da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

L’arrivo ad Alessandria D’Egitto, dopo il lungo viaggio dal Centro America aveva segnato la fine di un periodo della sua vita vissuto tra il verde di una natura senza paragoni: il profumo del caffè, della canna da zucchero e del sapore dei frutti tropicali. La primavera unica e meravigliosa stagione che dura un intero anno.
Il periodo alessandrino ebbe inizio con questi ricordi nel cuore mentre dall’alto dell’ hotel Metropoli godevo la splendida vista. La luce del sole, che si rifletteva sullo specchio di mare, dava la sensazione che il mondo mussulmano, ostico, distante, fosse in fondo tutto da scoprire e che con il tempo, ci si sarebbe anche potuti sentire parte di esso. Solo in questo modo ne avremmo potuto conoscere i segreti, le speranze, i sentimenti profondi non manifestati. Il Forte Qa’it Bay, restaurato da poco, si mostrava in tutta la sua bellezza; era stato costruito dove una volta sorgeva il Faro di Alessandria, considerato una delle sette meraviglie del mondo. Il Faro era di fronte al palazzo Palazzo Reale. Le navi che arrivavano al porto dovevano attraversare l’Alveo Taunus, varco tra i due monumenti. Dietro il Palazzo Reale si estendeva la Necropoli con il Teatro e l’importante Biblioteca. La storia racconta che proprio qui fu decapitato Pompeo Magno, dopo la sconfitta contro Cesare Augusto. in Albania,
Dal castello inizia la Corniche, che costeggia tutto il litorale alessandrino per 20 Km fino alla vecchia residenza del Re Farouk. Prima di arrivare alla maestosa residenza si incrociano una serie di strade e stradine.

