da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi piĂą svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarĂ  il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualitĂ , l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrĂ  essere scoperta e fonte di arricchimento. 

AttivitĂ  minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrĂ  e potrĂ  coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrĂ  divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

Un articolo sulla Libia m’ha fatto ritornare ai giorni trascorsi su quella terra, tra quella gente.
Ero curioso di verificarne l’atteggiamento nei confronti di noi italiani: avevo letto, documentandomi prima della partenza, che avevamo lasciato dietro di noi un tragico ricordo di massacri, inimmaginabili ai giorni nostri, ora che le nostre sono diventate “forze di pace”. Ci siamo scandalizzati dei genocidi nel Ruanda, delle decimazioni in Cambogia, delle attuali guerre etniche in ogni parte del mondo, ma quel che abbiam fatto in Libia non è da meno: un terzo della popolazione andò all’altro mondo a seguito delle nostre campagne di cosiddetta colonizzazione. L’articolo illustrava la situazione attuale, prevalentemente in ottica politica: riuscirà la Libia a conquistare quella rispettabilità internazionale che il regime del suo colonnello ha cancellato negli anni più deliranti del suo potere?
Due settimane in un paese non sono sufficienti per rispondere che a domande elementari.
Quel che ho visto non si differenzia sostanzialmente da quanto si osserva in qualunque paese arabo del Mediterraneo: nuovo ed antico insieme tra innumerevoli contrasti, deserti ed autostrade, ricchi e poveri, ma non mendicanti e nemmeno ragazzini che ti circondano chiedendo soldi.
A Tripoli, nella antica medina, percorro stradine buie - dove il sole non può entrare che a mezzodì - camminando lentamente, attento a non sollevare polvere, guardando le povere abitazioni ancora abitate e le molte abbattute in cumuli confusi di pietre, travi erose dal tempo, vesti ormai divenute stracci sbiaditi. Saranno state le bombe americane lanciate quando il colonnello sfidava apertamente i potenti della terra? Provo a chiederlo ad un giovane che mi pare sveglio, lo chiedo mimando l’esplosione di una bomba. No, credo di capire, son crollate per vecchiaia.
Ma perché non vado a Parigi invece di venire a Tripoli? Che ci faccio io qui?
Domanda ricorrente e nemmeno originale, visto che Bruce Chatwin se l’è posta prima di me.
Una delle tante domande che restano senza risposta: non posso dire che qui è bello, che soddisfo il bisogno di nuovo, di confrontarmi con altri individui, di aprirmi a nuove esperienze.
La stessa domanda che mi tortura tra le mura di casa, quando l’atmosfera in famiglia è pesante e non so come uscirne. La stessa non risposta.
Nei vicoli di Tripoli sei maledettamente solo, tutti ti guardano ma nessuno parla, pochi sorridono, i vecchi ti sfilano di fianco, il capo chino, lo sguardo al terreno, i giovani fermi sulle soglie guardano negli occhi, senza espressione, senza curiositĂ , i bambini sciamano correndo, come dovunque. Nessuna donna giovane, nemmeno velata, solo qualche anziana contratta nei miseri negozi.
Poi, all’improvviso, una larga via con un’infinità di bancarelle improvvisate, un mercato. Ora divento oggetto di interesse, sono un potenziale acquirente. Ma di che? Non certo di calzature e d’indumenti di cui non ho bisogno e nemmeno di frittelline lucide di grasso di chissà quale animale.
Così l’angoscia del vicolo sparisce di colpo, non più domande senza risposta, la folla mi si accalca intorno, devo fenderla per proseguire: qui la vita si sente pulsare violentemente, nel frastuono dei clacson, nelle grida dei venditori, mi sento vivo, e questa è la risposta.
