da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi piĂą svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarĂ  il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualitĂ , l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrĂ  essere scoperta e fonte di arricchimento. 

AttivitĂ  minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrĂ  e potrĂ  coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrĂ  divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

 

Il lenzuolo bianco copriva l’intero corpo eccetto il piede sinistro. La punta della scarpa era rivolta verso l’alto, o in realtà forse non l’ho vista e me la sono immaginata talmente tante volte da convincermi che la posizione fosse quella. I teloni di plastica arancione, forati, e la sabbia sparsa ovunque mi trasmisero una sensazione di disordine.
Fermai la macchina.
I vetri dell’auto non lasciavano passare alcun rumore dall’esterno e la gente assiepata attorno al lenzuolo mi sembrava che parlasse a vuoto. Vi era un’ambulanza parcheggiata al lato destro dell’impalcatura. La sirena probabilmente aveva smesso di suonare già da un pezzo. Anche le porte posteriori del mezzo di soccorso, lasciate aperte, mi trasmettevano la sensazione che qualcosa fosse stato interrotto.

Era bianco quel lenzuolo, come un foglio di carta su cui nessuna storia era stata scritta Oppure c’era un nome e io semplicemente non riuscivo a leggerlo? Antonello, Marco, Claudio, che nome aveva? Chiunque ci fosse sotto, ho immaginato che quel mattino si fosse fermato al bar, a bere un caffè macchiato. La barba lunga di tre giorni; per il lavoro che svolgeva probabilmente non aveva bisogno di radersi di frequente. Più tardi, terminato il suo orario, sudato, aveva pulito l’attrezzatura di lavoro. Le sue mani callose, certo avevano sfregato la cardarella, ripulendola dal cemento. L’acqua si era colorata di grigio, poi si era avviato verso l’uscita del palazzo.
La moglie lo aspettava, come tutti i giorni. Gli avrebbe aperto la porta di casa. I pantaloni blu leggermente impolverati, la borsa verde tra le mani, con i contenitori del pranzo vuoti, da lavare. Lo avrebbe baciato. I suoi due bambini sarebbero corsi ad abbracciarlo.
Se fosse tornato a casa.
Si chiamava Luigi. Lo seppi qualche giorno piĂą tardi, leggendo i giornali locali.

Quel giorno istintivamente ebbi la tentazione di scendere dalla macchina, per capire cosa fosse successo. Guardai l’ora nel cruscotto. L’odore della plastica mi dava quasi fastidio. Puzzano sempre le auto quando escono dall’autosalone. L’avevo ritirata appena dieci giorni prima ed era ancora immacolata. Se avessi cercato un granello di polvere sul cruscotto non l’avrei trovato. Mi sentii quasi un verme in quel contrasto tra l’interno e “il fuori” e mi venne istintivo cercare di immaginare l’odore della sabbia e del cemento.
Altre persone continuavano ad arrivare e oramai non riuscivo più a vedere il lenzuolo steso a terra. Sentii quasi l’esigenza di scendere e prestare maggior attenzione e rispetto per ciò che era accaduto in strada.
Curiosare però era l’ultima cosa di cui ci fosse bisogno in quel momento, troppo abituati a leggerne notizia sui giornali, vederle in televisione. L’abitudine ha “anestetizzato” i sentimenti verso coloro che non conosciamo.
“La gente nasce e muore ogni giorno” pensai.
Certo, i suoi figli, se ne aveva, non sarebbero arrivati alla mia stessa considerazione.
Ingranai la marcia e proseguii, svoltando a destra e superando l’isolato.
Appena entrato in ufficio chiamai mia moglie.
«Sono arrivato.»
«Ci hai messo molto questa volta. Tutto bene?»
Il lenzuolo sembrava muoversi leggermente, mosso dal vento, ancora mi sembrava di vederlo. In ufficio, qualsiasi cosa guardassi mi sembrava fosse ricoperta da quel pezzo di stoffa bianco. I computer, le persone, le sedie, la bottiglia d’acqua. Tutto ricoperto da un lenzuolo. Loro e le loro storie.
«Si, tutto bene. C’era solo un po’ di traffico.»
Non aggiunsi altro. Chiusa la telefonata continuai a immaginare che vita si fosse interrotta sotto quel lenzuolo bianco.
Mi venne da pensare a come ero stato io, un ragazzino come tanti, cresciuto in strada, con la passione del calcio, a rincorrere un pallone, calzoncini corti e calze di spugna bianche intrise di sudore e sporche di polvere, dopo una partita sempre troppo corta a fronte della passione per il football, ma sempre troppo lunga per la pazienza di una mamma che aspetta il figlio a casa.
Poi lo immaginai cresciuto, seduto in un banco di scuola, stufo della matematica, della geografia e di stare ad ascoltare la spiegazione di nuove regole grammaticali.
Anche quel giorno l’uomo sotto il lenzuolo bianco era stato costretto a fare qualcosa. Venti metri erano troppi per lavorare senza una imbracatura di sicurezza, e Luigi probabilmente si era abituato a non indossarla.

