da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

 

Un articolo sulla Libia m’ha fatto ritornare ai giorni trascorsi su quella terra, tra quella gente.

Ero curioso di verificarne l’atteggiamento nei confronti di noi italiani: avevo letto, documentandomi prima della partenza, che avevamo lasciato dietro di noi un tragico ricordo di massacri, inimmaginabili ai giorni nostri, ora che le nostre sono diventate “forze di pace”. Ci siamo scandalizzati dei genocidi nel Ruanda, delle decimazioni in Cambogia, delle attuali guerre etniche in ogni parte del mondo, ma quel che abbiam fatto in Libia non è da meno: un terzo della popolazione andò all’altro mondo a seguito delle nostre campagne di cosiddetta colonizzazione. L’articolo illustrava la situazione attuale, prevalentemente in ottica politica e concludeva con l’interrogativo: riuscirà la Libia a conquistare quella rispettabilità internazionale che il regime del suo Colonnello ha cancellato negli anni più deliranti del suo potere?

Due settimane in un paese non sono sufficienti per rispondere che a domande elementari.

Quel che ho visto non si differenzia sostanzialmente da quanto ho già osservato nei paesi arabi del Mediterraneo: nuovo ed antico insieme tra innumerevoli contrasti, deserti ed autostrade, ricchi e poveri, ma qui non ci sono mendicanti e nemmeno ragazzini che ti circondano chiedendo soldi.

A Tripoli, nella antica Medina, percorro stradine buie - dove il sole non può entrare che a mezzodì - camminando lentamente, attento a non sollevare polvere, guardando le povere abitazioni ancora abitate e le molte abbattute in confusi cumuli di pietre, di travi erose dal tempo, di vesti ormai divenute stracci sbiaditi. Saranno state le bombe americane lanciate quando il Colonnello sfidava apertamente i potenti della terra? Provo a chiederlo ad un giovane che mi pare sveglio, lo chiedo mimando l’esplosione di una bomba. No, credo di capire, son crollate perché fatiscenti.

Ma perché non vado a Parigi invece di venire a Tripoli? Che ci faccio io qui?

Domanda ricorrente e nemmeno originale, visto che Bruce Chatwin se l’è posta prima di me.

Una delle tante domande che restano senza risposta: non posso dire che qui è bello, che soddisfo il bisogno di nuovo, di confrontarmi con altri individui, di aprirmi a nuove esperienze.

La stessa domanda che mi tortura tra le mura di casa, quando l’atmosfera in famiglia è pesante e non so come uscirne. La stessa non risposta.

Nei vicoli di Tripoli sei maledettamente solo, tutti ti guardano ma nessuno parla, pochi sorridono, i vecchi ti sfilano di fianco, il capo chino, lo sguardo al terreno, i giovani fermi sulle soglie guardano negli occhi, senza espressione, senza curiosità, i bambini sciamano correndo, come dovunque. Nessuna donna giovane, nemmeno velata, solo qualche anziana contratta nei miseri negozi.

Poi, all’improvviso, una larga via con un’infinità di bancarelle improvvisate, un mercato. Ora divento oggetto di interesse, sono un potenziale acquirente. Ma di che? Non certo di calzature e d’indumenti di cui non ho bisogno e nemmeno di frittelline lucide di grasso di chissà quale animale. 

Così l’angoscia del vicolo sparisce di colpo, non più domande senza risposta, la folla mi si accalca intorno, devo fenderla per proseguire: qui la vita si sente pulsare violentemente, nel frastuono dei clacson, nelle grida dei venditori, mi sento vivo, e questa è la risposta.

Per raggiungere la Piazza Verde, il centro della città, il nostro gruppo sfila di fronte ad un militare di guardia ad un edificio governativo. Lo vedo irrigidirsi e sento distintamente il clac della sicura tolta al mitra che regge tra le mani. Lo guardo stupito con un mezzo sorriso tra le labbra, trattenendo a stento il desiderio di strizzargli l’occhio. Siamo un po’ scalcinati, è vero, ma non mi pare che il nostro aspetto possa incutere timori di sorta. Sono giorni di tensione tra arabi ed israeliani, per fortuna lui non conosce il mio nome, potrebbe avere sospetti! Poco oltre, la piazza risplende di luce: grossi ed alti riflettori la illuminano a giorno, come da noi gli stadi di calcio. Tutt’intorno, edifici che richiamano l’architettura italica dei tempi del fascismo, certamente sedi del governo d’allora. Non li hanno abbattuti tutti, forse costava troppo, hanno solo cambiato nome, ed anche alle vie intitolate ai potenti italiani dell’epoca. La brezza fa oscillare le palme sul lato della piazza che volge al mare poco distante e distende le bandiere verdi sotto i cui pennoni sostano carrozze e cavalli: vessilli a parte, pare d’essere a Napoli, di fronte al castello. Anche l’odore è lo stesso.

