da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

 

   Tra le persone più strane che io abbia mai incontrato nella mia vita, ce n’è una con la quale ho vissuto per qualche tempo e della quale non ricordo nemmeno più il cognome.

   E’ stato al tempo dell’università, nel classico appartamento per studenti dove vivevo con vecchi amici di scuola. Lo ricordo perfettamente nell’aspetto, uno studente di medicina. Uno strambo personaggio con un passato di figlio cresciuto senza affetto e un presente disagiato, in perenne ricerca di equilibrio. Non ho mai legato con lui. Eppure, incredibile a dirsi…dividevamo addirittura la stessa stanza. 

   Lo ascoltavo spesso la sera tardi. Mi parlava di sé. Dei suoi desideri. Dei suoi problemi. Della sua vita. Dovrei dire che lo sentivo, perché effettivamente non l’ho mai ascoltato.Ero troppo chiusa in me stessa e nel mio mondo per aprirmi soltanto un po’ a qualcosa di diverso ed ero troppo impegnata a crearmi un’immagine di studentessa modello per cercare per lo meno di capire che forse qualcuno mi stava chiedendo aiuto.
   Lo detestavo quando rubava un po’ del mio tempo, tempo strappato ai libri di studio, ai miei diari, alle mie foto, al mio mondo.
   Come avessi accettato di condividere quella stanza con lui non lo ricordo nemmeno più. A volte le cose ci passano davanti senza che riusciamo in qualche modo ad afferrarle, a frenarle. Lo detestavo ancora di più quando ci riempiva la sala di amici e di quell’odore orribile di fumo. Adesso il mio atteggiamento non sarebbe più lo stesso…ma se mi guardo indietro non mi ci vuole molto a capire che è grazie alla mia rigidità di allora che sono diventata quella di oggi.

 

   Lui non è stato un grosso problema perché con mia grande gioia è rimasto con noi solo qualche mese…e così sono tornata a prendere anche la sua metà della stanza…occupandola di me…facendone il mio piccolo laboratorio di vita, come ogni piccolo spazio che sento davvero mio.

   Non so che fine abbia fatto. Non lo abbiamo mai cercato e lui non ha mai cercato noi. Non credo che sia mai diventato medico. Ma la cosa più curiosa è che prima di andarsene ha lasciato a tutti noi un piccolo regalo di addio. Un libro personalizzato per ciascuno. Non saprei ricordare quello degli altri. Ma il mio lo custodisco ancora come un piccolo tesoro.
   Non credo che lo avesse scelto perché lo conoscesse, ma ricordo cosa mi disse nel pormelo: “Almeno capirai che c’è un altro mondo oltre al tuo e comincerai a goderti la vita”. Credo di avergli sorriso in quel momento e aprendo il pacchetto vi trovai “La vita materiale” di Margherite Duras.

   

E’ proprio qui davanti a me. Un’edizione economica in un pratico formato. Apro la prima pagina dove ha lasciato un messaggio:

 

VERONA Settembre 1995

 

“E’ stato un bel periodo grazie anche a te. Un miscuglio di vite così diverse creava un bel appartamento.
In bocca al lupo per tutto”.

 

Io ero contenta di liberarmi della sua scomoda presenza e lui mi stava ringraziando.

DAMASCO - Novembre 2006

 

 

In questo periodo a Damasco il tempo cambia repentinamente, passa dall’estate all’autunno, con temperature basse, cielo greve di nuvole oscure e pioggia, vento forte e polvere che aumentano l’inquinamento da traffico.
Oggi invece, il sole sfolgora, fa caldo ed accendo il riscaldamento solo la sera. Damasco è una città luminosa, assolata, in cui ci sono lunghi mesi di clima meraviglioso e cielo azzurro.

 

Mentre tutti si preoccupano del terrorismo e delle guerre il vero pericolo della vita a Damasco è il traffico: denso, inquinante, rumoroso, senza regole, anche se il governo tenta di regolarlo un po’. Ci sono milioni di taxi e minibus di un’aggressività preoccupante. Attraversare la strada, anche sulle strisce pedonali, diventa più un attimo di istinto suicidario che non un reale bisogno di spostarsi. Io cerco di camminare un po’ di venerdì e sabato, al mattino presto, prima del risveglio degli automobilisti pazzi e dei loro pestilenziali fumi. Qui si usa, anche per il riscaldamento delle case, un carburante, il “masut”, puzzolentissimo e acre.


