da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi piĂą svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarĂ  il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualitĂ , l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrĂ  essere scoperta e fonte di arricchimento. 

AttivitĂ  minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrĂ  e potrĂ  coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrĂ  divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     


Ancora il terremoto, vi mando un breve racconto di quanto è avvenuto poche ore fa.


Ieri c’era il sole, oggi il diluvio monsonico.

L'arrivo del treno da Chengdu il capoluogo del Sichuan, con i feriti del terremoto era previsto per le 11,40 di stamane, dopo 12 ore di viaggio, un ospedale in cammino.
I feriti piĂą gravi hanno viaggiato in aereo verso gli ospedali di tutte le Province della Cina, i meno gravi in treno, quelli con fratture, contusioni, traumi, assistiti da personale sanitario, dai familiari, dai feriti che stavano un po’ meglio.
Dal mattino presto si e' messa in moto l'organizzazione dell'accoglienza, i reparti ospedalieri pronti, duecento ambulanze attrezzate e complete di staff provenienti da tutta la Provincia del Guizhou si sono disposte in fila indiana sotto le pensiline della stazione che intanto ha continuato a funzionare sugli altri binari per merito della quotidiana organizzazione delle ferrovie cinesi. 
Nel parco le ambulanze, c'erano anche le Fiat donate alcuni anni fa dalla Cooperazione Italiana e poi presente il servizio di emergenza "120" con cui lavoro, i medici, gli infermieri, il servizio d'ordine, la stampa, i carrelli per la distribuzione del tè caldo, dell'acqua da bere. Nessun altro era ammesso nell'area del soccorso.
Alle 11,45  arriva il treno, duecento feriti barellati e molti  altri, non so il numero esatto, alcune centinaia. Persone anziane ferite, altre piĂą giovani, alcuni bambini, con i loro bendaggi mal fatti, le contusioni ormai livide, le flebo nel braccio, il ventaglio al posto dell'ossigeno, i fagotti in borse di plastica, le bacinelle, silenziosi, stanchi, in lacrime, ma con vestiti puliti, pettinati, in ordine. Visi scuri della gente di montagna, etnie tibetane, etnie del sud-ovest della Cina. Dopo aver perso la casa e i familiari si trovano a 1000 chilometri lontano, accolti con calore ed efficienza ma con davanti un futuro difficile, c'era molta sofferenza e perfino in quel momento la forza di ringraziare.
L'organizzazione ha funzionato perfettamente, senza confusione i feriti dalle barelle sono stati messi in ambulanza, prestato il soccorso che serviva, dato l'ossigeno a chi ne aveva bisogno e partiti subito verso ospedali di destinazione dove il personale era pronto ad accoglierli con picchetti di infermiere con in mano un mazzo di fiori da donare, in Cina è anche così, i gesti simbolici contano molto, anche in situazioni difficili. 
I malati  avevano al collo un cartellino di riconoscimento con un numero e i dati anagrafici e l'ospedale di destinazione. 
Le duecento ambulanze hanno viaggiato tra due ali di folla uscita in strada, in silenzio, in lacrime. Ho notato l'ordine e il silenzio delle strade in contrasto con il rumore e il caos quotidiano che caratterizzano questa cittĂ .
Ci sono andata con Xiao Fan (piccola Fan), la nostra interprete. A Guiyang ero  l'unica non cinese e credo fra i pochi stranieri in tutta la Cina ad essere stata testimone di questo evento e dunque molto coccolata dai presenti e dalla stampa che ha voluto sapere perchĂ©  ero lì.
Se ci sarĂ  qualcuno che merita un premio speciale in questa catastrofe, questa volta sono i media cinesi che grazie alla capacitĂ  che hanno avuto di arrivare prima che il  Potere potesse far tacere o manipolare l'informazione ha fatto sì che la gente potesse partecipare in questo modo assolutamente nuovo straordinario. E lo hanno fatto anche come gente fra la gente, in modo molto umano, piangendo in TV mentre davano le notizie.
