai da solo. Credetemi, la storia dell’idraulico è assolutamente vera, con Sergio questo è il minimo che possa capitare.
Dopo aver controllato che ci fosse tutto e dopo aver fatto benzina al distributore, partimmo. Erano già le 8.45, guidava Sergio che al volante è un mirabile esempio di violazione del codice stradale e delle più elementari regole di guida. Egli considera la guida un’attività a cui non è indispensabile prestare troppa attenzione. Nel traffico delle prime ore del mattino a Bologna, così come in tangenziale e in autostrada, gli ho visto compiere le azioni più azzardate. Quella mattina rispose non so quante volte al cellulare che teneva appeso alla cintura dei pantaloni dentro ad una custodia. Per afferrarlo e toglierlo da quella custodia dovette usare tutte e due le mani togliendole dal volante e praticamente alzarsi in piedi. Dell’auricolare credo che non sappia nemmeno l’esistenza. A un certo punto tirò fuori dalla tasca un orologio e ritenne che, mentre stava guidando ai 120 all’ora, fosse il momento buono per allacciarselo al polso. Durante questa operazione, di un paio di minuti, resse il volante con il gomito. Dopo un po’, vidi che armeggiava con il marsupio che portava legato in vita, ne tirò fuori un mazzo di chiavi ed una chiave singola che, sempre guidando con l’aiuto anche delle sue ginocchia e di una delle mie mani, inserì nel mazzo. Dopo sembrò essere molto più soddisfatto, anche se non ho ancora capito perché quelle chiavi non potesse lasciarle dov’erano e sistemarle dopo. Non mi stupii, del resto successivamente, quando tirò fuori dallo zaino l’acqua e i cracker e cominciò a fare lo spuntino. Stavamo poi solo sorpassando un camion.

Credo che Sergio abbia trascorso troppo tempo con ragazzi che lavorano principalmente in Romagna. Avevo visto uno di quelli guidare, in una stradina con fosso, un camion a rimorchio con sopra una sonda da diverse tonnellate (la sonda è una specie di trattore che serve per fare i sondaggi nel terreno) e nel frattempo mangiare un’arancia con tanto di buccia. Finitala lo stesso tizio aveva tirato fuori una scatola di ceci, l’aveva aperta e bevuto letteralmente i ceci rovesciandoseli in bocca.
Per questi ragazzi guidare è un intermezzo tra una cazzata e un’altra.
Ad ogni modo quella mattina, a metĂ  della tangenziale, cominciammo a sentire il furgone ballare su e giĂą.
“Sembra anche a te di andare su e giù?”, mi chiese Sergio.
“Bè…in effetti, la sensazione è quella. Forse la strada è un pò deformata”.
Sergio guardò nello specchietto retrovisore e, con molta calma, disse:
“Non è la strada sai, è la ruota dietro che da qui sembra ovale e un po’ sporgente”.
L’idea che la ruota del furgone stracarico fosse messa così, mi rese un po’ nervoso, ma ero ancora
talmente impastato dal sonno che non riuscii a preoccuparmi piĂą di tanto.

