da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi piĂą svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarĂ  il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualitĂ , l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrĂ  essere scoperta e fonte di arricchimento. 

AttivitĂ  minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrĂ  e potrĂ  coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrĂ  divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

 

Amo  i libri  perchĂ© sono parte della mia ricchezza interiore; sono cresciuti con me, mi hanno fatto crescere. Alcuni hanno  pagine ingiallite, ma se ne stanno ancora in buon ordine sugli scaffali di casa. Nel corso del tempo il loro numero è aumentato. Infatti mi piace acquistarne di nuovi per sentirli  veramente miei e trovo sempre un posto per loro. Quando leggo un libro esso segue il ritmo della mia giornata.. E’ paziente: sa aspettarmi  minuti, giorni o mesi poichĂ© io posso leggere d’un fiato, ma amo anche soffermarmi sulle pagine, annotando a margine o sottolineando ciò che ritengo interessante.  Un’abitudine appresa durante i miei studi.

Se una descrizione o l’esposizione di un carattere mi colpiscono, torno a rileggerli a distanza di tempo e scopro sfumature che non avevo saputo cogliere.

La lettura mi coinvolge: apro un libro nuovo ed entro in un mondo nuovo. Un racconto  sa darmi gioia e serenitĂ  ma anche dolore o tristezza. La mia scelta è lunga e meditata. Confesso che alcuni libri o meglio alcuni autori mi hanno deluso, ma li rispetto comunque perchĂ© rappresentano la scintilla di un pensiero. Altri libri, letti da giovane, non sono stati apprezzati come meritavano, forse per la mia immaturitĂ  di allora; riletti da adulta sono stati una vera scoperta.

Un libro chiuso è per me un oggetto povero. Aperto, si anima.

Le parole di carta prendono vita grazie ai lettori appassionati

 

Questa mattina, finalmente sotto le forbici del barbiere, leggevo sul Messaggero che la donna è apparsa sulla terra 83000 anni prima dell’uomo. Notizia scioccante, a prima vista incredibile: crolla il mito d’Adamo, della sua costola sottratta (grazie a Dio), e del suo cedere alle mele di Eva?

L’avessi saputo venti giorni fa, l’avrei raccontato a Suleiman, la mia guida nell’Acacus. Lui non l’immagina di certo, sicuro com’è, come tutti gli arabi, che la donna sia solo strumento personale di procreazione e prosecuzione della specie. E non ci avrebbe creduto (invero, qualche dubbio l’ho anch’io), visto che, con undici figli, sa come vanno le cose.

L’articolo non spiegava come se la cavava, quello che poi è diventato il gentil sesso, a riprodursi. Forse la partenogenesi era più diffusa…. Mah! Aspettiamo ulteriori sviluppi da queste ricerche fondamentali.

Cosa c’entra questo con il deserto? Le dune. Le dune sinuose come corpi di donna, forme che richiamano fianchi, anche, spalle, seni: profili dolci e gentili. Dune a perdita d’occhio, rosa, ocra, bianche, e noi che le esploriamo, guizzando come dita leggere tra gli avvallamenti, scendendo a capofitto dalle vette, inebriati da questo continuo chiedersi come sarà al di là di quella cima, dopo quella curva, in fondo a quella valle…. Una scoperta continua ed eccitante.

