da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi piĂą svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarĂ  il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualitĂ , l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrĂ  essere scoperta e fonte di arricchimento. 

AttivitĂ  minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrĂ  e potrĂ  coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrĂ  divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

 

Ne aveva viste di tragedie e ci aveva fatto l’abitudine ormai, perché quello era il suo mestiere. Correre ogni volta in soccorso, fossero incendi, inondazioni o terremoti.

Ma ora tutto sembrava più terribile. Lui sentiva appieno il peso della catastrofe, perché il terremoto aveva ingoiato le case del suo paese, aveva seppellito gente che conosceva bene.

Era stato allertato con tutta la squadra che il cielo stava giĂ  sbiancando.

Polvere e rovine dappertutto. Gente incredula e fiera, sbattuta giĂą dal letto, si era riversata in strada e vagava con negli occhi il ricordo di una casa. Cumuli di macerie, peggio di un bombardamento. Di alcune case restava in piedi solo qualche spezzone di muro, l’architrave di un portone o  una colonna deformata.

Un boato nella notte.

Lui si era svegliato di soprassalto e aveva capito subito. Non occorreva guardare il lampadario impazzito o le tende popolate da fantasmi di vento.

Aiutato da due compagni ora tenta di aprirsi un varco tra ammassi di detriti. Sono crollati tre piani, sbriciolati in trenta maledetti secondi. Un cane dal muso umido ha avvertito qualcosa.

- Bisogna cercare lĂ  sotto!

Una ragazza  minuta.

- A maggio farĂ  diciotto anni!

Le piace la danza.

- Forse stava sognando!

Cercare un figlio è una disperazione. Lo metti al mondo e subito si  stacca da te. Si allontana. La vita te lo ruba. O la terra lo inghiotte.

L’uomo si trascina nel cunicolo, avanza lasciandosi dietro luce e sguardi vuoti. La speranza gli striscia a fianco. La torcia del casco fa danzare  ombre deformate, gigantesche. Il cervello scoppia.

- Avanti, avanti ancora!

A un tratto gli sembra di scorgere qualcosa.

- Una mano!

Le dita polverose sembrano danzare. E’ quasi un richiamo.

In quella voragine di silenzio, la ragazza riesce a muovere solo una mano. La bocca non ha suoni. Un peso sul petto la opprime.

Forse è solo paura. Del buio e del nulla.

Niente musica, niente armonia.

Lei stava sognando, un sogno strano. Allacciava  scarpette da ballo, intrecciava lacci di seta rosa tra le dita. Credeva di volteggiare, ma non riusciva a tenere l’equilibrio. E un tonfo sordo l’aveva precipitata giĂą.

Ora cerca  aria, solo un po’ d’aria.

Niente musica, niente armonia. Sotto terra il rumore rimbomba.

Credeva di essere sola. Ha gli occhi ciechi di polvere e lacrime, un rivolo appiccicoso dal naso, i capelli biondi impastati di sangue.

Ma sa far danzare le dita.

 

Fin dai primi giorni mi ero resa conto di aver sbagliato ad accettare quel lavoro, non ero a mio agio per tanti motivi.. Mi ero sentita in trappola e non sapevo come uscirne; il 5 giugno mi sembrava ancora lontano. Avevo avuto dubbi che non avevo ascoltato. Il problema non era il Sudan, anche se posto molto difficile, nĂ© lo erano le persone con cui avrei vissuto, il problema era l’ambiente e i personaggi con cui avrei avuto a che fare. 

E poi la vita….. Le mura della prigione erano sempre più strette, da giorni i telefoni cellulari avevano smesso di funzionare, quelli fissi forse non erano mai esistiti. .
La prigione era la nostra casa, poco lontano dal centro, circondata da un muro alto due metri, fuori due guardie, giorno e notte, sul tetto la bandiera italiana, quella bianca e bella della Cooperazione. Da dentro si vedeva solo il cielo e si sentiva l’ululato del vento che ammantava tutto con la malsana polvere rossa africana. Si sentiva la sabbia nel naso, nelle orecchie, negli occhi, sotto le dita, il sapore in bocca. Io mi sentivo come la “Donna di Sabbia”, del romanzo e film giapponese
Unico conforto il gatto nero dagli occhi verdi, Zorro per la sua velocità, con cui c’era una passione ricambiata. Al mattino mi svegliava arrampicandosi sulla rete della finestra, anche lui voleva attenzioni dopo la notte in solitudine.
La consegna era di stare in casa, di uscire il meno possibile, non farsi notare; la città piena di soldati e di polizia con il kalashnikov, arrivati di recente a dare man forte ai governativi. In varie aree del Darfur, regione grande come la Francia, c’erano attacchi, rivolte, scontri.
Alcuni giorni addietro, un convoglio di camion di soldati e armi proveniente da Khartoum era stato attaccato dal Sudan Liberation Movement, molti soldati uccisi, le armi prese. Nei giorni successivi, arresti, blocco delle auto alla ricerca di persone e armi.
Due volte alla settimana noi partecipavamo ai Security Meeting presso OCHA dove venivamo informati della situazione per la nostra sicurezza; dall’ambasciata italiana via email venivamo avvisati di quando erano previsti disordini con la raccomandazione di non uscire per alcun motivo. C’erano frequenti manifestazioni contro la presenza ONU, di cui noi poco si sapeva, perché mancavano le informazioni; la stampa era tutta censurata, d’altra parte, il resto del mondo del Sudan non si interessava.
Il coprifuoco era alle 22.
In quei giorni in ambasciata c’era tensione perché un dipendente locale, mezzo torinese e mezzo etiope era scomparso in modo misterioso con la sua auto e non se ne sapeva nulla ormai da quattro giorni.
Dove io abitavo eravamo in tre donne, personale locale lavorava con noi di giorno, avevamo due Land Cruiser per spostarci.
L’ufficio era annesso alla casa, cosa senza senso invece l’ospedale a cinque chilometri di distanza, in un posto lontano da ogni servizio,.
L’ospedale, pareva destinato a non funzionare; edifici vuoti di ogni progetto, costruiti solo come “immagine”.
Quasi o nulla funzionava, nemmeno alcuni pozzi da cui la gente avrebbe dovuto poter attingere acqua, non funzionavano, centri sanitari, scuole, parchi giochi (peraltro circondati dal filo spinato), erano stati decisi dalla sera alla mattina, evidentemente per spendere i fondi di cui si era stati dotati, e poi chiusi. Altre organizzazioni, stupefatte, ce ne chiedevano la ragione.

 

L’ospedale era un edificio tutto bianco e azzurro con aiole e rose, una lavanderia e una cucina, ma privo di mezzi per sterilizzare, senza nulla per l’anestesia, senza allacciamento con l’elettricità, c’era un generatore (non le candele), ma non poteva stare sempre accesso, una sala operatoria in cui avevo trovato delle ranocchie, attrezzature vecchie di vent’anni.
Passai il primo mese ad aprire scatoloni pieni di medicine in parte scadute e materiali di consumo inutili che dovetti far bruciare. .
Per fortuna sapevamo che a ottobre ce ne saremmo andati e si sarebbe chiusa baracca e burattini.
A parte gli abitanti della cittĂ  di Nyala, la popolazione dei campi degli sfollati era di 185.000 persone, provenienti dal Darfur e dal Sud Sudan, il campo di Khalma era abitato dai favolosi Dinka , cacciati nel corso degli anni dalla guerra tra il governo arabo e i neri del sud e mai potuti ritornare nelle loro terre.

 

Sono stata in due di quei campi, era l’inferno sulla terra.