Domani o dopo dovrà arrivare un altro treno, intanto continuano le donazioni, le raccolte, la dottoressa Xiang che lavora con noi ci parlava di attivare anche qui in Cina le adozioni a distanza per aiutare i bambini che sono rimasti soli o con un solo genitore, lei ha un solo figlio e vuole farlo, le hanno parlato delle adozioni quando è stata in Italia poco più di un mese fa, cercheremo di organizzare un aiuto anche con l'Italia.
Ancora il terremoto, vi mando un breve racconto di quanto è avvenuto poche ore fa
Ieri c’era il sole, oggi il diluvio monsonico.
L'arrivo del treno da Chengdu il capoluogo del Sichuan, con i feriti del terremoto era previsto per le 11,40 di stamane, dopo 12 ore di viaggio, un ospedale in cammino.
I feriti piĂą gravi hanno viaggiato in aereo verso gli ospedali di tutte le Province della Cina, i meno gravi in treno, quelli con fratture, contusioni, traumi, assistiti da personale sanitario, dai familiari, dai feriti che stavano un po’ meglio.
Dal mattino presto si e' messa in moto l'organizzazione dell'accoglienza, i reparti ospedalieri pronti, duecento ambulanze attrezzate e complete di staff provenienti da tutta la Provincia del Guizhou si sono disposte in fila indiana sotto le pensiline della stazione che intanto ha continuato a funzionare sugli altri binari per merito della quotidiana organizzazione delle ferrovie cinesi. 
Nel parco le ambulanze, c'erano anche le Fiat donate alcuni anni fa dalla Cooperazione Italiana e poi presente il servizio di emergenza "120" con cui lavoro, i medici, gli infermieri, il servizio d'ordine, la stampa, i carrelli per la distribuzione del tè caldo, dell'acqua da bere. Nessun altro era ammesso nell'area del soccorso.
Alle 11,45  arriva il treno, duecento feriti barellati e molti  altri, non so il numero esatto, alcune centinaia. Persone anziane ferite, altre piĂą giovani, alcuni bambini, con i loro bendaggi mal fatti, le contusioni ormai livide, le flebo nel braccio, il ventaglio al posto dell'ossigeno, i fagotti in borse di plastica, le bacinelle, silenziosi, stanchi, in lacrime, ma con vestiti puliti, pettinati, in ordine. Visi scuri della gente di montagna, etnie tibetane, etnie del sud-ovest della Cina. Dopo aver perso la casa e i familiari si trovano a 1000 chilometri lontano, accolti con calore ed efficienza ma con davanti un futuro difficile, c'era molta sofferenza e perfino in quel momento la forza di ringraziare.
L'organizzazione ha funzionato perfettamente, senza confusione i feriti dalle barelle sono stati messi in ambulanza, prestato il soccorso che serviva, dato l'ossigeno a chi ne aveva bisogno e partiti subito verso ospedali di destinazione dove il personale era pronto ad accoglierli con picchetti di infermiere con in mano un mazzo di fiori da donare, in Cina è anche così, i gesti simbolici contano molto, anche in situazioni difficili. 
I malati  avevano al collo un cartellino di riconoscimento con un numero e i dati anagrafici e l'ospedale di destinazione. 
Le duecento ambulanze hanno viaggiato tra due ali di folla uscita in strada, in silenzio, in lacrime. Ho notato l'ordine e il silenzio delle strade in contrasto con il rumore e il caos quotidiano che caratterizzano questa cittĂ .
Ci sono andata con Xiao Fan (piccola Fan), la nostra interprete. A Guiyang ero  l'unica non cinese e credo fra i pochi stranieri in tutta la Cina ad essere stata testimone di questo evento e dunque molto coccolata dai presenti e dalla stampa che ha voluto sapere perchĂ©  ero lì.
Se ci sarĂ  qualcuno che merita un premio speciale in questa catastrofe, questa volta sono i media cinesi che grazie alla capacitĂ  che hanno avuto di arrivare prima che il  Potere potesse far tacere o manipolare l'informazione ha fatto sì che la gente potesse partecipare in questo modo assolutamente nuovo straordinario. E lo hanno fatto anche come gente fra la gente, in modo molto umano, piangendo in TV mentre davano le notizie.
Domani o dopo dovrà arrivare un altro treno, intanto continuano le donazioni, le raccolte, la dottoressa Xiang che lavora con noi ci parlava di attivare anche qui in Cina le adozioni a distanza per aiutare i bambini che sono rimasti soli o con un solo genitore, lei ha un solo figlio e vuole farlo, le hanno parlato delle adozioni quando è stata in Italia poco più di un mese fa, cercheremo di organizzare un aiuto anche con l'Italia.
