da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Aprirsi al mondo

Aprirsi al mondo: un concetto assai complesso che vede spiazzati e in parte  disorienta. Ma non si dimentichi che viaggiamo in compagnia delle parole: usarle al meglio potrà essere indifferentemente impegno e/o passione e in questo tragitto non si sarà soli. Il dizionario alla voce “ Aprire”  recita testualmente: “ Rimuovere un ostacolo che impedisce di passare o di comunicare fra un luogo e un altro.”

Il problema sembrerebbe apparentemente risolto, ma gli ostacoli sotto gli occhi da troppo tempo non si vedono più, come ingombranti oggetti di casa tanto difficili da rimuovere.

L’altro, gli altri, la differenza, la diversità: a questo desideriamo rivolgere la nostra comunicazione, parlarci e finalmente sentirci e comprenderci.

Eliminare i condizionamenti che senza volerlo, complice una negligente pigrizia del  pensiero, hanno preso alloggio dentro di noi, paralizzando azione, interessi, iniziative. Fare spazio! 

La casa finalmente libera sia pronta all’accoglienza, sia aperta alla conoscenza e non potrà che essere occasione di un benefico, rivitalizzante rinnovamento. 

                                                                                                               
                                                                                                Fiorella Naldi

                                                   

 

Milano, tram numero 52


Un rumore graffiante e stridente si allungò sulle rotaie.  Il tram numero 52 si arrestò alla fermata assiepata di gente che attendeva da un po’ il suo arrivo. Appena le porte si aprirono le persone si gettarono a precipizio per salire e  conquistare un posto. Tutti spingevano, le donne con la borsa, gli uomini anziani col bastone, gli studenti con gli zaini. In pochi minuti fu il caos, alcune mamme con il bambino nella carrozzina cercavano di ripararli dalle gambe scattanti dei giovani che cercavano di saltare sul tram senza badare a chi era in difficoltà. Svuotato il marciapiede, l’autista chiuse le porte e partì. Ci fu il brusio di tante bocche, tutti i viaggiatori, stipati come sardine avevano da dire qualcosa contro. Ci vollero diversi minuti prima che la calma tornasse. Da un angolo della vettura, nell’aria ferma e soffocante si sentì parlare in una strana lingua. Una signora anziana dai capelli argentati nel rivolgersi alla vicina e dando le spalle a un ragazzone dal volto scuro, capelli ricci e occhi impenetrabili, iniziò a commentare con voce astiosa la presenza di quelle persone straniere, alieni, quasi diavoli per lei per quella pelle diversa, con cui era costretta a dividere un piccolo spazio. Non era possibile diceva all’amica, una donna grassoccia che se ne stava abbracciata a un sedile per non cadere, che la città fosse stata invasa da gente che non si sapeva da dove venisse. La donna anziana parlava a ruota libera e più parlava e più pareva prendesse forza alzando pian piano la voce, come se quello che aveva da dire fosse importante. Il ragazzo “nero” se ne accorse, forse anche per qualche gomitata appuntita che da lei gli arrivava nel fianco, ma stava tranquillo, non capendo tutte  le parole che uscivano da quella bocca agitata. Il comizio della donna non accennava a finire anche perché a ogni fermata salivano altri ragazzi, molti con quelle stesse facce buie come la notte. La donna si sentì a un certo punto accerchiata, non sapeva più dove guardare, né con chi scambiare una parola, visto che l’amica sembrava ora assorta, e quasi assente.

Che fare? A chi rivolgersi in caso di bisogno? La donna si sentì persa, il conducente era troppo lontano dal posto dove lei si trovava. Evitava di incrociare lo sguardo di quei ragazzi che le mettevano paura e che disprezzava.
Sentiva salire una forte rabbia e, a sostegno delle sue ragioni, pensava alla giustezza di certi discorsi di politici che sostenevano la cacciata di quegli invasori silenziosi, che minacciavano la vita di tutti, di tutti quelli che, come lei, da sempre   desideravano solo starsene nella propria casa tranquilli e e non  avere a che fare con quegli esseri strani giunti da paesi tanto diversi.  
La donna contava le fermate mentre la paura aumentava, e nel sentirsi sola e indifesa, immaginava di poter incorrere in chissà quali pericoli.  
Ripassavano nella sua mente scene viste in tv di atroci delitti consumati da quegli “esseri incivili” contro donne fragili e anziane come lei, magari solo per rubare pochi spiccioli. .