Suleiman scruta con occhio attento davanti a sé, gira appena il capo per controllare che gli altri mezzi lo seguano in questa veloce gimcana: seconda, quattro motrici per salire, due per scendere, terza, ancora seconda. La sua destra salta dal volante, che vibra sulle asperità, al cambio, alla ridotta. Se vedesse con i miei occhi e avesse i miei pensieri andrebbe più piano, se andasse più piano ci insabbieremmo. Ma non li ha, lui è una guida seria, il suo occhio valuta, misura, sceglie con criteri ormai consolidati da una lunga esperienza. Poi, in vetta ad un dosso, si ferma e aspetta i compagni: qualche commento tra loro, e via per un’altra volata. Finché non arriva la sosta di mezzogiorno. Allora, sceso dal mezzo e accertatosi dell’arrivo degli altri, si sdraia sulla sabbia ed aspetta che Harbi, l’anziana guida del pick-up, prepari il the sul fuocherello acceso con gli sterpi raccolti lungo il percorso. Harbi è un tipo divertente, ispira simpatia al primo sguardo, con quell’occhio semichiuso ed un po’ storto, lui ed il suo pick-up blu sono un unicum buffo ed inarrestabile. Ma il meglio di sé credo lo dia nella preparazione del the. Già al mattino, nel primo tenue chiarore dell’aurora, siede di fianco al fuocherello su cui troneggia una teiera centenaria. Tre bicchierini di vetro, che non vedono acqua corrente chissà da quanto, sono allineati tra lui ed il fuoco. Ed inizia il rito: foglioline di the verde (cinese) nell’acqua che bolle, zucchero preso con la punta delle dita da un sacchetto di plastica, quattro o cinque travasi in un altro pentolino, e intanto la schiuma monta. Poi assaggia la sua opera e, immancabilmente, deve aggiungere zucchero. Teiera sul fuoco e momenti di riflessione. Brevi, perché la teiera è piccola e borbotta subito. Altri tre o quattro travasi, la teiera in alto e il pentolino mezzo metro più in basso, nessuna goccia persa. Infine, dopo un altro passaggio sul fuoco, inizia la distribuzione: al Capo il primo bicchierino, a me, ospite, il secondo, a se stesso il terzo. Gli altri, eventuali, aspettino il loro turno. Finita la cerimonia, ripone il tutto non senza aver passato uno strofinaccio, lo stesso da chissà quanti viaggi, dentro i bicchierini. L’evento si ripete un minimo di tre volte al giorno, sempre eguale, con una costanza di qualità del the che gli meriterebbe l’appellativo DOC, se fosse tra noi “evoluti”.

Quando il tramonto s’avvicina ed il buon senso del nomade suggerisce di fermarsi per piantare il campo finché c’è luce, la scelta del sito segue criteri originali: dev’essere riparato dal vento (obiettivo difficile da raggiungere, perché il vento accarezza le dune e le supera senza indugi…), dev’essere in piano e, requisito fondamentale, deve avere una dunetta vicina, il cosiddetto bagno, non troppo alta da scavalcare, per le esigenze corporali di noi viaggiatori civili. Le guide non sembrano avere bisogni particolari: dormono sulla sabbia, su spessi tappeti, avvolti in coperte di lana. Talvolta s’allontanano, ma non si capisce bene se per pregare o per altre necessità: le posizioni sono molto simili!

Le dune. Queste sono le più estese tra quelle viste nei miei viaggi. Forse ce ne saranno altre, altrettanto vaste in altre parti del mondo, ma non importa: quel che il mio occhio può vedere è sempre fino all’orizzonte e cosa cambia se oltre l’orizzonte ci sono altre dune per giorni e giorni? Queste sono straordinariamente affascinanti, per le forme, per i colori e per la ridda di pensieri che suscitano guardandole, scalandole faticosamente, affondandoci fino ai polpacci, sedendo sui crinali, incuranti del vento che solleva la sabbia fino agli occhi, alle orecchie, alla bocca. Dalla cima le altre vette sembrano vicine, si perde il senso della profondità spaziale: per rendersene conto, basta guardare in basso, verso le auto e le tende, corpuscoli estranei il cui colore risalta nell’uniformità della conca. Non è solo spettacolo visivo, c’è anche il sonoro: la duna suona, cioè risuona. Me lo fece notare Suleiman, vedendomi col naso per aria a cercare nel cielo un improbabile aereo che stesse sorvolando il sud della Libia. E’ una nota uniforme che arriva a ondate, come prodotta da un soffio sull’ancia di un fagotto, come se una bocca gigantesca soffiasse sullo spartiacque della duna più alta mettendo in risonanza i granelli dei primi strati di sabbia. Chissà se qualcuno ha studiato il fenomeno, potrebbe essere l’interessante soggetto di una tesi di acustica, per una laurea in Fisica.

Non tutte le dune manifestano lo stesso fenomeno, penso dipenda dalla conformazione della vetta e dalla dimensione dei grani di sabbia. Peccato, sarebbe il piĂą originale concerto mai ascoltato.

