da   Ass. Il Racconto Ritrovato

IL BURLONE di Oscar Tison

I biglietti erano tutti scritti in stampatello e tutti con le stesse parole. Li aveva scritti così perché il suo corsivo non riusciva a leggerlo nessuno, nemmeno lui. Li infilò uno per uno dentro delle buste senza affrancatura sulle quali aveva scritto il nome del destinatario, solo il nome proprio, perché non aveva mai capito, né apprezzato, il concetto di famiglia. Poi, era già tarda notte, uscì di casa e mentre passeggiava, gustando il silenzio delle ore che liberano i sogni, li infilò ognuno nella cassetta postale del destinatario, badando bene di non farsi notare dai pochi nottambuli che, a tratti, guastavano la pace. Quando imbucò l'ultima lettera, scoprì dal dolore ai piedi che le persone cui aveva scritto erano molte di più di quante aveva immaginato e di avere attraversato tutta la città. Una fitta gli sfiorò l'ombelico, fece un respiro profondo e si diresse verso l'autostrada. Ci andava spesso, saliva arrancando (gli anni cominciavano a pesare) fino al punto più alto di un cavalcavia e guardava le auto sfrecciare. Era meglio del prozac, meglio di una sbronza di vino. E anche di un giornaletto porno. Si affacciava col corpo mezzo fuori dal parapetto, sotto di lui le auto gli facevano roteare gli occhi, i camion parevano sfiorarlo, seguiva con un mezzo giro della testa la corsa delle auto più veloci, da desta a sinistra, da destra a sinistra, di continuo, fin quando gli faceva male il collo. Allora andava dall'altra parte del cavalcavia e ruotava la testa da sinistra a destra. Un buon esercizio, ma anche pericoloso: una volta che il collo cominciava a dolergli troppo, si girò di scatto per attraversare e venne quasi centrato da un'auto in arrivo. Il guidatore scese:

 

”Ma sei scemo?” gli disse.

 

Lui rispose di no. Quello si sentì preso per il culo e un po' per questo, un po' per scaricare l'adrenalina che la paura gli aveva messo in circolo, gli sferrò un pugno sul naso. Poi se ne andò. Marco restò a leccarsi il sangue che gli colava sulle labbra fin quando l'alba lo incalzò, costringendolo a rientrare. Dal suo naso rosso e gonfio, al lavoro i colleghi dedussero che si era sbronzato di nuovo.
Un'altra notte, non molto tempo dopo, causò un tamponamento. Guidare in autostrada è monotono e un tale che, a centoquaranta all'ora, osservava un aereo appena decollato dal vicino aeroporto, guardando in alto lo vide. “Si vuole buttare!” Pensò, e cominciò a strombazzare col clacson. Quello davanti, pensando che suonasse a lui, frenò bruscamente e le auto finirono una addosso all'altra. Un groviglio della madonna. Arrivò la polizia. Lo vide. Pensando che fosse là a buttare sassi, lo arrestarono. Se la cavò solo perché non trovarono un solo sasso, né sul cavalcavia né sull'autostrada. Mancava, per così dire, l'arma del delitto. Cercò di spiegare cosa andava a fare lassù, ma furono parole buttate. L'unica risposta di un poliziotto fu:

 

”Faresti meglio a prendere il prozac, buffone.”

 

Come fare a spiegargli che lo faceva proprio per non prenderlo più? Rinunciò e si chiuse in un mutismo che neppure nei film d'epoca, almeno in quelli c'era la pianola. Siccome lavorava allo sportello, perse il lavoro. I colleghi lo guardarono andar via scuotendo la testa. Il commento più benevolo che gli fecero fu: “Ho sempre pensato che era un tipo strano...”
Beh, un po' strano lo era, ma non più degli altri. Uscendo, li guardò ad uno ad uno, quelli pensarono che li stesse giudicando, invece voleva solo ricordarli. Voleva loro bene, li capiva. Avevano scelto la via più facile, magari ci avevano provato, a trovare un'uscita dalla mediocrità della loro vita, ma l'avevano sempre trovata chiusa. Come le porte d'emergenza delle discoteche, che, come tutte le uscite, sono anche entrate. E perciò le trovi sempre sbarrate. E non ti resta che pagare il biglietto, entrare ballare ridere, sudare e scordare, magari con l'aiuto di un paio di gin tonic, che da qualche parte ci deve essere una scappatoia. Allora si chiedeva: chi è più strano, io che so quel che cerco, o loro che hanno smesso di cercare?
Ricordando le loro facce mentre se ne andava, gli parve di avere intravisto in alcuni di loro un, magari lieve, senso di colpa. E gli incidenti che gli capitavano cominciavano a essere un po' troppi. Così, prima di uscire per andare al cavalcavia, prese l'abitudine di scrivere dei biglietti e a metterli al riparo dentro le cassette della posta dei destinatari. Erano tutti uguali e dicevano questo:

 

SCUSA SE TI HO FATTO DEL MALE.
    marco

 

Ma nessuno riuscì mai a leggerli: li scriveva con l'inchiostro simpatico. Perché in fondo, ma proprio in fondo nell'animo, era un burlone.

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