da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

 

E’ una limpida giornata di fine gennaio. Il sole scioglie i residui di neve sul ciglio della strada. Ho fatto il bagno all’aperto, nelle terme di Viterbo, città in cui vivo.  
E’ bello, quando fuori la temperatura è rigida, immergersi nelle acque tiepide. Si sciolgono le membra irrigidite ed il calore pervade tutto il corpo, così anche lo spirito si rinfranca.
Come a volte succede in questo stato di piacevole abbandono ho percorso a ritroso i lunghi anni della mia vita trascorsa.
La memoria riportandomi lontano nel tempo e nello spazio, ha raggiunto e si è soffermata ad una casa in Colombia, in mezzo al verde delle palme.
I muri grezzi di sterpi e fango, il tetto di foglie di palme essiccate. In cucina un lungo tavolo di legno, intorno a cui si riuniva la nostra numerosa famiglia. Mia madre scodellava la minestra, prima a mio padre, poi man mano alle figlie più grandi fino a me e quindi alle più piccole. La nostra vita era semplice, ma io mi divertivo ad andare con le sorelle nel bosco  a raccogliere legna. Per noi era un gioco. Lungo il cammino ci  aggrappavamo alle liane che pendono dagli alberi. Capitava che una splendida luna si affacciasse nel cielo e sorprendesse noi ancora sulla strada del ritorno.
Ma una sera tutto cambiò. Avevo allora dieci anni. Mia madre, che mi coccolava e mi portava sempre con sé, se ne andò senza neppure salutarmi o guardarmi. Ho ancora davanti agli occhi l’immagine di lei con un cappello che le copriva il volto, distesa su una barella portata da tre uomini e da mio padre,.
Veniva portata all’ospedale più vicino, a varie ore da noi, perché stava per partorire. Era l’undicesima gravidanza.
Noi tutti gli altri figli eravamo nati in casa, sotto la cura della nonna. Perché ora questa novità? E perché non potevo andare anch’io con la mamma?
Tuttavia il giorno dopo mi ripresi dalla delusione, ma non mi diedi per vinta.
Con la mia sorella più grande andai a Pacho, dove era l’ospedale.
Camminammo per circa due ore sul sentiero di terra battuta che costeggia la laguna. Arrivammo alla fermata della corriera, ma questa era ritardo e quando giungemmo finalmente alla collinetta dove sorgeva l’ospedale,
trovammo il cancello chiuso. Il portiere, ligio alle regole e poiché era di fronte alla richiesta di due ragazzine, non ci fece entrare.
Io gli chiesi se poteva almeno informarsi sulla salute di mia madre, Enrica Lopez.
Egli si allontanò e tornò poco dopo con un sorriso accattivante. “Non vi preoccupate – disse – vostra madre sta bene.Venite domani.”

Così noi,confortate, riprendemmo la via del ritorno. Con la corriera giungemmo a Palacios e da lì dovemmo fare un lungo tratto di strada a piedi al buio, ma eravamo abituate.
Giunte a casa, trovammo le sorelle che piangevano: la mamma stava molto male, ci dissero.
In cucina era seduto un cugino del babbo. A lui chiesi maggiori informazioni. Mi rispose secco: “La mamma è morta.”
Queste parole caddero su di me come un macigno. Ancora oggi non ho superato il colpo e rivedo quei momenti come fossero sequenze di un film, vissute da un’altra persona.
Ero restata immobile, senza piangere. Non è vero, mi ripetevo. Il portiere mi ha detto che stava bene.
Per tanti anni da quel giorno ho provato un’indicibile rabbia per l’uomo che mi aveva mentito.

Quella notte ha cambiato la vita della nostra famiglia. La mamma era colei che sapeva gestire la famiglia e la casa. Il suo sogno era che tutte noi figlie studiassimo.
Dopo la sua scomparsa arrivarono tempi duri nella nostra casa.
La nonna voleva portarci con lei, ma mio padre non era d’accordo.
Lui non riusciva a superare il dolore per la perdita della mamma e non guardava mai l’ultimo nato poiché si sentiva in colpa per aver voluto quel figlio maschio. Così cominciò a bere.
Le mie tre sorelle più grandi andarono a vivere nella capitale, Bogotà, dove trovarono lavoro. Io rimasi a casa a badare ai fratelli più piccoli, ma la vita con mio padre era difficile.
Nessuno mi consolò. Mi chiusi sempre di più e come il riccio tiravo fuori gli aculei per difendermi e non venire più ferita. Divenni così oggetto di frequenti rimproveri ed in genere di un atteggiamento di riprovazione da parte delle persone adulte e benpensanti: non obbedivo, ero refrattaria ai loro insegnamenti.
La mia corazza di caparbietà non mi spianava la via per ottenere affetto e comprensione dalle persone che incontravo, ma forse mi ha permesso di proseguire il cammino senza arenarmi quando il destino ha colpito più duramente.
Crescendo ho assunto un aspetto molto simile a quello di mia madre. La pelle del viso olivastra, gli occhi scuri e profondi, il corpo procace hanno incominciato ad attirare su di me gli sguardi maschili. Andavo alle feste.
Si ballava nelle piazze al suono della chitarra. Mi piaceva seguire il ritmo incalzante della “cumbia”; l’allegria rumorosa di quelle ore mi faceva dimenticare tante cose. I ragazzi mi corteggiavano, ma i costumi rigidi dell’ambiente in cui vivevo facevano sì che non permettessi loro eccessive confidenze.
Un giorno entrò in casa un ragazzo mezzo ubriaco; voleva che gli versassi della birra. Io rifiutai e lui mi apostrofò con parole che non voglio ripetere, a cui accompagnò gesti offensivi. Non nego che ebbi paura, ma fu maggiore il senso di rabbia; mi sentivo calpestata nella mia dignità. Radunai tutte le mie energie e con voce che non lasciava trapelare il timore, lo cacciai fuori. Scoppiai poi in un pianto dirotto.
Mio padre, che aveva assistito alla scena, non disse niente, perché, come al solito, aveva bevuto anche lui vari bicchieri di troppo.
Fu allora,credo, che maturò in me la ribellione e il desiderio di fuggire da quell’ambiente. Così, quando mi si presentò la proposta di fare la baby sitter ai bimbi di una signora colombiana in Italia, accettai e varcai l’oceano e venni qui. Era il 5 luglio di tanti anni fa. Avevo 22 anni.
Salutai i miei alla partenza dicendo che non sapevo quando sarei tornata, ma nel profondo dell’animo sentivo che stavo compiendo un passo decisivo.
Sognavo una vita diversa, un luogo dove potermi sentire rispettata come persona e soprattutto come donna.
In realtà stavo avviandomi verso un destino irto di ostacoli.
Già mentre l’aereo stava sorvolando la Spagna (il primo scalo fu a Madrid), sentii fortemente il distacco dalla mia terra. La vista del grande altipiano riarso dal sole mi diede un senso di desolazione.
E’estate, mi dissero, in primavera tutto tornerà verde, ma io non potevo dimenticare lo spettacolo meraviglioso, visto dall’alto, della mia savana.
Ora sono a Viterbo. Il sole che tramonta disegnando striature rosse nel cielo di questo crepuscolo invernale e risveglia in me la nostalgia del mio paese d’origine: se guardo l’orizzonte soffuso di leggera foschia, scompaiono alla mia vista le ultime propaggini della città in cui vivo, per lasciare il posto, come in un fenomeno di dissolvenza, lo specchio  azzurro  della laguna nei pressi di Bogotà.