Ancora il terremoto, vi mando un breve racconto di quanto è avvenuto poche ore fa.
Ieri c’era il sole, oggi il diluvio monsonico.
L'arrivo del treno da Chengdu il capoluogo del Sichuan, con i feriti del terremoto era previsto per le 11,40 di stamane, dopo 12 ore di viaggio, un ospedale in cammino.
I feriti piĂą gravi hanno viaggiato in aereo verso gli ospedali di tutte le Province della Cina, i meno gravi in treno, quelli con fratture, contusioni, traumi, assistiti da personale sanitario, dai familiari, dai feriti che stavano un po’ meglio.
Dal mattino presto si e' messa in moto l'organizzazione dell'accoglienza, i reparti ospedalieri pronti, duecento ambulanze attrezzate e complete di staff provenienti da tutta la Provincia del Guizhou si sono disposte in fila indiana sotto le pensiline della stazione che intanto ha continuato a funzionare sugli altri binari per merito della quotidiana organizzazione delle ferrovie cinesi. 
Nel parco le ambulanze, c'erano anche le Fiat donate alcuni anni fa dalla Cooperazione Italiana e poi presente il servizio di emergenza "120" con cui lavoro, i medici, gli infermieri, il servizio d'ordine, la stampa, i carrelli per la distribuzione del tè caldo, dell'acqua da bere. Nessun altro era ammesso nell'area del soccorso.
Alle 11,45  arriva il treno, duecento feriti barellati e molti  altri, non so il numero esatto, alcune centinaia. Persone anziane ferite, altre piĂą giovani, alcuni bambini, con i loro bendaggi mal fatti, le contusioni ormai livide, le flebo nel braccio, il ventaglio al posto dell'ossigeno, i fagotti in borse di plastica, le bacinelle, silenziosi, stanchi, in lacrime, ma con vestiti puliti, pettinati, in ordine. Visi scuri della gente di montagna, etnie tibetane, etnie del sud-ovest della Cina. Dopo aver perso la casa e i familiari si trovano a 1000 chilometri lontano, accolti con calore ed efficienza ma con davanti un futuro difficile, c'era molta sofferenza e perfino in quel momento la forza di ringraziare.
L'organizzazione ha funzionato perfettamente, senza confusione i feriti dalle barelle sono stati messi in ambulanza, prestato il soccorso che serviva, dato l'ossigeno a chi ne aveva bisogno e partiti subito verso ospedali di destinazione dove il personale era pronto ad accoglierli con picchetti di infermiere con in mano un mazzo di fiori da donare, in Cina è anche così, i gesti simbolici contano molto, anche in situazioni difficili. 
I malati  avevano al collo un cartellino di riconoscimento con un numero e i dati anagrafici e l'ospedale di destinazione. 
Le duecento ambulanze hanno viaggiato tra due ali di folla uscita in strada, in silenzio, in lacrime. Ho notato l'ordine e il silenzio delle strade in contrasto con il rumore e il caos quotidiano che caratterizzano questa cittĂ .
Ci sono andata con Xiao Fan (piccola Fan), la nostra interprete. A Guiyang ero  l'unica non cinese e credo fra i pochi stranieri in tutta la Cina ad essere stata testimone di questo evento e dunque molto coccolata dai presenti e dalla stampa che ha voluto sapere perchĂ©  ero lì.
Se ci sarĂ  qualcuno che merita un premio speciale in questa catastrofe, questa volta sono i media cinesi che grazie alla capacitĂ  che hanno avuto di arrivare prima che il  Potere potesse far tacere o manipolare l'informazione ha fatto sì che la gente potesse partecipare in questo modo assolutamente nuovo straordinario. E lo hanno fatto anche come gente fra la gente, in modo molto umano, piangendo in TV mentre davano le notizie.
Domani o dopo dovrà arrivare un altro treno, intanto continuano le donazioni, le raccolte, la dottoressa Xiang che lavora con noi ci parlava di attivare anche qui in Cina le adozioni a distanza per aiutare i bambini che sono rimasti soli o con un solo genitore, lei ha un solo figlio e vuole farlo, le hanno parlato delle adozioni quando è stata in Italia poco più di un mese fa, cercheremo di organizzare un aiuto anche con l'Italia.

