da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Romanzo


Se il cielo fosse bianco di carta

E tutti i mari neri d'inchiostro

Non saprei dire a voi, miei cari,

Quanta tristezza ho in fondo al cuore,

Qual'è il pianto, qual'è il dolore

Intorno a me

.....

(da Lettere di condannati a morte

della Resistenza europea)

 

Capitolo 1

 


Tolmezzo, 20 luglio 1944


In casa del notaio Michele Mussinano, in Piazza del Littorio, al numero civico 3, si sono appena seduti a tavola. Gli gnocchi di patate fumano nel piatto e sono una gran consolazione in quei tempi tribolati di fame e guerre infinite. Scolastica, la figlia di Michele, è un’ottima cuoca e riesce sempre a combinare pietanze saporite, anche con i viveri razionati e con quel poco che trova nelle dispense di casa. Cucinare per lei è un’arte, che sfodera con piacere soprattutto innanzi a suo padre, riconosciuto da tutti come esigente buongustaio.
Figlia naturale di Michele, legittimata quando era già maritata, Scolastica lo venera e cerca di accontentarlo in ogni capriccio. Adesso il notaio è anziano e il suo carattere, già piuttosto scorbutico quand’era giovane, con gli anni è solo peggiorato, ma in famiglia nessuno osa contraddirlo, tanto meno sottolineare la ruvidità dei suoi modi e mettere in dubbio la sua autorità. L’unica che riesce a farlo sorridere, sotto la barbetta bianca ben curata, è la piccola Franca. Il volto austero del patriarca si trasforma in smorfie ridicole, che fanno il verso ai primi gorgheggi della pronipote. I suoi occhi azzurri brillano infantili, dimentichi degli acciacchi delle tante primavere, che ormai gli pesano sulla schiena, fattasi curva, quasi umile.
In casa Mussinano, oltre al notaio, ci sono tutti: la nipote Agnese con il marito Francesco, rifugiatosi a Tolmezzo dopo il ribalton dell’8 settembre del 1943; sua sorella Eugenia con la piccola Franca e il marito Giulio. Scolastica sovrintende attenta ad ogni cosa, affinché il pranzo sia di gradimento assoluto al suo onorato padre. Manca solo Modesto, suo marito, uomo semplice e gran lavoratore, che porta il nome con sé. La falciatura dei prati l’ha trattenuto a Cercivento, un paese a una ventina di chilometri da Tolmezzo, nel cuore della valle del But, che ha dato i natali al suo illustrissimo suocero e dove i Mussinano vantano, nonostante le alterne vicende accadute alla famiglia nel secolo passato, ancora estese proprietà.
Dal vicino campanile, è da poco suonata la campana grande di mezzogiorno, quando si sentono dei colpi ripetuti e sordi sul portone dell’ingresso principale. La serva si precipita ad aprire, ma rimane senza parole alla vista di due militi dell’SS, con armi alle mani, accompagnati dal messo del comune.
“Parone, parone … venite, correte!” urla agitata in direzione della sala da pranzo.
Donna Scolastica ha da poco superato la cinquantina. Il suo corpo è massiccio, la faccia austera è addolcita solo dallo sguardo azzurro ereditato dal padre. Nonostante i suoi trascorsi di orfanella, ha un portamento autorevole e la permanenza per alcune stagioni in Germania, quando era ancora una bimbetta a seguito degli zii, le ha permesso di conoscere e parlare il tedesco, ora la lingua del nemico. Scolastica si toglie rapida il grembiule e corre senza esitazione verso quel richiamo di paura.