E quel giorno, in quel momento io stavo entrando in cittĂ , il suo piede non aveva trovato la passerella di metallo.

 

La macchinetta del caffé sul fuoco sbuffava dal beccuccio le prime gocce di caffé. Eva s’era alzata abbastanza presto, l’aveva caricata con cura, con la giusta dose di miscela, con la giusta quantità di acqua e l’aveva lasciata sul fornello intermedio della cucina a fuoco quasi lento. Perchè quell’operazione che faceva ogni mattina con una certa nonchalance quella mattina potesse essere più precisa del solito. Poi però, s’era recata nel bagno e allo specchio, s’era distratta un po’. Un nonnulla, solo che il viso da un po’ di tempo, ma quella mattina in particolare, le era sembrato più gonfio, un po’ sfatto. Non poteva dire che era stata la notte passata male. A dispetto dei pensieri che negli ultimi tempi e specie di notte le avevano confuso la vita, poteva dire di aver dormito quasi bene. Allo specchio s’era tirata giù le palpebre inferiori degli occhi, aveva cacciato fuori la lingua, pulita, s’era pizzicate pure le guance per vedere se la pelle fosse ancora morbida e elastica. E aveva finito per fare una smorfia quasi clownesca alla sua faccia allo specchio. Stava per organizzare la sequenza delle obbligazioni di pulizia quotidiana: sciacquarsi il viso, lavarsi i denti, darsi una prima pettinata ai capelli, quando sentì il borbottio della macchinetta del caffé. Si precipitò in cucina ed ebbe subito la sensazione d’essere arrivata tardi. Il caffé ormai aveva cominciato, e ancora continuava, a strabordare dal beccuccio della macchinetta e stava quasi allagando quel quadrato di piano cucina. Con rabbia Eva girò la manopola del fornello per spegnerlo.
Nicola ancora dormiva. Di quei sonni che tormentano i cuscini, che rivoltano le posizioni a seconda dei pensieri della notte, che ti cambiano il viso a seconda della sequenza dei sogni.
Eva entrò in camera con in mano la tazza di caffé. Si sedette ad un angolo del letto e con la mano libera gli arruffò i capelli.

”E svegliati, dai”.

Nicola si alzò di soprassalto a mezzo busto sul letto. Un attimo per rendersi conto di dove fosse e che cosa stesse succedendo, poi ricadde a peso morto all’indietro. Prese   Eva al polso.

“E che cazzo, non mi devi svegliare così”.

Si guardarono per qualche secondo, lei indifferente, lui interdetto. Poi Nicola si alzò si tolse il pigiama di sotto, gironzolò un po’ per la stanza alla ricerca del pantalone  come se avesse fretta di trovarlo e infilarselo, e bevve il caffĂ© che intanto Eva gli aveva lasciato sul comodino uscendo dalla stanza.

