da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   


Fin dalla mattina presto di un lunedì qualunque, si videro arrivare in piazza due camioncini pieni zeppi: assi, pedane, fili elettrici, lampade, torce, transenne, due tavoli, qualche sedia pieghevole.

Operai iniziarono a fare dei grossi buchi in terra per fissare pali e un’impalcatura.. Fu scelto il posto più vicino alla chiesa quello più alto rispetto alla strada che era in discesa fino al fiume.
La gente, che usciva di casa per andare al lavoro, fu sorpresa da tutti quei lavori. I più curiosi si fermarono a guardare, altri vi girarono intorno per cercare di capire di cosa si trattasse.. Finalmente, alcuni, quelli che sapevano leggere, dissero che, nel volantino lasciato sul tavolo del bar centrale del paese, c’era scritto che in quella piazza il sabato ci sarebbe stato un comizio, sì proprio un comizio tenuto da un politico venuto da Roma.
I curiosi soddisfatti d’ aver avuto una risposta a quel trambusto si tranquillizzarono e tacquero. In fondo la cosa non era importante e non li riguardava.
La vita riprese con gli affanni di sempre.
I lavori iniziati quella mattina continuarono per una settimana, andavano molto a rilento. Era come se gli operai ingaggiati avessero avuto l’ordine di andare piano, in modo da creare negli abitanti fastidio, misto a curiosità. Ma i più smaliziati dissero che era una tattica voluta da qualche politico di Roma per far sì che tutti accorressero ad ascoltare le sue parole.
Il venerdì sera, dopo l’ultima giornata di lavoro, fece mostra di sé lui ” il palco”. Era davvero grande, qualcuno disse perfino troppo, tanto da intralciare l’entrata dei fedeli in chiesa. Sul palco, dietro il tavolo e le sedie sventolò la grande bandiera tricolore che, nel fluttuare al vento, coprì quel poco di cielo rimasto in vista tra la chiesa e l’impalcatura.
Al ritorno dal lavoro, alle persone sembrò di perdere l’orientamento, non riconoscendo quasi la via di casa per tutto quel trambusto che aveva cambiato i connotati alla “loro” piazza
La notte col suo mantello nero avvolse la piazza nel silenzio rendendo tutto indistinto. Si sarebbe potuto confondere la chiesa con il palco se non fosse stato per la sagoma alta del campanile stagliata nel cielo. La quiete mescolata alle tenebre, addolcì tutti i rumori anche quelli degli animi più inquieti e perplessi sulle novità del giorno che li attendeva. Poi il paese si immerse nel sonno.
Il sabato arrivò puntuale, la luce pian piano si fece strada nell’oscurità mettendola in fuga, una nebbiolina leggera coprì l’orizzonte. L’aria di primo mattino era pungente, ma non scalfiva l’umore dei paesani, più sereno in quella giornata di riposo.
La piazza, a poco a poco si risvegliò dal torpore, il cappellano aprì la grande porta della chiesa ai fedeli, il bar più vicino alla strada principale mise i tavolini fuori mentre un odore penetrante di caffè si spargeva nella via. Il palco, coperto da grandi teloni di nailon si mostrò in tutta la sua robustezza occupando nella piazza un ampio spazio.
I primi vecchi comparvero in piazza per un caffè scuro, mentre qualche donna si avviava per la prima messa. Nessuno chiedeva o faceva domande, un’occhiata e niente più a quella ”strana” struttura.
Il sole, col passare delle ore, rafforzò il chiarore del cielo e invogliò la gente a uscire di casa. Si videro madri coi passeggini, ragazzetti tenuti per mano e qualche carrozzella di anziani.