“Angela, che succede?” riesce appena a intercalare. La stazza di due soldati germanici occupa con autorevolezza l’uscio, di striscio viene fuori la figura del messo. L’uomo, con tono conciliante, cerca di ammansire l’espressione contrariata, disegnatasi all’istante sul volto della figlia del notaio.
“Buongiorno siore Scolastiche…” Ma viene di colpo interrotto.
“Che significa? Cosa volete?” chiede la donna già sulle difensive, rivolta all’impiegato del comune.
“Non vi allarmate, state tranquilla, non c’è nulla di che preoccuparsi. Cerchiamo il tenente Cargnelutti, vostro genero, un controllo di routine.” Si giustifica l’uomo.
“Non c’è. È fuori, perché siete venuti a cercarlo qui?” chiede Scolastica, sempre più seccata. Anche se a chi la conosce bene non sfugge un’ansia sottile, un tremore nel cuore della voce, che mina la sicurezza, più che altro esteriore dei suoi modi.
“Sono ore da andare per le case dabbene con le guardie armate al seguito? Mi meraviglio di te, Simone.” A parlare ora è il notaio che, tra un colpo di tosse e l’altro, scatarrando, a passi claudicanti arriva fino al grande corridoio centrale della casa, per vedere che diavolo sta succedendo.
“Non volevamo disturbarvi, ci mancherebbe! Scusate, signor notaio, ma ripeto anche a voi quello che ho appena detto a vostra figlia Scolastica. Non avete nulla di che preoccuparvi, cerchiamo il tenente Giulio Cargnelutti, marito di vostra nipote Eugenia per un semplice controllo. Questi militi vogliono fargli alcune domande, non avete nulla da temere! Sapete che dopo l’8 settembre dello scorso anno c’è una gran confusione. Vedrete che si sbrigheranno in pochi minuti, senza arrecarvi altre noie…”
Ancora non riesce a finire la frase, perché Scolastica, che prova un’istintiva avversione per quell’uomo e delle sue parole più di tanto non si fida, chiede direttamente ai due tedeschi il motivo della loro presenza in casa Mussinano. Segue un lungo parlottare, la donna pone domande su domande, alla fine pare che i due SS l’abbiano convinta, che si tratta di una semplice formalità, nulla di strano, che possono stare tranquilli.
Scolastica dà un colpo di tosse - lo fa spesso nei momenti più ansiosi - e guarda il padre. Michele pare essersi tranquillizzato pure lui, la rassicura col suo sguardo: non c’è nulla di che preoccuparsi.
Allora la figlia del padrone di casa chiama il genero. Una, due, tre volte, ma il tenente non si fa avanti.
Giulio, che ha seguito tutto il colloquio nascosto in una stanza attigua, è
rimasto sul chi vive, pronto a scappare dalla finestra dietro casa, e da lì, in caso di necessità, prendere la via di fuga verso i monti. L’uomo esita ancora un attimo, i minuti non passano mai. Intanto, alla voce di sua suocera, che risuona convincente e ferma, si è unito il dolce richiamo di sua moglie Eugenia. Ed è come se i suoi passi andassero da soli a quell’inatteso incontro. In fondo, che motivo ha di nascondersi e di continuare a dubitare?
Ma appena Giulio fa capolino sull’uscio, uno dei due militi gli dice nel suo stentato italiano che ha l’ordine di accompagnarlo nella Caserma della Guardia di Frontiera del paese.
Il tenente Cargnelutti è ancora un po’ arretrato rispetto ai soldati, ha un momento di incertezza, vorrebbe quasi tornare indietro, ma troppo tardi. A quel punto, il tedesco gli va incontro deciso e a Giulio non rimane che seguirlo in quel viaggio che sarà uno dei più lunghi e dolorosi della sua vita.

