da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

 

Premessa

 

 

Chi espatria compie un passo importante, che cambia molti aspetti della propria vita.
Bisogna non pensarlo come un passaggio, non si è dei turisti, ma occorre imparare a considerarsi parte del luogo in cui si vivrà.

 

Per andare a stabilirsi per un tempo lungo in un luogo lontano, bisogna fidarsi dei colleghi che già lo conoscono, essere pronti a riscrivere la propria quotidianità, imparare a stare con un popolo fino allora sconosciuto.

 

Si è in una sorta di autonomia controllata: arrangiarsi quando si è in difficoltà, quando ci si sente inadeguati, quando lontani, si hanno nostalgie.

 

Solo in questo modo si diventa parte di un paese e si gode appieno, vivendo in modo diverso, il privilegio di conoscerlo.

 

                                                       

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Le bombe e gli attentati mi rendono inquieta e rende inquietante ancora di piu’ quello che vedo.

 

A Gerusalemme il clima è magnifico, caldo di giorno con sempre un filo di brezza a dare sollievo, fresco di notte, con le finestre aperte si dorme come in paradiso. Bellissimo il cielo dalla trasparenza di diamante, con i colori che cambiano con il passare delle ore: fiordaliso, pervinca, cobalto, pavone, poi vira all’arancio, al lilla,alla lavanda, al grigio perla, e zaffiro e nero velluto nella notte. 

Gerusalemme mi incanta sempre e la sto percorrendo in lunghe passeggiate a piedi nel fresco delle ore serali. Tralascio un po’ la città vecchia, in questi giorni molto affollata di turisti e di notte, passare nel suq chiuso e dalle volte oscure, mi fa un po’ paura per i topi. Mi piace invece camminare nella città ovest, in certe zone trovo bellissima architettura dalla fine dell’800 fino agli anni ’30: ci sono magnifici edifici che si ispirano, con interpretazione locale, al razionalismo europeo e in tutti si trova l’uso della bellissima arenaria di qui, dal colore rosato; ho persino trovato,  in centro, un grande palazzo di Piacentini fatto costruire dalle Assicurazioni Generali con in cima il Leone di Venezia. Mi piace trovare i quartieri abitati dagli ebrei , quelli arrivati qui nel corso dei decenni prima del ‘48, portando con sé le differenze delle lingue e delle culture e la storia dei paesi di provenienza, ora invece sono israeliani e pur essendoci ancora molte diversità fra di loro,  è tutta un’altra faccenda.

Si sente ovunque l’intenso profumo di un misto di gelsomino, rosmarino, lavanda e pini che profumano intensamente. Ma intensamente si sente anche, in tutti gli angoli, l’odore del piscio umano, una novità, non ricordavo.

E poi c’è tutta quanta Gerusalemme moderna e antica, familiare ed esotica, con le sue pietre rosate, il cielo sempre pieno di stelle, il vento, il sentore di deserto, i minareti e campanili, i preti e le suore con abiti di ogni foggia e provenienza, muezzin e rabbini, felafel e caffe’ al cardamomo e la sua incredibile gente, pazza e affascinante, con in testa e addosso le cose più incredibili .

 

Dal mio arrivo è passato ormai un mese: ho incontrato le persone con cui devo lavorare, ho cercato di capire il lavoro finora fatto nel progetto che io devo portare a conclusione.

Sono stata molto nei territori palestinesi da cui mancavo da sei anni (non ancora a Nablus, ma ad Hebron, Tulkarem, Betlemme, nel deserto della Giudea dove vivono delle comunità di beduini) e lì sono stata colta dall’angoscia.

Il muro di separazione è sconvolgente, incredibile, se non fosse così vero, alto, presente, incombente: garitte,  check points ovunque, cavalli di frisia fatti con il  razor-wire, carri armati, file di gente in attesa sotto il sole per ore, qua e là coprifuoco, strade chiuse, villaggi isolati l’uno dall’altro, ci sono posti in cui non possono neanche più portare i morti al cimitero perché tagliato fuori dal muro, trasporti precari, insicurezza, mancanza di lavoro e comunicazioni, soprusi incomprensibili, umiliazioni infinite, per dire poco e male quello che sta capitando e sto vedendo.

