da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

 

Arrivò un giorno a scuola accompagnata da tutta la famiglia, padre, madre e un fratellino.

La ragazzina di circa 12 anni seguiva i genitori stando un po’ in disparte.

Non voleva farsi notare, era timida, ma soprattutto impaurita da tutta quella gente.

La segretaria  aveva allungato il naso dal piccolo oblò del vetro del suo ufficio per dare un’occhiata, i professori  andavano e venivano dalla sala-riunioni, passandole davanti con indifferenza, i bidelli  guardavano i nuovi arrivati con curiosità mista a diffidenza, il direttore affacciato sull’uscio del suo studio impartiva ordini precisi e ricordava con voce tonante a tutti i loro doveri.  

Il colloquio con quegli stranieri doveva aspettare......era lui il direttore della scuola, ed era molto impegnato

Da lui, infatti, l’uomo più importante di tutto il personale scolastico sarebbe dipesa, in bene o in male, la sorte della giovane vittima.

Il gruppo fu lasciato in piedi nel corridoio  per quasi un’ora, in attesa dell’udienza.

Passarono lunghi minuti, il bambino più piccolo comiciò a  muoversi nervosamente cercando di svincolarsi dalle braccia della madre, per poter correre nel lungo corridoio dell’entrata e giocare con la piccola macchinina che stringeva nella mano.

I genitori, invece, fermi, in piedi, appoggiati alla parete, muti, si scambiavano ogni tanto qualche sguardo o accennavano un sorriso, così per rincuorarsi e sperando che l’attesa non si prolungasse troppo.

Parlavano una lingua diversa da quella delle persone della scuola, venivano da un altro paese, molto lontano.

La loro città, bellissima, affacciata sul mare dell’oceano aveva tutto l’anno temperature piuttosto elevate. Non esisteva l’inverno, il rigore dei freddi invernali era sconosciuto e impensabile.

Ora, al contrario, infreddoliti, erano avvolti in giacconi pesanti, in cui si sentivano goffi e a disagio.

Appoggiati al muro scrostato del corridoio, stretti in un angolo per non dare fastidio,   tenevano gli occhi abbassati e salutavano timidi le persone che  passavano    frettolose per andare nell’ufficio della segreteria.

Ubbidienti e sottomessi agli ordini loro impartiti, non capivano bene il motivo di tanta attesa.

I loro sguardi sembravano altrove, lontani.

Forse in quei momenti i loro pensieri tornavano al paese lasciato, abbandonato per disperazione dopo la tragedia del terremoto, che aveva colpito la popolazione, una notte, all’improvviso senza dare il tempo di salvare le loro cose, la loro casa. Conoscevano molto bene la storia della terra in cui vivevano, raccontata dai loro vecchi, quelli sopravvissuti.

Sapevano di cataclismi spesso distruttivi che più volte avevano fatto sparire nel nulla tutte le case di paglia e di legno della povera gente.

Anche questa volta era andata così, sempre nello stesso modo, il terremoto era arrivato una sera al tramonto in modo furtivo e silenzioso, poi con fragore inaudito si era abbattuto sulle strade, sulle case, distruggendole, riducendole a rovine irriconoscibili, seminando morte.

Loro erano stati  fortunati, avevano perso la casa, la loro modesta casa di legno sulla costa, ma si erano salvati ed ora erano lì, tutti insieme in quel corridoio ad attendere.

Si sentivano però sollevati, per non aver lasciato morti dietro le spalle, infatti i genitori di entrambi erano morti qualche anno prima della catastrofe, dopo una vita di duro lavoro nei campi, ed i fratelli rimasti se l’erano cavata, decisi a ricominciare la vita nel loro paese distrutto.

Ma loro no, loro avevano due figli piccoli e per loro desideravano un futuro migliore, meno pesante, garantire una vita più agiata e forse più lunga dei loro paesani, che a cinquant’anni erano già molto vecchi.

Nell’affrontare il lungo viaggio di fuga dal paese natio, si erano dimostrati molto coraggiosi e determinati.

Erano diventati anche molto pazienti e sapevano attendere.  

Erano quindi giunti lì, in una scuola straniera di un  paese straniero, ad attendere il suono del campanello del direttore che, finalmente, li avrebbe fatti entrare nel suo ufficio e dato il  suo consenso ad accettare i loro piccoli figli in quella scuola, speravano per loro un nuovo futuro.

Il sospirato momento arrivò dopo più di un’ora di anticamera.

Il bidello scortò la famiglia nell’ ufficio facendo sedere genitori e bambini su delle sedie di legno opportunamente preparate.

Iniziò l’incontro: da una parte il direttore dietro la scrivania con la penna tra le mani, sommerso da fogli e carte, dall’altra i genitori stranieri con i documenti dei loro figli a testimoniare la loro provenienza da cui dedurre sommariamente la loro storia, quella ufficiale della burocrazia, non quella vera e reale della vita e della sofferenza.