Il mio lavoro è andato bene, sono abbastanza soddisfatta, ho avuto buoni risultati personali anche se avrei lavorato di più e in modo diverso, ma questo sarebbe un lungo discorso.

Nei posti di lavoro pubblici tutto va a ritmo lento, praticamente all’una non è più possibile avere rapporti di lavoro con i siriani per cui i miei pomeriggi sono abbastanza liberi. Parte del mio lavoro lo svolgo a casa con il computer. Gli studenti del mio corso provengono da tutta la Siria perché stanno facendo un anno di specializzazione post base; io seguo il corso di pediatria.
Sono ragazzi e ragazze semplici, di famiglie povere, parte ingenui, altri furbi e selvaggi, difficile farli lavorare secondo uno standard accettabile.
La mia controparte al ministero della sanità è una donna, un medico che ha studiato a Londra, bellissima, meravigliosi occhi verdi incorniciati dal velo islamico. Sta facendo di tutto per alzare il livello professionale degli infermieri e dell’assistenza ai malati ma viene messa da parte ogni volta che osa alzare un po’ di più il tiro.
E’ in quella posizione e finora vi è rimasta solo perché appartiene ad una famiglia importante, è figlia di diplomatici e sposata con uno che professionalmente conta, e questo è ancora molto importante per una donna, anche se alta funzionaria di un ministero.

L’Aid (festa di fine ramadan) mi ha regalato una inaspettata settimana di vacanza e mi sono concessa un piccolo viaggio in Libano, quel giro a Baalbek che non avevo potuto fare in altre occasioni: una meraviglia assoluta, un luogo di antichi misteri, templi romani di dimensione e bellezza straordinari.

Ho trovato un vecchio albergo un tempo frequentato da De Gaulle, Cocteau e il suo fidanzato Jean Marais, Gide, Miles Davis, Jeanne Moreau, Juliette Greco, Moravia, e perfino dall’imperatore Guglielmo che aveva sostenuto le spese degli scavi.
L’albergo ha grandi camere che si affacciano sui templi illuminati dal sole del mattino e un giardino di gelsomino profumato; è però arredato con tappeti e mobili antichi, reperti archeologici polverosi, abbandonato e un po’ lugubre. E’ tenuto da vecchietti gentilissimi che mi hanno acceso il camino, servito il tè, aperto bottiglie di vino, preparata la cena e la colazione con la gentilezza della gente di questi posti, dove l’ospitalità non è soltanto formale.
Sono discesa a Beirut attraverso un paesaggio, un tempo meraviglioso ed ora degradato al punto da essere irriconoscibile. Le devastazioni che non hanno fatto le guerre sono state completate da uno sviluppo edilizio e commerciale così aggressivo e degradante per l’ambiente quale non ho mai visto in alcun altro posto.
La montagna che sovrasta la costa e il golfo sono alterate nella loro morfologia da migliaia di costruzioni sbattute qua e là come se fossero state lanciate a caso, là dove c’erano pini, cedri, la macchia mediterranea, la roccia, ora c’è una selva di edifici, senza nessun piano e ordine urbano; uguale se non peggio di questo degrado ambientale è vittima anche la costa, devastata, piena di immondizia, il mare sporco.
Beirut oltre ad avere un traffico simile a quello di Damasco, appare come un infinito centro commerciale con migliaia di negozi, supermercati, interi quartieri dove ci sono solo ristoranti, night club, cliniche private e ospedali di lusso in numero tale da farti credere che siano tutti in punto di morte, uffici e studi professionali e poi banche, banche e banche di ogni tipo, una dopo l’altra, per chilometri.
Quanto ho visto mi ha fatto trasecolare, al confronto la Siria, con tutta la sua corruzione, la dittatura, il suo disordine e ginepraio medio orientale, appare un paese organizzato e governato.
Inoltre in Libano sono ben evidenti i danni dei bombardamenti dell’estate scorsa: molti ponti sono inagibili, case e fabbriche distrutte, strade non più percorribili, ed io ne ho visto solo una parte minima perché non sono andata nelle zone povere della Beirut musulmana. Poi nel sud del paese, verso il confine con Israele, ci sono i campi profughi dei palestinesi e la popolazione, la più povera.