Solo nella città di Gerusalemme est la popolazione palestinese gode di un’apparente normalità, ma tutte le persone con cui ho parlato segnalano difficoltà enormi nella vita quotidiana, in un contesto in cui un esercito potente e onnipresente si oppone ad un popolo disarmato e ormai disperato. Tutti i centri palestinesi, anche le città zona A in teoria completamente sotto l’Autorità Palestinese,  città importanti per gli affetti, i commerci e qualsiasi relazione sociale o pubblica continuano ad essere controllati, per ragioni di sicurezza, da giovanotti israeliani armati il cui compito si direbbe sia solo quello di sparare e maltrattare chiunque, di mettere la gente in fila, di fermare le ambulanze, di entrare nelle città, nelle case, sequestrare, arrestare, interrogare, ammanettare, mettere in ginocchio con la fronte contro un muro senza alcuna logica apparente che quella di un comando militare. Gli insediamenti dei coloni sono ormai ovunque ed il muro è un puro sopruso perché comunque non separa i due territori in modo distinto, quello assegnato ai palestinesi è costellato dagli insediamenti dei coloni che rendono il territorio impossibile da dividere anche in un eventuale trattato di pace e di ripartizione.. 

I palestinesi sono soli, la gente normale intendo, quella che subisce, sopporta e non se ne può andare, quella che non ha né possibilità nè strumenti di difesa. Dicono che possono solo resistere, nella convinzione di essere sulla loro terra anche se sembrano esausti, ed è inutile farsi domande retoriche, sopportano perché allo stato attuale dei fatti non sembrano esserci soluzioni alternative proponibili in un contesto unilateralmente militarizzato e potente. Si entra a Betlemme solo attraverso il muro in un varco controllato dai militari e quello che taglia a metà la strada che da Gerusalemme porta a Ramallah  (e dove c’è l’ufficio dove lavoro) sta impedendo alla gente che ha la casa e i negozi su di un lato della strada di recarsi dall’altro lato;  molti negozi stanno già chiudendo, è come se un muro corresse che dire, nella via principale della nostra città, dividendola in due e impedendo di attraversare la strada per andare sul lato opposto, come un “muro di Berlino” lungo centinaia di chilometri.

Sto raccogliendo delle mappe fatte molto bene dalle Nazioni Unite dove si vede chiaramente che il muro non è assolutamente una divisione di sicurezza ma un modo di annettere altri territori (in certi punti questo passa per 20 km all’interno della linea verde erodendo altra terra), la rete stradale che vi passa attraverso e che conduce agli insediamenti dei coloni ha reso irriconoscibile il territorio, per non dire del numero e delle dimensioni degli insediamenti israeliani che sono come delle fortezze con dentro sì i giardini, ma circondate da filo spinato e presidiate dall’esercito.

Non sono nemmeno più gli insediamenti ad essere a macchia di leopardo ma lo sono diventati i territori che hanno perso la loro unità territoriale diventando come delle isole all’interno del territorio israeliano. Piano piano stanno diventando come delle riserve e  non si può fare a meno di pensare che non ci sia solo la sicurezza a far agire in questo modo ma che ci siano altri piani.

Per rendersene veramente conto bisogna vedere, passare i blocchi, i checkpoints (a Gaza i nostri colleghi aspettano anche tre ore pur con passaporti stranieri e documenti del nostro Consolato), i carri armati di traverso in mezzo alla strada, essere mandati indietro e fare 20 km in più di strada di campagna, e’ capitato anche a me, che pure ero con la macchina della cooperazione internazionale e un’ambulanza, dover dare mille spiegazioni, aspettare sotto il sole senza acqua.

 

Mi sembra di dire delle cose senza senso, per chi non e’ qui possono sembrare cose false, inventate, propaganda. Non e’ cosi’, non sono diventata un’estremista anti israeliana, si tratta solo di fatti constatati quotidianamente.

