da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

 

Dal mio arrivo è passato ormai un mese: ho incontrato le persone con cui devo lavorare, ho cercato di capire il lavoro finora fatto nel progetto che io devo portare a conclusione.

Sono stata molto nei territori palestinesi da cui mancavo da sei anni (non ancora a Nablus, ma ad Hebron, Tulkarem, Betlemme, nel deserto della Giudea dove vivono delle comunità di beduini) e lì sono stata colta dall’angoscia.

Il muro di separazione è sconvolgente, incredibile, se non fosse così vero, alto, presente, incombente: garitte,  check points ovunque, cavalli di frisia fatti con il  razor-wire, carri armati, file di gente in attesa sotto il sole per ore, qua e là coprifuoco, strade chiuse, villaggi isolati l’uno dall’altro, ci sono posti in cui non possono neanche più portare i morti al cimitero perché tagliato fuori dal muro, trasporti precari, insicurezza, mancanza di lavoro e comunicazione, soprusi incomprensibili, umiliazioni infinite, per dire poco e male quello che sta capitando e sto vedendo.

Solo nella città di Gerusalemme est la popolazione palestinese gode di un’apparente normalità, ma tutte le persone con cui ho parlato segnalano difficoltà enormi nella vita quotidiana, in un contesto in cui un esercito potente e onnipresente si oppone ad un popolo disarmato e ormai disperato. Tutti i centri palestinesi, anche le città zona A in teoria completamente sotto l’Autorità Palestinese,  città importanti per gli affetti, i commerci e qualsiasi relazione sociale o pubblica continuano ad essere controllati per ragioni di sicurezza, da giovanotti israeliani armati il cui compito si direbbe sia solo quello di sparare e maltrattare chiunque, di mettere la gente in fila, di fermare le ambulanze, di entrare nelle città, nelle case, sequestrare, arrestare, interrogare, ammanettare, mettere in ginocchio con la fronte contro il muro senza alcuna logica apparente che quella di un comando militare.

Gli insediamenti dei coloni sono ormai ovunque ed il muro è un puro sopruso perché comunque non separa i due territori in modo distinto, quello assegnato ai palestinesi è costellato dagli insediamenti dei coloni che rendono il territorio impossibile da dividere anche in un eventuale trattato di pace.  

I palestinesi sono soli, la gente normale intendo, quella che subisce, sopporta e non se ne può andare, quella che non ha né possibilità né strumenti di difesa. Dicono che possono solo resistere, nella convinzione di essere sulla loro terra ed è inutile farsi domande retoriche, sopportano perché allo stato attuale dei fatti non sembrano esserci soluzioni alternative proponibili in un contesto unilateralmente militarizzato e potente.

Si entra a Betlemme solo attraverso il muro in un varco controllato dai militari e quello che taglia a metà la strada che da Gerusalemme porta a Ramallah  (e dove c’è l’ufficio dove lavoro) sta impedendo alla gente che ha la casa e i negozi su di un lato della strada di recarsi dall’altro lato;  molti negozi stanno già chiudendo, è come se un muro corresse nella via principale della nostra città dividendola in due e impedendo di attraversare la strada per andare sul lato opposto, come “muro di Berlino” lungo centinaia di chilometri.

Sto raccogliendo delle mappe fatte molto bene dalle Nazioni Unite dove si vede chiaramente che il muro non è assolutamente una divisione di sicurezza ma un modo di annettere altri territori (in certi punti questo passa per 20 km all’interno della linea verde erodendo altra terra). La rete stradale che vi passa attraverso e che conduce agli insediamenti dei coloni ha reso irriconoscibile il territorio, per non dire del numero e della dimensione degli insediamenti israeliani che sono come delle fortezze con dentro sì i giardini, ma circondate da filo spinato e presidiate dall’esercito.

Per rendersi veramente conto della condizione in cui si vive, bisogna vedere, passare i blocchi, i checkpoints (a Gaza i nostri colleghi aspettano anche tre ore pur con passaporti stranieri e documenti del nostro Consolato), i carri armati di traverso in mezzo alla strada.Di frequente si è mandati indietro e costretti a fare 20 km in più di strada di campagna. E’ capitato anche a me, che pure ero con la macchina della cooperazione internazionale e un’ambulanza, dover dare mille spiegazioni, aspettare sotto il sole senza acqua da bere.

