da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Estratti da IL CUSTODE di Ernesto Chiabotto - Neos Edizioni

 

Una scoperta archeologica sensazionale offerta a un egittologo del Museo Egizio di Torino da un enigmatico personaggio, solo apparentemente disinteressato.

 

Attilio richiuse la porta del piccolo ingresso alle sue spalle che separava lo studio dal corridoio vero e proprio, e guardò il pacchetto ancora sulla scrivania. (...) Riaprì l’involto e dette nuovamente uno sguardo all’anello e al papiro. Gli vennero i brividi; se quel tipo aveva detto la verità, cosa peraltro assai poco probabile, aveva in mano qualcosa di straordinario. Sarebbe stato un ritrovamento che spostava indietro l’inizio della storia d’Egitto, dell’umanità intera, qualcosa di paragonabile a ben poche altre scoperte archeologiche.

Il punto però era che tutto ciò, al momento non aveva senso. Andiamo! C’era di sicuro qualcosa sotto e di molto strano. Quel tizio aveva chiaramente accennato a un prezzo da pagare e non aveva certo l’aria di uno sprovveduto, anzi! Ma chi avrebbe pagato? Il museo? L’università? Poco probabile.
Attilio aveva la netta sensazione che si riferisse solo a lui, ma cosa mai poteva egli possedere che potesse corrispondere a qualcosa di così prezioso? A meno che non volesse ripararsi dietro ad una persona insospettabile, per qualche oscuro disegno. Era meglio, anzi necessario mantenere i nervi saldi e cautelarsi per evitare qualsiasi coinvolgimento in situazioni sgradevoli o ancor peggio, illegali. Doveva appena possibile parlare di quell’incontro con Gianni, un suo compagno di liceo diventato funzionario dell’Interpol a Milano e mandare anello e papiro in laboratorio. E nel frattempo, mantenere i piedi per terra evitando di arrivare a qualsiasi conclusione prima di avere in mano le prove certe che si trattava di reperti autentici e di soldi puliti.
Certo, fosse stato come diceva il vecchietto, questa faccenda, gli avrebbe certamente portato una notevole fama internazionale e cambiato la vita, e probabilmente un fiume di soldi nelle casse del Museo Egizio di Torino.
(...)
Si impose, per quanto difficile, di non pensarci più. Mise tutto in un cassetto della scrivania e lo chiuse a chiave.
Era di sicuro in ritardo pazzesco. (...) Guardò la pendola e vide che segnava le quattro meno dieci. Bene, era in orario.
Un momento: le quattro meno dieci? Impossibile, l’orologio doveva essersi fermato! Il vecchio, Ra.. Tra… Come si chiamava? Accidenti. Per quanto cercasse di ricordare il nome non gli venivano che le prime lettere e non era sicuro neanche di quelle.
Comunque, ricordava benissimo di aver guardato la pendola e calcolato d’aver un quarto d’ora prima dell’arrivo di Marco Guerra, lo studente. Come poteva aver impiegato solo cinque minuti nel colloquio con lo sconosciuto, essersi fermato dopo a riflettere e mettere tutto a posto e… l’assegno! Ecco dove poteva leggere il nome del suo interlocutore misterioso. Riaprì il cassetto, prese l’assegno per vedere la firma ma non riuscì a cavarne nulla. La firma era illeggibile, pareva quasi un disegno e pur tentando di decifrarla più volte, non riuscì a ricavarne alcun nome. Rimise l’assegno nel cassetto, vicino al plico, lo richiuse attentamente e andò ad aprire.
«Venga Guerra, entri. È tanto che aspetta?».
«Mah, è un po’, ma sono arrivato io in anticipo. Mi sono seduto qui fuori e ho riguardato gli appunti. Non ho osato bussare e ho fatto bene: siamo in perfetto orario».
«Già. Comunque ero impegnato con quel signore che ha visto uscire e…».
«Ah. Quale signore, scusi?».
«Quel vecchio, quello vestito di chiaro, l’avrà visto, no?».
«Veramente… no».
«Come scusi, Guerra, non ha visto un tizio vestito di chiaro uscire dal mio studio?».
«No, professore, io ero seduto sulla panca dove mi ha visto, e non è passato nessuno».
«Ma quando è arrivato?».
«Boh, saranno state le quattro meno venti, più o meno. È uscito Giovanni dal suo studio, poi ha richiuso e ora ha aperto lei. Io non mi sono mosso da lì, quindi…».
Attilio impallidì.
«Si sente bene professore? Ha una faccia!».
«Me lo andrebbe a prendere un bicchiere d’acqua fresca, per favore?».