 

 

Gerusalemme 2005

 

 

 

 

 

 


Si erano sempre sparati da quelle parti, fin da quando era bambina, in nome di tutto, ma sopratutto di Dio. Certo adesso esageravano.
Doveva essere successo qualcosa che non sapeva, e come faceva a saperlo, erano anni che viveva isolata al villaggio e poco alla volta tutte le famiglie l’avevano lasciata sola. Una pianta di vite sopravvissuta alla vigna.
Elettricitá zero, radio zero, notizie portate da qualcuno zero. Solo passavano aeroplani, sempre piú aeroplani, e buttavano giú di tutto, e in fondo alla valle vedeva che la gente si nascondeva nei buchi prodotti dai bombardamenti di anni e nemmeno provava a rispondere. Invocavano Dio, ma anche quello lo facevano sempre.
Botti da non credere, fumo, e restavano nuovi buchi che quando finalmente sarebbe venuta la pioggia ci si potevano allevare i pesci. Da fare venire paura anche a lei, dimenticata sulla montagna, che credevano di avere cacciato come tutti gli altri quando avevano fatto saltare le vigne e gli alberi da frutta, e il colpo di grazia l’aveva dato la siccitá.
Tutti ma non lei. Non che l’avessero graziata, proprio non l’avevano vista, sará che era una donna e che era una vecchia, sará che la casa sembrava disabitata tanto era cadente, sará quello che sia ma l’avevano lasciata stare. Da allora erano passati due anni, e piú nessuno era salito al villaggio. Certo cercava di non farsi vedere, neanche da lontano, non sai mai che cosa ti puoi aspettare dai fanatici.
Da sei mesi soltanto era arrivata Bibi, un essere vivo, con i piedi per terra, qualcuno che torna a casa la sera, che sai dove trovare di giorno, che non vola via come un corvo e se torna nemmeno capisci se era lo stesso che ti aveva fatto visita ieri.
Bibi era scesa dalla montagna, non era salita dalla valle, altrimenti glielo avrebbero impedito, quelli impedivano tutto. Non c’erano villaggi sulla montagna, solo sassi, neanche pastori, doveva avere attraversato il passo e chissá da dove veniva, non era riuscita a farglielo dire. Era sporca da fare paura, peggio di lei che aveva solo un filo d’acqua della vecchia fontana a disposizione e doveva conservarselo per bere e per cucinare, lavare i due vestiti che le restavano era un lusso, figurarsi lavarsi la persona. Ma Bibi l’aveva lavata, tanto era lurida. Se non sapessi i tempi che viviamo ti direi di vergognarti, le aveva detto, ma purtroppo adesso quello che conta é sopravvivere, meglio luridi che morti.
Bibi non aveva risposto, l’aveva guardata con la faccia di traverso, triste come una cantilena cantata senza lingua, e neppure aveva aperto bocca. Aveva controllato che non le avessero tagliato la lingua, quelli erano capaci di tutto con le femmine, con gli uomini almeno sparavano in testa e via ma alle femmine no, con le femmine si prendevano tempo. Comunque la lingua ce l’aveva ancora. Grazie a Dio, aveva detto, potró parlare con qualcuno, sono quasi due anni che non parlo, e aspettava ancora. Bibi non si era ripresa dai misteri che l’avevano attraversata, silenziosa come la notte quando le notti erano ancora una benedizione e non un incubo.
Peró poteva parlare, raccontare, e di voce sentiva la sua, meglio di niente. Uno non puó sentire solo cannonate e fucili e metallo che salta, e a parlarsi da sola aveva smesso quando si era detta se continuo cosí divento pazza, non vedo nessuno e parlo, se sopravvivo come potró riabituarmi a vivere in mezzo al mondo?
Bibi sapeva ascoltare, guardava con lo sguardo profondo di chi ha conosciuto la parte peggiore della vita malgrado fosse ancora cosí giovane e ascoltava, di sicuro capiva. Ogni tanto faceva dei segni di assenso con la testa, dire che sorrideva era troppo, ma conoscendola meglio era riuscita a capire quali lievi movimenti della bocca significavano per lei un sorriso.
