da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Romanzo

 

Una scoperta archeologica sensazionale offerta a un egittologo del Museo Egizio di Torino da un enigmatico personaggio, solo apparentemente disinteressato.

 

Attilio richiuse la porta del piccolo ingresso alle sue spalle che separava lo studio dal corridoio vero e proprio, e guardò il pacchetto ancora sulla scrivania. (...) Riaprì l’involto e dette nuovamente uno sguardo all’anello e al papiro. Gli vennero i brividi; se quel tipo aveva detto la verità, cosa peraltro assai poco probabile, aveva in mano qualcosa di straordinario. Sarebbe stato un ritrovamento che spostava indietro l’inizio della storia d’Egitto, dell’umanità intera, qualcosa di paragonabile a ben poche altre scoperte archeologiche.

Il punto però era che tutto ciò, al momento non aveva senso. Andiamo! C’era di sicuro qualcosa sotto e di molto strano. Quel tizio aveva chiaramente accennato a un prezzo da pagare e non aveva certo l’aria di uno sprovveduto, anzi! Ma chi avrebbe pagato? Il museo? L’università? Poco probabile.
Attilio aveva la netta sensazione che si riferisse solo a lui, ma cosa mai poteva egli possedere che potesse corrispondere a qualcosa di così prezioso? A meno che non volesse ripararsi dietro ad una persona insospettabile, per qualche oscuro disegno. Era meglio, anzi necessario mantenere i nervi saldi e cautelarsi per evitare qualsiasi coinvolgimento in situazioni sgradevoli o ancor peggio, illegali. Doveva appena possibile parlare di quell’incontro con Gianni, un suo compagno di liceo diventato funzionario dell’Interpol a Milano e mandare anello e papiro in laboratorio. E nel frattempo, mantenere i piedi per terra evitando di arrivare a qualsiasi conclusione prima di avere in mano le prove certe che si trattava di reperti autentici e di soldi puliti.
Certo, fosse stato come diceva il vecchietto, questa faccenda, gli avrebbe certamente portato una notevole fama internazionale e cambiato la vita, e probabilmente un fiume di soldi nelle casse del Museo Egizio di Torino.
(...)
Si impose, per quanto difficile, di non pensarci più. Mise tutto in un cassetto della scrivania e lo chiuse a chiave.
Era di sicuro in ritardo pazzesco. (...) Guardò la pendola e vide che segnava le quattro meno dieci. Bene, era in orario.
Un momento: le quattro meno dieci? Impossibile, l’orologio doveva essersi fermato! Il vecchio, Ra.. Tra… Come si chiamava? Accidenti. Per quanto cercasse di ricordare il nome non gli venivano che le prime lettere e non era sicuro neanche di quelle.
Comunque, ricordava benissimo di aver guardato la pendola e calcolato d’aver un quarto d’ora prima dell’arrivo di Marco Guerra, lo studente. Come poteva aver impiegato solo cinque minuti nel colloquio con lo sconosciuto, essersi fermato dopo a riflettere e mettere tutto a posto e… l’assegno! Ecco dove poteva leggere il nome del suo interlocutore misterioso. Riaprì il cassetto, prese l’assegno per vedere la firma ma non riuscì a cavarne nulla. La firma era illeggibile, pareva quasi un disegno e pur tentando di decifrarla più volte, non riuscì a ricavarne alcun nome. Rimise l’assegno nel cassetto, vicino al plico, lo richiuse attentamente e andò ad aprire.
«Venga Guerra, entri. È tanto che aspetta?».
«Mah, è un po’, ma sono arrivato io in anticipo. Mi sono seduto qui fuori e ho riguardato gli appunti. Non ho osato bussare e ho fatto bene: siamo in perfetto orario».
«Già. Comunque ero impegnato con quel signore che ha visto uscire e…».
«Ah. Quale signore, scusi?».
«Quel vecchio, quello vestito di chiaro, l’avrà visto, no?».
«Veramente… no».
«Come scusi, Guerra, non ha visto un tizio vestito di chiaro uscire dal mio studio?».
«No, professore, io ero seduto sulla panca dove mi ha visto, e non è passato nessuno».
«Ma quando è arrivato?».
«Boh, saranno state le quattro meno venti, più o meno. È uscito Giovanni dal suo studio, poi ha richiuso e ora ha aperto lei. Io non mi sono mosso da lì, quindi…».
Attilio impallidì.
«Si sente bene professore? Ha una faccia!».
«Me lo andrebbe a prendere un bicchiere d’acqua fresca, per favore?».

 

Una storia d'amore nata in un tempo antichissimo, nell'Egitto degli albori della civiltà

 

Essere sacerdote non implicava non potersi sposare, anzi. Formare una famiglia era considerata la condizione naturale per un uomo e una donna. Ur Khar era ormai maturo ma non aveva fino ad allora trovato ciò che cercava. Non desiderava, semplicemente una moglie, voleva trovare il suo spirito complementare, che gli avrebbe permesso di essere completamente in pace con l’universo. E ci riuscì. Appena la vide cadde in uno stato di assoluta venerazione. Capì subito che quella ragazza era l’essere con cui doveva dividere la sua esistenza, da quel momento in poi. Egli aveva diciotto anni, lei ne aveva tredici. All’epoca era normale sposarsi a quell’età e ben pochi matrimoni erano combinati. L’amore era un presupposto fondamentale. E loro, al primo sguardo che ci scambiarono, dal primissimo istante, capirono che il loro destino era vivere l’uno per l’altra.

La ragazza era bellissima! No, anche dire “bellissima” non rende l’idea. Era la figlia minore di una famiglia di pastori nomadi dell’Alto Egitto. Lui non aveva mai visto una ragazza con una pelle dal colore d’ambra scura come il suo. Era perfetta, ben proporzionata, sembrava scolpita da una mano divina. Lo ammaliò con i suoi occhi così profondi, così scuri come soltanto la notte africana può essere. Ur Khar parlando di lei disegnava nell’aria immaginarie, tenere carezze e chiudendo gli occhi, ricordava il contorno delle labbra carnose, il luccicare candido dei suoi denti, fili di bianchissime perle. Sentiva sotto le sue mani l’intreccio impenetrabile dei capelli di lei, agghindati nella loro acconciatura tribale, che cadevano sulle spalle nude. E sentiva nelle narici il suo profumo, ah inebriante miscuglio di sapore di donna, di spezie, di odori portati dal vento.