Era il sabato del paese fatto di abitudini semplici, da sempre uguali a se stesse. Ma quel sabato quel palco inquietava le anime. Non si poteva far finta di niente Si girava al largo, si guardava a distanza, si osservava dalla parte più alta della piazza, oppure stando seduti al tavolino del bar, mentre il caffè nero scaldava lo stomaco. Qualcuno, certo, chiudeva gli occhi come per farlo sparire, inutilmente, ma quello era là immobile. Le donne più vecchie, quelle con molta esperienza, cominciarono a raccogliersi vicino alla chiesa e a chiacchierate delle cose di sempre, per mostrare con orgoglio la propria indifferenza al palco.
Arrivò mezzogiorno la piazza rimase deserta, la chiesa chiuse il portone, il bar dette un’ultima occhiata a quel palco incustodito, solitario, spettrale come un fantasma.
Il pomeriggio si rianimò di gente per lo più anziani, le donne ancora a casa a sistemare e pulire. Ogni tanto solo qualche grido di ragazzetti che si rincorrevano fra il palco e la chiesa. Alcuni paesani, col passare delle ore, il cielo arrossato per il tramonto, cominciarono a preoccuparsi. non sapendo bene cosa pensare.
Era già sera, quando si videro arrivare delle macchine scure che fecero un giro del paese e si fermarono sotto il palco. Si scorse l’ombra di alcuni auomini dai grossi scarponi neri, dirigersi verso il palco. I cappelli con la visiera impedivano di vederne il volto, sembravano spaventapasseri senza testa. Gli abitanti del paese dalle finestre sbirciavano per tentare di capire che cosa stesse accadendo. Nel silenzio di tomba solo qualche sussurro: “Chi arriverà? Quando arriverà? Che cosa vorrà? Che cosa vorrà sapere da noi? Noi che c’entriamo con tutto questo? Noi siamo qui a sgobbare. Il tempo libero è poco, non si può buttare per assistere a un comizio. Ma quello là non aveva un altro luogo dove andare a parlare?”
Ormai la bruma della sera cominciava a salire e a coprire la strada, la gente non sapeva più cosa pensare. Come fare a stare tranquilli quella sera pensando a quel palco ingombrante là fuori.
Erano quasi le nove di sera, le porte delle case chiuse, le vie e la piazza mute, in sospeso.
Anche le stelle solitarie nel cielo in preda alla disperazione per quell’attesa insostenibile. osservavano giù sulla terra quegli uomini dagli scarponi scuri, che si muovevano qua e là, intorno a quel palco,
Finalmente si udì l’altoparlante gridare con tono alto e sonante che l’uomo di Roma era in arrivo. Mandava a dire che si scusava per tanto ritardo, ma non era stata colpa sua. L’unica via d’accesso al paese era chiusa per una frana ed egli aveva dovuto allungare la strada. “Ma non lo sapeva?” domandò l’uomo con gli anfibi alti fino a mezza gamba, “possibile che a Roma non sappiano mai niente? La frana è lì da più di sei mesi, bastava informarsi”. Alle ventidue l’uomo di Roma arrivò. Sudato, seccato, arrabbiato, salì sul palco. La luce illuminò la sua faccia larga dal mento squadrato, il piglio arrogante. Bevve un po’ d’acqua per schiarirsi la gola e cominciò il suo discorso:” Concittadini, è da tempo che nel nostro Paese accadono le cose più strane. Esseri dalle facce nere venuti da lontano, minacciosi attentano alle nostre case e alla nostra vita. In guardia! Io sono qui a difendervi tutti. Se mi voterete, non ve ne pentirete!”