da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi più svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarà il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualità, l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrà essere scoperta e fonte di arricchimento. 

Attività minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrà e potrà coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrà divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

Odore d’origano e rosmarino.

Osservo la contadina che ha posato una cesta colma d’erbe aromatiche. Penso alla sua fatica, alla terra cui ha strappato il sostentamento, alla pesantezza del tempo che le ha curvato le spalle e scavato solchi sul viso ancora bello e fiero.

Nel suo dialetto stretto, la donna offre mazzi d’origano, legati con steli di ginestra, a bagnanti infastiditi.

Confronto la leggerezza del mio tempo alla fatica del suo.

Provo solidarietà per questa donna povera, ma nobile come una dea greca e ascolto le sue parole antiche, cantilenanti. Racconta di figli partiti, di fatica nei campi, di paesi pietrosi, arretrati, di notti stellate, di silenzi, di passioni, d’ira, di faide, di sangue.

Non oso chiederle il nome.

In cuor mio lo conosco.

Da sempre. Si chiama Calabria.

 

Il temporale scoppiò all’imbrunire, mentre Margherita era al supermercato e i due bambini, a casa, si stavano dedicando senza troppo entusiasmo ai compiti.

"Roby, andiamo a vedere se troviamo la Nutella", propose Cristina, sette anni di vita, gli occhi di un azzurro reso ancor più luminoso dalla felicità di avere avuto una grande idea.
"Grande idea!", esclamò infatti il fratello, maggiore di soli due anni, ma che nei suoi confronti si sentiva un adulto.
Dopo cinque minuti di ricerche il nascondiglio era stato scoperto e i due, seduti al tavolo della cucina, si misero a spalmare la crema sul pane. Stavano per dare il primo, goloso morso in allegra complicità, quando si sentì, cupo e fragoroso, il tuono. Il suono si propagò vibrando in tutta la casa; la luce della lampada ebbe come un piccolo brivido e poi si spense. Fu il buio, interrotto da un lampo improvviso che illuminò per un istante i loro visi immobili.
Cristina lasciò cadere la sua fetta di pane sul tavolo ed afferrò il polso del fratello.
"Roby..." mormorò. " Perché è venuto buio? Perché la luce non c'è più? Che cosa facciamo adesso? Ho paura! Ma la mamma..."
"La mamma sta arrivando, è andata a fare la spesa. Non aver paura, è andata via la luce, ma poi torna, succede sempre così quando c'è il temporale", fece lui, masticando adagio, senza abbandonare la postazione, anzi rannicchiando le gambe sulla sedia. "Dai, vieni qui, stiamo qui fermi e aspettiamo; fra poco arriva la mamma. E smettila di chiedere sempre perché".
Arrivò la pioggia: una pioggia di tardo autunno, pesante, forte, sferzante contro i vetri, che scendeva scrosciante dalle nuvole basse e scure.
"Perché non proviamo a telefonarle, Roby? Magari così torna prima..."
"Ok, stai lì che ci penso io, tanto il numero lo so fare anche senza tanta luce", rispose lui, e si spostò quanto bastava per afferrare il wireless di casa.

Compose il numero – l'aveva imparato a memoria da poco – ed attese. E, nell'oscurità che si addensava dagli angoli, un altro suono li fece sobbalzare di nuovo: la suoneria del cellulare della madre con il suo motivetto inconfondibile.
"Ha lasciato qui il telefonino! Non può risponderci!" strillò Cristina dalla cucina.
"Lo ha dimenticato, come al solito", commentò Roby tornando accanto alla sorella. "Hai finito la tua merenda?" le chiese.
"Perché? No, non l'ho mangiata, ho paura", rispose lei.
"E tu quando hai paura smetti di mangiare? Ma dai, fifona… Se non la mangi dalla a me. E poi andiamo via da qui, andiamo giù in taverna", disse lui.
"Perché?"
"Perché in taverna siamo al sicuro, ecco perché, lo dice sempre anche la mamma, e poi lì ci sono le candele, le accendiamo e così stiamo meglio, tu mi vedi, io ti vedo, e possiamo anche giocare a carte".
"Io non voglio giocare a carte. Io voglio parlare con la mamma". La voce di Cristina era un sussurro.
"Ma se ha lasciato qui il cellulare! Dai, Cri, non..."
"E invece sì! Se proviamo a telefonare alla Giusi... Magari sono andate insieme a fare la spesa. Ci vanno sempre insieme", disse lei.
"Mmm. Io non lo so il numero della Giusi", fu la risposta
"La mamma li scrive vicino al telefono, i numeri. Tu lo cerchi, lo fai e così dopo parliamo con la mamma", replicò Cristina con logica inoppugnabile.