Facemmo ancora un po’ di strada ballando su e giù, quando Sergio decise che era il caso di fermarsi lungo la corsia di emergenza per dare un’occhiata alla gomma. Eravamo in un tratto curvilineo della tangenziale, in uno spazio largo neanche due metri. A un niente da noi passavano a tutta velocità auto e camion. Scendemmo dal furgone e andammo dietro a controllare la situazione. Pensavo che sarebbe bastato davvero poco per crepare nel peggiore dei modi. Uno stronzo qualunque, magari con i postumi di una sbronza, poteva venirci addosso in un momento di stanchezza o di distrazione.
Non era un’ipotesi poi tanto remota, mi venne in mente quello che era successo qualche tempo prima a Modena. Un’auto con a bordo tre ragazze e un ragazzo era letteralmente volata fuori dalla tangenziale, per poi atterrare 4-5 metri più sotto, su di un prato. Anche dopo l’impatto, l’auto perse solo parzialmente la sua velocità e finì la sua corsa dentro al cantiere in cui stavo lavorando. Il punto in cui si fermò distava dalla strada almeno 50-70 metri in linea d’aria, con un dislivello di 4-5 metri.
Vi assicuro che se non l’avessi visto con i miei occhi non ci avrei mai creduto. I ragazzi non si fecero nemmeno un graffio.
Con un occhio alla gomma e uno ai diavoli che ci passavano di fianco, Sergio ebbe una delle sue idee sprezzanti del pericolo. Mi disse: “Non sembra rotta. Facciamo così, sali e vai avanti una trentina di metri lungo la corsia. Io ti seguo e intanto guardo come si comporta la ruota”. Non discussi, salii e premetti l’acceleratore. Per circa 30-40 secondi, la scena che si presentò agli occhi degli altri automobilisti lanciati ai 100 all’ora fu quella di un tizio che correva dietro a un furgone.
Che razza di modo di cominciare la giornata.
Per fortuna nessuno aveva i postumi di una sbronza, per cui non fummo investiti. Risalimmo sul furgone e manco a dirlo tornammo a ballare su e giĂą.
“Va bè, stai tranquillo. Basta solo andare un po’ meno veloci e non dovrebbe succedere nulla”, disse Sergio. Dopo qualche minuto sentimmo un bel TLOK provenire da dietro e istantaneamente il furgone sembrò smettere di ballare. Io e Sergio ci guardammo con l’aria di chi non sapeva se stava per succedere qualcosa di buono o di cattivo. Successe qualcosa di buono.
“Visto, tutto a posto!”, esclamò Sergio.
“Si, a posto. Certo che se anziché fare TLOK e andare a posto, faceva TLOK e si staccava dal furgone…”, aggiunsi io.
Ma Sergio aveva fede e fiducia nel mondo e nelle ruote. Si lanciò immediatamente ai 140 e al diavolo i cattivi pensieri!
Arrivammo al casello di Forlì quasi in orario. Là ci aspettava un tizio che doveva condurci al luogo di lavoro. In realtà, quel giorno dovevamo andare in due posti diversi di cui il primo era solo a qualche chilometro dall’uscita dell’autostrada, il secondo era più lontano, sulle colline di Forlì.
Andammo quindi subito nel cantiere piĂą vicino e scoprimmo che si trattava di uno sfasciacarrozze. Beh, il posto non era esattamente quel genere di luogo in cui si vorrebbe trascorrere tempo. Immaginatevi centinaia  e centinaia di auto distrutte o semidistrutte con altre impilate sopra le prime e altre ancora impilate sulle seconde disseminate all’interno di un piazzale sterrato, grande all’incirca come uno di quegli enormi parcheggi dei grandi centri commerciali. Sembrava un gigantesco labirinto i cui muri erano costituiti dai cumuli di macchine sfasciate.
Siccome era da due o tre giorni che pioveva, il selciato era ricoperto di fanghiglia e di pozzanghere. Anche quella mattina stava piovigginando e tirava un vento piuttosto forte. Quando misi piede giĂą dal furgone pensai molto intensamente a letti morbidi e caldi, a donne morbide e calde, a tazze di caffè fumante. Fu una visione di qualche secondo, dopo mi concentrai sulle auto. Gran parte di quelle che si trovavano lì,  vi venivano portate a seguito di incidenti avvenuti lungo l’autostrada. Portiere penzolanti e scardinate, parabrezza e finestrini frantumati, cofani e bauli accartocciati, airbag sgonfi che penzolavano tristemente dal volante, oggetti e fogli di giornale abbandonati su quello che rimaneva dei sedili. E ancora fanali, paraurti, cassetti portaoggetti, volanti, ruote, cerchioni, pezzi di motore, marmitte. Tutto irrimediabilmente distrutto, contorto, frantumato.