 

Faith ha 17 anni. È una bella ragazza. Alta. Occhi scuri. Fisico tonico e proporzionato messo in evidenza da vestiti attillati e scarpe col tacco alto.

Faith parla inglese. È qui in Italia da poche settimane. È venuta per studiare. A casa ha lasciato sua madre e i fratelli. Il padre è morto. E lo dice con un tale distacco che sembra che parli del padre di qualcun altro.

Faith ha passato le sue prime settimane a Torino. Poi ha preso un treno. Ha aspettato cinque o sei ore ed è arrivata qui, in questa stazione ferroviaria. Stanca, spaventata, affamata.

Faith è nigeriana. Ha lasciato il suo paese insieme ad altre ragazze perché le avevano promesso l’Italia. Le avevano promesso che avrebbe terminato gli studi, affinato le sue doti atletiche e guadagnato molti soldi. Faith ha lasciato la Nigeria con un futuro migliore negli occhi. Faith ha lasciato la Nigeria per venire a prendere il suo sogno nel Paese dei Balocchi.

E mentre parla attraversiamo la città in autobus.

Faith è invitata a pranzo a casa mia. Saliamo. La faccio accomodare in cucina. Mi chiede se si può togliere le scarpe col tacco. Evidentemente le stanno strette. Le porgo le mie ciabatte. Le infila, poi appoggia lo zaino accanto a sé. Non se ne vuole separare. Probabilmente lì dentro c’è tutta la sua vita, penso.

Le offro dell’acqua. Beve.

Poi inizia a raccontare davvero.

“ A Torino hanno portato me e delle altre ragazze in un appartamento. Qui, la prima sera, le stesse persone che ci avevano regalato il sogno di un futuro migliore ci hanno fatto cambiare d’abito e ci hanno obbligato ad andare in strada. Mi sono prostituita per due settimane. Venivo picchiata ogni sera. Sostenevano che non guadagnavo abbastanza. Io stavo male. Avevo dei forti mal di pancia. Loro mi obbligavano a prostituirmi. Poi mi picchiavano. Mi picchiavano. Mi picchiavano.

Alla fine sono scappata, ma non potevo certo rimanere a Torino. Se mi avessero trovato sarebbero stati capaci di uccidermi”.

Si interrompe per qualche secondo. Si guarda attorno. Non sta piangendo. Le chiedo se è stanca. Accenna un sì con la testa. La porto sul divano. Le offro una coperta. Le prometto che tra una mezzora sarà pronto il pranzo. E mentre lei si avvolge nella coperta io torno in cucina. Metto a bollire dell’acqua per la pasta e apparecchio la tavola e mi chiedo com’è possibile che una ragazza di soli diciassette anni possa essere tratta come un oggetto, venduta e barattata e sfruttata e picchiata. Mi chiedo chi potrebbe fare una cosa del genere e chi con il silenzio asseconda quell’orrore. E nel frattempo due bei piatti fumanti di spaghetti con il pomodoro aspettano le nostre bocche affamate.

Così vado da Faith, le dico di venire in cucina. La osservo, cercando di essere il più discreta possibile, mentre mangia avidamente. Poi alza la testa. Mi sorride. Le sorrido.

Riprende a raccontare.

“ A Torino, mentre stavo piangendo seduta su una panchina, un uomo mi ha chiesto il perché. Ho cercato di spiegarglielo. Mi ha dato un numero di telefono”.

Le chiedo se ha provato a chiamarlo. Dice di No. Poi infila la mano in tasca e ne estrae un libricino. Lo sfoglia fino a trovare un pezzo di carta ripiegato che mi porge. Guardo il numero, secondo quello che leggo sul foglietto si riferisce ad un organismo ministeriale che si occupa delle donne vittime della tratta. Le restituisco quel piccolo ritaglio di speranza e mentre chiamo l’assistente sociale mi accorgo che il libricino è un Vangelo.

È questa la storia di Faith.