 

Un mistero incredibile nascosto per secoli e rivelato a chi non ci vuole credere.

Attilio

 

Attilio non era un uomo molto prestante: altezza media, qualche chilo di troppo, pochi ma distribuiti su un fisico che risentiva più del peso della cultura che di quelli sollevati in palestra. Sapeva però parlare del proprio lavoro in maniera entusiasmante, tanto da trascinare chiunque nella sua grande passione e aveva una bellissima voce.

A questa irresistibile mescolanza doveva molto del suo successo con le donne, cui contribuiva una più che discreta disponibilità economica e il buon gusto della sua segretaria in tema di omaggi floreali. A volte poi, se tutto ciò non bastava, qualche consiglio lo chiedeva pure a Cecilia, che in fatto di donne se ne intendeva più di lui.
Si ritrovava solo per scelta. Viaggiava moltissimo, aveva una vita piena d’impegni accademici e lavorativi, incanalata e programmata su ritmi personalissimi. Era un modo di vivere che gli concedeva spazio soltanto per superficiali rapporti, con ragazze che reggevano mediamente un paio di settimane, poi cedevano ai suoi strampalati ritmi, trovandovi ostacoli insormontabili per continuare la relazione, comoda soluzione che non gli dispiaceva affatto. Le poche che resistevano in breve venivano catalogate come “asfissianti rompiscatole” dalla sua limitata capacità di sopportazione e iniziavano le manovre di allontanamento: segreteria telefonica perenne, cellulare personale staccato, appuntamenti rimandati. Se non bastava e insistevano ancora, cercandolo al museo, la segretaria complice, e di lui segretamente innamorata, comunicava loro che il professore era impegnato in una riunione o le dirottava su linee che ripetevano “Per Elisa” all’infinito, fin che quelle capivano, facevano una bella scenata e se ne andavano sdegnate lasciandolo alla sua sorte. Ad Attilio andava benone così, quasi si divertiva, visto che considerava quelle conquiste poco più di un diversivo, perso

com’era nella sua vera, unica, grande passione: l’Egittologia

 

Una donna speciale, da amare fino alla fine.

Serenella

 

Serenella invece, lui l’aveva capito subito, era una ragazza che aveva negli occhi qualcosa di speciale, quasi magico, possedeva un fascino particolare e certamente non si sarebbe accontentata di fargli da amante passeggera e fugace, come le altre.

Due sere dopo il loro primo incontro erano usciti a cena da soli e avevano passato una serata gradevolissima, parlando di vino e musica, di amicizia e vacanze. Lei aveva sfoderato un irresistibile humour, lui aveva ribattuto sullo stesso tono e si erano divertiti come dei pazzi, in perfetta sintonia. Serenella, sotto una carrozzeria di prim’ordine e un viso incantevole, meravigliose labbra color peccato e una cascata di riccioli ribelli a qualsiasi spazzola, aveva una viva intelligenza, una notevole e poliedrica cultura e una voglia di vivere entusiasmante: insomma, era una donna pericolosissima.

 

In una Torino notturna e dolcemente  malinconica si  scoprirà chi è il Custode e qual'è il segreto che gelosamente custodisce.

Torino e  Cecilia

 

 «Mah, il fatto che mi abbia dato un indizio, mi pare che sia una cosa positiva. Cosa vuole da me, lo scoprirò presto, appena mi  arriverà a tiro». 
 «E quando sarebbe?».
 «Questa è una bella domanda. Io comincio a sentire un po’ freddino. E tu?».
 «Io sto gelando».

 «Però qui il panorama è sempre splendido, non trovi?».

  Sotto di loro tutte le luci di Torino sfavillavano, come capita in serate in cui il vento ha spazzato via l’umidità. Avessero avuto voglia,   avrebbero potuto    riconoscere dalle luci i grandi viali, le piazze, a partire da piazza Vittorio, proprio sotto di loro, in primo piano.     

 Seguendo le luci di via Po, sarebbero  arrivati

 facilmente in piazza Castello e poco più in là, nella zona dove abitavano, appena dietro la cupola del Duomo, direzione ovest.  Avrebbero potuto perdere  ore a guardare, come avevano fatto tante volte, tanti anni prima, da studenti, quando salivano lassù e  facevano le ore piccole parlando senza sosta dei loro guai, dei loro esami, dei loro amori e delle difficoltà che incontravano. E  così,  parlandone, riuscivano a superarle, un pezzo per volta.

 Ma era tardi e cominciava davvero a fare freddo. Non avevano neanche un abbigliamento adatto a stare lì, di notte.

 «Dai andiamo, su. Però guidi tu» disse Attilio.
 «Un momento ancora. Me lo fai un favore?».
 «Dimmi».
 «Mi abbracci?».
 Era Cecilia. La sua migliore amica.
 «Vieni qui».
 Si fermarono un momento. Attilio la strinse forte. Erano rimasti abbracciati tante volte, incantati dalla loro città che stava lì sotto.
 Vedendoli, si sarebbe pensato a due innamorati, magari sul punto di baciarsi. E si erano baciati mille volte, con grande tenerezza, ma
 senza alcuna malizia. Tutto chiaro, fin dall’inizio: non poteva esserci il sesso tra loro, mai.
 Ridicolo soltanto pensarlo.
 Così si erano consolati a vicenda, con un abbraccio, un bacio, una carezza tra i capelli.
 Funzionava, di solito. Funzionò anche quella volta.
 Cecilia poté finalmente piangere.
 Si piange meglio, quando si è abbracciati.