Guardai tutto questo e in un certo senso ne fui quasi affascinato. Poi mi misi a pensare che, per forza di cose, dentro ad ognuna di quelle macchine c’erano state delle persone. Un istante prima che tutto si accartocciasse e si distruggesse là dentro c’erano persone, quel posto puzzava di morte e di tristezza. Guardando quei rottami, era difficile pensare che le cose fossero andate a finire bene, era davvero molto difficile.
Ad ogni modo noi eravamo lì per fare un lavoro e lo facemmo. Mentre lavoravamo, intorno a noi si muovevano gli operai sfasciacarrozze. Sembravano tutti tizi di poche parole, con certi grugni piuttosto arcigni. Si aggiravano tra le auto non si sa bene a fare cosa. Forse controllavano da quali si potessero recuperare dei pezzi di ricambio integri. Certo che, lavorare tutti i giorni in quel piazzale che puzzava di morte, con il caldo, con il freddo e poi la pioggia…Lo credo bene che avessero la faccia ruvida, mica come quelli che trovi alle sei e mezza del pomeriggio a farsi l’aperitivo in centro. Niente Martini dallo sfasciacarrozze.
Ad un certo punto si fermò di fianco a noi un grosso camion, dotato di un lungo braccio meccanico alla cui estremità si trovava una tenaglia di ferro a quattro denti. L’operatore che stava nel camion fece allungare il braccio fino ad una pila di macchine. I denti della tenaglia si aprirono e penetrarono nell’abitacolo dell’auto che si trovava in cima alla pila, la vettura venne sollevata in aria a 4-5 metri da terra e, adagiata nel cassone del camion. Vennero caricate in questo modo alcune auto, che poi furono mandate alla pressa che le riduceva a scatole rettangolari grandi circa come un bidone della spazzatura. Questa operazione veniva svolta con gran scioltezza dai ragazzi e più di una volta vidi passare sopra alla mia testa la sagoma di uno di quei rottami.
“Cristo Sergio…non possono stare fermi  venti minuti intanto che noi finiamo!? Schiacciati da una macchina che cade da 5 metri è una brutta morte sai!!”, dissi io.
“Dai, tranquillo che la tenaglia tiene. Finiamo e andiamocene via da questo posto di merda”.
Prima di andare in collina, nel secondo cantiere della giornata, ci fermammo per pranzare. Finimmo in uno di quei soliti posti che si incontrano lungo la strada, luoghi anonimi, grigi e incasinati. Lo scegliemmo utilizzando come criterio il solito “metodo dei camion”. E’ un criterio molto semplice: più camion sono parcheggiati di fronte ad una trattoria o ad un ristorante e maggiori probabilità ci sono che in tal posto si mangi bene, abbondante e a poco. Il camionista sa bene, dove mangiar bene. Se poi il ristorante in questione si presenta all’esterno squallido e cadente, dove non vi fermereste mai, allora è fatta. Avete trovato il posto in cui si mangia meglio di tutti.
Entrammo. La solita sala più o meno grande, con un vago retrogusto di sporco e tavoli sparpagliati dappertutto, quasi fin dentro al cesso e alla cucina. I tavoli erano quasi tutti occupati da un’orda eterogenea e variopinta di persone, rigorosamente tutte maschi. La bellezza non abita mai in posti del genere, semmai l’umanità o la verità. La bellezza no. Ci sedemmo ad un tavolo incastrato tra altri due e l’angolo del muro. Vicino a noi c’erano anche alcuni vasi con piante tristi e morte. Cioè, non è che fossero proprio morte, ma erano così tristi che lo pareva.
Tutti gli avventori, contemporaneamente, parlavano, discutevano, ordinavano, si lamentavano, ridevano e commentavano. Rumore di sottofondo. Italiani, africani neri, africani bianchi, indiani, rumeni, albanesi. Lingue diverse sovrapposte e poi dialetti. Gli argomenti erano sempre gli stessi: lavoro, donne, soldi e le cameriere. Quel giorno c’era una ragazza a servire i tavoli che andava molto a genio agli uomini presenti. Si prese certe occhiate, quasi uno stupro visivo, e non è che fosse bellissima. Aveva però molte tette, molto culo e molta bocca. Questo era più che sufficiente.
Sopra a tutta questa fiera, in trattoria come nella vita, la televisione. A tutto volume, perché le cose che dice sono troppo importanti per rischiare di non sentirle: notizie terribili, morte e disperazione, idiozie, stupidaggini, personaggi inimmaginabili e donne troppo belle per essere reali. O almeno, troppo belle per me. Stronzate, stronzate, fiumi e oceani di cazzate. Pubblicità!