Nel ritorno, il militare è più disteso, ora sorride e addirittura fa un cenno di saluto con la mano che per un breve istante ha lasciato all’altra il pesante fardello del mitra.

In una piazzetta s’apre un locale che sembra un misto tra caffè e fumeria. Solo uomini seduti su spartane seggiole di ferro, in gruppetti di due o tre, qualcuno da solo. I più aspirano fumo da alti narghilè, non certo modelli da salotto. Sfido le tradizioni locali e chiedo alla mia compagna di sedersi con me ad un tavolino, un po’ decentrato, sì da poter osservare le reazioni dei presenti.

La mia compagna ha caratteristiche palesemente italiche: bella, capelli lunghi ramati, viso abbronzato, un vestito non molto castigato che non nasconde forme generose. Tutti gli sguardi sono rivolti a noi, i volti s’illuminano in sorrisetti compiaciuti, un po’ complici, come fossimo in un caffè della Sicilia interna. Il cameriere, un ragazzo gioviale, si precipita a raccogliere l’ordinazione di due the. Nemmeno un minuto ed i due bicchieri sono davanti a noi, diffondendo nell’aria la fragranza della menta fresca. Ad un tavolino vicino arriva un grosso narghilè, il giovane cliente vi infila un suo bocchino, operazione che non avevo visto compiere dagli altri fumatori, ed inizia ad aspirare voluttuosamente. Il fumo, prodotto da qualcosa racchiuso in carta stagnola, gorgoglia nell’acqua alla base dell’attrezzo, ed un nuovo profumo si spande nell’aria. Sono tentato di provare anch’io l’ebbrezza, ma mi vergogno un po’. Il giovane estrae da una tasca una macchinetta fotografica e si fa riprendere in posa da vizioso consumato. Vistosi osservato, mi porge il bocchino offrendomi di provare, poi aggiunge d’essere un turista tunisino, novizio nell’arte del fumare, anzi… prima volta, afferma, prova anche tu, è leggero, non è nemmeno tabacco. A questo punto la curiosità vince ed aspiro con cautela. Sa di poco, la mia pipa è ben più potente, avverto un tenue sapore di mela che ammorbidisce e allieta la discesa del fumo nei polmoni. Un’altra boccata conferma la prima sensazione, non dev’essere tabacco, forse è una essenza di frutta che produce un po’ di fumo col calore della brace di carbone. Meglio il the, sussurro alla compagna, sorridente come tutti gli altri clienti che non si sono persi una mossa della mia “prima volta”.  Ma ora il sorriso è d’approvazione, sembrano soddisfatti del mio uniformarmi a loro, ai loro usi, ai loro piaceri.

Centellino il the, il suo aroma mi riporta alle dune dell’Acacus lasciate solo ieri, ai campi allestiti per la notte, al fuoco su cui sobbolliva la teiera del beduino Harbi. Sogno

 

Il vento soffia a raffiche brevi, rabbiose, sollevando i grani di sabbia che rimbalzano sul telo esterno della tenda con ticchettii secchi e distinti. Le sottili aste di supporto si flettono e si raddrizzano in continuazione, conferendo alla camera interna della mia tendina una mobilità da polmone affannato: si contrae, si dilata, pare implodere, ma resta lì, mio rifugio sicuro dopo la lunga cavalcata diurna.

Dune, dune, sempre dune, e poi rocce, rocce scolpite dal vento e rose dalla sabbia, sabbia, sabbia dovunque, negli occhi, in bocca ed ora nel mio giaciglio, dentro la tenda.