  

 

 

IL PRIMO GIORNO, IN FONDO

Capivo, era il primo giorno in fondo.
Chiamano il capo sala, Italo Fronte, una persona seria che però con un nome così, lasciamo perdere. Assomiglia a Craxi da giovane, però più magro e meno faccia da culo e deve essere uno di poche parole. Ce l’ha su con gli infermieri che sono difficili da gestire, ce l’ha su coi “degenti” che vogliono troppe sigarette.
A passi veloci, sotto i portici, a passo spedito, che Fronte cammina deciso, raggiungiamo l’ingresso del due; incantevole il giardino, davanti, le siepi curate, con un pozzo in mezzo, e c’è uno che cammina in tondo guardandosi le scarpe e la sigaretta in bocca che consuma. Ha l’aria di camminare attorno a quel pozzo da quindici anni.
Entriamo. Stanzone comune, e le prime camere, chiuse a chiave, mi spiega Fronte, perché altrimenti ci vanno dentro. Io devo averlo guardato male perché aggiunge:
- Ci vanno dentro e si sdraiano vestiti. Sporcano e fumano. Paluello l’anno scorso ha preso fuoco.
Parla tutto così Fronte, dice frasi corte, parla di “loro”, dice “sporcano e fumano”.
Dopo il primo pezzo di corridoio un altro slargo e i bagni con le docce.
Poi uno stanzone bello grande, con il televisore a volume insostenibile, su una mensola in alto. Le persone che stanno lì non lo guardano, i più fumano, qualcuno parla da solo.
Al tavolo un infermiere giovane e grasso gioca a carte con un vecchio dalle guance lucide, ben tenuto. Fronte fa gli onori di casa.
- Stano Giuseppe, ausiliario.
- Bosco Antonio, obiettore.
Mentre mi da la mano Stano dice qualcosa di sgradevole che non comprendo, travolto dalla puzza di sudore che manda.
Proseguiamo. Altro tratto di corridoio, altre stanze, porte grigie chiuse a chiave. Poi l’infermeria. Sono quattro, di bianco vestiti, tutti seduti a tavola che hanno appena preso il caffe’ e uno legge il giornale ad alta voce. Fronte lo guardano male, me con disprezzo. Uno ha la barba e parla con accento veneto. Una è una donna che deve andare in pensione tra un mese, lo dice lei; chissà se a tutti quelli che incontra per la prima volta si affretta a dire che va in pensione tra un mese. Va a sapere. Uno è alto e arriva dalla valle di Susa e ha l’aria di quello che ha fretta di tornare in cascina che lui non c’ha tempo da perdere con questi fannulloni che vivono alle spalle della gente che lavora. I fannulloni sono i matti. Il quarto assomiglia ad Alvaro Vitali.
Quello con la barba parla, deve essere il capo, e dice:
- Cosa gli facciamo fare a questo?
Fronte non risponde, bravo Fronte, e mi presenta, e spiega, lo scopro in quel momento, quali saranno “i miei orari e i miei compiti”:
- Entrerà alle otto, non dovrà sostituire il vostro lavoro con il suo lavoro, collaborerà, supporterà.
Bravo ragazzo Fronte, ma parlava così.
Celeghin, quello della barba, si gratta il mento, guarda gli altri tre, tamburella sul tavolo con le nocche e poi apre la bocca.
- Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una
Questa che parla naturalmente non è Celeghin, primo perché è una voce di donna e Celeghin non è una donna, secondo perché proviene dalle mie spalle e Celeghin mi sta di fronte. E’ Alma.
- Alma vai fuori, quante volte ti devo dire che non dovete mettere piede qui dentro!
- Dammi una sigaretta per piacere
- Alma guarda che ti sbatto fuori .
Celeghin fa per alzarsi ma Fronte lo precede, prende sotto braccio Alma e la accompagna. Alma si volta, mi guarda torva e grida:
- Chi è quel frocio?
Tutto bene, tutto bene, è il primo giorno, in fondo.
Fronte rientra, chiude la porta. Celeghin:
- Cosa stavo dicendo?
Non stava dicendo niente.
- Ah già: perché non lo facciamo iniziare alle sette così viene quando c’è lavoro che alle otto abbiamo già finito. Alle sette ci aiuta a lavarli e a dare colazione, no?
- Per me non c’è problema.
- Come?
- Niente.
- Non c’è problema - dice Fronte - sentiremo solo l’ufficio del personale per la variazione e l’ufficio ispettorato e..
- E diamogli anche un camice a sto ragazzo
Questa è Graziella, la pensionata; mi guarda è aggiunge:
- Mio figlio sta facendo il CAR a Casale.
Celeghin ride.
Fronte mi accompagna fuori dall’infermeria.
Corridoio, a destra uscita di sicurezza da chiudere a chiave di notte, a sinistra tromba delle scale e servizi del personale. Ufficio del Capo Sala. Entriamo. Chiudiamo a chiave. Bussano.
- Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta
- Come hai potuto vedere l’ambiente non è facile. Se ti può consolare la squadra che hai conosciuto è tra le peggiori – dammi una sigaretta dammi una – Comunque domani cominci: non farti spaventare o prevaricare – sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi – Fai attenzione ai degenti: sembrano innocui e indifesi, ma possono diventare furbi e pericolosi – una sigaretta dammi una – Non ho altro da dirti. Ambientati, con qualcuno di loro puoi fare amicizia; non so. Se hai bisogno. Io arriverò alle otto e mezza. Adesso usciamo che ti faccio vedere il resto del reparto.
Prende qualcosa dal cassetto e usciamo.
- Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta
Fronte le allunga una nazionale, Alma sorride, mi guarda, sorride, si allontana e dice:
- Fai schifo.
Proseguiamo. Sgabuzzino delle lenzuola, bagni, stanzone: la televisione, un po’ meno alta dell’altra, è sintonizzata su Retequattro a beneficio di due signore in camice bianco che non si accorgono di noi. La stanza è piena ma non ricordo nessuno in particolare; erano tutti come piante quel pomeriggio in quella stanza, qualcuna ferma, qualcuna si muove, qualcuna si lamenta. Possibile che nessuno gli parli a questi, che nessuno gli dia retta, gli dica “vuoi un caffè, vuoi fare una passeggiata, lo sai che ieri il Toro ha vinto” che questi sono vecchi e magari ce n’è qualcuno del Toro. Niente, Giuda nero.