Per raggiungere la Piazza Verde, il centro della città, il nostro gruppo sfila di fronte ad un militare di guardia ad un edificio governativo. Lo vedo irrigidirsi e sento distintamente il clac della sicura tolta al mitra che regge tra le mani. Lo guardo stupito con un mezzo sorriso tra le labbra, trattenendo a stento il desiderio di strizzargli l’occhio. Siamo un po’ scalcinati, è vero, ma non mi pare che il nostro aspetto possa incutere timori di sorta. Sono giorni di tensione tra arabi ed israeliani, per fortuna lui non conosce il mio nome, potrebbe avere sospetti! Poco oltre, la piazza risplende di luce: grossi ed alti riflettori la illuminano a giorno, come da noi gli stadi di calcio. Tutt’intorno, edifici che richiamano l’architettura italica dei tempi del fascismo, certamente sedi del governo d’allora. Non li hanno abbattuti tutti, forse costava troppo, hanno solo cambiato nome, anche alle vie intitolate ai potenti italiani dell’epoca. La brezza fa oscillare le palme sul lato della piazza che volge al mare poco distante e distende le bandiere verdi sotto i cui pennoni sostano carrozze e cavalli: vessilli a parte, pare d’essere a Napoli, di fronte al castello. Anche l’odore è lo stesso.
Nel ritorno, il militare è più disteso, ora sorride e addirittura fa un cenno di saluto con la mano che per un breve istante ha lasciato all’altra il pesante fardello del mitra.
In una piazzetta s’apre un locale che sembra un misto tra caffè e fumeria. Solo uomini seduti su spartane seggiole di ferro, in gruppetti di due o tre, qualcuno da solo. I più aspirano fumo da alti narghilè, non certo modelli da salotto. Sfido le tradizioni locali e chiedo alla mia compagna di sedersi con me ad un tavolino, un po’ decentrato, sì da poter osservare le reazioni dei presenti.
La mia compagna ha caratteristiche palesemente italiche: bella, capelli lunghi ramati, viso abbronzato, un vestito non molto castigato che non nasconde forme generose. Tutti gli sguardi sono rivolti a noi, i volti s’illuminano in sorrisetti compiaciuti, un po’ complici, come fossimo in un caffè della Sicilia interna. Il cameriere, un ragazzo gioviale, si precipita a raccogliere l’ordinazione di due the. Nemmeno un minuto ed i due bicchieri sono davanti a noi, diffondendo nell’aria la fragranza della menta fresca. Ad un tavolino vicino arriva un grosso narghilè, il giovane cliente vi infila un suo bocchino, operazione che non avevo visto compiere dagli altri fumatori, ed inizia ad aspirare voluttuosamente. Il fumo, prodotto da qualcosa racchiuso in carta stagnola, gorgoglia nell’acqua alla base dell’attrezzo, ed un nuovo profumo si spande nell’aria. Sono tentato di provare anch’io l’ebbrezza, ma mi vergogno un po’. Il giovane estrae da una tasca una macchinetta fotografica e si fa riprendere in posa da vizioso consumato. Vistosi osservato, mi porge il bocchino offrendomi di provare, poi aggiunge d’essere un turista tunisino, novizio nell’arte del fumare, anzi… prima volta, afferma, prova anche tu, è leggero, non è nemmeno tabacco. A questo punto la curiosità vince ed aspiro con cautela. Sa di poco, la mia pipa è ben più potente, avverto un tenue sapore di mela che ammorbidisce e allieta la discesa del fumo nei polmoni. Un’altra boccata conferma la prima sensazione, non dev’essere tabacco, forse è una essenza di frutta che produce un po’ di fumo col calore della brace di carbone. Meglio il the, sussurro alla compagna, sorridente come tutti gli altri clienti che non si sono persi una mossa della mia “prima volta”. Ma ora il sorriso è d’approvazione, sembrano soddisfatti del mio uniformarmi a loro, ai loro usi, d’aver condiviso un loro piacere.
Centellino il the, il suo aroma mi riporta alle dune dell’Akakus, ai campi allestiti per la notte, al fuoco su cui bolliva la teiera del beduino Harbi. Sogno.

