da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Esperienze e Iniziative

Uno spazio comune, il  luogo di incontro preposto all’ascolto, allo scambio di informazioni e alla collaborazione sui temi più svariati, ove farsi raggiungere e giungere alle notizie. 

Accogliere e vagliare insieme nuove proposte sulla base di esperienze, affiancare iniziative cui offrire il personale contributo sarà il modo per accorciare distanze fisiche e culturali con l’intento di svolgere, seppure virtualmente, un lavoro di squadra.    

L’arte nelle sue molteplici espressioni, la musica, l’attualità, l’informazione e la critica; lo svago e tutto quello che potrà essere scoperta e fonte di arricchimento. 

Attività minori e non per questo meno importanti e qualitativamente valide saranno alla portata di chi vorrà e potrà coglierle, o proporne di nuove nel luogo che potrà divenire vivace fucina di idee e di progetti possibili.

                                                                                                                           

                                                                                                                            Fiorella Naldi

                     

 

Fiorin fiorello, cantava Mario mentre saliva le scale con il pane sotto il braccio.
Era una vecchia abitudine quella, rubata a Parigi, durante quell’indimenticabile, unico viaggio che, da troppo tempo ormai, avevano fatto.
Lucia lavorava in una lavanderia ma da qualche mese era a casa.
Ora purtroppo i cinesi fornivano gli stessi servizi a prezzi stracciati e di lì a qualche giorno la saracinesca del negozio sarebbe rimasta definitivamente abbassata.
Era incinta Lucia e di quei tempi e in quelle condizioni trovare un lavoro era impresa ardua, quasi impossibile.
Passava la giornata a rassettare casa, svogliatamente, col pensiero fisso alla miseria incombente e al figlio in arrivo.
Mario si arrabattava come poteva, lavoretti saltuari, di giorno però, la notte studiava e ci dava dentro con l’intento di laurearsi al più presto.
Oggi era felice perché il corriere per il quale lavorava l’aveva pagato e quei 600 euro rappresentavano una fortuna.
Vivevano nell’appartamento della nonna di Lucia che da quando era in una casa di riposo era vuoto e così il problema affitto almeno per il momento non c’era.
Le bollette, quelle sì erano un cruccio costante…luce…gas…ma dai conti che aveva fatto, gli rimaneva qualche decina di euro e quella sera avrebbe portato Lucia in pizzeria.
Entrato in casa la trovò pensierosa alla finestra mentre lo aspettava per il pranzo.
Si sedettero a tavola, Lucia tagliò a fette il filone ancora fragrante mentre grosse lacrime scendevano e ne inumidivano la crosta.
Mario taceva, mangiava in silenzio.
L’euforia di prima era scomparsa e si sentiva inadeguato lì ora, in quel momento, quella situazione…
«Dai Lucia, vedrai…» le parole gli uscivano stonate adesso, in realtà non sapeva che cosa dirle…c’era qualcosa di irreale e invincibile in quei gesti, sguardi, respiri.
Tutto era sospeso, persino l’aria…loro due, appesi a un filo di speranza, a progetti a lungo cullati che ora sembravano svanire nel nulla.
Durò poco, il tempo di riprendersi e Mario riguadagnò l’umore ottimistico di sempre, con un gesto inaspettato cinse Lucia in vita e sollevandola girò in tondo con lei che rasserenata gli dava piccoli colpetti sulle spalle timorosa di cadere, ma divertita.
Uscirono quella sera.
Pioveva.
La pizzeria era a due passi, non c’era molto da camminare.
Sotto l’ombrello, si tenevano stretti, uniti in un abbraccio che non era soltanto un modo per non bagnarsi.
L’asfalto illuminato dai lampioni scintillava per la pioggia.
Anche i loro occhi scintillavano, si erano riempiti nuovamente di progetti, sogni e sotto la sferzata benefica della pioggia lui le sfiorava delicatamente il pancione.