La paura la sopraffece, non stava più in sé, voleva scendere. Il tram nel percorso verso il centro città continuava a riempirsi. Era difficile aprirsi un varco.
Un sudore freddo invase il suo volto, le mani le tremavano, con voce strozzata chiese a quei ragazzoni scuri di farla passare.
L’autista, giunto alla fermata, nel frastuono di tanta gente, aprì sì  le porte ma, non vedendo nessuno salire o scendere le richiuse repentinamente. La donna messa avanti la borsa e allungata la gamba fece per scendere, ma rimase incagliata nella morsa della portiera. Un grido di dolore misto a paura bloccò l’autista che subito si fermò. Fu allora che un giovane grande e robusto con la forza delle mani riuscì ad aprìre le porte, sostenne la donna e sollevandola la depose con gentilezza sul marciapiede.
La donna era stordita e confusa. A stento alzò gli occhi per vedere chi fosse il suo salvatore. Incredibile! Due grandi occhi scuri su un viso così “nero” che di più non poteva essere, la stavano fissando. Si scosse per liberarsi dalle sue mani invadenti, ma quando un grande sorriso improvvisamente illuminò tutto quel nero facendo apparire dei denti bianchissimi, avvenne il miracolo. Fu come se un lampo di luce spaccasse in mille pezzi tutti i pensieri terribili che fino a quel momento avevano agitato la sua mente.  
“Allora, se questi alieni sono capaci di sorridere, sono anch’essi degli esseri umani”, pensò la donna nel riprendere fiato, contenta di sentir scemare la paura e di ritrovare la calma, si aggiustò il vestito mentre piantava bene a terra i piedi, ma strinse a sé la borsetta e pur presa da un senso di colpa, senza neanche ringraziare il ragazzone sorridente che la salutava, s’incamminò.
Nell’avanzare verso casa si rese però conto che era stata preda della follia collettiva propria di quei tempi, che, diffondendo allarmismi anche in TV, non faceva che agitare gli animi delle persone.

E fu il sorriso di quel ragazzone nero, il suo salvatore, a calmarla e a farle ritrovare la serenità.

 

Questa mattina, finalmente sotto le forbici del barbiere, leggevo sul Messaggero che la donna è apparsa sulla terra 83000 anni prima dell’uomo. Notizia scioccante, a prima vista incredibile: crolla il mito d’Adamo, della sua costola sottratta (grazie a Dio), e del suo cedere alle mele di Eva?
L’avessi saputo venti giorni fa, l’avrei raccontato a Suleiman, la mia guida nell’Acacus. Lui non l’immagina di certo, sicuro com’è, come tutti gli arabi, che la donna sia solo strumento personale di procreazione e prosecuzione della specie. E non ci avrebbe creduto (invero, qualche dubbio l’ho anch’io), visto che, con undici figli, sa come vanno le cose.
L’articolo non spiegava come se la cavava, quello che poi è diventato il gentil sesso, a riprodursi. Forse la partenogenesi era più diffusa…. Mah! Aspettiamo ulteriori sviluppi da queste ricerche fondamentali.
Cosa c’entra questo con il deserto? Le dune. Le dune sinuose come corpi di donna, forme che richiamano fianchi, anche, spalle, seni: profili dolci e gentili. Dune a perdita d’occhio, rosa, ocra, bianche, e noi che le esploriamo, guizzando come dita leggere tra gli avvallamenti, scendendo a capofitto dalle vette, inebriati da questo continuo chiedersi come sarà al di là di quella cima, dopo quella curva, in fondo a quella valle…. Una scoperta continua ed eccitante.