Un’altra meravigliosa giornata su queste moderne navi del deserto che hanno soppiantato i dromedari: puzzano di benzina e di olio bruciato ma sono più comode e più veloci, se non s’insabbiano. Ma Soleiman, la mia guida araba non turgai (ci tiene a precisare di non appartenere alla stirpe tuareg), ha un occhio molto esperto: riesce a capire al volo, mentre il fuoristrada corre con rombo da reattore, quale percorso seguire, quale duna affrontare e con quale marcia, quale evitare per non arrestarsi insabbiato. Quando raggiunge un punto elevato si volge a controllare che i compagni l’abbiano seguito. A volte le quattro auto del nostro gruppo corrono parallele come volessero gareggiare, ma nessuna s’azzarda a sorpassare quella di Suleiman, non perché lui è il Capo (e credo che anche tra gli arabi i Capi siano permalosi), bensì perché su quel terreno solo uno decide dove andare, visto che non ci sono riferimenti di sorta e le dune sembrano tutte eguali.  

Ad ogni sosta si ripropone il rito del the, immutabile, gli stessi gesti da chissà quanti secoli. Prima del riposo notturno è accompagnato dal suono del flauto primitivo di Soleiman. Chiamarla musica, per il nostro udito forse non è appropriato, ma l’effetto è analogo: un senso di pace infinita pervade ogni poro, ed il the, dolcissimo e bollente, sorseggiato lentamente, accompagna i ricordi più intimi. Lo sguardo è fisso alle lingue del fuocherello e al tripudio di faville, minuscole stelline che, seguite  dallo scoppiettio degli arbusti secchi, s’alzano verso il cielo e poi spariscono nel buio.

 

Il tempo s’è fermato per qualche istante, il mondo intorno non c’è più, il vento s’è chetato.

Risplendono le stelle, quelle vere che son lì da sempre. La luna sembra sorridere.

 

Il the è finito. Guardo verso il cielo, la luna è sempre lì e sorride ancora.

 

 

Lo puoi trovare seduto sui gradini della fontana, davanti al supermercato fino a che non lo mandano via, disteso su una panchina al parco con un giaccone di pelle consunta e unta a fargli da coperta. Non guarda nessuno, non smette mai di parlare: regala la sua vita a chi la vuole accettare. Di solito, raccontando, gesticola e impreca; più raramente, ride a crepapelle e, se gli chiedi il nome, dice che non l’ha più. Ha preferito scordarlo, nasconderlo dentro un cassetto del suo animo, sotto gli insulti, le derisioni, la compassione. Dalla sua bocca le frasi escono a spezzoni, miste a imprecazioni sconosciute, canzoni che sembrano nenie ipnotiche, sputi, parole incomprensibili. Perciò lo chiamano il Turco: “C’è il Turco”, dicono, e fanno un giro largo per non essere sepolti dalla valanga del suo rancore.

Se ti fermi e cerchi di capire, se quando lo guardi lo vedi, scopri che ha gli occhi azzurri. E, come in una caccia al tesoro, se riesci ad afferrare una parola, questa ti conduce ad un’altra. Cominci così a conoscere la strada che lo ha costretto a questo punto della sua vita, lineare e costante, per chi crede al destino: segnata. Un cammino da panchina a panchina, alla ricerca di un qualcosa, forse un tesoro, forse un sorriso, che di sicuro ci sono da qualche parte.


Ti parla del percorso che lo conduceva alla scuola: passava vicino al porto, dice. Là si fermava, per guardare qualcosa che solo lui vedeva, con uno sguardo che oltrepassava le piccole barche. Poco interessato all’avventura quotidiana, quella alla portata di chiunque si accontentasse di poter raccontare la sera della fatica subita, della scoperta del misero tesoro di una pesca fruttuosa o, più spesso, del destino ingrato che aveva portato il pesce in altri fondali, il suo occhio si allontanava e raggiungeva le grandi navi.

Le osservava inghiottire i fortunati passeggeri risucchiati da lunghe passerelle, percorse con circospezione. Li guardava appoggiarsi al parapetto, salutare gli amici, i parenti e indistintamente tutti quelli fermi sul molo a guardare, dentro gli occhi dei quali si leggeva l’invidia per le avventure in attesa di tutti i coraggiosi che sfidano il mare. Poco lontano dal molo c’era una panchina. A causa di quella, spesso in classe lo attendevano invano. Era una panchina col sapore di sale, c’era sempre qualcuno seduto, come oggi su quella del parco c’è sempre lui. Da là poteva godere dello spettacolo del mare. Gli piaceva quando c’era tempesta e le onde saltavano verso il cielo come i leoni saltano verso la preda, fingeva terrore, sperava di venire afferrato e trascinato nel loro mondo misterioso, le incitava, le spronava, offriva loro il petto e le mani, ma, come se si prendessero gioco di lui, le mareggiate si limitavano a schizzargli gli abiti. Se la panchina era occupata, si sedeva sugli scogli, spruzzi di schiuma biancastra gli rigavano il viso, ricamandolo di lacrime di sale. Certi giorni, anche il sole giocava con la schiuma bianca evanescente e altera e la tingeva di mille colori.