. L’uomo di Roma, a un tratto, si fermò, in attesa di sentire dalla platea una risposta. Ma non arrivandogli agli orecchi né un fischio, né un battito di mani, né un’ingiuria o un complimento, impallidì. Possibile che il pubblico fosse tanto compito e rispettoso? Una forte agitazione lo prese. Siccome il buio impediva la vista di ciò che aveva davanti, un dubbio atroce gli attraversò la testa. Tentò di parlare e forti parole rimbalzarono in quel silenzio notturno., ma niente, dalla piazza non arrivò nulla Allora l’uomo scese dal palco per andare a vedere cosa c’era là sotto. Negava a se stesso il presentimento che serpeggiava nella sua testa. Era arrivato a pensare persino che sotto il palco non ci fosse nessuno. Sarebbe stato troppo! Sulla piazza il buio era davvero totale. L’uomo di Roma avanzò dapprima con cautela, stando attento a dove mettere i piedi, poi, più spedito, pensò di fare il giro. Ebbe un colpo, quando sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla, si voltò di scatto, tentò di vedere chi fosse. Non riusciva a capire. Perché sentiva quella mano ma il volto sembrava essere invisibile? Lo strano accento di un italiano stentato lo fermò, qualcuno gli stava dicendo di calmarsi. Non c’era alcuno tanto cattivo quanto lui aveva detto dal palco. L’uomo di Roma continuava a non capire. Allontanò la mano dalla spalla e scoprì che nella piazza, non c’erano i paesani dal viso e le mani bianche, ma solo volti neri e teste ricciute.
L’uomo ebbe paura, temette per la sua gola, pensava già alla famiglia insicura. Roma era tanto lontana.
Di scatto si scansò, voleva scappare. Risalì velocemente sul palco e presa la borsa e il cappotto raggiunse l’auto. Voleva far presto e fuggire. L’autista, nell’aprire la portiera e farlo salire disse laconicamente che, da tanto tempo, il paese era stato abbandonato dai giovani in cerca di lavoro in un altro Paese. Tutti sapevano che lì erano rimasti soltanto vecchi, donne e bambini. Peccato che a Roma non glielo avessero detto. In quel paesino, erano arrivati dal mare i migranti, tanti migranti, tutti neri e ricciuti. Quei giovani scuri senza più una patria, né terra, aggregandosi al prete e alle donne rimaste, aiutavano i vecchi nel lavoro dei campi. Era tempo che a Roma prendessero atto dei cambiamenti e la smettessero con quei “comizi” che per colpire proprio quei volti dalla carnagione diversa in nome della libertà e della sicurezza.
L’uomo di Roma ora sapeva, aveva toccato con mano la verità. Lì, al paese, non c’era bisogno di lui.
Preoccupato e ammutolito, fece cenno all’autista di partire.
Girata la chiave, l’auto scomparve nella notte più nera.
Il giorno dopo la gente uscì dalle case e fu contenta di vedere gli operai smontare velocemente il palco. A sera al ritorno dal lavoro del palco più niente neanche il ricordo. Allora chiese qualcuno se davvero era venuto l’uomo di Roma “Chissà” disse qualcun altro. “Io penso di no” ripeterono altri ancora “e se è venuto” aggiunsero “deve essere scappato subito“ qualcuno non ricorda cosa ha detto e neanche se ha parlato.
Oh sostenne l’ uomo dal viso scuro giunto in piazza a bere un caffè “io l’ho visto l’uomo di Roma era grosso e aveva un gran vocione ma quando è sceso dal palco e ha visto che c’eravamo soltanto noi poveri neri è scappato impaurito e credo che non tornerà mai più”. “Bene” disse un vecchio “era ora che l’uomo di Roma si spaventasse, grazie per averlo messo in fuga. Sappiamo bene che non bisogna aspettarsi nulla di nuovo da un uomo che viene qui da lontano a parlare di giustizia con le mani sporche di illegalità”.
Il paese tornò alla calma di sempre e la piazza liberata dal palco riprese il suo posto per i giochi e il passeggio delle persone che l’attraversavano col freddo e col caldo, la pioggia e il sereno.
Il comizio era ormai lontano, dimenticato da tutti, le ansie scomparvero e la tranquillità ritornò nella loro vita.