Proseguiamo. In bagno una donna anziana tutta nuda è seduta sulla tazza. Fronte le dice di coprirsi che fa freddo.
Finalmente una stanza è aperta. Quella di Angelica. E’ solo sua la stanza, - è molto indipendente – dice Fronte. C’è tanto fumo, spesso: Angelica tiene una sigaretta tra le labbra e un’altra accesa nel posacenere: - Non si sa mai. – E’ grassa, ha i capelli giallo-marrone-grigio e le ciglia bruciate, come il copriletto. Gli occhi no, non sono bruciati, sono vivi, puntuti, giovani e neri: le pupille e l’iride risaltano sotto le palpebre, cispose e infiammate.
- Ciao gioia.
- Ciao. Mi chiamo Antonio.
Angelica ride e tossisce e ride. Sta semisdraiata di lato, sul letto. Mi guarda, e ride e tossisce.
- Hai preso tu i miei soldi?
- Certo che no.
- Vedremo.
- Andiamo.
Altre stanze, altre porte chiuse, altri bagni comuni. L’odore di disinfettante penetra la mia sinusite e si mischia al puzzo di tabacco, all’urina.
Tornando indietro il Capo Sala termina i ragguagli con una panoramica su quelli che chiama soggetti pericolosi: Giorgio Rosso, che ha ucciso una vecchia, gli ha tagliato la testa e se l’è portata sotto braccio per il paese, sono passati trent’anni ma in Val Chiusella se lo ricordano ancora; Vito Spalletta, secondo di tre fratelli, tutti internati, che ha ucciso il padre a coltellate; Paluello, che ha la mania del fuoco; Manassero diventa cattivo quando beve, come Matteo e Jonny.
Poi basta. Non lo sto più a sentire. Ho voglia di uscire, di respirare un po’ di primavera che sto già male. Ho anche paura, un poco.
Nello stanzone le signore che avevamo lasciato col naso per aria ci vedono per via della pubblicita’; ci vengono incontro e dicono cose tipo oooh, aaah, ma davvero, quando Fronte gli spiega chi sono. Poi diventano maligne, e chiedono – Cosa gli facciamo fare?
Le signore col camice bianco che stanno col naso per aria e guardano bbiutiful non sono personale medico e non sono infermiere. Sono le colf. Si occupano di qualche malato in particolare che ha la pensione alta e allora il tutore paga queste perché forse è meglio, che gli infermieri non bastano e poi non sono tenuti a fare certe cose. “Certe cose cosa?” Forse cose come parlargli ai malati, chiedere “come va’, vuoi un caffè, lo sai che il Toro ha vinto?”. Loro non gli chiedono niente, almeno queste due; pare ce ne siano altre, ma fanno i turni.
- Abbiamo un sacco di lavoro, perché sai non è che possiamo guardare proprio solo i nostri, se per esempio quello cade e si fa male non è che possiamo fare finta di niente, anche se non è il mio da guardare, l’infermiere lo chiamiamo lo stesso, interveniamo.
Ecco cosa fanno, li guardano. Intervengono.
Poi arriva uno di loro, emette dei versi, mi si avvicina ma non faccio a tempo a ritrarmi, anche se come ho detto avevo un po’ di paura:
- barrrbbb, barrbb, barrbb,
Mi abbraccia e mi liscia la faccia. E’ Giuseppe Moro, sordomuto, e gli piace la mia barba.
- Ma non gliela lasciamo crescere, perché poi a tenerlo pulito.
Questa che parla è la sua colf, Aurelia, giovane, magrina, pulitina: ti viene da parlare tutto così a vederla, con la bocca stretta.
Io qualche idea cominciavo a farmela di come andavano le cose lì dentro, ma era il primo giorno in fondo, non è che potessi mettermi lì a gridare.
Dopo la colf magrina ha sgridato Moro perché si soffiava il naso nelle tende:
- Maiale maiale maiale!
- Il fazzoletto – gli ha detto Fronte.
Ma se quello è sordo.
- Il fazzoletto non ce l’ha perché li perde tutti – ha detto Aurelia.
- Andiamo bene – ho detto io sottovoce che non mi sentissero.
Fine del giro. Fine del primo giorno, sono le quattro e fuori c’è vento. Saluto educatamente, saluto anche Alma che continua a guardarmi male. Saluto le colf e tutto lo stanzone coi suoi arredi umani, e ciao e stretta di mano a Italo Fronte, con quel nome, ma.
Ripercorro i corridoi, passo davanti alle porte chiuse, all’infermeria, chiusa, passo nell’altro stanzone dove noto ora anche una macchinetta del caffè. Mi fermo e accendo una sigaretta. Su ogni parete c’è scritto vietato fumare, appoggiate ad ogni parete ci sono almeno tre persone che fumano.
L’infermiere valsusino passa col carrello degli psicofarmaci.
- Due pillole a te, dieci gocce, tre pillole, venti gocce, ah no erano dieci, pazienza, Paluello vieni qua. Melleril, Serenase, ecco le gocce, prendile tutte ne; Paluello! Muoviti! A te queste, chi manca? Cinque di queste rosse, ecco là. Paluello non ti chiamo più. Arrangiati.
Paluello è seduto immobile, guarda dritto in avanti con occhi iniettati di sangue: la maschera dell’incazzatura. Proprio immobile non è, anzi trema parecchio. Tiene la sigaretta accesa tra indice e medio. Non la fuma, la lascia consumare. Poi sento plic, plic, plic, Paluello si è pisciato addosso. Sempre immobile, cioè tremante ma immobile e incazzato.
Il valsusino, che si chiama Giovanni Allocco, dico io che nomi hanno, il valsusino si è allontanato, mi ha sorriso, e si è allontanato verso l’infermeria.
Io fumo ancora, tranquillo, poi vado via e dico:
- Ciao Paluello; ciao a tutti.
Esco sotto i portici. Respiro profondo e cammino, respiro e cammino, respiro e cammino. La mia centoventisei mi aspetta. Vado a bere un te caldo. Vado a casa che è presto. L’arietta mi fa fresco alla schiena. Passo in un tratto buio, sotto i portici, incrocio un matto che mi spaventa un po’, poi luce, le Panda parcheggiate, l’androne principale: fuori.