Fecero la solita colazione, pane raffermo inzuppato nel latte lui, the e biscotti integrali lei. Fecero le solite cose nel bagno, l’unico dell’alloggio, affittata da soli due mesi a nome di certi amici di Faenza.
Quando furono vestiti e pronti per uscire, Nicola prese la valigia già preparata la sera prima, la mise sul tavolo del salotto, con molta attenzione ne estrasse il contenuto, lo ricontrollò e lo rimise a posto.

“Andiamo” disse.

Fu allora che, per la prima volta in quella mattina, guardò l’orologio.<C’era tutto il tempo che volevano> pensò. <Tutto il tempo>.  
La giornata di agosto era umida e afosa giĂ  dalle prime ore. In macchina Eva si era accesa la prima sigaretta della giornata. Di solito l’accendeva prima, subito dopo sveglia o almeno dopo il caffĂ©. Ma ora stava provando a ridurle per poi provare a smettere.   
Nicola le aveva detto: -Ma che fai, dai, ti rendi conto di che cosa abbiamo dietro?- Lei gli aveva risposto: -Embé? Tu pensa a guidare bene, che ti vedo più nervoso del solito-

Bologna a quell’ora si rianimava, ma pigramente, come quelle signore di media borghesia che, ancora agosto già annusano le meritate ferie.
Quando arrivarono al parcheggio della stazione erano appena le nove e venticinque. Senza dirselo, pensarono entrambi che c’era stata troppa ansia in quel loro precipitarsi così in anticipo all’appuntamento.
Ma, in fondo, gli amici avevano detto: -un treno vale l’altro, l’effetto è quello che conta-.
Eppure, aspettare ancora un’ora, in una stazione poi, ti fomenta mille pensieri. La stazione è un via vai di gente che parte con qualche senso di colpa o arriva con qualche aspettativa di felicità. O viceversa. E trovarcisi in mezzo con quello che s’è deciso di fare, sembra come mettersi in mezzo a disfare tante emozioni e tanti progetti.
Nicola compra il giornale all’edicola del sottopasso ovest, posa per un attimo la valigia e se lo piazza davanti agli occhi fingendo di leggere. Eva, che gli sta dietro e lo segue ad un paio di passi, si avvicina e col gomito al suo gomito, con gli occhi gli fa cenno alla valigia.


“Che cazzo fai” gli sussurra.


Risalgono le scale e tornano al pianterreno del binario uno. S’incamminano per una trentina di metri lungo il marciapiede. C’è gente vestita d’estate, con magliette e shorts, braccia e gambe nude. Vecchie tedesche biondo sbiadito i cui capelli sporgono da improbabili pajettes; e facchini a piedi e sulla motoretta da stazione a portare bagagli. Due ragazzi poco più che bambini, su una panchina, si strusciano e si baciano.
Eva e Nicola entrano nella sala d’attesa di seconda classe. Non della prima, che è solo affianco. E’ una scelta ragionata, meditata con gli altri e poi decisa. Si guardano intorno. Nicola cerca gli occhi di qualcuno, il controllore che tutto proceda bene. Lo trova e basta un cenno d’intesa. Eva davanti a lui in piedi fa un altro cenno in sintonia, di quelli quasi civettuoli, da donna, come un eclettico adescamento. Poi esce e si dilegua lungo la scia di gente che arriva calma o trafelata a prendere il treno Milano – Chiasso delle dieci e trenta che staziona già sul binario uno e che è d’un placido e paziente come sanno essere solo i treni fermi prima che si scatenino.
Nicola si siede accanto ad una coppia di ragazze di quelle che hanno l’aria d’essere commesse di grandi magazzini e che tornano a casa per il fine settimana. Si tiene per un po’ la valigia tra le gambe, quasi l’accarezza tra le cosce. La guarda; poi c’è un po’ in cui pensa. Deve aver pensato per forza qualcosa. Poi s’alza e se ne va e basta. Lo segue subito dopo quello che ha controllato tutto.

Alle dieci e venticinque il botto.