 

 

 

Inginocchiata davanti allo specchio fissava quel volto pallido, affilato, senza espressione. Ciò che l’aspettava era inevitabile. Un’unica direzione. Nessuna scelta. Ormai era arrivata fin lì, non per sua volontà, ma per una eredità che non aveva potuto rifiutare.

La sua preparazione era stata completata: sapeva danzare, cantare, suonare lo shemisen, servire il tè. E faceva tutto ciò con grazia ed eleganza. L’avevano trasformata in “artista”, sinonimo di ciò che lei era.

Accanto a sé il tavolino in tek era completamente occupato da ciotoline, trucchi, pennelli. “Devi avere una mano ferma. Un solo errore, una sbavatura e dovrai ricominciare da capo.”. le parole della madre fluttuavano ancora nell’aria immobile e soffocante. Le sue mani erano bianche, affusolate, curate, indurite dall’acqua gelata in cui spesso le immergeva per rafforzarle, per renderle insensibili e superare il panico da palcoscenico quando era il momento di suonare lo shemisen. Non riusciva però a non tremare. E come poteva farlo quando tutto il suo corpo era scosso da impercettibili movimenti, come piccole farfalle che danzavano sui suoi nervi?

Provò a concentrarsi sul respiro. “Inspira lentamente. Espira fino in fondo. Lascia andare la paura che ti stringe la gola. Inspira il calore del sole. Espira l’umidità di questa pioggia intermittente che ti entra nell’anima e la rende grigia. Inspira le gioie dell’innocenza ed espira il marcio di chi vuole comprarti per una sera.” Andava meglio.

L’acconciatura aveva solo bisogno di qualche ritocco. Si massaggiò il collo ancora dolorante: non si sarebbe mai abituata a dormire sul takamakura, la forcella che le sosteneva la base del collo per evitare che l’acconciatura si rovinasse. Dopo ore e ore di trattamento durante il quale i capelli erano stati lavati, pettinati e liberati da ogni nodo, unti con olio di camelia per renderli lucenti, incerati e raccolti in cima al capo a formare un grosso chignon simile ad un punta spilli, béh, non si poteva rendere vana quella tortura. “Non penserai mica di dormire su un cuscino, vero? Ti abituerai!”. Ma come dormire su un legno duro e stretto?

La sua “pesca tagliata” s’innalzava sulla nuca, più provocante che mai con quel pezzo di seta rossa che sgorgava dalla fenditura. “ Immagine fortemente erotica” dicevano gli uomini. La loro immaginazione si fermava sempre solo a quello?

Le sembrava di essere più calma. Poteva iniziare a trasformare il volto che la fissava in una maschera insensibile e inespressiva. La sostanza di cera e olio scivolava tra le sue mani, si riscaldava e ammorbidiva la pelle del viso preparandola all’impasto di polvere bianca che avrebbe applicato viso, collo, spalle e decolté. Era diventata abile a intingere il pennello nel gesso bianco per poi stenderlo sulla pelle. Non era però ancora riuscita a raggiungere la perfezione nel tracciare una linea netta attorno al viso, lasciando scoperto il contorno dei capelli. Se era perfetta dava l’impressione di indossare una maschera.

La spugna passata sul volto per togliere il fondotinta in eccesso era una piacevole sensazione: gentili carezze sulla pelle che scendevano fino alla sua anima, coccole delicate che lenivano le sue ferite. Ma bastava una carezza per attenuare quelle cicatrici? E poi non erano quelle le carezze di cui aveva bisogno, ma gli abbracci, i baci di una madre che l’aveva sempre tenuta a distanza, da piccola per paura di rovinarsi il trucco, da grande perché ormai troppo grande. Quei baci soffiati da lontano da labbra colorate di rosso brillante solo al centro per apparire più sensuali. Quella goccia di rosso, sangue versato ogni sera in sacrificio a un danna generoso e ricco che regalava kimoni di seta e broccato, illudendosi di comprare anche l’interno di quegli abiti. Forse sua madre, ma lei non era in vendita, nonostante le apparenze. La parte più nascosta di sé nessuno l’avrebbe avuta, rovinata, maltrattata. Era la perla che lei custodiva a costo della sua stessa vita. Quella perla non avrebbe fatto parte di nessuna collana…

Il kimono sul letto era l’ultimo regalo ricevuto: di un blu intenso, un mare in cui perdersi, spruzzato di fiori di ciliegio bianchi e rosa. Le maniche lunghe ed ondeggianti seguivano i movimenti sinuosi del suo corpo, mentre l’obi, coloratissimo, di pesante broccato, sfiorava in alto le sue scapole, in basso il pavimento.

Non le restava che infilare i piedi nelle okobo, le alte scarpe di legno con lacci di cuoio laccato che la costringevano a piccoli passi leggeri.

Era pronta. L’ombra al di là della porta la stava aspettando già da molto. Fece scorrere silenziosamente il separé e uscì dalla stanza.

Nello specchio, acqua e sapone di una ragazza dagli occhi a mandorla sorrideva.