In una di queste viuzze a ridosso del mare, dove da sempre si respirava polvere e brezza marina, era nata Nour, il cui nome in arabo vuol dire luce, la protagonista di questa storia.
Il padre di Nour, Mahmoud, dopo il fallimento del suo primo matrimonio, si era sposato in seconde nozze all’età di 45 anni con sua madre, Iman, che aveva accettato la proposta di matrimonio nonostante avesse compiuto da poco 15 anni.
Iman, fin dalla nascita di Nour aveva avuto una sorta di odio - amore verso la figlia e questo sentimento si manifestava in un conflitto che non si era mai esaurito. Amore perché era la sua prima figlia, ma quella figlia nascendo, aveva spezzato la sua fanciullezza e la sua adolescenza. Prima di doversi comportare da adulta a lei non era stato concesso di godere con i primi batticuore, dei primi innamoramenti, delle feste di compleanno, degli scherzi dei coetanei, La nascita di sua figlia le era crollata addosso come un macigno: sentiva una grande responsabilità e questa responsabilità, lei ancora bambina, la faceva sentire profondamente infelice.
E quando si è infelici si cerca la felicità da un’altra parte.
Un tardo pomeriggio, rientrando a casa, aveva dieci anni, Nour prima di infilare la chiave nella serratura della porta di casa, aveva sentito dei gemiti provenienti dall’interno, aveva aperto senza fare rumore e si era avvicinata alla camera di sua madre. La porta era socchiusa e lei sbirciando dalla fessura l’aveva vista tra le braccia di suo zio, in una posizione che non lasciava dubbi. Nour dapprima, non aveva parlato di questo con nessuno, ma dopo qualche tempo aveva raccontato tutto a suo padre Mahmoud.
Mahmoud amava sua madre più della sua stessa vita, come amava anche il fratello.
Questo episodio così triste, increscioso, inaccettabile lo aveva reso da quel momento, incapace di ridere, di scherzare, gli aveva tolto la gioia di vivere.
Dopo qualche tempo si era ammalato seriamente, di un male incurabile. Fu per questo che, spendendo la maggior parte dei suoi risparmi, era partito per Parigi, nella speranza di sconfiggerlo. Ma non era servito, la malattia sì, ma non c’era solo quella. Mahmoud non era più riuscito ad amare la vita: di tutta quella sua triste storia gli era rimasta solo sua figlia Nour, la luce dei suoi occhi,
Lui l’adorava e ne era ricambiato. Aveva fatto tanto per lei, aveva voluto che frequentasse una scuola francese, dove aveva imparato anche l’inglese e un po’ d’italiano.
A scuola, Nour raggiunse davvero degli ottimi risultati, cercava di imparare tutto quello che poteva su un mondo che non era il suo. Spesso fantasticava d’essere a Parigi, nelle vie, sui battelli della Senna con l’aria fredda che le sferzava il viso.
E poi la Tour Eiffel, il Quartiere Latino, Notre Dame… e questo, la faceva sentire un po’ francese.
Suo padre malgrado le cure morì e dopo la sua morte
la vita in famiglia diventò per Nour intollerabile: i continui litigi con la madre, spesso la costringevano
a uscire da casa. .
Le strade che costeggiavano il mare durante la stagione calda, si riempivano di gente proveniente da tutti i quartieri di Alessandria e dai paesi della provincia. Il caldo molto umido nei mesi di luglio e agosto diventava insopportabile anche nelle case, soprattutto per chi non poteva permettersi l’acquisto di un ventilatore.
Le strade si affollavano di pellegrini e gli abitanti uscivano solo la sera alle otto- nove, tornavano a casa al primo mattino per dormire fino a quando il sole, nelle prime ore del pomeriggio, ricominciava a picchiare sui tetti e sui vetri delle finestre.
In mezzo a quel carnaio estivo, Nour per strada, aveva imparato a difendersi da chi approfittando della calca tentava palpeggiamenti sul dorso o sul seno che da quando aveva tredici anni era fiorente e rigoglioso. Lei lo sapeva di essere bella e si sentiva bella, aveva capito da tempo di piacere molto agli uomini, ma era anche intelligente e sicura di sé. Aveva frequentato per un periodo una scuola di Kung- Fu, ed era da allora che erano iniziati i suoi primi innamoramenti. Quei primi baci, i primi abbracci la rendevano felice, ma era come se vivesse fuori dalla realtà per il ricordo persistente del padre lontano. La sua età di adolescente l’aveva portata a rinchiudersi in un mondo fantastico che può indurre a grandi miraggi, quelli dei sogni parigini, ma anche a grandi delusioni. Aveva imparato a non confidarsi con nessuno, a chiudersi in se stessa. Il mondo che la circondava era un mondo di falsità, di ipocrisie.
Una sera Nour, aveva compiuto da poco 19 anni, aveva incontrato in un caffè un certo Mohamed Abdul, un arabo che l’aveva subito affascinata.
Quando egli aveva iniziato a parlarle Nour aveva sentito il cuore battere forte, lui le aveva parlato della sua terra, della sua ricca famiglia, della sua villa a Gedda, con un grande parco, piscina e servitù.
Ascoltando le parole di Mohamed, Nour aveva pensato a suo padre, che forse dall’alto glielo aveva fatto incontrare…
Dopo le vacanze ad Alessandria, Mohamed era tornato nel suo paese, ma aveva continuato il corteggiamento con assidue telefonate. Poi Nour in un caffè della Corniche, lo rivide. Egli stava fumando la shish;, lei aveva sentito l’odore del tabacco, quello dell’enab, cioè dell’uva. Gli si sedette accanto, accese una delle sue sigarette preferite e prese a guadarlo come si guarda il deserto al tramonto sul punto più alto di una duna, dove l’occhio non arriva mai all’orizzonte. Infatti come l’orizzonte, lei non riusciva a vedere la fine dello sguardo di Mohamed, intenso, profondo.
