da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi più svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarà il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualità, l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrà essere scoperta e fonte di arricchimento. 

Attività minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrà e potrà coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrà divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

 

Dalla sua camera al secondo piano stava cercando di ricordare cosa doveva fare, guardava fuori dalla finestra. Sul viale non c'erano movimenti ma nel parco stavano volando degli uccelli che sembravano allodole. Il signor Alfredo tentava di ricordare se dovesse uscire nel corridoio, chiamare l’ascensore e presentarsi in sala da pranzo, o se invece era il momento di togliersi la dentiera e indossare il pigiama. Poiché s'accorse di tenere tra le mani qualcosa di morbido e bianco, capì che la cena era già stata servita. Si scostò dalla finestra e si affrettò a nascondere il tovagliolino di carta. Lo spianò con le nocche ossute e, anche se perse tempo con la serratura, riuscì a sistemarlo in cima alla pila dentro l'armadio. Soddisfatto rimase a contemplare tutti quei tovagliolini che aveva salvato dalla pattumiera.
Mentre stava sorvegliando il suo tesoro, gli parve d’essere chiamato da un colpetto di clacson. Richiuse l'armadio e, prima che salissero gli scalini ed entrassero nella Casa di Riposo, fece in tempo a vedere due persone che accennavano alla sua finestra; non gli sembrò di conoscere l’uomo, e neppure la donna con il cane al guinzaglio.
Intanto il crepuscolo aveva striato di rosso il fogliame del viale... Il signor Alfredo si ritrovò ad ansimare nel tramezzo di saggina della sua tenuta, per ore aveva vagato nel fosso per sfuggire ai fascisti. Il petto gli batteva sugli stecchi appuntiti mentre pregava che finisse presto il passaggio dei cannoni e delle camionette. I tedeschi si ritiravano e, per raggiungerlo dove si era nascosto, il suo cane da caccia era rimasto sotto i cingoli di un carro armato.
Di quel giorno rivide il pelo insanguinato sul ciglio della carreggiata, vicino alla pozza del sangue di Ernesto, sfigurato e caduto a pancia all'insù nel canneto.
- Sul fatto lo avevano interrogato i carabinieri.
- C'erano dei contrasti tra lei e suo fratello?.
- Nessuno - aveva affermato.
La colpa era tutta di Ernesto. Il signorino stava tramando alle sue spalle, voleva trasferirsi dall’amante e svendere vigne e fattoria. Era toccato a lui salvare il patrimonio!
Il maresciallo lo aveva messo in difficoltà.
- Ci spieghi signor Catelani... Se la caccia alla lepre non era ancora aperta, e voi tiravate alle allodole, per quale ragione nel suo fucile c'era una cartuccia corazzata?
- Le cartucce le preparava Ernesto - si era inventato.

“Signor Alfredo, ma perché se ne sta lì al buio? È l’ora delle pasticche. Non ci ha sentito bussare?”