 

Perché i matti gli piace anche di lavarsi con l’acqua del water, che sono matti mica per niente. Abitudine manicomiale. “Allora ti contraddici” dirai te “che prima hai detto che i bagni stavano chiusi e sporcavano tutto lì dov’erano e adesso dici che una volta, quando c’era il manicomio, hanno preso l’abitudine di lavarsi con l’acqua del water; ma se i bagni erano chiusi come facevano a prendere l’abitudine?”
Un accenno di storia del manicomio allora: c’era un volta il manicomio, quello vero. C’era una volta un posto dove stavano chiusi tanti matti, che magari matti non erano, ma solo alcolizzati, epilettici, sordomuti, depressi; lasciamo perdere. Erano proprio tanti, fino a cinquemila sono arrivati qui a Collegno. Hanno attraversato epoche. Ci sono stati cambiamenti.
“Adesso mi vieni a dire che per un certo periodo tenevano i bagni chiusi e per un altro periodo aperti?”
A parte che potrebbe essere anche andata: comunque, i bagni non erano sempre sempre chiusi, il tema è che spesso quando erano aperti tenevano però l’acqua chiusa, perché i matti l’acqua la sprecano, non sono capaci, la lasciano aperta delle ore, allagano.
Però c’erano anche dei matti puliti, forse maniaci della pulizia, dico io, che pur di lavarsi tiravano su l’acqua dal water e si lavavano le mani e la faccia. E’ tutto.
A proposito, c’è Gianni Mallo che ancora adesso trascorre quarti d’ora a lucidarsi la testa con l’acqua del water.
Quel giorno di luglio, quello strano giorno di luglio, quando sono uscito dall’ufficio del capo sala, che gli interrogatori erano finiti, mi sono trovato davanti proprio Gianni Mallo.
Gianni Mallo lo vado spesso a recuperare al cimitero di Collegno, che gli piace andare al cimitero e poi si addormenta sulle panchine e si dimentica di venire a mangiare. Poi alle volte lo picchiano perché ha il vizio di spostare i fiori da una tomba all’altra, specie alla tomba di don Carlo che pare sia stato cappellano del manicomio anni addietro, e Gianni Mallo è in manicomio da quando ha sei anni e adesso ne ha sessanta; quando aveva sei anni non era matto. Quando aveva diciott’anni la mamma è venuta a riprenderselo, che nel frattempo non era più una bambina, prima sì. Mi spiego: Gianni Mallo aveva il problema che sua madre era una ragazzina, povera, che non sapeva cosa farsene di Gianni Mallo, che era un bambino vivace, molto vivace, agitato. L’ho spiato sulla cartella clinica: “crisi di agitazione”. Quando Gianni Mallo ha compiuto diciott’anni la mamma era una donna fatta e serbava la coscienza candida, probabilmente, oltre che, finalmente, qualche soldino da parte. E in tutti quegli anni, quei dodici anni, lei andava a trovarlo il suo Gianni, più volte all’anno. Così quando Gianni Mallo ha fatto diciott’anni la mamma se l’è portato a casa, la sua nuova casa, con il marito e il fratellino. Hanno litigato per un mese, Gianni Mallo ha menato le mani, Gianni Mallo è tornato in manicomio.
Gianni Mallo gli piace andare ai funerali, ha la faccia giuliva mentre segue il corteo. E’ uno dei pochi che segue i funerali degli altri matti. Se gli chiedi se conosceva il defunto ti dice di sì; se gli chiedi il nome sorride, scantona e sputa in terra, poi si allontana. Tra due giorni andrà al funerale di Aldo-il-vecchio.

 

Poi il pranzo. Come tutti gli altri giorni, il pranzo, ma tutti agitati. Ferrari il giardiniere sproloquiava: parla di continuo ma con nessuno in particolare. Parla tutto il pranzo ad alta voce, al suo tavolo da solo, vestito da lavoro. Io lo vedo solo a pranzo che al mattino quando arrivo è già andato a lavorare. Fa il giardiniere, che nell’ex manicomio c’è ancora un giardino-vivaio-serra che produce le piante ornamentali per tutti gli uffici e i reparti dell’ASL. Lui aiuta il giardiniere, quello stipendiato. Lui no. Poi si occupa delle parole, di etimologia più precisamente. E di storia del manicomio. Di questo parla durante il pranzo. Storia del manicomio nel senso che racconta di quando c’erano le cucine interne, in mezzo al parco; di quando le lavanderie erano in funzione; di quando tutto attorno al manicomio c’era un muro coi cocci di bottiglia sopra; di quando tutte le officine e i laboratori interni erano in attività: i materassai, i falegnami, i meccanici; di quella volta che è scoppiato un incendio e sono venuti i pompista con l’elicottero, uh che paura l’elicottero. Cose così.
Poi l’etimologia: il formaggio si chiama così perché quello più buono viene prodotto nel mese di maggio; i bicchieri li fanno a Chieri, provincia di Torino, dove c’è la più grande fabbrica di bicchieri, da cui il nome Chieri-bicchieri; il materasso l’hanno scoperto a Matera, nel meridione, che la son tutti pelandroni. Cose così diceva Ferrari il giardiniere.
Poi era nervoso Iodice che non ha mangiato niente e ha insultato in tre lingue la povera Ida, la lavapiatti. E Bialera, lui è sempre nervoso, ha minacciato di picchiarlo e lo ha preso per il bavero, ma lo ha messo giù subito, che si sentiva osservato, forse.
- Rosso siediti subito e mangia bastard!
- Bastardo te!
- Ti rompo il muso, se non fosse per questo qua, coso. Guarda lì, sempre a viziarli a coccolarli e non ti ascoltano più. Bella roba.
- Bella roba – ho detto.
Potevo chiedergli “ehi hai detto a me? Stai parlando con me?” e guardarlo negli occhi come Trevis Bickle in Taxi driver, e dirgli “coso a me non lo dici, chiaro!”. Invece ho detto “bella roba”.
Poi siamo saliti sopra e Lorenzo Paluello, ancora scosso dalla mattinata burrascosa ha rovesciato un bicchiere d’acqua addosso a Dina; Bialera gli ha mollato una sberla. Io ho detto:
- Bialera! – e in quel punto esclamativo c’era tutta una condanna del suo operato, riprovazione, rabbia e minaccia di denuncia. Tutto in un punto esclamativo. Lui, Bialera, si è allontanato ridendo.