Fu quella sera che Mohamed la chiese in sposa.
La cerimonia, dopo un mese da quell’incontro fu semplice ma allegra. Nour aveva invitato solo pochi intimi, ma non la sua famiglia. Pensava che sua madre non sarebbe stata d’accordo o che almeno avrebbe avuto sicuramente qualcosa da ridire sulla sua scelta, così aveva fatto a meno della sua presenza. I regali di Mohamed furono moltissimi: gioielli, un piccolo appartamento e tanto amore. Lei desiderava sia gli uni che gli altri.
Dopo aver ottenuto il visto per l’Arabia Saudita, Nour era partita insieme a suo marito alla volta di Gedda; la villa era proprio come lei l’aveva immaginata, con un grande parco, una piscina olimpionica e tanta gente che lavorava alle dipendenze di suo marito. Nour si sentiva felice dopo tanto tempo. Le sue giornate erano piene, intense. Le serate nel grande salone o ai bordi della piscina avevano qualcosa di magico, la felicità l’aveva sorpresa con tutta la sua forza e lei, si era lasciata andare completamente: la gioia, il piacere, l’allegrezza, l’estasi; questo era quello che stava provando e aveva ringraziato il suo Dio, quello dei mussulmani, degli ebrei, dei cristiani, che poi erano lo stesso Dio, lei lo sapeva: ma era così felice che aveva voluto distinguerli e ringraziarli separatamente.
Erano passati sei mesi dal suo arrivo a Gedda , la sera si respirava il profumo del mare e quel profumo la faceva pensare alla sua Corniche, anche se non rimpiangeva Alessandria, al suo caffè preferito, al suo narghilè.
Le sere stellate di Gedda erano magiche, tranquille come se appartenessero ad un altro mondo, un mondo che non aveva mai visto.
Una di quelle sere Mohamed le chiese di prepararsi, il Principe Ali Mohamed li aveva invitati a cena. Lei doveva farsi bella e indossare l’abito migliore.
Arrivarono alla villa del principe verso le 21.30, il maggiordomo li fece accomodare al piano superiore. Il fasto, lo sfarzo di quel posto era impressionante, lei non aveva mai visto tanta ricchezza, arazzi, dipinti, cornici d’oro, anche il passamano delle scale che portavano al piano superiore era fatto di quel metallo prezioso. La villa mostrava in tutta le sue parti la ricchezza del proprietario e ancora luci, lampadari veneziani, mobili francesi, tappeti, moltissime piante ornamentali.
Dietro a tutta quella sontuosità c’era però un silenzio che faceva quasi paura, si sentiva solo il vociare di persone provenienti da quella che poteva essere la cucina, visto che proprio da quella parte veniva un profumo di arrosto, forse di agnello. Erano infatti le cuoche che stavano cucinando il karuf (carne di pecora). Le scale erano tutte di uno splendido marmo rosa, certo proveniente dalle montagne vicino Luxor, ed erano così lucide che le luci dei lampadari vi si riflettevano
La sontuosità dell’insieme dava però un senso di tristezza, malinconia. In pochi secondi Nour tornò indietro nel tempo, a quando la malattia di suo padre era ormai al culmine e a lei era sembrato che senza di lui non ce l’avrebbe fatta a continuare la sua vita.
In pochi istanti tutti quei pensieri le avevano offuscato la mente, si era guardata intorno, e con trepidazione aveva notato che non vi erano altri invitati.
Non fece in tempo a chiedere a suo marito dove fossero gli altri, quando il principe apparve nella sua più elegante kalabeya. Mohamed gli presentò sua moglie, lui la fissò intensamente per qualche istante, poi loro due si appartarono, parlando sottovoce mentre percorrevano il lungo corridoio.
Nour era rimasta in piedi e si guardava intorno con sospetto come se la sensazione precedente, il pensiero di suo padre le stesse facendo presagire qualcosa che non riusciva a capire.
Una cameriera filippina apparve insieme ad uno sconosciuto. La filippina le disse in inglese: “Madam vuole per cortesia darci il suo braccio? È questione di un minuto.”
La sorpresa di Nour a quelle parole fu grande, capì che qualcosa di irreale le stava capitando. La cameriera ripetè ancora una volta la sua richiesta e lei ingenuamente domandò: “Ma come il braccio, per che cosa?”
“Ma è semplice” ribattè la donna, “dobbiamo fare un prelievo, anzi è il dottore qui presente che lo deve fare, in pochi minuti saremo in possesso del risultato così potrà far felice il principe.”
“Ma quale risultato? Di che sta parlando?” domandò Nour tutta rossa in viso con le mani che le cominciavano a sudare
“Sto parlando del test per vedere se lei è sieropositiva: il test dell’AIDS.”
In quel momento Nour vide il mondo crollarle addosso, la sua testa cominciò a girare, era però la casa che girava intorno a lei e cadde sul pavimento priva di sensi. La cameriera prese qualcosa per farla rinvenire, Nour sentì infatti un forte prurito al naso mentre insieme però, erano cominciate le lacrime, urlava, singhiozzava e invocava suo marito; ma di lui nessuna traccia. Se ne era andato e l’aveva lasciata in balia di quella sventura.
Improvvisamente pensò che la fuga, era l’unica via di scampo, voleva fuggire da quella sorte infame. La filippina, però la raggiunse e cominciò a parlarle con dolcezza, l’abbracciò e le disse che non poteva assolutamente fuggire, le guardie del palazzo non glielo avrebbero permesso, le disse poi che suo marito e il principe erano già d’accordo e che per questo, Mohamed aveva avuto molti soldi. Il baratto era già stato fatto e lei doveva sottoporsi a quelle analisi, concedersi al principe e restare con lui tutta la notte. Nour continuò a tentare di sottrarsi e ricominciò a gridare, ma questa volta la donna le disse: “Se ti rifiuti ti uccideranno e ti seppelliranno in questo grande parco.” Lo ripeté, due volte per essere sicura che Nour avesse capito il suo inglese, le disse anche che quella sorte era capitata a altre ragazze straniere che si erano rifiutate di giacere con lui. Disse inoltre, che il giardino era grande decine e decine di ettari e che mai nessuno avrebbe saputo della sua scomparsa, nessuno l’avrebbe trovata.