La sabbia. Altra variabile straordinaria. Lo sanno bene i nostri piloti, loro la classificano al primo sguardo, ma per me non è stato così ovvio. Pare “dura” e ci affondi fino al polpaccio, pare soffice e ci galleggi come se i piedi fossero barchette, talvolta fine da risultare quasi impalpabile, altre volte granulosa come fosse vetro sminuzzato, smussato e arrotondato dal vento.   

Per giorni la stessa domanda ti martella nella testa: come fa ad essercene così tanta?!

Sarà vero che un tempo qui c’erano boschi e fiumi ed animali? Non è che qualche burlone ha inciso nelle rocce del wadi Mathendusc tutti quegli elefanti, quelle centinaia di giraffe, quegli struzzi, i coccodrilli? Il dubbio viene, ma è subito fugato - al di là di quel che dicono “gli esperti” - dalla varietà e dalla quantità di incisioni. E poi, se lo wadi è così ben inciso nella piattezza del Messak Settafet, il massiccio nero, tanta acqua ci dev’essere passata, e quindi…

Tanto era esaltante la distesa di dune quanto angosciante è la sconfinata piana del Messak: qui, non un grano di sabbia, solo pietre nere a perdita d’occhio, tutte piĂą o meno della stessa dimensione, non un cespuglio, non un segno apparente di vita; almeno le dune mutano forma in continuazione, qui tutto è immobile. All’improvviso, il ciglio dello wadi, un sentiero che porta sul letto asciutto lungo il percorso turistico tra i graffiti rupestri. Non è vero che non c’è vita, almeno le mosche abbondano e ronzano insistenti, un po’ rintronate dal caldo. Forse tra i massi c’è qualche rettile: un paio, piccini e color della sabbia, li vediamo, ovviamente terrorizzati quando li sollevo sul dorso della mano.   

Poco prima del termine del percorso turistico, la sorpresa: due giganteschi Tatra, sei ruote motrici, che richiamano alla mente i bestioni Iveco di Overland, sostano in mezzo allo wadi, circondati da tavolini, seggiolini, ombrelloni, scatoloni d’alluminio, un grosso frigorifero. Un posto di ristoro? Possibile che questi libici siano così intraprendenti ed insieme impudenti? Ma no, sono turisti tedeschi che vediamo sfilare poco dopo in tenuta quasi cittadina. No comment!

Tra le dune, l’avventura riserva due altre sorprese: le rocce e le guglie dell’Acacus e la regione dei laghi. Nell’Acacus, il contrasto tra il freddo nero della roccia (in realtà arenaria rosa annerita dai secoli) ed il caldo chiarore della sabbia, la presenza di ampi scorci della preistoria dell’uomo pitturati sulle pareti e sulle volte dei rifugi naturali sotto cui si appostavano i cacciatori dell’epoca, l’alternanza di brulli canyon e radure disseminate di acacie spinose, rendono l’atmosfera magica. Passo lunghi minuti a guardare le forme rocciose che assomigliano a profili umani, che riportano a sagome d’animali fantastici, trovo pietre sagomate dagli agenti atmosferici, tutte bitorzolute sopra e piatte sotto, come fossero fatte apposta per ben figurare come soprammobili. E poi il cielo, finalmente azzurro, il sole che tramonta, le stelle che fanno la loro tremula apparizione mentre Venere scende verso l’orizzonte. Qui il ciclo circadiano è immutato da millenni, a descriverlo gli ossimori si sprecano: un silenzio che urla col vento, un’immobilità dinamica, la preistoria che pulsa intorno a me, tutto pare morto e vivo insieme, come le ombre mobili dei pinnacoli, come le cavità che il vento scava intorno a loro. Sarà banale, ma mi sento più piccolo del solito.

La regione dei laghi non è meno intrigante: dopo svariati chilometri tra le dune ormai amiche, compaiono palme da dattero. All’inizio, poche e rade, poi sempre più numerose e fitte. Infine ecco l’acqua: laghi in pieno deserto! Cerco inutilmente sui libri da dove provenga quest’acqua, ma le risposte sono vaghe, forse sorgenti, forse resti di antichi mari, probabilmente tutti e due.