Le due signore che entrando avevano acceso la luce, le riconosceva. Infermiere del turno di notte, davano confetti, tisane e sciroppi, di loro poteva fidarsi.
“Per le belle signore tengo la porta sempre aperta, e poi vi ho viste nel corridoio”.
“Beato lei che vede a porte chiuse. Stasera cosa preferisce per buttar giù la medicina? Latte scremato, caffé d’orzo o camomilla?”
“Voi cosa mi consigliate?”
“Camomilla!”
“La camomilla fa bene a chi non la piglia”.
“Per piacere non ricominci con questa filastrocca”.
“Siete delle bambine cattive!”
“Senta, perché non va a mettersi il suo bel pigiamino azzurro?”
“Prima spogliatemi voi”.
“Nemmeno per sogno! Per ora sa farlo da sé. Vada in bagno che intanto le prepariamo una bella tazza d’orzo, così si rilassa”.
“Facciamo un patto!”
“Lei avrà ancora delle idee, ma deve smetterla con queste sciocchezze”.
Non sapendo come proseguire, il signor Alfredo borbottò che erano signorine senza cuore. Aprì la porta del bagno indugiando sul da farsi. Si ricordò di spogliarsi, ma poi s’incantò davanti allo specchio senza indossare il pigiama.
“Per ora non è violento, però se peggiora... l’alzheimer è una brutta bestia” sbuffò l’infermiera più giovane.
“In questa camera, io non entro mai da sola” aggiunse l'altra.
Mentre preparavano la bevanda suonò il citofono. Dalla portineria comunicavano che era arrivato il nipote del signor Alfredo, era rimasto bloccato dal traffico ma avrebbe voluto fare un saluto allo zio.
“Per noi va bene” acconsentirono le infermiere. Dopo poco sorrisero accogliendo l'uomo abbronzato, noto per le visite lampo.
“Si sbrighi! È arrivato suo nipote” strillarono al signor Alfredo che quando si estraniava diventava sordo. Ma la parola nipote ebbe l’effetto di ricordargli un pericolo, abbandonò precipitosamente lo specchio come avesse ricevuto una puntura inattesa.
“Ma come si presenta!” brontolarono le infermiere.
“Non importa, sono io fuori orario” intervenne il nipote. “zione mi dispiace, ma anche oggi ho avuto un contrattempo, però ti prometto che la prossima volta...”
“Si, si...” rispose il signor Alfredo porgendo la guancia, subito ritirandosi.
“Mia moglie ti saluta e ti manda i cioccolatini, è dovuta restare giù in portineria con la cagnetta”.
“Vai, vai... Posa quella roba e torna pure dal cane, io non ho bisogno di visite”.
“È scortese anche con noi, bisogna avere pazienza” lo scusarono le infermiere e sbadatamente chiusero la porta in faccia al signor Alfredo senza dargli la buonanotte.
Dunque erano tutti d’accordo! Cercavano il modo per incastrarlo, si disse. Quel Giuda era venuto con i cioccolatini perché aveva in mente qualcosa, di sicuro erano avvelenati.
“Ma io sono più furbo di voi! E dai morti non mi faccio fregare” iniziò a gridare andando su e giù per la camera. D'improvviso si precipitò nel corridoio brandendo la scatola ricevuta.

Altri ospiti si affacciarono, ma vedendolo infuriato e poco vestito, rimasero a origliare dietro la porta.

L'alterco, com’era successo altre volte, perse di vigore nel giro di pochi minuti. Cessò appena le infermiere tornarono per sedare lo schiamazzo.
“Vi siete dimenticate di darmi la pasticca” le rimproverò le rimproverò il signor Alfredo.
“Ha ragione, ci scusi” lo blandirono. “ma per favore si copra”
Questa volta, egli che non aveva mai regalato niente a nessuno, aprì la scatola senza protestare. Garbato e serio si mise a offrire cremini e bonbon.a, può buscarsi un malanno!”
Le infermiere si dettero un’occhiata e decisero di lasciarlo fare.
Una parte degli ospiti invece, specialmente le anziane in camicia da notte, adesso accorsero e lo applaudirono. Si strinsero a lui per avere i cioccolatini rischiando inciampi e rottura di femori.
Per porre fine allo scompiglio, le infermiere dovettero chiamare i colleghi. Ci vollero reiterate minacce per far tornare la calma e mettere a letto il signor Alfredo. Il sonno gli arrivò quando ancora era allegro, anche se a luce spenta non ricordava chi fosse il nemico.

Per qualche attimo si rivide a caccia. Le campane suonavano il mezzogiorno e tra le canne si alzavano le allodole. Nel frullio d'ali imbracciava il fucile e sparava a Ernesto, senza tremare.

Gli alberi di Central Park non si erano ancora accesi d'oro e di rosso, ma una trasparenza fresca e cristallina aveva sostituito la cappa umida dell'estate e il colore del cielo, nell'ora del crepuscolo, stava già assumendo l'intensità cupa e vibrante dell'autunno.