A quelle ultime parole Nour si era pietrificata, si sentì svuotata di qualsiasi energia, incapace di parlare, di reagire, di ribellarsi.
Il dottore tornò, fece il prelievo, si allontanò di nuovo ma riapparve dopo pochi minuti e fece cenno alla cameriera che tutto era a posto. Così Dolores, questo era il nome della filippina, l’accompagnò nella stanza del principe, che quando la vide la guardò con ammirazione e con occhi pieni di desiderio. Lui non era solo, con lui c’era suo marito e altre persone che non conosceva. Nour li raggiunse con grande sofferenza.
L’indomani nella tarda mattinata, Nour si svegliò accanto alle altre due partecipanti al festino, ma del principe non c’era traccia.
Si vestì in fretta, uscì dalla villa e notò l’autista di suo marito che la stava aspettando. La riportò a casa.
Nour trovò Mohamed in cucina a mangiare delle uova con zucchine. Disse a sua moglie con molta freddezza: “Come è andata?” Lei rimase pietrificata, incredula, e colta da una rabbia travolgente con tutta la forza che poteva avere cominciò a inveire contro di lui, a tirargli ì piatti a portata di mano, bicchieri, pane, mentre gli urlava che era un vigliacco, un approfittatore, un pusillanime, un bastardo. Senza scomporsi lui le rispose che al principe doveva un favore e che alla sua richiesta non aveva potuto rifiutarsi, aggiungendo che non sarebbe mai più successo.
Dopo quel triste giorno però, Mohamed la portò da un altro amico e poi da un altro ancora. Nour aveva capito che un rifiuto avrebbe significato per lei la morte. La paura di essere uccisa era naturalmente più forte di quella di essere venduta. Quest’ansia, quest’angoscia, Nour aveva cominciato a tenerle sotto controllo con l’alcol. Aveva iniziato a bere. Si ubriacava, ora, tutti i giorni, beveva fin dalla mattina tutto quello che le capitava, whisky, rum, qualsiasi cosa. Era l’unico modo per allontanarsi da una realtà tanto infelice.
Dopo quell’assurda esperienza aveva cercato in tutte le stanze della casa il suo passaporto, ma era sparito, era introvabile e ciò aveva contribuito ancora di più ad accrescere la sua depressione. Sapeva di essere in pugno a suo marito e che in quel Paese le donne subiscono forti discriminazioni in ogni ambito della vita compresa la famiglia, l’educazione dei figli, sapeva che una donna non può guidare un’auto, neanche una bicicletta. Si era ricordata di un libro che aveva letto molto tempo prima, “Sfigurata” di Rania Al Baz, una giornalista del Regno che, picchiata a sangue dal marito, in seguito si era impegnata per l’emancipazione delle donne musulmane.
A Nour era ritornata di nuovo la paura, quella che prende alla gola e che non lascia scampo.
Ubriaca, sempre ubriaca, aveva deciso di assecondare il marito e aveva accettato tutti gli incontri che lui le aveva proposto. Non si ricordava quanti, alla fine di una settimana o di un mese: la sua mente era confusa, si sentiva mortificata, umiliata, ma doveva, per la sua vita accettare tutto, passivamente.
Le parole della filippina le ritornavano in mente “se non accetti ti uccideranno e ti seppelliranno in giardino”.
Una sera suo marito la presentò ad un medico facoltoso che aveva studiato in Francia. I preliminari si svolsero in lingua francese e lei ne approfittò per raccontargli la sua storia. Il medico provò un sentimento di pietà per quella ragazza, era caduta in una trappola senza fine. Lei chiese disperatamente aiuto a quell’uomo cui forse, lei pensava, il soggiorno parigino aveva ammorbidito le regole di vita del suo paese, il suo modo di pensare.
Lui si fermò a valutare per qualche istante in che modo avrebbe potuto aiutarla. Cominciò col dirle di una pillola che l’avrebbe aiutata ad espellere più volte tutto ciò che aveva ingurgitato. Dopo aver ingerito la pillola Nour cominciò a sentirsi male, il dottore chiamò l’autombulanza che la portò in un ospedale al centro di Gedda, dove rimase qualche giorno. Pensava in quella stanza, alla sua fuga, ma come avrebbe fatto senza passaporto? Doveva cercare di recuperarlo.
Fu dimessa in una mattinata ventosa ma piena di sole, prese le sue cose e si avviò all’uscita, dove trovò l’ autista di suo marito. Nonostante la splendida giornata, i raggi di sole non riuscivano a scaldare il cuore di Nour, che era freddo, e batteva per una volontà che non era la sua. Avrebbe voluto morire. Ma il peggio doveva ancora venire.
Mentre percorrevano la via principale, Palestine Street, all’altezza dell’Hotel Meridien, Nour vide un posto di blocco, la polizia stava facendo dei controlli. In quel paese era una cosa frequente e non se ne curò. Quando l’automobile arrivò all’altezza dell’ufficiale, questi alzò la mano per fermare l’autovettura, l’autista accostò al marciapiede, gli chiesero la patente di guida e i documenti dell’auto, poi si rivolsero alla ragazza, volevano il passaporto ma lei non lo aveva e rispose che era a casa di suo marito, disse inoltre, che era stata male e che era stata dimessa dall’ospedale mezz’ora prima. I poliziotti, l’ufficiale e il subalterno si fecero consegnare allora la sua borsa, e cominciarono a frugarvi con molta sicurezza, come se sapessero che all’interno ci fosse qualcosa che dovevano assolutamente trovare. Da una piccola tasca sbucarono delle bustine di polvere bianca, che i poliziotti non esitarono a capire che si trattava di cocaina.