La fama dei siriani di essere furbi commercianti levantini non è usurpata, sembra essere l’unica libertà che si prendono, commerciare in tutti i modi possibili. Perfino il faccione del capo degli Herzbollah (Marshallah mi pare) è effigiato su magliette, poster, portachiavi, decorazione di torte.

Tutto diventa traffico e mercanzia e si vede bene che non è il mercato che fa la democrazia ma che dovrebbe essere la democrazia a fare i mercati. Qui non diversamente dal resto del mondo povero anche l’oppressivo ed autoritario stato di polizia, umiliante in una miriade di modi, non è riuscito a proteggersi dalla occidentalizzazione televisiva.
C’è una borghesia ricca e molto ricca, rapace, corrotta, menefreghista e ipocrita che non so bene come faccia i soldi ma che ha uno stile di vita elevato, con auto costosissime e case di lusso, mentre al contrario, i dipendenti pubblici e i piccoli commercianti, i contadini, vivacchiano appena. Tanti, tantissimi faticano a tirare avanti. Vivono in dieci, quindici persone in case degradate e baraccopoli in una sciatteria uguale in tutti i paesi sfiancati dai troppi anni di regime.
Difficile fare amicizie fuori dall’ambiente di lavoro, poche le persone con cui posso parlare, a parte una collega siriana; è una pediatra che da anni si occupa dei diritti umani e delle donne, tenuta sotto controllo e spesso interrogata dalla polizia politica. Con lei non si toccano mai temi di politica e sociali. Credo faccia parte del modo di vivere per sopravvivere, so che le galere sono piene, non so però quanti possano essere in prigione per motivi politici, quanti per criminalità comune. Qualsiasi paragone con l’Europa mi sembra insensato, tali e tante sono le differenze storiche e culturali.
Nei 4000 anni della sua storia questo paese non ha avuto un solo governo democratico o forse per pochissimi anni fra la fine del mandato francese e l’instaurarsi della dittatura del partito Baath, a parte oppositori e critici del regime che io non conosco ma che credo siano tanti.
La folla che attraversa ogni giorno le strade di Damasco non ha certo sogni di democrazia, la gente può star bene o male, ma la democrazia non sembra rappresentare il vero problema, non pensa alla politica ma a quanto guadagna, ad avere una casa, a dare un ‘istruzione e un futuro ai figli o se può, a divertirsi e a comprarsi delle cose. E i giovani, ricchi o poveri sembrano anche loro smarriti, fuorviati dal consumismo, incerti per il loro futuro.

In superficie appare un paese tranquillo e a giudicare dalla modernizzazione di Damasco di questi ultimi anni, (la prima volta che venni era il 97 ed era molto più dimessa e tetra), non c’è nessuna intenzione da parte del regime di finire in una guerra, la preoccupazione è di mantenere potere e privilegi.

C’è un bassissimo livello di criminalità comune, vado in giro di notte, a volte torno anche a piedi a casa dal ristorante, non risultano furti nelle case, lascio in giro la borsa a scuola e in ospedale senza aver mai avuto problemi. Meglio dire che non c’è questo tipo di violenza ma c’è ne altra peggiore: il non rispetto dei diritti umani, dei bambini, delle donne, dei malati.
E’ conservatorismo ottuso, arretratezza, maschilismo, è ignoranza e infantilismo legato alla irresponsabilità sociale e personale determinati come sempre dai regimi autoritari che trattano i loro cittadini come dei minorati mentali e li governano con il potere della paura.
Grazie alle posizioni dei governi nel passato la tolleranza religiosa è ancora presente. La storia di questo paese coincide con la storia della nostra civilizzazione e viverci per un po’ ed esplorarla è affascinante.
La società, a parte coloro che vivono nei quartieri residenziali di Damasco ed hanno stili di vita occidentalizzati, (mi hanno raccontato che in certe famiglie, quando ricevono, parlano in francese come in Guerra e Pace) nel privato mantiene codici di comportamento e mentalità ancora tradizionale e i matrimoni combinati hanno luogo anche nei quartieri alti.