Allora per adesso parlo io, e quando te la sentirai parlerai anche tu, non ti voglio mettere fretta, ma capirai che scendere non possiamo, dobbiamo nasconderci, e a quanto vedo di tornare per dove sei venuta non hai voglia. Non so cosa ti sia successo, quando vorrai me lo dirai, ed intanto che aspetto di cose da raccontare non me ne mancano. Le notti senza luci, salvo quando da lá sotto tirano razzi e allora é meglio il buio, sono lunghe, e cosa facciamo di giorno, l’orto é minimo, ci possiamo mangiare ma lo chiami lavoro quello, come preferirei avere la schiena rotta di fatica alla sera e guardare l’erba che tu sai diventerá grano, e l’acqua che scende dai canali, e l’uva che cresce anche se la devi curare come se fosse un figlio, e poi come un figlio se ne va ma almeno sai che ne crescerá dell’altra.
Cosí le aveva detto seduta come fossero tornate le donne del villaggio, e non solo quella giovane scontrosa che aveva attraversato l’abisso. Perché di questo era sicura, solo gli abissi ti tolgono la voce e ti lasciano la lingua inutile come un batacchio per pestare le noci.
Uno scoppio come se fosse caduto il cielo la scosse, istintivamente si nascose sotto una radice, é facile evitare di farsi vedere dal fondo valle ma dal cielo no, quelli chiunque siano ti vedono sempre. Era chiaro che non erano venuti per sparare sulle vecchie indifese, ce l’avevano con i fanatici laggiú e non li compativa per niente con tutto quello che avevano fatto passare a lei e al villaggio, ma sbagliare é possibile, confondersi, distrarsi, uno dice che male c’é tanto da quelle parti non abita nessuno, la terra é secca come una scorza di limone nella pattumiera e invece no, c’era lei a sopravvivere con un filo d’acqua e un orto, avanzi di frutta risparmiata vicino alle radici delle piante e che nasceva giá secca, c’era lei a nascondersi nei buchi della scorza di limone. C’erano lei e Bibi, adesso.
Bibi era rimasta in casa da sola, si ricordó con un sussulto. Ma si tranquillizzó. Non si allontanava mai troppo, girava intorno ai muri, cercava con pazienza e metodo qualunque cosa di commestibile si nascondesse tra le pieghe del terreno, ormai erano ridotte a bollire l’erba con le radici. L’aveva vista sopportare senza un tremito l’eco delle cannonate, doveva avere sentito ben altro nell’abisso.
Dal suo nascondiglio guardó verso casa e non vide movimenti, non ha perso la calma, é rimasta impassibile, lo sento. Non c’é solo qualcosa di animale in lei, nel suo pozzo di silenzio, ma qualcosa di piú profondo ancora, l’immobilitá dello spirito, la sicurezza imperturbabile di chi é abituato a trovarsi di fronte al niente, o di fronte al troppo, perché spesso niente e troppo non li puoi distinguere, rimani paralizzato e basta, e quello doveva essere successo a Bibi.
La terra sollevata dall’enorme botto lentamente si diradava, nella valle facendo attenzione si distinguevano movimenti appena accennati di formiche, tra poco arriverá un nuovo colpo, pensó, é meglio che ritorni. Strinse al petto la poca legna secca che aveva raccolto e strisció per il pendio, verso una rovina apparente che una volta era stata la sua casa e ancora adesso era il suo rifugio.
Arrivo, continua a restare tranquilla, comunicó mentalmente a Bibi, che immaginava nascosta con noncuranza dietro al muro annerito da troppi fuochi lontani e recenti.
I suoi figli se ne erano andati alla spicciolata, prima in cittá per difendersi dalla guerra, poi oltre confine per scappare anche dalla pace che aveva raggiunto la cittá e aveva cominciato a distruggerla a colpi di cannone e razzi, perché naturalmente ogni gruppo di liberatori aveva avuto da Dio la prova certa che c’era un solo modo di concepire la pace ma nessuno sapeva che colore darle, per cui pacifici assassini facevano il bello e il cattivo tempo con la certezza che nemmeno piú Dio dovessero temere, dato che non facevano che eseguire il suo disegno. Alla fine di anni di disordine erano arrivati i fanatici, e il cielo si era chiuso. Si era stancato di essere chiamato in causa a sproposito, evidentemente, ed erano quasi tre anni che non pioveva. A parte proiettili e razzi, perché quelli non erano mancati mai.