Nour non credeva ai propri occhi, lei non aveva mai fatto uso di sostanze stupefacenti, magari uno spinello ai tempi della scuola con le sue compagne di classe, ma la cocaina no.
Ancora una volta si sentì perduta. Incominciò a balbettare, a farfugliare di non sapere di cosa stessero parlando. Portata nella sede centrale di polizia di Gedda, fu condotta davanti al comandante, seduto su una poltrona di pelle nera, stava fumando una sigaretta. Era un uomo sui 50 anni con dei grandi baffi e la barba incolta.
La fece accomodare, si alzò, fece un giro intorno alla stanza e le disse guardandola negli occhi: “Sei accusata di spaccio di stupefacenti e prostituzione, per questi due reati in questo paese è prevista la pena di morte.”
Il comandante ripeté le accuse, Nour scoppiò a piangere e tra un singhiozzo e l’altro, raccontò la sua storia, poi in preda alla disperazione gridò che qualcuno, doveva aver messo quella polvere nella sua borsa, qualcuno che la voleva distruggere completamente: suo marito.
Più tardi fu condotta in una squallida prigione di sole donne, fu introdotta dalla direttrice che le sembrò, la guardasse con aria compiaciuta: le spiegò le regole della prigione, l’ora dei pasti, delle docce, le disse anche che le relazioni omosessuali con altre detenute erano punite con tre mesi di isolamento e cento frustate. I primi quindici giorni la ragazza di Alessandria li passò in isolamento. Ebbe tutto il tempo per riflettere su chi avesse potuto mettere la cocaina nella sua borsa. Solo molto tempo dopo venne a sapere che il “dottore” nonostante avesse studiato in Europa, aveva conservato il suo DNA. Condotte scorrette non si cancellano con sei, sette anni di vita in occidente o con la laurea alla Sorbona, restano come il DNA.
Il dottore, certo, aveva informato Mohamed sull’intenzione di Nour di lasciare il Regno, di scappare e tornare in Egitto.
Quando uscì dall’isolamento, fu condotta in una cella con due altre compagne. Mentre percorreva il corridoio fu accolta dalle altre detenute con un’ ovazione, solo a vederla molte di esse si erano eccitate, forse speravano già in un rapporto con lei o magari solo in una carezza.
La vita in prigione era dura, il cibo orrendo, l’acqua era calda e nonostante l’aria condizionata, l’odore che vi aleggiava era nauseante, il sole era forte e le mura della cella scottavano. La temperatura raggiungeva almeno i 50 gradi. Nella cella vi erano due donne di diversa nazionalità, una filippina e una sua conterranea: Nour pensò che avevano subito la sua stessa sorte.
Il puzzo la faceva star male, non riusciva a mangiare, a bere, restava solo distesa sul letto, con lo sguardo rivolto verso il soffitto.
La sua conterranea cominciò però a farle compagnia, la accarezzava e le diceva di non arrendersi, ma Nour aveva capito che quelle carezze volevano dire qualcosa di diverso.
Il primo tentativo di approccio avvenne di notte, mentre Nour dormiva nella sua cuccetta: sentì una mano che le palpava il seno, poi piano piano, scendeva sempre più in basso fino a toccarle la parte più intima. Si svegliò e prese ad urlare mentre spingeva la donna fuori dal suo letto. Ne nacque una colluttazione, che terminò dopo qualche minuto.
Ad un mese da quell’episodio, Nour fu condotta in tribunale, accusata di prostituzione e spaccio di sostanze stupefacenti e fu condannata a tre anni di prigione.
La sentenza le aprì la porta dell’inferno, sentiva la sua anima e la sua carne
bruciare.
Fu riportata in prigione. Nel tardo pomeriggio, la direttrice la volle nella sua stanza e con gentilezza cominciò a spiegarle che forse quei tre anni sarebbero stati meno duri se si fosse comportata bene. Il significato di quel bene lo capì quando la direttrice le accarezzò la testa. Nour non rispose e fece finta di niente.
Durante una doccia, la detenuta egiziana, con l’aiuto di altre due compagne cercò di afferrarla per baciarla, ma Nour si difese molto bene picchiando più forte che poteva chi le capitava davanti, Alla sua reazione le altre compagne di cella scapparono lasciando le due a vedersela da sole. Fu una lotta all’ultimo sangue, si graffiarono, si tirarono i capelli, poi calci, pugni, ogni colpo era legittimo: poi la contendente di Nour cadde su una lamiera e dalla sua gamba prese ad uscire sangue, molto sangue. A seguito delle grida, intervennero le guardie.
Nour ebbe cento frustate, durante la punizione svenne più volte, il dolore era insopportabile. L’egiziana fu portata in infermeria per suturarle la ferita con diversi punti.
La mattina seguente, la direttrice del carcere andò di persona nella cella dove era avvenuto il grave episodio per interrogare le altre 2 detenute.
Il suo sguardo era gelido, freddo: disse bruscamente a Nour che poteva scegliere tra sei mesi di isolamento o un altro processo. Nour scelse l’isolamento.
Durante quei mesi, la direttrice andò a trovarla spesso, a confortarla, un giorno le portò anche un sandwich ed un succo di frutta e Nour capì allora che per salvarsi da quella vita infelice avrebbe dovuto accettare i suoi approcci, i giorni di isolamento erano interminabili, nonostante i succhi di frutta e i panini.
Nour, in quei giorni angosciosi pensava sempre a suo padre, alle vacanze al mare, all’amore che lui le aveva sempre dato. E piangeva, piangeva disperatamente.