 

Una storia d'amore nata in un tempo antichissimo, nell'Egitto degli albori della civiltà

 

Essere sacerdote non implicava non potersi sposare, anzi. Formare una famiglia era considerata la condizione naturale per un uomo e una donna. Ur Khar era ormai maturo ma non aveva fino ad allora trovato ciò che cercava. Non desiderava, semplicemente una moglie, voleva trovare il suo spirito complementare, che gli avrebbe permesso di essere completamente in pace con l’universo. E ci riuscì. Appena la vide cadde in uno stato di assoluta venerazione. Capì subito che quella ragazza era l’essere con cui doveva dividere la sua esistenza, da quel momento in poi. Egli aveva diciotto anni, lei ne aveva tredici. All’epoca era normale sposarsi a quell’età e ben pochi matrimoni erano combinati. L’amore era un presupposto fondamentale. E loro, al primo sguardo che ci scambiarono, dal primissimo istante, capirono che il loro destino era vivere l’uno per l’altra.

La ragazza era bellissima! No, anche dire “bellissima” non rende l’idea. Era la figlia minore di una famiglia di pastori nomadi dell’Alto Egitto. Lui non aveva mai visto una ragazza con una pelle dal colore d’ambra scura come il suo. Era perfetta, ben proporzionata, sembrava scolpita da una mano divina. Lo ammaliò con i suoi occhi così profondi, così scuri come soltanto la notte africana può essere. Ur Khar parlando di lei disegnava nell’aria immaginarie, tenere carezze e chiudendo gli occhi, ricordava il contorno delle labbra carnose, il luccicare candido dei suoi denti, fili di bianchissime perle. Sentiva sotto le sue mani l’intreccio impenetrabile dei capelli di lei, agghindati nella loro acconciatura tribale, che cadevano sulle spalle nude. E sentiva nelle narici il suo profumo, ah inebriante miscuglio di sapore di donna, di spezie, di odori portati dal vento.

 

Un mistero incredibile nascosto per secoli e rivelato a chi non ci vuole credere.

Attilio

 

Attilio non era un uomo molto prestante: altezza media, qualche chilo di troppo, pochi ma distribuiti su un fisico che risentiva più del peso della cultura che di quelli sollevati in palestra. Sapeva però parlare del proprio lavoro in maniera entusiasmante, tanto da trascinare chiunque nella sua grande passione e aveva una bellissima voce.

A questa irresistibile mescolanza doveva molto del suo successo con le donne, cui contribuiva una più che discreta disponibilità economica e il buon gusto della sua segretaria in tema di omaggi floreali. A volte poi, se tutto ciò non bastava, qualche consiglio lo chiedeva pure a Cecilia, che in fatto di donne se ne intendeva più di lui.
Si ritrovava solo per scelta. Viaggiava moltissimo, aveva una vita piena d’impegni accademici e lavorativi, incanalata e programmata su ritmi personalissimi. Era un modo di vivere che gli concedeva spazio soltanto per superficiali rapporti, con ragazze che reggevano mediamente un paio di settimane, poi cedevano ai suoi strampalati ritmi, trovandovi ostacoli insormontabili per continuare la relazione, comoda soluzione che non gli dispiaceva affatto. Le poche che resistevano in breve venivano catalogate come “asfissianti rompiscatole” dalla sua limitata capacità di sopportazione e iniziavano le manovre di allontanamento: segreteria telefonica perenne, cellulare personale staccato, appuntamenti rimandati. Se non bastava e insistevano ancora, cercandolo al museo, la segretaria complice, e di lui segretamente innamorata, comunicava loro che il professore era impegnato in una riunione o le dirottava su linee che ripetevano “Per Elisa” all’infinito, fin che quelle capivano, facevano una bella scenata e se ne andavano sdegnate lasciandolo alla sua sorte. Ad Attilio andava benone così, quasi si divertiva, visto che considerava quelle conquiste poco più di un diversivo, perso

com’era nella sua vera, unica, grande passione: l’Egittologia

 

Una donna speciale, da amare fino alla fine.