Caffè e grappa chiusero in bellezza il nostro pranzo. Non c’era un minuto da perdere. Con il nuovo pesante fardello nello stomaco, ci avviammo verso le colline di Forlì. Alla guida mi misi io.

Questa volta,  l’ambiente circostante, era decisamente migliore e piĂą salubre rispetto a quello della mattina. Colline verdi, alberi dalle foglie colorate di un rosso magico e poi via tutto il resto. Aria fresca, buona. Avevamo un bel daffare con la cartina, per trovare il punto esatto in cui dovevamo lavorare. Quando si esce dalla cittĂ  e il territorio cambia, orientarsi non è piĂą così facile. Seguitavo a guidare il furgone lungo strade sterrate con molte buche e in salita ripida. Il furgone, evoluzione moderna del mulo, arrancava, sbuffava e traballava. Ma in cima ci arrivava sempre.  Quando ci rendemmo conto dove eravamo e soprattutto dove dovevamo andare, scoprimmo che il nostro punto X era inaccessibile al furgone. La strada finiva e bisognava scendere per un pendio erboso, superare fossi e cunette. Troppo per il mulo tecnologico. Sergio  ed io decidemmo quindi di risolverlo in questo modo. Lui avrebbe tentato di arrivare sul punto X conducendo attraverso il percorso offroad solo la piccola sonda, nostro imprescindibile strumento di lavoro, che tenevamo caricata sul furgone. Pensammo che forse ce l’avrebbe fatta, in quanto era piccola, dotata di cingoli e si comandava semplicemente con delle leve. Nel frattempo io sarei dovuto ritornare indietro con il furgone, lungo la strada che avevamo appena percorso per dirigermi verso una casa che avevamo visto segnata sulla cartina. Vicino a questa casa sembrava infatti esserci una stradina che, se praticabile, poteva condurci ugualmente al punto di lavoro e avrebbe rappresentato il percorso di riserva, nel caso in cui Sergio non fosse riuscito a portare la sonda giĂą per il pendio.

Con il furgone che di nuovo sbuffava, traballava e arrancava, arrivai dopo una decina di minuti nei pressi della casa. Mi fermai a circa 200 metri, di fronte a un cartello che diceva: “PROPRIETA’ PRIVATA-DIVIETO DI ACCESSO”. Dopo il cartello cominciava il vialetto privato che conduceva all’abitazione. In questi casi è bene non prendere iniziative azzardate. Lasciai quindi il furgone parcheggiato sul ciglio della strada e procedetti a piedi, sperando che in casa ci fosse qualcuno, in modo da chiedergli il permesso di passare. Percorrendo il vialetto ricoperto di foglie, cominciai ad intravedere dietro agli alberi, sulla mia destra, la sagoma dell’edificio. Sembrava una vera e propria corte anche se decadente. C’erano alcune costruzioni di dimensioni diverse, circondate e racchiuse da un muro di cinta. Il tetto dell’edificio più grande aveva addirittura i merletti e a fianco si scorgeva una sorta di piccola cappella. Mi immaginai per un attimo di vivere lì, con un harem di donne e fiumi di alcol. Magari poi mi sarei annoiato lo stesso. Comunque il posto stava diventando davvero interessante ma uscendo da una leggera curva del viale, quando ormai ero a poche decine di metri dall’entrata, ecco il cane. Se ne stava sdraiato a pancia in giù sul tappeto di foglie, come una sentinella, tranquillo e regale. Era un lupo, dal pelo grigio chiaro e nero. Una bestia magnifica, una delle più terribilmente belle che esistano. Mi vide e cominciò a fissarmi. Probabilmente era già da un pezzo che mi aveva sentito arrivare per cui non sembrava più di tanto stupito nel vedermi. Mi guardava immobile, rimanendo sempre sdraiato e con il collo diritto. A quel punto io mi trovavo a circa 20 metri da lui e ovviamente mi fermai un attimo a riflettere sul da farsi.