Francesca decise di fare due passi costeggiando il parco e si fece lasciare dal taxi sulla Madison, a due isolati dall'albergo. Erano le sei e mezza di sera di un bellissimo settembre.
"Sono a New York, anzi a Manhattan. Ce l'ho fatta", si disse mentre camminava con la sua andatura veloce verso il Roosevelt Hotel. "Domani niente può andare storto, niente. È tutto a posto. Io e Robert abbiamo lavorato bene: la copy e l’art più creativi e più affiatati di Milano. Ce lo meritiamo. Abbiamo vinto l'appalto. Domani firmeremo un contratto da centomila dollari per la migliore campagna che questi yankee abbiano mai visto in tutta la loro vita. Centomila dollari. Non ci posso credere!"
Squillò il cellulare. Guardò il display: era Robert.
"Ciao, Bob", disse al microfono. Ascoltò sorridendo: lui stava per andare a farsi una doccia (sai la notizia, pensò lei intenerita dall'entusiasmo che sentiva nella sua voce), poi sarebbe passato a prenderla alle otto, sarebbero andati da Jimmy's per un aperitivo, e alle nove a cena per festeggiare, anzi pre-festeggiare: aveva prenotato un tavolo alla Tavern of the Green.
"Okay, Bob, alle otto davanti al Roosevelt. E stai calmo, ti prego. Oggi è ancora oggi e domani... è domani. Ma non fare la doccia, fai un bel bagno, è più rilassante, dai retta a me. Ne hai bisogno, sai? Ma no, non del bagno, di rilassarti, sciocco. Lo farò anch'io, mi sento un po' nervosa. A dopo, ciao, grazie".

Pochi metri prima dell'ingresso del Roosevelt Hotel, Francesca si bloccò e si volse, guardando tra la folla. Aveva sentito rizzarsi i capelli sulla nuca, come le accadeva spesso se qualcuno la fissava; ma, nella marea di volti anonimi, non riuscì a vedere nessuno che la guardasse. Scacciò quella sensazione dalla mente e proseguì.
Mentre entrava nella grande, pesante porta girevole dell'hotel, due uomini si immisero dalla parte opposta alla sua per uscire. Vestivano all'europea, ma potevano essere arabi, o comunque di un qualsiasi paese del Medio Oriente: occhi nerissimi sotto sopracciglia ancor più nere e folte, baffetti, basette pronunciate, pelle leggermente olivastra, lineamenti marcati. Uno dei due, il più basso di statura, incrociò intenzionalmente lo sguardo di Francesca. Il contatto visivo durò pochissimi secondi, ma lei trattenne il respiro: quello sguardo era carico di un odio profondo, viscerale, quasi tangibile.
Dopo un attimo di sospensione che sembrò infinito, i due si allontanarono in direzione, le parve, della Grand Central Station; lei si diresse, vagamente turbata, alla reception. Insieme alla chiave della stanza, il portiere le consegnò un biglietto: Samuel Rosenthal, un vecchio amico di suo padre da poco nominato al Congresso, l'aveva cercata e chiedeva di essere richiamato.
Mentre l’ascensore scivolava con un lieve fruscio verso il ventesimo piano, Francesca si sorprese ad accennare sottovoce il motivo cantilenante di Samarcanda, la canzone di Roberto Vecchioni. "Curioso", si disse. "Anche quell'uomo, prima, mi guardava con occhi cattivi...".
Arrivata in camera, si tolse le scarpe e si avvicinò alla finestra. Naturalmente era ermeticamente chiusa, assolutamente impossibile aprirla.
Aveva una gran voglia di fumare, ma a quanto pareva in tutta New York, anzi, in tutti gli States, non si poteva fumare da nessuna parte, ormai. Sospirò e appoggiò le mani ai vetri, osservando la città che si illuminava e i grattacieli scintillanti di luci. Superba, elegante, inconfondibile, la silhouette delle Twin Towers si stagliava altissima nell'ombra della notte imminente. "Domani alle nove sarò lassù anch'io", pensò. "E alle dieci sarò... Che cosa sarò? Sarò più ricca? Sarò diversa? Più sicura di me? Sarò felice?"
Di nuovo, un'inspiegabile sensazione di ansia la colse. Fu come un flash velocissimo che le attraversò il cervello. Si rese conto che era stato esattamente come quando, solo due mesi prima, alla stazione di Milano, era successa quella cosa.
Lo squillo del telefono interruppe i suoi pensieri. Era sua sorella, dall'Italia.
"Franci! Come va? Come stai? Tutto ok?"
"Ciao, piccolina. Tutto okay, Niki. Sto benissimo, grazie. Solo un po' tesa, tutto qui. Forse anche il jet lag…E voi? Come sta Micio?"
"Ah, il tuo gatto è agitatissimo oggi. Manco fosse lui a fare il grande business a New York. Corre su e giù per tutta la casa. Non sta fermo un secondo, come quella volta che poi c’è stato il terremoto, ti ricordi?"
"Avrà un po' di nostalgia della sua mamma: la zia non è mica la stessa cosa", scherzò Francesca; poi informò la sorella dell'orario del volo di ritorno e, dopo qualche altro scambio di battute, si salutarono.
Accese la radio, sintonizzandola su una stazione di musica italiana, andò in bagno ed aprì i rubinetti della grande vasca a idromassaggio. Mentre stava indossando il morbidissimo accappatoio, il telefono squillò ancora.