Suleiman scruta con occhio attento davanti a sé, gira appena il capo per controllare che gli altri mezzi lo seguano in questa veloce gimcana: seconda, quattro motrici per salire, due per scendere, terza, ancora seconda. La sua destra salta dal volante, che vibra sulle asperità, al cambio, alla ridotta. Se vedesse con i miei occhi e avesse i miei pensieri andrebbe più piano, se andasse più piano ci insabbieremmo. Ma non li ha, lui è una guida seria, il suo occhio valuta, misura, sceglie con criteri ormai consolidati da una lunga esperienza. Poi, in vetta ad un dosso, si ferma e aspetta i compagni: qualche commento tra loro, e via per un’altra volata. Finché non arriva la sosta di mezzogiorno. Allora, sceso dal mezzo e accertatosi dell’arrivo degli altri, si sdraia sulla sabbia ed aspetta che Harbi, l’anziana guida del pick-up, prepari il the sul fuocherello acceso con gli sterpi raccolti lungo il percorso. Harbi è un tipo divertente, ispira simpatia al primo sguardo, con quell’occhio semichiuso ed un po’ storto, lui ed il suo pick-up blu sono un unicum buffo ed inarrestabile. Ma il meglio di sé credo lo dia nella preparazione del the. Già al mattino, nel primo tenue chiarore dell’aurora, siede di fianco al fuocherello su cui troneggia una teiera centenaria. Tre bicchierini di vetro, che non vedono acqua corrente chissà da quanto, sono allineati tra lui ed il fuoco. Ed inizia il rito: foglioline di the verde (cinese) nell’acqua che bolle, zucchero preso con la punta delle dita da un sacchetto di plastica, quattro o cinque travasi in un altro pentolino, e intanto la schiuma monta. Poi assaggia la sua opera e, immancabilmente, deve aggiungere zucchero. Teiera sul fuoco e momenti di riflessione. Brevi, perché la teiera è piccola e borbotta subito. Altri tre o quattro travasi, la teiera in alto e il pentolino mezzo metro più in basso, nessuna goccia persa. Infine, dopo un altro passaggio sul fuoco, inizia la distribuzione: al Capo il primo bicchierino, a me, ospite, il secondo, a se stesso il terzo. Gli altri, eventuali, aspettino il loro turno. Finita la cerimonia, ripone il tutto non senza aver passato uno strofinaccio, lo stesso da chissà quanti viaggi, dentro i bicchierini. L’evento si ripete un minimo di tre volte al giorno, sempre eguale, con una costanza di qualità del the che gli meriterebbe l’appellativo DOC, se fosse tra noi “evoluti”.

 

Quando il tramonto s’avvicina ed il buon senso del nomade suggerisce di fermarsi per piantare il campo finché c’è luce, la scelta del sito segue criteri originali: dev’essere riparato dal vento (obiettivo difficile da raggiungere, perché il vento accarezza le dune e le supera senza indugi…), dev’essere in piano e, requisito fondamentale, deve avere una dunetta vicina, il cosiddetto bagno, non troppo alta da scavalcare, per le esigenze corporali di noi viaggiatori civili. Le guide non sembrano avere bisogni particolari: dormono sulla sabbia, su spessi tappeti, avvolti in coperte di lana. Talvolta s’allontanano, ma non si capisce bene se per pregare o per altre necessità: le posizioni sono molto simili!

 

Le dune. Queste sono le più estese tra quelle viste nei miei viaggi. Forse ce ne saranno altre, altrettanto vaste in altre parti del mondo, ma non importa: quel che il mio occhio può vedere è sempre fino all’orizzonte e cosa cambia se oltre l’orizzonte ci sono altre dune per giorni e giorni? Queste sono straordinariamente affascinanti, per le forme, per i colori e per la ridda di pensieri che suscitano guardandole, scalandole faticosamente, affondandoci fino ai polpacci, sedendo sui crinali, incuranti del vento che solleva la sabbia fino agli occhi, alle orecchie, alla bocca. Dalla cima le altre vette sembrano vicine, si perde il senso della profondità spaziale: per rendersene conto, basta guardare in basso, verso le auto e le tende, corpuscoli estranei il cui colore risalta nell’uniformità della conca. Non è solo spettacolo visivo, c’è anche il sonoro: la duna suona, cioè risuona. Me lo fece notare Suleiman, vedendomi col naso per aria a cercare nel cielo un improbabile aereo che stesse sorvolando il sud della Libia. E’ una nota uniforme che arriva a ondate, come prodotta da un soffio sull’ancia di un fagotto, come se una bocca gigantesca soffiasse sullo spartiacque della duna più alta mettendo in risonanza i granelli dei primi strati di sabbia. Chissà se qualcuno ha studiato il fenomeno, potrebbe essere l’interessante soggetto di una tesi di acustica, per una laurea in Fisica.
Non tutte le dune manifestano lo stesso fenomeno, penso dipenda dalla conformazione della vetta e dalla dimensione dei grani di sabbia. Peccato, sarebbe il più originale concerto mai ascoltato.
La sabbia. Altra variabile straordinaria. Lo sanno bene i nostri piloti, loro la classificano al primo sguardo, ma per me non è stato così ovvio. Pare “dura” e ci affondi fino al polpaccio, pare soffice e ci galleggi come se i piedi fossero barchette, talvolta fine da risultare quasi impalpabile, altre volte granulosa come fosse vetro sminuzzato, smussato e arrotondato dal vento.