Ero un tantino preoccupato per due motivi fondamentali. Numero uno, fin dai tempi delle favole il lupo è sempre stato cattivo e mai buono e il luogo in cui mi trovavo aveva un che di incantevole, di fiabesco. “Che sia un segno?! “, pensai.

Numero due, il cane non stava abbaiando. Si dice “can che abbaia non morde”, per cui il mio lupo rientrava di diritto nell’altro 50 per cento. Mi era venuto in mente che il cane era a difesa del suo territorio, per cui ritenevo che, se avvicinandomi avesse cominciato ad agitarsi, mi sarebbe comunque bastato girare i tacchi e andarmene. Ritenevo improbabile un suo inseguimento, per quanto incazzato, anche se un’eventuale fuga avrebbe potuto risultare tragica. Oltre che il lupo, avrei avuto contro anche la paura e tutto quello che avevo mangiato a pranzo.

Nonostante quindi, che la mia situazione fosse data perdente 2 a 1, decisi di essere ottimista.
Ripresi a camminare, feci il primo passo e il lupo si alzò in piedi. Le fiabe e i proverbi mi erano contro e i fatti stavano cominciando a dargli ragione. Ma ero ancora speranzoso che la mia teoria fosse buona. Continuai perciò a camminare. La bestia rimase ferma, da quando mi aveva visto, non aveva distolto gli occhi da me nemmeno per una frazione di secondo. Ero ormai a meno di dieci metri. Lo avevo di fronte, adesso. Che animale stupendo, che magnifico esempio di bellezza, classe, ferocia, fierezza, forza. Aveva gli occhi gialli, vi assicuro, gialli come i petali di un girasole. Con quegli occhi poteva essere la creatura più dolce di questo mondo così come un killer. Ancora due, sei, otto passi. Lui, immobile. Arrivai vicinissimo a lui che, ancora fisso, lavorava con il naso per captare tutti i segnali che la mia presenza gli inviava. Ormai, anche la sicurezza derivante dalla mia teoria, non significava nulla. Se avesse voluto azzannarmi, lo avrebbe potuto facilmente fare e per me, tanti saluti. Gli porsi entrambe le mie mani con il palmo rivolto verso il suo muso. Avevo sentito dire che un cane si può innervosire se si tengono le mani in tasca o con il palmo nascosto. Forse i suoi padroni lo avevano addestrato a non uccidere il primo sconosciuto che si presentasse alla sua vista, o forse le fiabe e i proverbi raccontano un sacco di sciocchezze, fatto sta che il lupo si avvicinò, mi annusò le mani, scodinzolò un poco e si fece accarezzare quel bel muso che aveva.
Tirai un sospiro di sollievo per non essere stato sbranato e feci quel che dovevo fare. Sergio riuscì poi a scendere dal pendio in cui si era avventurato, per cui tutta la mia fatica fu praticamente inutile.
Il resto del lavoro si svolse senza eventi particolari e quindi senza niente di interessante da raccontare.
Quando ormai la sera fu realtà, facemmo ritorno all’ufficio. Ci salutammo e io me ne andai verso casa. La giornata era stata piena, stancante e se vogliamo, anche vagamente emozionante. O forse sono io che mi emoziono con poco. Tornando non feci nessuna deviazione verso aperitivi, chiacchiere e cene a casa di amici. Tirai dritto verso casa dove c’erano ancora un sacco di buoni motivi per tornarci. Fu una serata normalissima, a casa, in famiglia.

Una serata stupenda.