Capivo, era il primo giorno in fondo.
Chiamano il capo sala, Italo Fronte, una persona seria che però con un nome così, lasciamo perdere. Assomiglia a Craxi da giovane, però più magro e meno faccia da culo e deve essere uno di poche parole. Ce l’ha su con gli infermieri che sono difficili da gestire, ce l’ha su coi “degenti” che vogliono troppe sigarette.
A passi veloci, sotto i portici, a passo spedito, che Fronte cammina deciso, raggiungiamo l’ingresso del due; incantevole il giardino, davanti, le siepi curate, con un pozzo in mezzo, e c’è uno che cammina in tondo guardandosi le scarpe e la sigaretta in bocca che consuma. Ha l’aria di camminare attorno a quel pozzo da quindici anni.
Entriamo. Stanzone comune, e le prime camere, chiuse a chiave, mi spiega Fronte, perché altrimenti ci vanno dentro. Io devo averlo guardato male perché aggiunge:
- Ci vanno dentro e si sdraiano vestiti. Sporcano e fumano. Paluello l’anno scorso ha preso fuoco.
Parla tutto così Fronte, dice frasi corte, parla di “loro”, dice “sporcano e fumano”.
Dopo il primo pezzo di corridoio un altro slargo e i bagni con le docce.
Poi uno stanzone bello grande, con il televisore a volume insostenibile, su una mensola in alto. Le persone che stanno lì non lo guardano, i più fumano, qualcuno parla da solo.
Al tavolo un infermiere giovane e grasso gioca a carte con un vecchio dalle guance lucide, ben tenuto. Fronte fa gli onori di casa.
- Stano Giuseppe, ausiliario.
- Bosco Antonio, obiettore.
Mentre mi da la mano Stano dice qualcosa di sgradevole che non comprendo, travolto dalla puzza di sudore che manda.
Proseguiamo. Altro tratto di corridoio, altre stanze, porte grigie chiuse a chiave. Poi l’infermeria. Sono quattro, di bianco vestiti, tutti seduti a tavola che hanno appena preso il caffe’ e uno legge il giornale ad alta voce. Fronte lo guardano male, me con disprezzo. Uno ha la barba e parla con accento veneto. Una è una donna che deve andare in pensione tra un mese, lo dice lei; chissà se a tutti quelli che incontra per la prima volta si affretta a dire che va in pensione tra un mese. Va a sapere. Uno è alto e arriva dalla valle di Susa e ha l’aria di quello che ha fretta di tornare in cascina che lui non c’ha tempo da perdere con questi fannulloni che vivono alle spalle della gente che lavora. I fannulloni sono i matti. Il quarto assomiglia ad Alvaro Vitali.
Quello con la barba parla, deve essere il capo, e dice:
- Cosa gli facciamo fare a questo?
Fronte non risponde, bravo Fronte, e mi presenta, e spiega, lo scopro in quel momento, quali saranno “i miei orari e i miei compiti”:
- Entrerà alle otto, non dovrà sostituire il vostro lavoro con il suo lavoro, collaborerà, supporterà.
Bravo ragazzo Fronte, ma parlava così.
Celeghin, quello della barba, si gratta il mento, guarda gli altri tre, tamburella sul tavolo con le nocche e poi apre la bocca.
- Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una
Questa che parla naturalmente non è Celeghin, primo perché è una voce di donna e Celeghin non è una donna, secondo perché proviene dalle mie spalle e Celeghin mi sta di fronte. E’ Alma.
- Alma vai fuori, quante volte ti devo dire che non dovete mettere piede qui dentro!
- Dammi una sigaretta per piacere
- Alma guarda che ti sbatto fuori .
Celeghin fa per alzarsi ma Fronte lo precede, prende sotto braccio Alma e la accompagna. Alma si volta, mi guarda torva e grida:
- Chi è quel frocio?
Tutto bene, tutto bene, è il primo giorno, in fondo.
Fronte rientra, chiude la porta. Celeghin:
- Cosa stavo dicendo?
Non stava dicendo niente.
- Ah già: perché non lo facciamo iniziare alle sette così viene quando c’è lavoro che alle otto abbiamo già finito. Alle sette ci aiuta a lavarli e a dare colazione, no?
- Per me non c’è problema.
- Come?
- Niente.
- Non c’è problema - dice Fronte - sentiremo solo l’ufficio del personale per la variazione e l’ufficio ispettorato e..
- E diamogli anche un camice a sto ragazzo
Questa è Graziella, la pensionata; mi guarda è aggiunge:
- Mio figlio sta facendo il CAR a Casale.
Celeghin ride.
Fronte mi accompagna fuori dall’infermeria.
Corridoio, a destra uscita di sicurezza da chiudere a chiave di notte, a sinistra tromba delle scale e servizi del personale. Ufficio del Capo Sala. Entriamo. Chiudiamo a chiave. Bussano.
- Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta
- Come hai potuto vedere l’ambiente non è facile. Se ti può consolare la squadra che hai conosciuto è tra le peggiori – dammi una sigaretta dammi una – Comunque domani cominci: non farti spaventare o prevaricare – sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi – Fai attenzione ai degenti: sembrano innocui e indifesi, ma possono diventare furbi e pericolosi – una sigaretta dammi una – Non ho altro da dirti. Ambientati, con qualcuno di loro puoi fare amicizia; non so. Se hai bisogno. Io arriverò alle otto e mezza. Adesso usciamo che ti faccio vedere il resto del reparto.
Prende qualcosa dal cassetto e usciamo.
- Dammi una sigaretta dammi una sigaretta dammi una sigaretta
Fronte le allunga una nazionale, Alma sorride, mi guarda, sorride, si allontana e dice:
- Fai schifo.
Proseguiamo. Sgabuzzino delle lenzuola, bagni, stanzone: la televisione, un po’ meno alta dell’altra, è sintonizzata su Retequattro a beneficio di due signore in camice bianco che non si accorgono di noi. La stanza è piena ma non ricordo nessuno in particolare; erano tutti come piante quel pomeriggio in quella stanza, qualcuna ferma, qualcuna si muove, qualcuna si lamenta. Possibile che nessuno gli parli a questi, che nessuno gli dia retta, gli dica “vuoi un caffè, vuoi fare una passeggiata, lo sai che ieri il Toro ha vinto” che questi sono vecchi e magari ce n’è qualcuno del Toro. Niente, Giuda nero.
Proseguiamo. In bagno una donna anziana tutta nuda è seduta sulla tazza. Fronte le dice di coprirsi che fa freddo.
Finalmente una stanza è aperta. Quella di Angelica. E’ solo sua la stanza, - è molto indipendente – dice Fronte. C’è tanto fumo, spesso: Angelica tiene una sigaretta tra le labbra e un’altra accesa nel posacenere: - Non si sa mai. – E’ grassa, ha i capelli giallo-marrone-grigio e le ciglia bruciate, come il copriletto. Gli occhi no, non sono bruciati, sono vivi, puntuti, giovani e neri: le pupille e l’iride risaltano sotto le palpebre, cispose e infiammate.
- Ciao gioia.
- Ciao. Mi chiamo Antonio.
Angelica ride e tossisce e ride. Sta semisdraiata di lato, sul letto. Mi guarda, e ride e tossisce.
- Hai preso tu i miei soldi?
- Certo che no.
- Vedremo.
- Andiamo.
Altre stanze, altre porte chiuse, altri bagni comuni. L’odore di disinfettante penetra la mia sinusite e si mischia al puzzo di tabacco, all’urina.
Tornando indietro il Capo Sala termina i ragguagli con una panoramica su quelli che chiama soggetti pericolosi: Giorgio Rosso, che ha ucciso una vecchia, gli ha tagliato la testa e se l’è portata sotto braccio per il paese, sono passati trent’anni ma in Val Chiusella se lo ricordano ancora; Vito Spalletta, secondo di tre fratelli, tutti internati, che ha ucciso il padre a coltellate; Paluello, che ha la mania del fuoco; Manassero diventa cattivo quando beve, come Matteo e Jonny.
Poi basta. Non lo sto più a sentire. Ho voglia di uscire, di respirare un po’ di primavera che sto già male. Ho anche paura, un poco.
Nello stanzone le signore che avevamo lasciato col naso per aria ci vedono per via della pubblicita’; ci vengono incontro e dicono cose tipo oooh, aaah, ma davvero, quando Fronte gli spiega chi sono. Poi diventano maligne, e chiedono – Cosa gli facciamo fare?
Le signore col camice bianco che stanno col naso per aria e guardano bbiutiful non sono personale medico e non sono infermiere. Sono le colf. Si occupano di qualche malato in particolare che ha la pensione alta e allora il tutore paga queste perché forse è meglio, che gli infermieri non bastano e poi non sono tenuti a fare certe cose. “Certe cose cosa?” Forse cose come parlargli ai malati, chiedere “come va’, vuoi un caffè, lo sai che il Toro ha vinto?”. Loro non gli chiedono niente, almeno queste due; pare ce ne siano altre, ma fanno i turni.
- Abbiamo un sacco di lavoro, perché sai non è che possiamo guardare proprio solo i nostri, se per esempio quello cade e si fa male non è che possiamo fare finta di niente, anche se non è il mio da guardare, l’infermiere lo chiamiamo lo stesso, interveniamo.
Ecco cosa fanno, li guardano. Intervengono.
Poi arriva uno di loro, emette dei versi, mi si avvicina ma non faccio a tempo a ritrarmi, anche se come ho detto avevo un po’ di paura:
- barrrbbb, barrbb, barrbb,
Mi abbraccia e mi liscia la faccia. E’ Giuseppe Moro, sordomuto, e gli piace la mia barba.
- Ma non gliela lasciamo crescere, perché poi a tenerlo pulito.
Questa che parla è la sua colf, Aurelia, giovane, magrina, pulitina: ti viene da parlare tutto così a vederla, con la bocca stretta.
Io qualche idea cominciavo a farmela di come andavano le cose lì dentro, ma era il primo giorno in fondo, non è che potessi mettermi lì a gridare.
Dopo la colf magrina ha sgridato Moro perché si soffiava il naso nelle tende:
- Maiale maiale maiale!
- Il fazzoletto – gli ha detto Fronte.
Ma se quello è sordo.
- Il fazzoletto non ce l’ha perché li perde tutti – ha detto Aurelia.
- Andiamo bene – ho detto io sottovoce che non mi sentissero.
Fine del giro. Fine del primo giorno, sono le quattro e fuori c’è vento. Saluto educatamente, saluto anche Alma che continua a guardarmi male. Saluto le colf e tutto lo stanzone coi suoi arredi umani, e ciao e stretta di mano a Italo Fronte, con quel nome, ma.
Ripercorro i corridoi, passo davanti alle porte chiuse, all’infermeria, chiusa, passo nell’altro stanzone dove noto ora anche una macchinetta del caffè. Mi fermo e accendo una sigaretta. Su ogni parete c’è scritto vietato fumare, appoggiate ad ogni parete ci sono almeno tre persone che fumano.
L’infermiere valsusino passa col carrello degli psicofarmaci.
- Due pillole a te, dieci gocce, tre pillole, venti gocce, ah no erano dieci, pazienza, Paluello vieni qua. Melleril, Serenase, ecco le gocce, prendile tutte ne; Paluello! Muoviti! A te queste, chi manca? Cinque di queste rosse, ecco là. Paluello non ti chiamo più. Arrangiati.
Paluello è seduto immobile, guarda dritto in avanti con occhi iniettati di sangue: la maschera dell’incazzatura. Proprio immobile non è, anzi trema parecchio. Tiene la sigaretta accesa tra indice e medio. Non la fuma, la lascia consumare. Poi sento plic, plic, plic, Paluello si è pisciato addosso. Sempre immobile, cioè tremante ma immobile e incazzato.
Il valsusino, che si chiama Giovanni Allocco, dico io che nomi hanno, il valsusino si è allontanato, mi ha sorriso, e si è allontanato verso l’infermeria.
Io fumo ancora, tranquillo, poi vado via e dico:
- Ciao Paluello; ciao a tutti.
Esco sotto i portici. Respiro profondo e cammino, respiro e cammino, respiro e cammino. La mia centoventisei mi aspetta. Vado a bere un te caldo. Vado a casa che è presto. L’arietta mi fa fresco alla schiena. Passo in un tratto buio, sotto i portici, incrocio un matto che mi spaventa un po’, poi luce, le Panda parcheggiate, l’androne principale: fuori.