Questa volta era Rosenthal. Francesca non lo vedeva da qualche anno, ma riconobbe subito con simpatia la voce autoritaria e rauca, da fumatore incallito, e il leggero ma inequivocabile accento tedesco.
"Samuel, che piacere sentirti! Stavo proprio per chiamarti io! Come stai? Come state? Ma come facevi a sapere che sono a New York?"
"Ehi, ehi, una domanda alla volta! Sempre veloce, eh, ragazzina? Be', ho saputo da tuo padre che stai facendo carriera, e volevo... Volevo complimentarmi di persona con te. Posso avere l'onore di averti mia ospite domani a Newport? Se parti in mattinata puoi fermarti tutto il giorno, e..."
"Grazie, Sam, sei un tesoro, davvero, ma domani è impossibile: ho appuntamento alle nove, al World Trade Center, con tutto il consiglio d'amministrazione di Arden! E sono con Robert, il mio socio…Non possiamo..."
"Francesca... Io... Ecco, io credo che... Insomma, non potreste spostare l’appuntamento, fare a meno di andarci?"
Lei rimase un momento in silenzio, perplessa. Fare a meno di andarci? Ma che diavolo le stava dicendo Sam?
"Sam? Mi senti? Non capisco, scusami. Che cosa vuoi dire? Ma come posso fare a meno di andarci? Io e Robert..."
"No, sai, è che... " Lo sentì tossire. "Scusami tu, cara. È solo che... Oh, my god, ma come faccio a spiegarti... Non è possibile... Niente, cara, va bene lo stesso. Ci penso io. Ci vedremo comunque. È tutto a posto, non preoccuparti. Adesso devo salutarti, ho un po' di telefonate da fare. Ciao, cara. Abbi cura di te. Stai attenta. A presto". La comunicazione si interruppe di colpo. Francesca posò lentamente la cornetta, con la testa in subbuglio. Ci penso io... Abbi cura di te... Stai attenta... Ma che cosa diamine stava succedendo?
Si sentì debolissima, come per una vertigine. Sedette sul letto e si prese la testa tra le mani, cercando di riordinare le idee. "Al diavolo le proibizioni. Che vengano ad arrestarmi se proprio vogliono rompere le palle", pensò, e si accese una sigaretta. Si guardò intorno cercando qualcosa che servisse da portacenere e individuò una coppetta che conteneva alcuni cioccolatini. La vuotò, se la portò accanto al letto, si sdraiò e si accese la sigaretta.
Ancora quella canzone, Samarcanda. Questa volta veniva dalla radio. Per la prima volta ne ascoltò con attenzione le parole.