La scenografia è irreale, un contrasto inimmaginabile, dune immense che si rispecchiano nell’acqua, da non crederci a raccontarlo. In una capanna trovo tre neri accovacciati, su uno straccio davanti ad ognuno è allineata in mostra ordinata la loro produzione di monili e pendagli. Francamente, non fosse per l’ambiente, mi parrebbe d’essere sul lungomare di Ostia. Loro provengono dal Niger, si dicono artigiani ed il più sveglio, in un buon francese, mi racconta la loro vita: “Viviamo qui nei mesi freschi, quando passano i turisti, cercando di vendere quanto abbiamo prodotto nel nostro paese. Beviamo l’acqua del pozzo dietro la capanna, è buona e la usiamo anche per lavarci. Mangiamo i datteri e quel che ci lascia qualche turista. Vorrei venire in Europa, pensi che in Italia farei fortuna?”. E’ stato l’unico momento di disagio in tutto il viaggio.

Questa mattina, finalmente sotto le forbici del barbiere, leggevo sul Messaggero che la donna è apparsa sulla terra 83000 anni prima dell’uomo. Notizia scioccante, a prima vista incredibile: crolla il mito d’Adamo, della sua costola sottratta (grazie a Dio), e del suo cedere alle mele di Eva?

L’avessi saputo venti giorni fa, l’avrei raccontato a Suleiman, la mia guida nell’Acacus. Lui non l’immagina di certo, sicuro com’è, come tutti gli arabi, che la donna sia solo strumento personale di procreazione e prosecuzione della specie. E non ci avrebbe creduto (invero, qualche dubbio l’ho anch’io), visto che, con undici figli, sa come vanno le cose.

L’articolo non spiegava come se la cavava, quello che poi è diventato il gentil sesso, a riprodursi. Forse la partenogenesi era più diffusa…. Mah! Aspettiamo ulteriori sviluppi da queste ricerche fondamentali.

Cosa c’entra questo con il deserto? Le dune. Le dune sinuose come corpi di donna, forme che richiamano fianchi, anche, spalle, seni: profili dolci e gentili. Dune a perdita d’occhio, rosa, ocra, bianche, e noi che le esploriamo, guizzando come dita leggere tra gli avvallamenti, scendendo a capofitto dalle vette, inebriati da questo continuo chiedersi come sarà al di là di quella cima, dopo quella curva, in fondo a quella valle…. Una scoperta continua ed eccitante.

Suleiman scruta con occhio attento davanti a sé, gira appena il capo per controllare che gli altri mezzi lo seguano in questa veloce gimcana: seconda, quattro motrici per salire, due per scendere, terza, ancora seconda. La sua destra salta dal volante, che vibra sulle asperità, al cambio, alla ridotta. Se vedesse con i miei occhi e avesse i miei pensieri andrebbe più piano, se andasse più piano ci insabbieremmo. Ma non li ha, lui è una guida seria, il suo occhio valuta, misura, sceglie con criteri ormai consolidati da una lunga esperienza. Poi, in vetta ad un dosso, si ferma e aspetta i compagni: qualche commento tra loro, e via per un’altra volata. Finché non arriva la sosta di mezzogiorno. Allora, sceso dal mezzo e accertatosi dell’arrivo degli altri, si sdraia sulla sabbia ed aspetta che Harbi, l’anziana guida del pick-up, prepari il the sul fuocherello acceso con gli sterpi raccolti lungo il percorso. Harbi è un tipo divertente, ispira simpatia al primo sguardo, con quell’occhio semichiuso ed un po’ storto, lui ed il suo pick-up blu sono un unicum buffo ed inarrestabile. Ma il meglio di sé credo lo dia nella preparazione del the. Già al mattino, nel primo tenue chiarore dell’aurora, siede di fianco al fuocherello su cui troneggia una teiera centenaria. Tre bicchierini di vetro, che non vedono acqua corrente chissà da quanto, sono allineati tra lui ed il fuoco. Ed inizia il rito: foglioline di the verde (cinese) nell’acqua che bolle, zucchero preso con la punta delle dita da un sacchetto di plastica, quattro o cinque travasi in un altro pentolino, e intanto la schiuma monta. Poi assaggia la sua opera e, immancabilmente, deve aggiungere zucchero. Teiera sul fuoco e momenti di riflessione. Brevi, perché la teiera è piccola e borbotta subito. Altri tre o quattro travasi, la teiera in alto e il pentolino mezzo metro più in basso, nessuna goccia persa. Infine, dopo un altro passaggio sul fuoco, inizia la distribuzione: al Capo il primo bicchierino, a me, ospite, il secondo, a se stesso il terzo. Gli altri, eventuali, aspettino il loro turno. Finita la cerimonia, ripone il tutto non senza aver passato uno strofinaccio, lo stesso da chissà quanti viaggi, dentro i bicchierini. L’evento si ripete un minimo di tre volte al giorno, sempre eguale, con una costanza di qualità del the che gli meriterebbe l’appellativo DOC, se fosse tra noi “evoluti”.