Perché i matti gli piace anche di lavarsi con l’acqua del water, che sono matti mica per niente. Abitudine manicomiale. “Allora ti contraddici” dirai te “che prima hai detto che i bagni stavano chiusi e sporcavano tutto lì dov’erano e adesso dici che una volta, quando c’era il manicomio, hanno preso l’abitudine di lavarsi con l’acqua del water; ma se i bagni erano chiusi come facevano a prendere l’abitudine?”
Un accenno di storia del manicomio allora: c’era un volta il manicomio, quello vero. C’era una volta un posto dove stavano chiusi tanti matti, che magari matti non erano, ma solo alcolizzati, epilettici, sordomuti, depressi; lasciamo perdere. Erano proprio tanti, fino a cinquemila sono arrivati qui a Collegno. Hanno attraversato epoche. Ci sono stati cambiamenti.
“Adesso mi vieni a dire che per un certo periodo tenevano i bagni chiusi e per un altro periodo aperti?”
A parte che potrebbe essere anche andata: comunque, i bagni non erano sempre sempre chiusi, il tema è che spesso quando erano aperti tenevano però l’acqua chiusa, perché i matti l’acqua la sprecano, non sono capaci, la lasciano aperta delle ore, allagano.
Però c’erano anche dei matti puliti, forse maniaci della pulizia, dico io, che pur di lavarsi tiravano su l’acqua dal water e si lavavano le mani e la faccia. E’ tutto.
A proposito, c’è Gianni Mallo che ancora adesso trascorre quarti d’ora a lucidarsi la testa con l’acqua del water.
Quel giorno di luglio, quello strano giorno di luglio, quando sono uscito dall’ufficio del capo sala, che gli interrogatori erano finiti, mi sono trovato davanti proprio Gianni Mallo.
Gianni Mallo lo vado spesso a recuperare al cimitero di Collegno, che gli piace andare al cimitero e poi si addormenta sulle panchine e si dimentica di venire a mangiare. Poi alle volte lo picchiano perché ha il vizio di spostare i fiori da una tomba all’altra, specie alla tomba di don Carlo che pare sia stato cappellano del manicomio anni addietro, e Gianni Mallo è in manicomio da quando ha sei anni e adesso ne ha sessanta; quando aveva sei anni non era matto. Quando aveva diciott’anni la mamma è venuta a riprenderselo, che nel frattempo non era più una bambina, prima sì. Mi spiego: Gianni Mallo aveva il problema che sua madre era una ragazzina, povera, che non sapeva cosa farsene di Gianni Mallo, che era un bambino vivace, molto vivace, agitato. L’ho spiato sulla cartella clinica: “crisi di agitazione”. Quando Gianni Mallo ha compiuto diciott’anni la mamma era una donna fatta e serbava la coscienza candida, probabilmente, oltre che, finalmente, qualche soldino da parte. E in tutti quegli anni, quei dodici anni, lei andava a trovarlo il suo Gianni, più volte all’anno. Così quando Gianni Mallo ha fatto diciott’anni la mamma se l’è portato a casa, la sua nuova casa, con il marito e il fratellino. Hanno litigato per un mese, Gianni Mallo ha menato le mani, Gianni Mallo è tornato in manicomio.
Gianni Mallo gli piace andare ai funerali, ha la faccia giuliva mentre segue il corteo. E’ uno dei pochi che segue i funerali degli altri matti. Se gli chiedi se conosceva il defunto ti dice di sì; se gli chiedi il nome sorride, scantona e sputa in terra, poi si allontana. Tra due giorni andrà al funerale di Aldo-il-vecchio.