Il padre composto e deferente espose in modo incerto e non sempre chiaro, per la conoscenza limitata della lingua, imparata sulle alte impalcature delle case nel suo lavoro di muratore, il motivo della sua presenza in quella scuola. Desiderava iscrivere la sua ragazzina alla prima media, in rispetto delle norme vigenti del paese ospitante.  

La moglie, con pudore, annuiva in silenzio facendo finta di capire tutto ciò che diceva il marito.

Il bambino piccolo sempre più irrequieto, si era messo a giocare con alcuni timbri trovati sulla scrivania del direttore mentre in disparte, seduta, la ragazzina con grande dignità seguiva lo svolgersi di tutta quella lunga mattinata, senza dar segno di insofferenza, nè lamentandosi per la stanchezza delle lunghe ore dell’attesa.

Osservava la stanza del direttore piena di scaffali colmi di carte, di documenti, di fogli sparsi qua e là, anche sui ripiani della libreria, straripante di libri dalle copertine scure.

La piccola finestra in alto posta sopra la testa del direttore faceva  penetrare una debole luce e illuminava in modo sinistro la sua grossa testa, quasi priva di capelli, che si muoveva avanti e indietro o per un assenso o per un diniego.

Era attratta dalla forte luce della grande lampada sulla scrivania sotto la quale il direttore inforcati gli occhiali, leggeva e rileggeva più volte quei documenti pieni di timbri, di firme, di sigle che a stento decifrava, col timore di incorrere in qualche errore buracratico che avrebbe potuto nuocergli nella decisione che avrebbe dovuto prendere.

Leggeva quei fogli ma non faceva domande di alcun tipo ai genitori.

Nell’osservare la scena la ragazzina abbozzava un timido sorriso, ma subito dopo si ricomponeva in una espressione seria e riservata

Intanto il direttore consultava con frenesia un registro e alzava ogni tanto gli occhi sulla famiglia, soffermando lo sguardo su quella giovane appena intravista all’entrata, ma che ora doveva osservare con cura e conoscere più da vicino per accettare sì o no, la richiesta del padre.

Dopo un continuo ed incesante movimento degli occhi che andavano e venivano a soppesare bene quella “povera vittima”, seduta di fronte alla sua scrivania, all’improvviso il direttore fu colpito dalla sua carnagione un po’ scura, ma levigata e liscia, dagli occhi molto scuri incastonati nel bel viso dolce dalle labbra perfettamente disegnate, socchiuse in un sorriso appena accennato, dal suo corpo snello ma robusto e già abbastanza formato nonostante la giovane età, dai suoi modi pacati e rispettosi, dalla sua tranquillità e pazienza.  

Rimase folgorato dai suoi lunghi capelli neri, capelli di un nero intenso che le scendevano sulle spalle fino quasi alla vita, secondo la moda delle ragazze della sua terra, avvolgendo il suo viso e il suo corpo in anelli sparsi di fili lucenti di seta nera.

La visione di tanta bellezza sorprese e incantò il direttore, abituato a trascorre il tempo tra le carte grigie e i muri spogli del suo piccolo studio, tanto che, lasciando cadere quei documenti un po’ stropicciati e sgualciti, guardò il papà negli occhi e, alzandosi in piedi, gli si avvicinò e con forza e decisione gli strinse la mano, pronunciando il sospirato sì di conenso alla richiesta di iscrizione.

La ragazzina, quel giorno, nell’uscire dalla scuola per i suoi bellissimi  capelli neri, era stata baciata dalla fortuna.

 

Non sapeva come c’era finito lì, in mezzo a quella vita di stracci, ma era la sua vita e non avrebbe saputo come far  cambio con un’altra.

Nessun orario, né legami, né punti d’appoggio, neanche più i desideri lo tenevano ancorato alle consuetudini degli altri e alle loro esistenze comode e al caldo.

Gli altri erano la mano che gli allungava un soldo per problemi di coscienza,lo sguardo girato dall’altra parte, la voce che gli diceva di togliersi dai piedi.

Gli altri non gli erano mai andati troppo a genio. Era sempre stato schivo, tutto ricurvo dentro ai suoi pensieri, come una foglia accartocciata dal freddo.

Che freddo c’era anche quella sera! Si poteva toccare l’aria: sembrava solida.

La sua mente catturò al volo una storia che aveva sentito chissà quanto tempo prima, di certi brutti inverni siberiani di nebbia fitta, dove le persone, camminando, lasciavano la loro impronta dentro al gelido vapore fatto muro.

Lui non ne avrebbe lasciate di tracce, stava ben attento a muoversi quasi in punta di piedi, non voleva dare disturbo, voleva solo che il tempo gli scorresse addosso senza fargli male.