Mi sembra di dire delle cose senza senso, per chi non è qui possono sembrare cose non possibili, inventate, propaganda.

Non e’ così, non sono diventata un’estremista antiisraeliana, si tratta solo di situazioni e fatti constatati quotidianamente.

Il mio nome è Angel, il mio paese l'India.

E' una terra splendida.
Noi l'amiamo molto, anche se vivere qui non è facile.
Le donne indiane devono lottare giornalmente per farsi ascoltare, per studiare, per affermare la loro esistenza. Guardano all'Occidente con invidia e desiderio.

Il nostro paese è terra di grandi contrasti, dove la ricchezza e la povertà vivono una accanto all'altra senza sfiorarsi. Dove forte è la religione e debole il rispetto per le donne, dove le mucche sono difese e protette e le bimbe appena nate sono lasciate sulla strada a morire .
Eh, sì, è proprio così, ed è successo anche a me. Ma io sono stata fortunata e questa è la mia storia.

La mia famiglia viveva alla periferia di una grande città di nome Bombay, in una capanna di paglia e fieno fatta e rifatta ogni volta che le violente piogge, accompagnate da forti venti si abbattevano su di essa.
Mio padre e mia madre la condividevano con tutti i miei cinque fratelli maschi, con qualche gatto randagio e con una povertà tale da indurre mio padre a lasciar morire le mie tre sorelle venute al mondo prima di me.
Mia madre li accudiva senza mai lamentarsi, ma solo i più piccoli dei miei fratelli.
Accendeva il fuoco all'esterno e, quando aveva un po' di riso, lo cucinava a lungo con un po' di farina e acqua e faceva del pane che coceva sopra una griglia. Questo diventava così duro che i più piccoli riuscivano a succhiarlo per tutto il giorno, tenendo così a bada i morsi
della fame.

I più grandicelli giravano per il villaggio alla costante ricerca di cibo e di qualche piccolo lavoro che permettesse loro di guadagnare qualche rupia.
Il giorno della mia nascita il più grande dei miei fratelli, Raim, ebbe una grande fortuna. Durante il suo vagabondare incontrò un ricco mercante, che aveva camminato tutta la notte con due grossi elefanti al seguito. Era molto stanco quando si fermò sulla riva del grande fiume. Raim gli si avvicinò, lo aiutò a stendere la sua coperta e con attenzione lo aiutò a sdraiarsi.
Il mercante lo guardò grato e gli chiese di occuparsi dei due elefanti.
Mio fratello liberò dal peso delle mercanzie le loro grandi schiene, sistemò e piegò con cura i lussuosi paramenti, poi lentamente li condusse nell'acqua del fiume e con  grande divertimento da parte di Raim, i due elefanti si lasciarono spazzolare e lavare energicamente. Con la proboscide spruzzarono il ragazzo e si rinfrescarono per bene.
Nel tardo pomeriggio il ricco mercante si svegliò, prese un'icona del Budda, accese due candele, bruciò poi un po' d'incenso ed invitò Raim a pregare con lui. Terminato ciò caricarono insieme gli elefanti e ripiegarono la calda coperta.
Mio fratello allungò speranzoso la mano e quando vide il mercante tirar fuori il suo prezioso sacchetto, il suo cuore si mise a battere forte.
Due rupie, belle lucide, scivolarono nella mano di Raim, il quale fece un grande inchino, ringraziò e corse verso la nostra povera capanna.
Le grida di nostra madre lo raggiunsero prima che imboccasse la strada melmosa che conduceva al villaggio. Egli si rabbuiò, quasi infastidito, la mamma avrebbe avuto un altro bambino, un'altra bocca da sfamare. Fu il pensiero di un attimo.