La condizione della donna è in generale di sottomissione anche se evidentemente ci sono eccezioni: la pressione sociale è forte sia presso i cristiani che i musulmani, anche se i cristiani appaiono, forse perché minoranza, forse perché con un rapporto migliore con le donne, più evoluti.

Apparentemente i fondamentalisti islamici non hanno spazio e sono pochi in giro quelli che manifestano con barbe e copricapo la loro appartenenza.
Le donne possono essere velate o no, ma pochissime sono veramente libere. Ciò dipende dalla tradizione, dalle pressioni famigliari e dalle condizioni economiche. Da quanto ho capito, per le donne c’è poca felicità nella vita famigliare o di coppia, matrimoni combinati, controllo sociale, poco lavoro e poca autonomia. Da quanto mi hanno raccontato, non sono né liberi né felici sia gli uomini che le donne, in una società che schiaccia, ipocrita e sessuofobia, immatura dal punto di vista dell’affettività e pertanto frustrata e ossessionata dal sesso.
Livello culturale basso presso i laureati, un po’ meglio fra quelli che hanno studiato in Europa, poche librerie e poco frequentate, pochi cinema e con filmacci violenti, tv orrenda, vita culturale quasi zero, in vendita, più o meno celata, la solita pornografia. Ci sono negozi di biancheria erotica da far arrossire i pornoshop nostrani, alberghi a ore e ovviamente prostituzione, violenza domestica e sui bambini che nelle scuole pubbliche sono trattati a bacchettate come nei libri di Dickens.

E’ difficile fare amicizie, noi stranieri siamo controllati. Non è come in Palestina dove i rapporti con i palestinesi sono gratificanti per confidenza e frequentazione quotidiana. Forse è la grande città, spesso la barriera linguistica, forse perché ci sono pochi progetti di cooperazione e con i pochi espatriati sparsi nel paese, non si riesce a formare una rete di relazioni. Si vive in solitudine, l’aspetto più interessante e cioè la frequentazione della gente anche fuori del lavoro è quasi inesistente. Io vedo la collega italiana, un inglese che lavora alla CE, una tedesca dell’ OMS e pochi altri.

Questo aspetto relazionale mi manca perché vorrei capire di più, e così nel tempo libero metto in atto delle forme di conforto alternativo, faccio le cose che mi piacciono di più: leggo tantissimo, studio, frequento il centro culturale francese che ha biblioteca, cinema, conferenze, cammino ed esploro la città e le sue tante bellezze, cerco vecchi tessuti tradizionali e gioielli etnici, ci sono bellissimi argenti e piccole cose curiose. L’artigianato, anche se sempre meno, è ancora vivo e bello. Posso camminare e andare dove mi pare a tutte le ore, nessuno dà fastidio; a volte, in provincia dove vado per lavoro, gentilezze fuori dal tempo, come offrirti la consumazione in pasticceria o regalarti qualcosa.
Anche durante il ramadan nella città vecchia e nella zona residenziale c’erano posti dove prendere un caffè, comprare dei dolci o pranzare seduti nei bellissimi cortili delle case damascene o esplorare il suq.
Con una collega abbiamo programmato per le vacanze di fine ramadan un viaggio lungo l’Eufrate, a Dura Europos e Mari, nel deserto, molto oltre Palmira, con una jeep con autista che conosce le strade, arriveremo ai confini con l’Iraq.
Qui mi trovo bene, la vita non mi pesa perché sono curiosa, anche se per fortuna non devo vivere in questo paese per sempre, so che presto ripartirò per tornare a casa e poi partire per la Cina.
Ho tutto per rattristarmi sulle sorti del mondo: abbonamento a Repubblica, TV e radio satellitare, i quotidiani francesi e Le Monde Diplomatique e quindi non stacco con l’Italia e il resto del mondo.

Pensavo di scrivere solo qualche riga e invece credo di essere stata particolarmente prolissa, si è fatto tardi, ho un po’ freddo, un po’ fame, devo alimentare il riscaldamento, preparare la cena, per fortuna ho un piumino caldo, l’acqua caldissima per la doccia, il tè e uno squisito plumcake.