 

Poi……un sabato sera
Stava per imbrunire.
Le due figure femminili, mamma e figlioletta, salivano a fatica per il sentiero seminascosto tra i cespugli, ancora qualche metro e sarebbero arrivate allo stradone che percorrevano ogni settimana, sempre uguale come il luogo a cui erano dirette.
L’abbigliamento della donna, ampia gonna a fiori, camicetta e golfino, strideva con i sandali dal tacco importante, visto il terreno accidentato da cui era sbucata. Accaldate per la fatica si erano fermate un momento a riprendere fiato e a sistemarsi le vesti e i capelli che in quella sera primaverile erano in balia di un vento dispettoso.
Camminavano svelte ora, erano quasi giunte a destinazione.
La taverna era lì davanti, un enorme casermone dall’aspetto austero; uno sferragliare di treni lasciava intuire una stazione poco lontana.
Si infilarono nel portone, confuse tra i tanti che quella sera avrebbero alleviato le preoccupazioni tra le note di un pianista e qualche sogno da inseguire.
Si sedettero al solito tavolino nella luce fioca del locale..
Come sempre si guardarono attorno, cercando un punto preciso
La gente ballava sui virtuosismi di un Count Basie improvvisato che regalava sorrisi e ringraziamenti a donne adoranti a ogni fine esibizione.
Le sue mani nervose si muovevano sui tasti con consumata perizia raggiunta negli anni di vita precaria messi al servizio di un talento e una vocazione.
Erano anni difficili, un dopoguerra da ricostruire non solo fuori e una volontà che da sola non bastava a far quadrare i conti.
Lui si era arrangiato come poteva, studi interrotti e una foga giovanile da recuperare.
Cameriere, custode, venditore, cambiava mestiere in base a quel che trovava e all’umore e allo spirito del giorno.
L’amore lo rubava qua e là in giro per il mondo in attesa di un per sempre in cui credeva.
Arrivò prima l’amore del lavoro: non aveva potuto rinunciare a quegli occhi azzurri che dall’alto di una scala lo avevano scrutato dentro.
Anche ora, nell’oscurità del locale li intravedeva, due gocce di mare limpido e tranquillo.
Lei era lì ogni sabato, attendeva che finisse di suonare, con Lilli eccitata dal divertente fuori programma, un papà semore inedito e imprevedibile.
Le conoscevano tutti ormai. Due gazzose che centellinavano per arrivare al momento in cui in una pausa tra un brano e l’altro Mario avrebbe preso in braccio Lilli e dopo qualche piroetta l’avrebbe issata sulla cassa del pianoforte con i piedi a sfiorare la tastiera.
Era il momento più bello perché mentre le mani in uno sfrenato volo scandivano la musica, Lilli elettrizzata da quell’atmosfera magica batteva le manine e rideva divertita.
Da lontano Elena osservava felice i suoi tesori.
Le ristrettezze economiche svanivano in quel fermo immagine che rappresentava una certezza e poi c’era pur sempre il treno della vita a dare la speranza.

Giulio Cargnelutti (1912-2007), insegnante e scultore, deportato a Buchenwald 

 

Del suo periodo di prigionia resta un commovente diario per immagini in cui il deportato documenta con i suoi disegni le sofferenze di un’Umanità prostata nell’esistenza materiale e nei valori spirituali più profondi.
E’ la tragica esperienza vissuta da Giulio Cargnelutti in un lager di deportazione, ma anche la sua capacità di aver saputo affrontarla e superarla grazie all’amore, alla fede , all’arte e, in ultimo, al perdono.
Alla gentilezza di chi la raccoglie è quanto Giulio Cargnelutti riuscì a scrivere con un lapis di fortuna sulla busta di una lettera, prima di lanciarla dal vagone che lo stava portando in Germania il 31 luglio del 1944..


La figlia Raffaella racconta in un libro dallo stesso titolo l’esperienza tragica vissuta , nell’inferno di Buchenwald, da un prigioniero in un lager di deportazione, ma anche la capacità del protagonista di aver saputo affrontarla e superarla grazie all’amore, alla fede , all’arte e, in ultimo, al perdono

 

La Presidenza del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha organizzato un articolato programma di attività per ricordare la figura di Giulio Cargnelutti,. insegnante e scultore, deportato a Buchenwald.