Serenella

 

Serenella invece, lui l’aveva capito subito, era una ragazza che aveva negli occhi qualcosa di speciale, quasi magico, possedeva un fascino particolare e certamente non si sarebbe accontentata di fargli da amante passeggera e fugace, come le altre.

Due sere dopo il loro primo incontro erano usciti a cena da soli e avevano passato una serata gradevolissima, parlando di vino e musica, di amicizia e vacanze. Lei aveva sfoderato un irresistibile humour, lui aveva ribattuto sullo stesso tono e si erano divertiti come dei pazzi, in perfetta sintonia. Serenella, sotto una carrozzeria di prim’ordine e un viso incantevole, meravigliose labbra color peccato e una cascata di riccioli ribelli a qualsiasi spazzola, aveva una viva intelligenza, una notevole e poliedrica cultura e una voglia di vivere entusiasmante: insomma, era una donna pericolosissima.

 

In una Torino notturna e dolcemente  malinconica si  scoprirà chi è il Custode e qual'è il segreto che gelosamente custodisce.

Torino e  Cecilia

 

 «Mah, il fatto che mi abbia dato un indizio, mi pare che sia una cosa positiva. Cosa vuole da me, lo scoprirò presto, appena mi  arriverà a tiro». 
 «E quando sarebbe?».
 «Questa è una bella domanda. Io comincio a sentire un po’ freddino. E tu?».
 «Io sto gelando».

 «Però qui il panorama è sempre splendido, non trovi?».

  Sotto di loro tutte le luci di Torino sfavillavano, come capita in serate in cui il vento ha spazzato via l’umidità. Avessero avuto voglia,   avrebbero potuto    riconoscere dalle luci i grandi viali, le piazze, a partire da piazza Vittorio, proprio sotto di loro, in primo piano.     

 Seguendo le luci di via Po, sarebbero  arrivati

 facilmente in piazza Castello e poco più in là, nella zona dove abitavano, appena dietro la cupola del Duomo, direzione ovest.  Avrebbero potuto perdere  ore a guardare, come avevano fatto tante volte, tanti anni prima, da studenti, quando salivano lassù e  facevano le ore piccole parlando senza sosta dei loro guai, dei loro esami, dei loro amori e delle difficoltà che incontravano. E  così,  parlandone, riuscivano a superarle, un pezzo per volta.

 Ma era tardi e cominciava davvero a fare freddo. Non avevano neanche un abbigliamento adatto a stare lì, di notte.

 «Dai andiamo, su. Però guidi tu» disse Attilio.
 «Un momento ancora. Me lo fai un favore?».
 «Dimmi».
 «Mi abbracci?».
 Era Cecilia. La sua migliore amica.
 «Vieni qui».
 Si fermarono un momento. Attilio la strinse forte. Erano rimasti abbracciati tante volte, incantati dalla loro città che stava lì sotto.
 Vedendoli, si sarebbe pensato a due innamorati, magari sul punto di baciarsi. E si erano baciati mille volte, con grande tenerezza, ma
 senza alcuna malizia. Tutto chiaro, fin dall’inizio: non poteva esserci il sesso tra loro, mai.
 Ridicolo soltanto pensarlo.
 Così si erano consolati a vicenda, con un abbraccio, un bacio, una carezza tra i capelli.
 Funzionava, di solito. Funzionò anche quella volta.
 Cecilia poté finalmente piangere.
 Si piange meglio, quando si è abbracciati.