"Sbagli, t'inganni, ti sbagli soldato,

io non ti guardavo con malignità.
Era solamente uno sguardo stupito:
cosa ci facevi l'altro ieri là?
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa:
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua..."

"Allora è questa la morale della favola", riflettè. "Non ci avevo mai pensato, non avevo capito. Dev'essere una vecchia leggenda orientale. Tipico di Vecchioni. Uno pensa di poter sfuggire all'appuntamento con la morte, scappa, scappa... E va a finire proprio là, all'appuntamento. Pazzesco. Pazzesco anche che io abbia pensato proprio a questa canzone, poco fa. E adesso...".

Avvertì ancora il brivido lungo la schiena. Non poteva essere freddo, era qualcos'altro. E all'improvviso, come su uno schermo, nella sua mente comparve un'immagine: vide una delle due torri, l'altissima parete che diventava d'oro infuocato sotto il sole del mattino, le esili e forti colonne dall'elegante slancio gotico alla base dell'atrio immenso, e subito dopo un'ombra sopraggiungere da chissà dove, avvicinarsi alla torre, sommergerla, offuscarne lo splendore. 

Rapida com'era apparsa, la visione svanì. Era come – ora il ricordo tornò imperiosamente a farsi strada – era come quel giorno a Milano, il giorno in cui aveva avuto la sua ultima premonizione, la più chiara e spaventosa. Rivisse il momento in cui aveva pensato, anzi, aveva visto che qualcuno si sarebbe buttato sotto il suo treno. E poi, dopo soltanto mezz'ora di viaggio, il treno fermo, i minuti che passavano, e infine qualcuno che diceva che c'era stato un incidente.
Rivide lo sguardo dell'uomo incontrato nell'atrio. Ripensò alle parole, che ora le parevano più strane che mai, di Samuel Rosenthal. Ripensò al suo gatto, solitamente tranquillissimo ed ora così inquieto, e il dubbio cominciò a prendere forma nel suo cervello. Che tutto questo avesse un senso? Che si trattasse di un'altra premonizione, che fossero tutti avvertimenti, segni? ("I segni esistono; l'importante è saperli leggere", aveva scritto Montale). Che tutto fosse in qualche modo collegato all'appuntamento dell'indomani? Un appuntamento come quello del soldato a Samarcanda?
Si fece forza e si alzò, andò in bagno e si immerse nella vasca gorgogliante. Il massaggio dell'acqua la rilassò quanto bastava per vestirsi, truccarsi ed uscire dall'albergo esattamente alle otto.

Robert la aspettava di fronte all’ingresso, elegantissimo e rasato di fresco. "Andiamo a piedi, Jimmy's è qui vicino, ci vorranno cinque minuti", le disse prendendola sottobraccio. "Allora, come ti senti, picciotta?" Francesca sorrise: quando Robert la chiamava "picciotta", svelando le loro comuni origini siciliane, le pareva di trovarsi in famiglia, con un fratello maggiore.

"Sto benissimo, Bob", rispose lei cercando le sigarette nella borsa. "Soltanto... Sai, ho avuto un altro dei miei episodi". Si fermò per accendere la sigaretta sotto lo sguardo di disapprovazione di alcuni passanti. Trattenendo a stento la tentazione di fare un gestaccio di risposta, Francesca sbottò: "Ma tu dimmi se è possibile che questi deficienti guardino male me, che fumo una sigaretta, mentre loro, ogni singolo minuto, respirano l'equivalente di un milione di sigarette semplicemente camminando in questa strada piena di veleni di questa fottutissima città del cazzo!"
"Ehi, ehi! Credevo che New York ti piacesse... Okay, okay, hai ragione. Ma adesso dimmi di questa storia del tuo episodio, dài".
Francesca cercò di spiegarsi, rendendosi conto però, via via che accumulava i dettagli – lo sguardo dell'uomo, le parole di Sam, la canzone, la visione, il ricordo dell’ultimo “episodio” di premonizione – che non solo lui non capiva, ma che la fissava con un'aria sempre più scettica.