Poi il pranzo. Come tutti gli altri giorni, il pranzo, ma tutti agitati. Ferrari il giardiniere sproloquiava: parla di continuo ma con nessuno in particolare. Parla tutto il pranzo ad alta voce, al suo tavolo da solo, vestito da lavoro. Io lo vedo solo a pranzo che al mattino quando arrivo è già andato a lavorare. Fa il giardiniere, che nell’ex manicomio c’è ancora un giardino-vivaio-serra che produce le piante ornamentali per tutti gli uffici e i reparti dell’ASL. Lui aiuta il giardiniere, quello stipendiato. Lui no. Poi si occupa delle parole, di etimologia più precisamente. E di storia del manicomio. Di questo parla durante il pranzo. Storia del manicomio nel senso che racconta di quando c’erano le cucine interne, in mezzo al parco; di quando le lavanderie erano in funzione; di quando tutto attorno al manicomio c’era un muro coi cocci di bottiglia sopra; di quando tutte le officine e i laboratori interni erano in attività: i materassai, i falegnami, i meccanici; di quella volta che è scoppiato un incendio e sono venuti i pompista con l’elicottero, uh che paura l’elicottero. Cose così.
Poi l’etimologia: il formaggio si chiama così perché quello più buono viene prodotto nel mese di maggio; i bicchieri li fanno a Chieri, provincia di Torino, dove c’è la più grande fabbrica di bicchieri, da cui il nome Chieri-bicchieri; il materasso l’hanno scoperto a Matera, nel meridione, che la son tutti pelandroni. Cose così diceva Ferrari il giardiniere.
Poi era nervoso Iodice che non ha mangiato niente e ha insultato in tre lingue la povera Ida, la lavapiatti. E Bialera, lui è sempre nervoso, ha minacciato di picchiarlo e lo ha preso per il bavero, ma lo ha messo giù subito, che si sentiva osservato, forse.
- Rosso siediti subito e mangia bastard!
- Bastardo te!
- Ti rompo il muso, se non fosse per questo qua, coso. Guarda lì, sempre a viziarli a coccolarli e non ti ascoltano più. Bella roba.
- Bella roba – ho detto.
Potevo chiedergli “ehi hai detto a me? Stai parlando con me?” e guardarlo negli occhi come Trevis Bickle in Taxi driver, e dirgli “coso a me non lo dici, chiaro!”. Invece ho detto “bella roba”.
Poi siamo saliti sopra e Lorenzo Paluello, ancora scosso dalla mattinata burrascosa ha rovesciato un bicchiere d’acqua addosso a Dina; Bialera gli ha mollato una sberla. Io ho detto:
- Bialera! – e in quel punto esclamativo c’era tutta una condanna del suo operato, riprovazione, rabbia e minaccia di denuncia. Tutto in un punto esclamativo. Lui, Bialera, si è allontanato ridendo.

 

 

   

 

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