Subito si rimproverò e un largo sorriso illuminò il suo viso.
Corse a più non posso e  in breve tempo raggiunse la mamma. Lei era stesa a terra, su di uno straccio consumato. I fratellini attorno a lei, con gli occhi spalancati, non sapevano cosa fare.
La donna anziana del villaggio le stava accanto rincuorandola e quando vide Raim lo spedì subito a cercare nostro padre.
Con il fiato ormai corto, mio fratello riprese a correre nella grande città, dove sapeva di trovarlo. Egli infatti era riuscito a trovare un vecchio risciò, lo aveva sistemato per bene, ed ora si contendeva, con altri disperati come lui, il trasporto di ricchi signori. In quel momento stava aiutando una coppia di turisti occidentali a scendere dal suo carretto proprio davanti al grande palazzo del governo, dopo averli trasportati per un giro panoramico, in tutta la città. Questi ringraziarono e gli diedero cinque rupie, che papà fece sparire in fretta nella tasca della logora tunica.
Papà si accorse di Raim e capì. Insieme a lui si incamminò verso il povero villaggio e arrivarono giusto in tempo per vedermi nascere.
L'anziana del villaggio mi avvolse in una coperta un po' sporca, tagliò il cordone  che mi teneva unita a mia madre e invece di appoggiarmi al seno della mamma mi consegnò a mio padre. Con un cenno fece capire che lì non c'era posto per me. Fu inutile per la mamma cercare di alzarsi. La donna la teneva ferma mentre mio padre mi portava via. Lacrime copiose scesero sul viso di mamma e il suo grido di dolore si fuse con il mio, formando un unico suono straziante.
Tremavo, avevo fame e freddo e mio padre insieme a mio fratello, mi guardava desolato. Giunti al limitare del villaggio, vicino ad un piccolo tempio, mi adagiarono con dolcezza a terra. Mio padre con un dito mi toccò il viso: fu l'unico gesto d'affetto di quell'uomo disperato.
Raim, invece, rimase un po' di più con me; mi diede il suo dito da succhiare, poi con i suoi enormi occhi neri pieni di lacrime, mi guardò un'ultima volta e se ne andò.

Passai una notte molto agitata, piansi a lungo, poi sfinita mi addormentai. Non sentii arrivare la piccola suora, ma avvertii, improvviso, un dolce calore.Due forti mani mi massaggiarono la schiena e il corpo gelato. Quando ricominciai a piangere, venni avvicinata al suo petto e il battito del suo cuore mi calmò. Una voce gentile sussurrò il mio nome”piccolo angelo” e Angel rimase per sempre scritto sulle stelle.
Quando il sole si levò caldo e la nebbia salì dal grande fiume, venni per la prima volta nutrita con del dolce latte che succhiai avidamente da un biberon di plastica.

Iniziai così la mia vita. Ebbi molta fortuna; la piccola suora mi portò in una casa d'accoglienza dove tante bimbe come me venivano accolte, curate ed amate.
Eravamo un bel gruppo, le più grandi si presero cura di me e mi fecero crescere sana e buona, con solidi principi.
Io ero felice, avevo da mangiare, avevo un letto, ero protetta e coccolata  .
Ero in paradiso.
Verso i quattro anni sapevo già raccogliere le stoviglie, apparecchiare i lunghi tavoli,sapevo pulire piccoli pezzi di pavimento in pietra e sapevo fare i dispetti alle più piccole.
Guardavo le più grandi con curiosità, quando sedevano vicino alle adulte della casa ed imparavano a cucire quelle meravigliose stoffe colorate e le trasformavano in abiti per tutte noi. Loro sapevano anche cucinare molto bene e tutte poi, piccole e grandi, dovevamo aiutare : chi portava l'acqua, chi impastava, chi sbucciava. Era bellissimo, cantavamo sempre, la musica usciva spontanea ogni volta che ci riunivamo.
Le grandi celebrazioni poi erano feste che duravano giorni e giorni.
I preparativi erano lunghi ed accurati, il cibo delizioso ed il misticismo raggiungeva il cuore di ognuna di noi.
Quello che mi piaceva di più era andare con la mia grande amica Snu al tempio della dea. Ci inginocchiavamo, accendevamo gli incensi, poi nel silenzio assoluto, chiudevamo gli occhi ed entravamo nel nostro mondo interiore.
Meditavamo a lungo, sentivo il mio respiro, contavo i battiti del cuore, mi sentivo tutt'uno con la natura e con gli esseri viventi della terra.
Al nostro risveglio tutto sembrava più bello, stavamo così bene che i nostri occhi brillavano come stelle nella notte.