Andarono insieme verso la consolle. Sfogliarono la rubrica, trovarono il numero. Roby si accostò alla finestra per digitare, alla scarsa luce che proveniva dall'esterno, il numero dell'amica della madre.
Pioveva sempre a dirotto, ma sentirono ugualmente il rumore: ruote che passavano sulla ghiaia facendola scricchiolare, portiere che sbattevano. Lanciarono un'occhiata dai vetri del portoncino d'ingresso. Una macchina era ferma sul vialetto con i fari accesi, fasci di luce nella pioggia. Due figure che parevano incappucciate di nero stavano avanzando verso la casa. Roby si cacciò in tasca il cellulare, afferrò la sorella per un braccio e la trascinò con sè giù per le scale. Entrarono nella tavernetta e si chiusero silenziosamente la porta alle spalle. "Chiudi a chiave, chiudi a chiave", bisbigliò Cristina. Freneticamente, nel buio assoluto, lui cercò a tastoni nel legno sotto la maniglia. La chiave non c'era. In quel momento il campanello suonò. Roby sentì il corpo della sorella irrigidirsi e, subito dopo, la sentì inspirare con forza, come quando si preparava ad urlare. Le posò la mano sulla bocca.
"Cri. Shhh. Stai zitta. Non muoverti. La porta fuori è chiusa a chiave. Se ne andranno. Suoneranno ancora, penseranno che non c'è nessuno e se ne andranno".

Il campanello suonò di nuovo; poi, silenzio.

"Adesso non possiamo accendere le candele, vero?", chiese lei in un bisbiglio. "E non possiamo neanche telefonare, perché sentirebbero la voce, vero? Roby..."
"No, cioè sì, è vero, ma possiamo fare una cosa: mandiamo un messaggio alla Giusi. Un messaggio non fa rumore, no?"
"Grande idea... Ma sbrigati, Roby, ho tanta paura, mi scappa la pipì dalla paura, voglio la mamma..."
"Ti ho detto di smetterla di fare la bambina piccola! Allora, vediamo. Apriamo... Questo qui ... Ecco... Nuovo messaggio... No, aspetta, prima devo avere il numero, accidenti..."
"Leggimelo. Lo hai scritto prima. Io poi te lo dico. Lo imparo a memoria".
"Sei sicura?"
"Roby, guarda che a scuola nelle gare di poesia vinco sempre, la maestra dice che ho una memoria di elefante".
"Ok, elefante, e guai se non te lo ricordi. 347.897765".
"Tre quattro sette, facile: tre più quattro fa sette. Otto nove, facile. Poi sette sette, uguali. Poi uno di meno e uno di meno, sei e cinque. Facile. Dai, scrivi il messaggio".
"Facile, eh? Io non so proprio come fai a fare questi conti...".
"Ma questi non sono conti, questo è un sistema per la memoria", puntualizzò lei.
"Che cosa scrivo? Allora: S-I-A-M-O, stacco, I-N, stacco, P-E-R-IC-O-L-O, stacco. No, punto. C-H-I-A-M, stacco, P-O-L-I-Z, invio. Dimmi il numero".
"Ma hai scritto sbagliato, chiam e poliz..."
"Dimmi il numero, Cri!"
"Tre quattro sette. Otto nove. Sette sette. Sei cinque".
"Tre quattro sette, otto nove, sette sette, sei cinque. Hai ragione, è facile. Invio. Vai".

In quel preciso istante, sentirono il vetro della porta d'ingresso andare in frantumi.
In quel preciso istante, Margherita e Giusi erano in coda alla cassa.

"Siamo proprio fortunate come Fantozzi. La fila più lenta e la cassiera più ritardata. E piove, e sono già le sette meno un quarto. Dovrei... Oh Dio, che sbadata che sono. Ho lasciato il cellulare a casa", disse Margherita, rinunciando a frugare ulteriormente nella borsa.
Il suo cuore perse un battito e si sentì improvvisamente in ansia per i ragazzi. Irragionevole, pensò. Sarà l'ozono, questa elettricità nell'aria.
Il cellulare di Giusi emise il segnale di messaggio. Margherita si volse incuriosita:
"Ma tu hai ancora qualcuno che ti manda gli sms?", chiese sorridendo.

Giusi le rispose con una smorfia, lesse il messaggio e impallidì. Le porse il cellulare senza parlare.