 

Per giorni la stessa domanda ti martella nella testa: come fa ad essercene così tanta?!
Sarà vero che un tempo qui c’erano boschi e fiumi ed animali? Non è che qualche burlone ha inciso nelle rocce del wadi Mathendusc tutti quegli elefanti, quelle centinaia di giraffe, quegli struzzi, i coccodrilli? Il dubbio viene, ma è subito fugato - al di là di quel che dicono “gli esperti” - dalla varietà e dalla quantità di incisioni. E poi, se lo wadi è così ben inciso nella piattezza del Messak Settafet, il massiccio nero, tanta acqua ci dev’essere passata, e quindi…
Tanto era esaltante la distesa di dune quanto angosciante è la sconfinata piana del Messak: qui, non un grano di sabbia, solo pietre nere a perdita d’occhio, tutte più o meno della stessa dimensione, non un cespuglio, non un segno apparente di vita; almeno le dune mutano forma in continuazione, qui tutto è immobile. All’improvviso, il ciglio dello wadi, un sentiero che porta sul letto asciutto lungo il percorso turistico tra i graffiti rupestri. Non è vero che non c’è vita, almeno le mosche abbondano e ronzano insistenti, un po’ rintronate dal caldo. Forse tra i massi c’è qualche rettile: un paio, piccini e color della sabbia, li vediamo, ovviamente terrorizzati quando li sollevo sul dorso della mano.
Poco prima del termine del percorso turistico, la sorpresa: due giganteschi Tatra, sei ruote motrici, che richiamano alla mente i bestioni Iveco di Overland, sostano in mezzo allo wadi, circondati da tavolini, seggiolini, ombrelloni, scatoloni d’alluminio, un grosso frigorifero. Un posto di ristoro? Possibile che questi libici siano così intraprendenti ed insieme impudenti? Ma no, sono turisti tedeschi che vediamo sfilare poco dopo in tenuta quasi cittadina. No comment!

 

Tra le dune, l’avventura riserva due altre sorprese: le rocce e le guglie dell’Acacus e la regione dei laghi. Nell’Acacus, il contrasto tra il freddo nero della roccia (in realtà arenaria rosa annerita dai secoli) ed il caldo chiarore della sabbia, la presenza di ampi scorci della preistoria dell’uomo pitturati sulle pareti e sulle volte dei rifugi naturali sotto cui si appostavano i cacciatori dell’epoca, l’alternanza di brulli canyon e radure disseminate di acacie spinose, rendono l’atmosfera magica. Passo lunghi minuti a guardare le forme rocciose che assomigliano a profili umani, che riportano a sagome d’animali fantastici, trovo pietre sagomate dagli agenti atmosferici, tutte bitorzolute sopra e piatte sotto, come fossero fatte apposta per ben figurare come soprammobili. E poi il cielo, finalmente azzurro, il sole che tramonta, le stelle che fanno la loro tremula apparizione mentre Venere scende verso l’orizzonte. Qui il ciclo circadiano è immutato da millenni, a descriverlo gli ossimori si sprecano: un silenzio che urla col vento, un’immobilità dinamica, la preistoria che pulsa intorno a me, tutto pare morto e vivo insieme, come le ombre mobili dei pinnacoli, come le cavità che il vento scava intorno a loro. Sarà banale, ma mi sento più piccolo del solito.
La regione dei laghi non è meno intrigante: dopo svariati chilometri tra le dune ormai amiche, compaiono palme da dattero. All’inizio, poche e rade, poi sempre più numerose e fitte. Infine ecco l’acqua: laghi in pieno deserto! Cerco inutilmente sui libri da dove provenga quest’acqua, ma le risposte sono vaghe, forse sorgenti, forse resti di antichi mari, probabilmente tutti e due.
La scenografia è irreale, un contrasto inimmaginabile, dune immense che si rispecchiano nell’acqua, da non crederci a raccontarlo. In una capanna trovo tre neri accovacciati, su uno straccio davanti ad ognuno è allineata in mostra ordinata la loro produzione di monili e pendagli. Francamente, non fosse per l’ambiente, mi parrebbe d’essere sul lungomare di Ostia. Loro provengono dal Niger, si dicono artigiani ed il più sveglio, in un buon francese, mi racconta la loro vita: “Viviamo qui nei mesi freschi, quando passano i turisti, cercando di vendere quanto abbiamo prodotto nel nostro paese. Beviamo l’acqua del pozzo dietro la capanna, è buona e la usiamo anche per lavarci. Mangiamo i datteri e quel che ci lascia qualche turista. Vorrei venire in Europa, pensi che in Italia farei fortuna?”. E’ stato l’unico momento di disagio in tutto il viaggio.