I suoi figli nel frattempo si erano ancora piú dispersi, per ricordare dove fossero le sarebbe servita una carta geografica del mondo. Meglio cosí, si diceva, forse erano salvi, via da qua, si erano dimenticati una madre dietro le spalle ma che fare d’altro, venirla a cercare sotto le bombe? Potevano crederla morta, tutti credevano il villaggio distrutto, forse l’avevano pianta e le nuore si erano strappate i capelli.
Era sempre stata fiera di averli fatti studiare, che non fossero soltanto contadini ma figli di possessori di terra, padroni di frutteti e vigne. Ora di ruderi e radici. Ed io sono morta davvero, si ripeteva, andate e moltiplicatevi, ciascuno avrá una figlia femmina con il mio nome e speriamo che a quelle figlie non capiti mai di rimanere anni dimenticata tra le rovine con la sola compagnia di una giovane muta e che anche quella la si dovesse considerare una fortuna.
Il loro padre del resto, fanatico pure lui, sognatore, non era stato il primo ad andarsene, e li aveva lasciati tutti, per orgoglio ed imbecillitá? Cosa si puó dire d’altro di un piccolo possidente che si monta la testa e decide giá con i capelli bianchi di liberare il villaggio, il distretto, la provincia, magari il paese, da invasori che nemmeno conosce per conoscenza diretta, solo per sentito dire? Voleva armare il mondo, teneva comizi alle piante, tra gli uomini ci sono i sognatori e i pratici, da giovane credeva di stimare i primi, adesso credeva di disprezzare entrambe le categorie. Il sognatore che le era capitato in sorte lo avevano riempito di buchi di piombo con la stessa noncuranza con cui tiravano sassi ai corvi ed i pratici erano usciti allo scoperto poco alla volta, guadagnavano e si nascondevano, denunciavano e scappavano, giuravano e spergiuravano, qualcuno era adesso in fondo alla valle con i fanatici e le dava un piacere profondo vedere che finalmente avevano sbagliato qualche calcolo.
E’ con Bibi che devo vivere ormai, si consoló, giunta ormai vicino a casa, ed é da lei che mi viene di che vivere, e gli altri o non esistono piú o sono salvi e spero felici da qualche parte oppure non mi interessano, e l’ennesimo rombo in cielo le fece coprire l’ultimo tratto di corsa, liberandosi della legna che aveva raccolto non appena si era sentita protetta dal muro.
Bibi era lá, silenziosa come sempre, rassegnata, paziente. Era giá rientrata, l’intelligenza dell’istinto l’aveva portata al riparo.
“Ti amo come amerei una nipote, ed ho bisogno di te come avrei bisogno di una figlia, e vorrei anche avere con te la confidenza che avevo con le amiche che ho perduto” le confidó, e le allargó le braccia intorno al collo, e se riuscissi ancora a piangere vorrei farlo adesso che so che sei salva, avrebbe voluto aggiungere e non lo fece.
Lasció scorrere le mani sui suoi fianchi, poi sulle spalle, poi di nuovo sui fianchi, infine si trovó ad accarezzare le sue mammelle giovani, appena inturgidite, e cadde sullo sgabello di sempre, unico sedile disponibile in casa.
“Come farei senza di te, come avrei potuto superare l’inverno?” aggiunse.
Frenetica strinse le mani e le rilasció, e poi le strinse ancora intorno alle mammelle di Bibi, finché gocce di latte spesso cominciarono a cadere con il suono stentato della pioggia che mancava da troppo tempo, ed a raccogliersi in una ciotola appoggiata sul pavimento di terra.
Bibi allungó il collo ed aprí la bocca, superó il limite degli stanchi sorrisi raggiunto fino a quel momento, parve persino gioiosa quando recuperó il suono e muggí, nel mezzo di un nuovo boato che nascose il segno del miracolo alle orecchie del mondo.

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