Il vento soffia a raffiche brevi, rabbiose, sollevando i grani di sabbia che rimbalzano sul telo esterno della tenda con ticchettii secchi e distinti. Le sottili aste di supporto si flettono e si raddrizzano in continuazione, conferendo alla camera interna una mobilità da polmone affannato: si contrae, si dilata, pare implodere, ma resta lì, rifugio sicuro per i due corpi stretti l’uno all’altro. Ogni folata stimola movimenti leggeri, quasi a manifestare una presenza viva, a scacciare il timore di volar via nel vento: una mano che accarezza i capelli, una bocca che si schiude sull’altra, una lingua che scorre sulle labbra e sui denti, sicura di trovare l’altra pronta a riceverla.
Una folata più violenta porta ad una stretta più forte, le labbra si suggellano, la mano preme sui capelli per rendere più profonda la sensazione che le lingue diffondono in ogni poro, in ogni nervo, in ogni capillare. Le mani ora scorrono sui corpi nudi, insensibili alla frescura che il vento porta con sé ed alla poca cedevolezza del giaciglio di sabbia. Il corpo di lei è scoperto, s’intravede appena nel debole chiarore della luna che riesce a filtrare, è caldo sotto le labbra di lui che lo esplorano lentamente. Le labbra percepiscono lievi vibrazioni della pelle al passaggio su un capezzolo, lo sentono indurirsi sotto la carezza della lingua che lo contorna in cerchi concentrici, fino a fermarsi sull’apice quando la bocca si poggia intera sul seno, quasi a volerne aspirare il turgore, la bellezza. La mano di lei preme dolcemente il suo capo, le dita aperte tra i capelli, gli sfiora la fronte, scende ed oltrepassa il naso, s’arresta brevemente sulla bocca ancora suggellata al seno, poi scende ancora e lo spinge verso l’alto, come un’offerta non trattenibile oltre. La mano di lui le accarezza il ventre, contorna il bacino, scende lungo l’esterno della coscia, risale lungo l’interno, rallenta nell’avvicinarsi al suo sesso. Ne sente il calore, ne avverte lo schiudersi, ne percepisce i contorni, non resiste al desiderio di esplorarlo. Le dita si muovono leggere, quasi timorose d’immergersi tra quelle piccole dune che sembrano bagnate dalle ondate del piacere. La bocca di lui si solleva dal seno, la lingua traccia sul ventre di lei una linea retta che termina sulle sue dita che si ritraggono. Una breve vertigine lo pervade, il profumo di donna che le sue nari dilatate avvertono è inebriante. Ha gli occhi chiusi, inutili nel buio intorno, non ne ha bisogno, la lingua gli segnala ogni minima piega, ogni rilievo, arriva alla clitoride, sente accrescerne il turgore, gli pare che contraccambi le carezze che la lingua le offre. I lievi movimenti del corpo della donna, le leggere spinte del suo bacino contro la bocca che resiste a stento al desiderio di appropriarsi del suo sesso, mordendolo, aspirandolo, entrando fino in fondo, sono un richiamo irresistibile. La bocca si solleva e raggiunge velocemente le sue labbra portandovi il profumo del suo sesso. Le sua lingua saggia la bocca di lui, come per riappropriarsi delle tracce dei propri umori, incontrando una scherzosa resistenza, breve, quanto basta alle due bocche per riallacciarsi in un altro bacio profondo.
Il vento soffia senza requie, senza requie è il turbinio delle lingue, delle mani che scivolano sui corpi vibranti, per arrestarsi dove più forte è il desiderio, per accarezzare la sua fonte, calda e pulsante, per guidarla con trepidazione alla porta del piacere, per sentire sui polpastrelli il rilievo delle vene, l’affacciarsi del glande tra le labbra umide e aperte in attesa, la lenta, dolce discesa di tutto il membro fino al fondo del suo sesso.
Tutto si ferma, come sospeso nel vento: una nuova realtà, un corpo solo. Passano secondi, necessari alla nuova identità per pervadere il corpo intero. Una ondata di calore si irradia dal ventre al petto, alle braccia, alle gambe, alla testa che sembra girare, confusa e persa nel raccogliere sensazioni senza fine che le giungono da ogni dove. I movimenti sono lenti, mentre il corpo di lei s’inarca sotto lo stimolo delle contrazioni del suo sesso, mentre le sue lunghe gambe si sollevano e si allacciano sul dorso di lui, stringendolo ancor più strettamente a sé. Le bocche non si sono staccate, le mani hanno ripreso ad accarezzare i capelli, i seni, indugiano intorno ai sessi, le dita accarezzano i contorni umidi delle grandi labbra, sfiorano la clitoride, aumentando le contrazioni del pube intorno al pene, che riemerge brevemente per poi sprofondare in quell’oceano di sensualità senza confini, senza l’assillo del tempo che si consuma.
Il tempo scorre lento e lento è il crescere del piacere. Arriva da lontano, dal profondo, si diffonde sempre di più finché è impossibile resistergli. I movimenti si fanno più convulsi, le spinte più profonde, le mane stringono più forte, le teste sembrano voler abbandonare il corpo, costringendo le bocche ad inseguirsi, denti che si urtano, lingue che si spingono, umori che si mescolano.
Eccolo, è ormai vicino, è inarrestabile, è l’oblio che sommerge, il piacere che appaga, è l’orgasmo.
Giunge con forza facendosi strada imperioso tra le ultime deboli resistenze ed ancestrali inibizioni, pervade il corpo intero, uno spasmo supremo, un’esplosione di luci. Milioni di stelle negli occhi, i muscoli si tendono, le braccia serrano più strette, le teste scattano all’indietro, le nari s’allargano come ad aspirare l’ultima aria, le bocche si spalancano non trattenendo oltre i suoni orchestrati dal piacere: sono singhiozzi, parole confuse, sospiri sommessi che coronano ed accompagnano dolcemente la pace che scende sull’ultimo sussulto, sui corpi immobili in un abbandono sereno.
Il tempo s’è fermato per qualche istante, il mondo intorno non c’è più, il vento s’è chetato.
Fuori risplendono le stelle, quelle vere che son lì da sempre. La luna sembra sorridere.

Il the è finito. Guardo verso il cielo, la luna è sempre lì e sorride ancora.

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