Poi un giorno arrivò per me il momento del cambiamento.
Avevo cinque anni appena compiuti, i miei lunghi capelli erano raccolti in una treccia che mi arrivava fino in fondo alla schiena, ero piccola e magra, ma forte ed avevo un bel carattere.
La piccola suora mi raggiunse nel cortile della casa, mentre stavo cercando di disegnare sulla sabbia un grosso elefante.
Si inginocchiò vicino a me e mi fece uno strano discorso:

”Angel, ti devo dire una cosa”.
“Ditemi” risposi io già curiosa.
“Oggi è arrivata una lettera, vedi è qui in questa busta.”
“E cosa c'è scritto?” chiesi stupita vedendo il viso della piccola suora un po' preoccupato.
“Domani, cara Angel, verranno a conoscerti due persone, una mamma ed un papà!”
“A conoscermi? Perché?”
“Vengono da lontano e, pensa un po', vengono a trovare proprio te, mio piccolo angelo.”
“Ho capito, ma perché?”

La suora mi guardò seria: mi aveva detto una cosa che mi aveva lasciata sconvolta non poco. Quando la suora se ne andò io continuai a pensare alle sue parole e la notte non riuscii quasi a dormire: mi giravo e mi rigiravo nel letto senza trovare pace e quando arrivò il mattino mi ritrovai stanca e triste.
La mia amica Snu mi portò allora al tempio, lasciò che le lacrime mi scendessero sul viso e i singhiozzi mi uscissero quasi silenziosi dalla gola.
Poi, prendendomi per mano, disse:

“Fidati della piccola suora, lei ti affiderà solo se sarà sicura che ti vorranno bene. Ti seguirà da lontano e, avrai problemi, le scriverai e lei ti verrà a prendere!”

Quando tornammo, le ragazze erano tutte agitate, ci corsero incontro. Snu si allontanò, le altre mi lavarono  a dovere, mi pettinarono a lungo fino a che i miei capelli divennero lucidi e infine mi agghindarono come se fosse un giorno di festa.

Arrivò il momento più temuto, l’incontro.
Bussai alla grande porta della sala dove si ricevevano gli estranei ed aspettai, come mi era stato detto, l'invito ad entrare. Mi dovetti alzare sulla punta dei piedi per afferrare la maniglia: entrai e con gli occhi bassi camminai fino al centro della stanza.
Sul vecchio divano sedevano un uomo e una donna che mi guardarono, mi parve, con curiosità.
I loro occhi incontrarono i miei e io vi lessi qualcosa che non avrei mai scordato.

Lei aveva un bel viso, lunghi capelli neri e crespi, era elegante e un dolce sorriso la illuminava tutta.

Lui sorrideva festoso, aveva un bel vestito, la camicia aperta sul collo e mi guardava con simpatia. Sembrava quasi volesse subito giocare con me.
Mi parlarono in una lingua sconosciuta e la piccola suora mi spiegò che loro arrivavano da un paese molto lontano che si chiamava Italia.
A quel punto i due si alzarono e mi presero per mano, volevano che io li seguissi, ma non ero pronta, scoppiai a piangere. La bella signora, allora, si inginocchiò accanto a me, mi cantò una canzone così dolce che subito mi consolò, poi dalla borsa prese un fazzoletto e mi asciugò gli occhi.
Quel giorno, con loro, divisi il pranzo e persino mi divertii a vedere le smorfie di lui quando assaggiava qualcosa che non gli piaceva.
A sera furono loro a mettermi a letto. Lei mi pettinò e mi lavò il viso mentre lui , pazientemente, aspettava dietro la porta.
Ebbi tempo una settimana per conoscerli e sempre di più mi accorsi che con loro stavo bene.
La piccola suora preparò la borsa con i miei vestiti, le mie poche cose e i regali che le altre ragazze avevano fatto apposta per me. Tutto trovò posto e, quando la suora arrivò e chiuse la borsa,mi resi conto che per me stava per cominciare una nuova vita.

Questa è la mia storia.

Ora sono in Occidente, in quel paese che tanto aveva suscitato la  curiosità delle mie amiche d'infanzia.
Vivo in una bella casa, con una mamma ed un papà buoni e pazienti. Talvolta mi fanno ridere, specie quando fanno a gara per contendersi la mia attenzione o quando, davanti a una candela accesa, chiudo gli occhi e medito: allora li sento sussurrare tra loro.
Li abbraccio forte, e a volte, per prenderli un po' in giro, parlo la mia lingua e loro non capiscono.
Ed è bello quando insieme scriviamo lettere alla piccola suora e riempiamo pacchi di doni da spedire nella mia terra lontana per far felici altri bambini.

La mia vita è felice, e tutto questo ne fa parte!