E’ bello piangere, ma solo quando c’è una mano pronta ad asciugare le lacrime, o un paio di labbra desiderose di bere coi baci quella pioggia del cuore, come la chiamano gli Indù. Ma quando si piange da soli tutto è ancora più triste, triste e amaro come certe verità di questo mondo. Per Nour a darle coraggio non c’era alcuna mano carezzevole nè labbra consolatorie.
Quando uscì dall’isolamento, la direttrice le fece cambiare cella e le portò un libro da leggere in lingua francese, i Miserabili di Victor Hugo.
Poi un giorno la invitò nella sua stanza, le offri da mangiare, da bere e alla fine del pranzo, della vodka, che teneva nascosta in un armadio in ferro, chiuso a chiave.
Fu così che Nour accettò per la prima volta le sue carezze. La solitudine e la voglia di sopravvivere ebbero il sopravvento.
I tre anni passarono, e nonostante la buona alimentazione, Nour aveva perso non tre, ma almeno dieci anni della sua vita. La direttrice le regalò dei soldi per comprarsi il biglietto aereo per tornare a casa, ma lei pensò che era impossibile, non aveva il passaporto, suo marito non glielo avrebbe mai restituito.
Si recò la stessa mattina al Consolato egiziano, che era già stato informato della sua scarcerazione. Non fu facile raccontare la verità, supplicò il funzionario di rilasciarle almeno un foglio di viaggio, avrebbe preso da Gedda un traghetto fino a Taba, ai confini con Israele e poi proseguito fino ad Alessandria con un autobus. Questo fu possibile dopo un paio di giorni.
Quando la nave approdò e vide nel porto la gente andare e venire, si accorse di essere tornata alla realtà, anche se forse non era quella di Alessandria. Taba confine egiziano-israeliano era una città in parte europeizzata, negozi, hotel, turisti si scorgevano non molto lontano; su una spiaggia, tanti bambini dai capelli biondi, donne in bikini, un altro mondo.