Quando il tramonto s’avvicina ed il buon senso del nomade suggerisce di fermarsi per piantare il campo finché c’è luce, la scelta del sito segue criteri originali: dev’essere riparato dal vento (obiettivo difficile da raggiungere, perché il vento accarezza le dune e le supera senza indugi…), dev’essere in piano e, requisito fondamentale, deve avere una dunetta vicina, il cosiddetto bagno, non troppo alta da scavalcare, per le esigenze corporali di noi viaggiatori civili. Le guide non sembrano avere bisogni particolari: dormono sulla sabbia, su spessi tappeti, avvolti in coperte di lana. Talvolta s’allontanano, ma non si capisce bene se per pregare o per altre necessità: le posizioni sono molto simili!

Le dune. Queste sono le più estese tra quelle viste nei miei viaggi. Forse ce ne saranno altre, altrettanto vaste in altre parti del mondo, ma non importa: quel che il mio occhio può vedere è sempre fino all’orizzonte e cosa cambia se oltre l’orizzonte ci sono altre dune per giorni e giorni? Queste sono straordinariamente affascinanti, per le forme, per i colori e per la ridda di pensieri che suscitano guardandole, scalandole faticosamente, affondandoci fino ai polpacci, sedendo sui crinali, incuranti del vento che solleva la sabbia fino agli occhi, alle orecchie, alla bocca. Dalla cima le altre vette sembrano vicine, si perde il senso della profondità spaziale: per rendersene conto, basta guardare in basso, verso le auto e le tende, corpuscoli estranei il cui colore risalta nell’uniformità della conca. Non è solo spettacolo visivo, c’è anche il sonoro: la duna suona, cioè risuona. Me lo fece notare Suleiman, vedendomi col naso per aria a cercare nel cielo un improbabile aereo che stesse sorvolando il sud della Libia. E’ una nota uniforme che arriva a ondate, come prodotta da un soffio sull’ancia di un fagotto, come se una bocca gigantesca soffiasse sullo spartiacque della duna più alta mettendo in risonanza i granelli dei primi strati di sabbia. Chissà se qualcuno ha studiato il fenomeno, potrebbe essere l’interessante soggetto di una tesi di acustica, per una laurea in Fisica.

Non tutte le dune manifestano lo stesso fenomeno, penso dipenda dalla conformazione della vetta e dalla dimensione dei grani di sabbia. Peccato, sarebbe il piĂą originale concerto mai ascoltato.

La sabbia. Altra variabile straordinaria. Lo sanno bene i nostri piloti, loro la classificano al primo sguardo, ma per me non è stato così ovvio. Pare “dura” e ci affondi fino al polpaccio, pare soffice e ci galleggi come se i piedi fossero barchette, talvolta fine da risultare quasi impalpabile, altre volte granulosa come fosse vetro sminuzzato, smussato e arrotondato dal vento.   

Per giorni la stessa domanda ti martella nella testa: come fa ad essercene così tanta?!