Quando sarò grande, anche io salirò su una nave. La mamma starà sul molo a salutarmi, gli occhi le si gonfieranno di lacrime, io sarò un uomo e un uomo non bada a queste cose. La mia mano si agiterà verso di lei nell’ultimo saluto, mentre i miei occhi già saranno protesi verso l’interminabile futuro che si protende all’orizzonte, il mare sarà calmo e piatto quel giorno, il suo colore si confonderà in un punto irraggiungibile con quello del cielo, solo una lieve differenza di tono lascerà ad un occhio esperto indovinare il confine, la fessura, entro la quale entrerò, scomparendo agli occhi del mondo conosciuto..

Al di là delle colonne di Ercole si aprirà un baratro, inghiottirà la nave e tutte le speranze imbarcate, un sole rosso indicherà con i suoi raggi le infinite vie da percorrere, i mondi paralleli, le ricchezze e i tesori in attesa dei miei occhi per essere svelati. Vi saranno onde alte e rabbiose, delfini sorridenti e cetacei minacciosi, isole lussureggianti, continenti, montagne, pirati, ori, diamanti e ragazze meravigliose.”


Un giorno la scuola si stancò di aspettarlo e, finalmente, salì sulla nave. Lo fece da un accesso secondario, la conquista dei sogni richiede un pedaggio che non tutti e non sempre sono in grado di pagare. Quando la nave si staccò dal porto, era occupato a stivare le merci nella cambusa. Non seppe mai se sua madre era sul molo con gli occhi rossi di pianto o lo aveva già scordato, come si scordano le cose care per non soffrire, come aveva fatto lui con il suo passato.

Dentro la cambusa, però, l’unico tesoro che gli riuscì di scoprire furono le bottiglie di liquore e alla prima tappa, in un porto dal nome impronunciabile, ne mise due nella sacca e scomparve lungo un sentiero della collina, verso un punto dove aveva visto salire del fumo. “Mimi ni kijana nakati huo”, “Ero un ragazzo a quel tempo”, ripete spesso, e non riesci a capire se in queste parole vi sia più nostalgia o rammarico. Ma qui nessuno parla lo Swahili. Riesci solo a indovinare, se quando lo guardi lo vedi, immagini dolci o terribili scorrere dentro le sue pupille, nella sua risata scomposta ricordi di avventure, le sue mani immergersi a coppa dentro bauli corrosi dalla salsedine, monete e monili d’oro scivolagli tra le dita, lasciandogliele ricoperte di una polvere luccicante. Se la mattina lo guardi mentre si lava all’acqua gelida della fontana, vedi rossi segni diagonali disegnare la sua pelle. I tesori, dice, te li devi guadagnare. Ho avuto donne, dice, onori e frustate, ho scavato con le unghie la terra di Mfalme Mpiganaji, il re Guerriero, fino a trovare la sua coppa d’oro, ho indossato la sua corona e stretto la sua lancia. Un giorno l’ho infissa nel terreno e sono ripartito, a piedi scalzi, a cercare una barca. La notte passata avevo sognato il tesoro abbandonato il giorno che ero partito. Lo volevo, era mio, è mio. MIMI NI KIJANA NAKATI HUO!, grida d’improvviso a quel punto, e i bambini che lo scherniscono si spaventano, scappano ad abbracciare le gambe delle madri. Poi la voce si fa flebile, gli occhi allucinati vagano oltre il presente, non sono interessati alla piccola folla riunita ad osservarlo impaurita dal suo sfogo. Non sono interessati alla pioggia arrivata d’improvviso a nascondere le lacrime sul suo volto. Cercano qualcosa oltre i larici e le montagne, oltre il momento presente. Di nuovo, cercano un tesoro, quello perduto troppi anni prima e che all’approdo all’ultimo porto non ha più trovato.

Ero solo un ragazzo, ripete, ma le sue parole si perdono dentro lo sghignazzare della gente: nessuno parla più lo Swahili.