La cena fu un disastro e l’'umore di Francesca peggiorò. Non si rendeva nemmeno conto di quello che stava mangiando. Robert l'aveva ascoltata e riascoltata con infinita pazienza, ma si rifiutava di condividere le sue paure, cercando anzi, ostinatamente, di razionalizzarle.
"Robert, cerca di capire, ti prego. Questa sensazione – chiamala come vuoi, sarà anche un casino ormonale, sarà isteria, quello che vuoi tu – mi sta facendo impazzire. Io non ho ancora deciso niente. Ci voglio dormire sopra. Ma sono in crisi.

Lo sai che cosa vuol dire crisi? Io ho studiato il greco e te lo dico: crisi vuol dire indecisione tra due alternative, vuol dire dover scegliere e non sapere che cosa scegliere, perché ciascuna delle due alternative ha conseguenze... conseguenze tragiche. È da lì che nasce tutta la tragedia greca. Ecco che cosa vuol dire. Sono in una crisi pazzesca, per la miseria!"

"Certo, certo. E poi non dobbiamo dimenticare il gatto, vero?"
Lei sbuffò e lo fulminò con lo sguardo.
"Stammi a sentire, Francesca. Tu sei fuori di testa. Sei fuori come un balcone. Tu non ti rendi conto..."
"Me lo hai già detto novecentoventidue volte, Bob, non ripeterti. Io mi rendo conto benissimo. Ma so anche che domani, là, potrebbe succedere qualcosa, e che è meglio che io non ci vada, anzi, che noi non ci andiamo. Affanculo il contratto e tutto quanto. Io so che cosa significano le mie premonizioni, anche se sono la prima a non saper dare loro una spiegazione logica, sensata. Ma so che funzionano. Lo so e basta, Cristo d'un Dio!". Francesca era sull'orlo delle lacrime, oltre che in piena crisi di astinenza da sigaretta.
Robert si arrese. Conosceva bene la testardaggine della collega. Riuscì a farle promettere soltanto che si sarebbero visti l'indomani alle otto, dopo la colazione. La riaccompagnò in albergo mantenendo un silenzio tetro e insondabile che Francesca, limitandosi a fumare due sigarette di fila, non tentò minimamente di rompere.


Alle otto del mattino, su New York aleggiava ancora la leggera bruma della notte, ma la giornata si annunciava bella: non una nuvola nel cielo, solcato soltanto dalle chiare tracce dei jet che si dissolvevano rapidamente nell'azzurro.
Francesca stava scorrendo i titoli del New York Times seduta in una delle immense poltrone della hall del Roosevelt, con il trolley accanto. Leggeva distrattamente, quasi senza pensare. La crisi in Medio Oriente, i problemi della globalizzazione, il protocollo di Kyoto, il buco nell'ozono, la situazione in Afghanistan, il terrorismo islamico, l'andamento delle Borse, la rincorsa tra euro e dollaro. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Alle sette si era fatta portare la colazione in camera; nel giro di mezz'ora si era vestita, aveva preparato il suo leggero bagaglio, era scesa nella hall, aveva pagato la camera e prenotato un taxi per le otto e mezza. 

"Il problema", pensò cupamente, "è che non so ancora dove mi farò portare da questo cavolo di taxi. Alle due torri? All'aeroporto? A Newport? E Robert? Che cosa devo fare con Robert? Mio Dio, che cosa devo fare? Che cosa è giusto fare? Non starò impazzendo sul serio?"
Vide Robert entrare nella hall e si alzò per andargli incontro. Lui la abbracciò e poi, scostandola da sè e tenendole le mani sulle spalle, la guardò negli occhi come per leggervi la risposta ad una domanda inespressa.
Lei sospirò e scosse la testa. "No, Bob, non ho deciso, non so che fare, e non ho dormito per niente. Sono come paralizzata. Comunque il taxi è prenotato per le otto e mezza".
"Abbiamo ancora almeno un quarto d'ora. Beviamo un caffè e poi facciamo due passi fuori, così puoi fumarti una sigaretta", propose lui. Francesca accettò con gratitudine e, mentre facevano il giro dell'isolato, tentò con uno sforzo di parlare tranquillamente. "Bob, tu mi conosci da anni. Sai che non sono una pazza mitomane. Ci ho pensato tutta la notte a questa cosa. C'è un aspetto che ti chiedo di considerare. Vedi, quella volta a Milano la mia visione riguardava qualcun altro, una persona sconosciuta.