Nour respirò l’aria fresca del primo mattino, la temperatura sembrava primaverile, il sole stava riscaldando dopo tanto tempo il suo corpo, i suoi raggi illuminavano l’andirivieni di gente nel porto, uno spettacolo che non faceva parte neanche del suo più recondito Ricordo.
Entrò in un bar, prese un caffè e comprò una carta telefonica per chiamare un suo amico d’infanzia. Al telefono lui capì dalla sua voce, che era debole e insicura; lei lo salutò pregandolo di aspettarla alla fermata dell’autobus nella stazione di Sidi Gaber, la sera tardi alle dieci.
Quando l’autobus che Nour prese percorse la Desert Road, il suo cuore cominciò a battere forte dall’emozione. Non sarebbe riuscita a descrivere il suo stato d’animo. Al capolinea di Sidi Gaber oltre al suo amico c’era anche la polizia, cosa normale in Egitto. Fu portata in ufficio da un giovane commissario che per sommi capi si fece raccontare la sua storia e prima di rilasciarla si fece promettere che ad Alessandria avrebbe ripreso la vita di sempre a casa e che avrebbe ripreso a frequentare l’università …
Doveva ritornare ad essere quella che era stata prima di quell’incontro che avrebbe segnato tutta la sua esistenza. Uscita dal commissariato chiamò una sua amica al telefono, erano anni che non la vedeva. Con lei e l’amico d’infanzia si diressero ad un ristorante dove mangiarono dell’ottima carne.
Ma Nour non se la sentiva di raccontare di nuovo tutto, raccontare significava ricordare e soffrire rivivendo la terribile esperienza.
La sua amica la condusse il giorno seguente da un medico di sua conoscenza, il quale dopo averla visitata le disse che era troppo magra, sottopeso, con la pressione bassa. Dopo averle rivolto alcune domande il dottore aveva capito che la ragazza che stava visitando non aveva bisogno solo di vitamine, ma di un professionista in grado di aiutarla a cancellare quei segreti che, per ristabilire il suo equilibrio, lei aveva deciso di non rivelare più a nessuno.
Sono passati sette anni dal ritorno con quel traghetto da Gedda. Nour ha trovato un lavoro e un compagno, ma continua sempre la sua terapia.