Sarà vero che un tempo qui c’erano boschi e fiumi ed animali? Non è che qualche burlone ha inciso nelle rocce del wadi Mathendusc tutti quegli elefanti, quelle centinaia di giraffe, quegli struzzi, i coccodrilli? Il dubbio viene, ma è subito fugato - al di là di quel che dicono “gli esperti” - dalla varietà e dalla quantità di incisioni. E poi, se lo wadi è così ben inciso nella piattezza del Messak Settafet, il massiccio nero, tanta acqua ci dev’essere passata, e quindi…

Tanto era esaltante la distesa di dune quanto angosciante è la sconfinata piana del Messak: qui, non un grano di sabbia, solo pietre nere a perdita d’occhio, tutte piĂą o meno della stessa dimensione, non un cespuglio, non un segno apparente di vita; almeno le dune mutano forma in continuazione, qui tutto è immobile. All’improvviso, il ciglio dello wadi, un sentiero che porta sul letto asciutto lungo il percorso turistico tra i graffiti rupestri. Non è vero che non c’è vita, almeno le mosche abbondano e ronzano insistenti, un po’ rintronate dal caldo. Forse tra i massi c’è qualche rettile: un paio, piccini e color della sabbia, li vediamo, ovviamente terrorizzati quando li sollevo sul dorso della mano.   

Poco prima del termine del percorso turistico, la sorpresa: due giganteschi Tatra, sei ruote motrici, che richiamano alla mente i bestioni Iveco di Overland, sostano in mezzo allo wadi, circondati da tavolini, seggiolini, ombrelloni, scatoloni d’alluminio, un grosso frigorifero. Un posto di ristoro? Possibile che questi libici siano così intraprendenti ed insieme impudenti? Ma no, sono turisti tedeschi che vediamo sfilare poco dopo in tenuta quasi cittadina. No comment!

Tra le dune, l’avventura riserva due altre sorprese: le rocce e le guglie dell’Acacus e la regione dei laghi. Nell’Acacus, il contrasto tra il freddo nero della roccia (in realtà arenaria rosa annerita dai secoli) ed il caldo chiarore della sabbia, la presenza di ampi scorci della preistoria dell’uomo pitturati sulle pareti e sulle volte dei rifugi naturali sotto cui si appostavano i cacciatori dell’epoca, l’alternanza di brulli canyon e radure disseminate di acacie spinose, rendono l’atmosfera magica. Passo lunghi minuti a guardare le forme rocciose che assomigliano a profili umani, che riportano a sagome d’animali fantastici, trovo pietre sagomate dagli agenti atmosferici, tutte bitorzolute sopra e piatte sotto, come fossero fatte apposta per ben figurare come soprammobili. E poi il cielo, finalmente azzurro, il sole che tramonta, le stelle che fanno la loro tremula apparizione mentre Venere scende verso l’orizzonte. Qui il ciclo circadiano è immutato da millenni, a descriverlo gli ossimori si sprecano: un silenzio che urla col vento, un’immobilità dinamica, la preistoria che pulsa intorno a me, tutto pare morto e vivo insieme, come le ombre mobili dei pinnacoli, come le cavità che il vento scava intorno a loro. Sarà banale, ma mi sento più piccolo del solito.

La regione dei laghi non è meno intrigante: dopo svariati chilometri tra le dune ormai amiche, compaiono palme da dattero. All’inizio, poche e rade, poi sempre più numerose e fitte. Infine ecco l’acqua: laghi in pieno deserto! Cerco inutilmente sui libri da dove provenga quest’acqua, ma le risposte sono vaghe, forse sorgenti, forse resti di antichi mari, probabilmente tutti e due.

La scenografia è irreale, un contrasto inimmaginabile, dune immense che si rispecchiano nell’acqua, da non crederci a raccontarlo. In una capanna trovo tre neri accovacciati, su uno straccio davanti ad ognuno è allineata in mostra ordinata la loro produzione di monili e pendagli. Francamente, non fosse per l’ambiente, mi parrebbe d’essere sul lungomare di Ostia. Loro provengono dal Niger, si dicono artigiani ed il più sveglio, in un buon francese, mi racconta la loro vita: “Viviamo qui nei mesi freschi, quando passano i turisti, cercando di vendere quanto abbiamo prodotto nel nostro paese. Beviamo l’acqua del pozzo dietro la capanna, è buona e la usiamo anche per lavarci. Mangiamo i datteri e quel che ci lascia qualche turista. Vorrei venire in Europa, pensi che in Italia farei fortuna?”. E’ stato l’unico momento di disagio in tutto il viaggio.