Adesso è diverso: adesso riguarda me, riguarda noi... Anzi, riguarda un luogo: riguarda le Twin Towers. E, guarda caso, noi dobbiamo andare proprio lassù."

"Non può succedere nulla, Franci. Lo sai che sono state progettate in modo da poter resistere a qualsiasi cosa, anche a un terremoto."
Francesca provò, per la prima volta, una strana sensazione di pace. Ad un tratto l'ansia era svanita, come se non ci fosse mai stata. Si volse verso di lui. "D'accordo, Bob. Andiamo e facciamola finita. Il taxi starà per arrivare".
Alle otto e mezza, puntualissimo, il taxi era ad attenderli davanti all'ingresso del Roosevelt. Il conducente era un uomo dai capelli brizzolati, alto e atletico, vestito in modo insolitamente formale, più da autista di limousine o da guardia del corpo che da tassista newyorchese. Li salutò in perfetto italiano, li fece accomodare e salì a sua volta, girandosi poi verso di loro per chiedere la destinazione.
Ci fu un momento di silenzio. Robert la guardò con occhi inespressivi e non disse nulla.
"Al World Trade Center, per favore", mormorò Francesca.
La parete divisoria di vetro si alzò, isolandoli dal tassista; la voce e la chitarra di Mark Knopfler invasero l'abitacolo e la vettura si mosse in silenzio, immettendosi lentamente nel traffico già sostenuto di Madison Avenue.
Francesca si lasciò andare contro lo schienale, appoggiò la testa e chiuse gli occhi. Sentì Robert che prendeva il giornale dalla borsa e lo sfogliava. I minuti passavano, scanditi dal ticchettio del tassametro. Il taxi procedeva con lentezza, fermandosi ad ogni incrocio.
Il suono del cellulare la riscosse. Sul display apparve la scritta "sconosciuto". Francesca aprì la comunicazione e, prima ancora di poter dire qualcosa, sentì la voce di Samuel Rosenthal.
"Ciao, mia cara, spero di non disturbarti".

"Certo che no, Sam. Buona giornata! Che cosa c'è? Dimmi tutto". "Volevo solo tranquillizzarti, tesoro. Oggi è... Oggi è un giorno speciale per te, e lo sarà ancora di più tra poco. Adesso ascoltami bene". La voce si era fatta più dura, pressante. "Non chiedermi niente e ascoltami. È importante, è molto importante. Dimmi soltanto una cosa: il vostro taxi... Il tassista, intendo. È uno alto, ben vestito, brizzolato, che parla italiano?"
"Sì... Sì, è così. Ma perché..."
"Perché è Antonio, il mio autista e la mia guardia del corpo. Vi sta portando a Newport, Francesca".
"Cosa... Come? Ma non è possibile!" Afferrò convulsamente il braccio di Robert. "Sam, per l'amor del cielo! Ma che cosa..."
"Non fare sciocchezze e non cercare di scendere: è impossibile. Ti spiegherò poi. Capirai. Andrà tutto bene. Adesso devo andare. Ciao, cara". La comunicazione venne chiusa.
Il taxi aveva acquistato velocità. Videro allontanarsi i grattacieli di Manhattan, con le due torri svettanti che scintillavano sotto i raggi ancora obliqui del sole del mattino. Si guardarono negli occhi, ammutoliti.
Il display del cellulare che Francesca teneva ancora in mano segnava le otto e quarantasei dell'11 settembre 2001.