E’ impossibile dimenticare.

Così di tanto in tanto ancora cede alla tentazione di affogare l’amarezza dei ricordi nell’alcol.

 

Li guardiamo distrattamente, durante pasti consumati nella fretta incalzante del nostro vivere quotidiano.

Talvolta ne siamo disturbati, altre volte vorremmo essere capaci di provare una partecipazione allo strazio di queste genti anche se non ci viene spontanea.

Più facile spegnere un telecomando, tornare alle proprie realtà, rassicuranti, note. Abiti in cui stiamo comodi, perché cambiarli?

Chi sono costoro? Da dove arrivano. Perché chi dovrebbe non fa di più? Sullo schermo televisivo, sulla carta, è un problema degli altri.

L’Italia? E’ un po’ come una brava ragazza, generosa, disorganizzata, confusa, qualcosa fa, a sentire certe interviste, alcuni interventi in diretta telefonica. Sì, siamo un Paese di cuore, questo almeno ci va riconosciuto. O no?

La Germania? Dura, durissima ma è in gamba questa Merkel,  è così che si manda avanti come si deve, un Paese.

La Grecia ha persino saputo mettere da parte i propri guai, accollarsi quelli degli altri. Che valga la tesi, più grande il guaio tuo, minore il mio? Possibile. Riusciamo anche ad essere un po’maligni. A un loro isolotto, landa desolata, quasi quasi danno il Nobel.   

E Lampedusa dove la mettiamo? Un tocchetto di terra tra i mari, un molo su cui saltare con l’istinto, la forza  della sopravvivenza, ammesso che ne sia rimasta e non si sia morti prima.

Ma è la solita storia. Il meridione si sa spendere, gli viene facile, questione di temperamento. Avranno avuto anche le loro difficoltà ad accogliere un numero di migranti che moltiplica in modo esponenziale quello degli abitanti.

Certo, tutto si fa se si vuole. Per una volta non si sono pianti addosso. Bravi non c’è che dire. E lontani.

Noi qui, il nostro telecomando a portata di mano, le nostre case calde, zeppe di tutto, i nostri problemi di dieta, il nostro stress.

Dai Balcani ne arrivano degli altri, quest’inverno oltre alla morsa del gelo, anche questa.

E dove li mettiamo, e che ne facciamo? E’ un allarme personale. Oddio, questi mi arrivano a casa e io non so dove metterli.

L’Ungheria smemorata, ma insomma, ognuno si regoli come gli pare.

I Muri si erigono in fretta. Non costano molto. Il Carso celebra e piange le vite interrotte sul filo spinato nel secolo scorso, ne fa arrivare dell’altro, chilometri di provvista. Non si sa mai che possa tornare utile…

Un Muro si fa in fretta, il ferro costa poco, pensare costa troppo.

Meglio richiudere le pagine del giornale su queste immagini così forti, queste informazioni che ci guastano il pasto.

Ci fanno stare male, abbiamo lavorato tutto il giorno. Ci meritiamo di stare in pace, l’ennesimo spot pubblicitario, la canzone cretina che ci martella il cervello.

Chi, cosa siamo diventati?  

Li vediamo, interminabili corridoi di esseri umani, un volto uguale a tutti, bambini che comunque ora in questo istante sanno sorridere, essere felici forse, domani non sappiamo.

Oggi, viene da dire, il problema siamo noi. Le nostre contraddizioni, la nostra insensata paura collettiva, la nostra dura indifferenza. La nostra sfrontata e  colpevole ambiguità.

Guardo anch’io come tutti, immagini sconvolgenti, leggo titoli  che non fanno più notizia, ogni giorno tutti i giorni, a tutte le ore. Vorrei un mondo migliore!

Ma il prezzo è altissimo, cambiare costa.

Abbiamo bisogno di essere aiutati, essere istruiti all’accoglienza di altri esseri umani, abbandonare il complesso di superiorità che ci attanaglia e ci relega in un angolo angusto da cui  dovremmo scappare.

Buoni a parole, raramente passiamo ai fatti.   

E’ difficile, impossibile mettersi nei panni degli altri.

Qui comincia lo sforzo maggiore, chiede il coraggio di difendere le proprie opinioni, un convincimento che ci mette in minoranza, quando a una pizza per caso si sente dire che “Sì, loro sono qui a rubarci il pane e noi li manteniamo”. Avere il coraggio di mandare al diavolo pizza e compagnia.    

Di fronte a un fenomeno di proporzioni inimmaginabili siamo indotti a sfoderare massime, sentenze, consigli a chi del problema si occupa, a quelli che si sono trovati ad affrontarlo in prima linea.

La parola “ accoglienza”  in sé apre la bocca, è facile.

Va fatto il passo successivo, Non guardare con diffidenza questa gente tanto diversa da noi, per cultura, mentalità, razza, colore della pelle.

Noi dall’altra parte del mondo come vorremmo stare?

E’ nero, arabo, marocchino, musulmano, è gente di là…

E a loro noi, come appariamo? Perché non tentare di piacergli piuttosto che di farceli piacere?

Noi con occhi nuovi che guardano gente che nella disperazione riesce a sorridere,

e al loro modo, senza il timore, i sofisticati retro pensieri che una cattiva cultura assimilata, o tenacemente  non modificata, porta ad avere e che potrebbe rendere il nostro pasto vissuto alla svelta, fra vuote parole e lacrime di coccodrillo, infinitamente più ricco.