Un sordo brontolio all’imboccatura dello stomaco gli intimò di mettere qualcosa sotto ai denti.

Pensò di passare dall’osteria nei pressi del porto, i posti miseri erano più generosi con i miseri e se c’era Sebastiano, quel ragazzo tutto ossa lunghe e denti storti, poteva anche contare su una zuppa calda.

Due giorni prima aveva trovato nel cassonetto un paio di doposci, un numero meno della sua misura, li aveva un po’ aperti, dietro, con il coltello che era anche la sua unica posata: erano di gran lunga migliori delle scarpe sfondate che aveva lasciato vicino all’immondizia. Qualcun altro le avrebbe considerate un tesoro, tutto era davvero relativo in questa pazza vita!

Ad ogni passo le calzature rosso acceso facevano un rumore che gli teneva compagnia: gnic-gnac, gnic-gnac. Era un suono quasi allegro se non fosse stato così disperato.

Nessuna luce filtrava dalle finestre dell’osteria. Già! Era lunedì, giorno di chiusura. Aveva camminato per più di mezz’ora, per arrivare lì. Maledetta memoria che non contava neanche più i giorni!

Quasi per consolarsi, si strinse addosso il cappotto e si disse che, forse avrebbe potuto trovare un po’ di cibo, fuori della cucina, nei bidoni ben allineati sotto la tettoia.

Di domenica il porto era frequentato da turisti più affamati d’insolito che di pesce. Pregò che non fossero ancora passati i netturbini.

Girò l’angolo e sentì un suono: un passo ancora, poi trattene il respiro per capire da dove provenisse.

Era un miagolio flebile, un piccolo lamento lontano. Gnic-gnac, un altro passo. Il lampione mandava una luce giallognola che faceva sì che le cose sembrassero tutte uguali. Cercò di guardare meglio.

La fame era scomparsa ed aveva lasciato il posto alla voglia di capire che cosa fosse quel richiamo. 

La curiosità, che da qualche tempo non gli faceva visita, era lì a pungolarlo. Gli diceva di fare qualche passo in più, di cercare che cosa si lamentasse in quel modo, nel buio dietro la cucina dell’osteria del porto.

-Sarà un gattino, povera bestiola, buttato via chissà da chi! - disse ad alta voce ed il suono delle sue parole lo meravigliarono, parlava da troppo tempo solamente con la sua anima.

I doposci tagliati dietro, lo portarono vicino ai bidoni, ne scoperchiò due: nulla.

Provò a chiamare: - Micetto? Micetto dove sei?- Aprì il terzo bidone. Non era un gatto, era un fagottino di stracci che si lamentava.

- Un bambino…– gli tremavano le mani mentre lo toglieva dai rifiuti, gli ripuliva la testolina pelata e lo stringeva a sé per non fargli più sentire freddo.

–Un bambino!- non smetteva di ripetere in un gemito incrinato da un emozione sconosciuta e profonda.

Il piccolo smise di piangere, aveva due occhi acquosi, in una faccia grinzosa da

vecchietto anzitempo. Agitò le mani, aprendo la bocca vuota ed affamata. Era un maschietto e si stava aggrappando alla vita con violenta caparbietà.

-Ti hanno buttato via, eh? Ma adesso ci sono io, non aver paura… –

Mentre affrettava il passo, prese a raccontargli le favole che si ricordava, , anche se le confondeva un po’. Le parole scivolavano via dalla sua bocca leggere, si rincorrevano e giocavano tra loro.

Continuava a parlargli per non farlo piangere più, per fargli capire che aveva vinto la sua piccola battaglia, ma non ancora la guerra, che presto avrebbe avuto latte e vestitini puliti, un bagnetto caldo ed il profumo di borotalco tra le pieghe della pelle vellutata.

Non sentiva più lo gnic-gnac dei doposci, né il dolore che quelle scarpe inventate gli stavano dando, battendogli impietosamente sui calcagni.

Arrivò nei pressi dell’Ospedale Maggiore e riprese fiato, il piccolo gli succhiava il mignolo: aveva davvero creduto a quelle strane storie arruffate, ripescate dall’infanzia di qualcun altro, e si era addormentato sorridendo.

Prima di lasciarlo, tirò fuori da una delle tante tasche dei panni che aveva addosso, una matita con la punta grossa, raccolse una carta per terra e compose a fatica, in una calligrafia impacciata, un nome, il suo: “ANTONIO”, poi mise il biglietto dentro al fagottino.

Depose il bimbo con delicatezza vicino alla porta del Pronto Soccorso. Diede una vigorosa scampanellata, prima di tornare nel nulla della sua esistenza ai margini, la vita è un cerchio: l’altro piccolo Antonio avrebbe avuto più fortuna, ne era certo.