Un lungo corridoio portava allo studio di Annette, di solito ben illuminato, ma quel giorno piovoso e freddo lo faceva sembrare un po’ tetro. Il pavimento davanti a lei ancora asciutto, le fecero capire di essere la prima. Inserì la chiave nella serratura come al solito, ma si dovette fermare per un istante: qualcosa nei suoi gesti automatici non stava funzionando. Si liberò con un movimento secco dalla ciocca di capelli scesi sulla fronte, per liberare la mente ed entrare nello studio vuoto e freddo. Il rumore del mazzo di chiavi sul piano di vetro del tavolo le sembrò piĂą metallico del solito, il riflesso del pallido neon sulle gocce scese dal suo impermeabile rivelavano il percorso dei suoi passi.

Annette non era solita soffermarsi sui gesti che compiva ogni giorno, come tutti li faceva automaticamente.

Fino a quel momento. Ora avrebbe appoggiato le cartelle cliniche sul tavolo, si sarebbe seduta e avrebbe consultato il grande blocco con gli appuntamenti, poi avrebbe messo per ordine le cartelle e organizzato le prossime visite.
Non quel giorno. Qualcosa rallentava la routine, la scompaginava irrimediabilmente, fastidiosamente il ritmo era rotto.
Stava perdendo un’altra paziente, non c’era niente da fare, eppure sembrava che tutto andasse bene fino a qualche giorno prima, ma gli ultimi controlli avevano cancellato ogni speranza. Ora in piedi nello studio, rimase a fissare il vuoto per alcuni istanti, poi suonò il cicalino dell’orologio che perentoriamente la distolse da quel caso. Fra pochi minuti sarebbe arrivata Lea, e lei avrebbe dovuto dirle che a volte anche le statistiche sbagliano, è una cosa che può succedere, c’è sempre la possibilità di un margine di errore.
Ma non se la sentiva. Non voleva accettare che fosse capitato a Lea, perché a lei?
Era così giovane, solare; nonostante la malattia non smetteva di credere in un futuro appagante, di sognare il fantastico viaggio che avevano deciso di fare tutte insieme. Annette si voltò verso il grande schedario appeso alla parete, accanto una lavagna di sughero con tante foto fissate con graziose puntine colorate. Una festa di compleanno trascorsa tutte insieme: una giornata dedicata al patchwork, e loro con grembiulini di carta e guanti in lattice che sembravano tante ragazzine, nonostante qualcuna di loro mostrasse chiaramente sotto il berrettino di carta l’evidente segno delle cure.
Poi ancora, una festa in costume di Halloween, erano meno, qualcuna era giĂ  mancata.
Lentamente Annette sfiorava con la mano la lavagna e quelle foto, il silenzio bucato dal ticchettio dell’orologio sul muro faceva risaltare lo sfregare sul sughero delle sue dita che accarezzavano le immagini.
Poi guardò la foto del museo, fatta di nascosto, con Lea che sorvegliava l’avvicinarsi dei custodi, e il gruppo che si stringeva attorno alla tela di Munch, il Grido. Si erano messe in custode pronto certo a dare la vita per l’incolumità dell’opera.
Era sempre lei la più vivace del gruppo, impossibile essere tristi quando c’era lei, emanava un’energia prorompente e coinvolgente. Per questo era così difficile, perché lei?
Le facce scanzonate delle amiche, nella foto, stridevano col soggetto del quadro.
Annette inconsciamente si mise a fissare quel volto deforme, e il suo sguardo rimase fisso sui lineamenti oscuri di quella maschera angosciante, mentre in lei la tristezza dell’immagine spazzava via la gioia dei volti delle ragazze. Un brivido le tolse il fiato correndo lungo la schiena, ebbe un sussulto e il rumore di nocche sul vetro della porta la fece riemergere, si svoltò di scatto rendendosi conto che il tempo non per lei si era fermato.
“Yu hu, sala giochi c’è nessuno?”, esclamò scherzando Lea.
“Entra pure, Lea, ti stavo aspettando” rispose Annette rendendosi conto di non essersi tolta ancora nemmeno l’impermeabile.
Lea entrò mentre lei se lo sfilava frettolosamente e lo riponeva nello stipo, dove riposava il camice bianco a cui spettava ora di fare la sua parte.
“Allora dottore, sei in ritardo oggi, non mi hai neanche preparato il “solito”. Lea si riferiva al bicchierino di caffé che puntualmente Annette le faceva trovare, sapendo che era la prima della lista ad arrivare. Di solito infatti entrando nello studio e indossato il camice si recava subito al distributore di bevande, per avere pronto un caffé macchiato e dei biscottini, un piccolo vizio riservato alla sua amica.
Poi avrebbero discusso su a che punto era la patologia di Lea, che ultimamente andava migliorando, stabilito il programma del prossimo fine settimana del gruppo e infine si sarebbero salutate con un affettuoso arrivederci al successivo incontro.
Non ci sarebbe stato un altro fine settimana col gruppo, Lea aveva notato subito entrando lo sguardo smarrito di Annette e la mancanza del caffé, aveva capito che non sarebbe stata una buona giornata.
Appoggiò l’ombrello, si tolse il soprabito e il cappellino e diede un bacio all’amica sulla guancia. La reazione, anzi, la mancanza di reazione le fece cambiare approccio.
“Allora, andiamo di sotto a prendercelo insieme il caffé, visto che sicuramente qui oggi, non abbiamo niente da programmare...” esclamò Lea, ora in tono serio.
“Scusa, scusa, ero sopra pensiero e… sì, usciamo da qui facciamo due passi, non vedo perché no.”
Scesero al piano di sotto,dove c’era l’alloggio di Annette, senza dire una parola, presero la bevanda calda e prendendosi a braccetto tornarono con calma verso lo studio,.
“Non capisco,” Lea affrontò con fermezza l’argomento“ era tutto a posto, cosa è successo?”
“Lea, c’è sempre l’imprevedibile e purtroppo si è verificato.”
“Quanto mi resta, non girarci intorno…” la esortò la ragazza con tono pacato, quasi a rincuorare l’amica.
“Rinforzando la terapia, se rispondi bene alle altre cure, mesi”.
Entrarono nello studio, i bicchierini caldi in mano, con calma si sedettero alla scrivania di Annette restando senza parlare per alcuni momenti, poi Lea si confermò per quello che era.
“Non voglio chiudermi sotto una campana di vetro, voglio uscire con le altre finché ne avrò la forza, siamo un bel gruppo e starebbero male se non stiamo ancora insieme, anche se ormai sarà per poco.”
“Lea, più ti stancherai più la candela brucerà, lo capisci vero?”
“No, non capisco il tuo atteggiamento” ora la risposta aveva un tono ruvido, quasi a rimproverare l’amica “la strada è segnata, non c’è ritorno, nessuna favola col lieto fine, tanto vale condividere gli ultimi momenti con chi mi vuole bene piuttosto che passare inutilmente da una flebo all’altra aspettando in un letto che vengano a portarmi per sempre!”
Lea aveva ragione, Annette lo sapeva, ma il dovere di medico veniva prima dell’esserle amica, doveva farla vivere il più possibile e nel modo migliore possibile, anche a costo di andare contro la sua volontà.
“Ascoltami, credimi,la esortò, io sto male quanto te, ma le procedure sono queste, ti devi curare e stare sotto continua osservazione.”
La lucidità del giudizio medico vacillava a fronte dell’amicizia, le parole dette non erano quelle che il cuore le dettava, ma non poteva venir meno al suo dovere.
“Ti capisco Annette, ma un ultimo regalo me lo devi fare, me lo devi”
Lea prese delicatamente le mani di Annette, si guardarono negli occhi per lunghissimi infiniti istanti.
I mesi passarono, come la malattia aveva determinato, Lea era se ne era andata. La stagione era un po’ più calda, l’aria carezzata da nuovi profumi, la luce del giorno lo anticipava. Anche l’interno dello studio era più luminoso, e quel lungo corridoio sembrava meno lugubre. Annette aveva nuove pazienti da seguire, ma la presenza di Lea continuava a vivere nel gruppo.
Un mattino come gli altri, la chiave che apriva lo studio, il suo tintinnio sul vetro della scrivania, il camice indossato, le cartelle mediche, le foto. Tra le foto prese in mano l’ultima aggiunta.
Il gruppo di amiche, Lea era ancora tra loro, era tornato al museo, stavolta più numeroso, più agguerrito. Ne era prova quello che la foto aveva fermato per sempre nel tempo. Come la volta precedente tutte intorno al quadro dell’Urlo di Munch, solo che ora si erano messe sul viso un sorriso di carta enorme e sempre Lea,la più birbante, mentre una di loro distraeva i custodi, aveva coperto l’urlo del quadro con il disegno di uno stupendo sorriso.
Questa era la Lea che tutti si sarebbero ricordati per sempre. posa con le mani attorno al viso per scimmiottare il soggetto del quadro, mentre Lea con una scusa teneva impegnato il feroce

   

 

 

 

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