Napoli, anno del Signore 1609

 

Un lamento risuona roco nella stanza. Poi viene assorbito dalle ombre della notte. Michel Angelo s’è destato di colpo. È in un bagno di sudore e lo sguardo conserva l’immagine dolorosa di un incubo.
<Cecco, Cecco…> chiama cercando di riprendere fiato e di calmare il cuore che batte a martello. Tremiti di febbre gli scuotono le membra.
<Eccomi, arrivo… Che avete, padrone?> domanda il giovane, mentre arranca stropicciandosi gli occhi ancora gonfi di sonno.
<Non è neppure giorno fatto... riprendete a dormire.> Parla con voce strascicata Cecco, che per poco non inciampa sulle scale, alla disperata ricerca di un lume.
<Ora accendo il ferraiolo… Che avete da guardarmi a quel modo?>
Il volto di Michel Angelo è gonfio, gli occhi sono allucinati e la barba incolta gli conferisce un’aria malsana, sulfurea.
<Cecco, era terribile, una visione tremenda. L’ho vista in sogno! Ma è quello che dipingerò. Presto, devo fare presto, e tu non pensare di tirarti indietro. Quello che ho sognato devo fissarlo sulla tela. Saranno un Davide e Golia come non si son mai visti. Il cardinale ne rimarrà incantato, forse impressionato. Ma non importa. Così potrò insistere per avere la grazia. Sì, la grazia. Con quest’opera non potranno dirmi di no!> L’uomo si tira su dal letto, la luce della lanterna è una lama che gli ferisce gli occhi, con una mano tenta di proteggersi.
È ancora acciaccato e dolorante per le febbri improvvise di cui soffre, ma non può aspettare. Sa che non ha molto tempo. Presto sorgerà il sole e Michel Angelo ha paura che quanto visto nitido e preciso in sogno svanisca al nascere del giorno.
L’immagine che gli trivella il capo da che s’è destato è spaventosa, terribile! La testa mozzata di Golia, grondante di sangue, era la sua e Cecco, il buon Cecco che lo assiste in bottega e lo serve in casa, sì, insomma, la sua bardassa, era Davide.
<Aspettate padrone, ora vi aiuto. Non vi reggete neppure in piedi. Il cerusico vi ha proibito di affaticarvi. Ma voi fate sempre di testa vostra. Che avete in capo, grilli? Adesso, poi, volete dipingere che non è ancora sorto il sole…>
<Cecco, non discutere. Quando ho in mente qualcosa… E poi non mi garba più di dormire. Con questo incubo negli occhi, di sicuro non riesco a riprender sonno. Speriamo solo che non sia un presagio di malasorte. Ma l’opera sarà grande, sì grande, già la vedo!>
<Se lo dite voi.> Cecco accompagna queste parole con un sonoro sbadiglio. Poi, appoggia il lume su un cassettone e va incontro al padrone per aiutarlo a vestirsi.
<Vai, vai da basso in bottega a preparare i colori. Mi arrangio da solo, che diamine!> impreca con voce stizzita mentre lo scaccia da sé.
<Come comandate, servo vostro> bisbiglia l’altro, che alla sue malegrazie è abituato. Ormai ha capito che di tornare a letto per quella notte non se ne parla proprio.
Michele ha ancora l’affanno nel petto, la fronte è madida di sudore, mentre brividi come lame gli corrono lungo la schiena.
<Non sarà una febbre terzana a fermare il grande Michel Angelo Merisi da Caravaggio, ci mancherebbe! Darò a Golia le mie sembianze, così capiranno quanto soffro, si commuoveranno e avranno pietà di me. Sono più di tre anni che manco da Roma e che vado ramingo come un cane rognoso, braccato per terra e per mare. Ora voglio solo la grazia: Iddio altissimo dei cieli concedetemi la grazia e di poter tornare a Roma con tutti gli onori che spettano ad un valentuomo, ad un pittore del mio calibro> dice con ritrovato orgoglio, mentre si segna innanzi al crocifisso appeso sopra il letto. Infila i piedi in due sformati stivali e scende da basso con la veste della notte. Per lui non ha importanza.
Caravaggio sta anche giorni senza lavarsi e senza cambiarsi d’abito; a volte tiene le braghe sino a che si sfilacciano e vanno a pezzi. Per converso, capita che in altre occasioni, oramai sempre più rare, si tiri a lucido come un damerino e vada spavaldo con indosso velluti e damaschi a corteggiare le femmine.
Le scale di legno scricchiolano sotto i suoi passi traballanti e annunciano a Cecco che il padrone sta arrivando. Intanto il garzone ha predisposto ogni cosa: i colori macinati sul bancone, i pennelli e le pennellesse appresso al cavalletto, stracci, essenze alcoliche, olio di lino, di noce, una tela preparata a dovere con l’imprimitura di colla di coniglio e gesso che attende solo di essere dipinta. Nella stanza si diffondono gli aromi aciduli a cui il mastro pittore e il garzone non fanno caso.
Da fuori giungono i richiami lontani di alcuni pescatori ed il canto sinistro di una civetta. Poi tace anche quello.
Cecco è preoccupato, per il suo padrone. Vede che di salute non sta bene ed è ogni giorno più strambo. Capita troppo spesso che prenda la notte per il giorno, che sospetti complotti e veda nemici in ogni dove. Lui però lo ammira sempre, e tanto! Per Cecco è un maestro, un padre, è la famiglia che non ha avuto.
Ma di questi tempi Michele si è fatto davvero strano. Si può capire, con quello che ha passato: la fuga da Roma; l’evasione precipitosa da Malta, dove i Cavalieri lo avevano rinchiuso senza colpa, dice lui; la vita randagia in Sicilia e infine il ritorno a Napoli come un derelitto, povero Caravaggio! Pensa Cecco, condividendo quei tormenti.
Negli ultimi mesi, gli incubi sono all’ordine del giorno e poi il padrone beve troppo. Allora farnetica e non sa più cosa sia vero o falso. Realtà e fantasia si confondono nelle sua testa matta. Ma lui, misero garzone, deve tacere, servirlo e tacere, che altro?
La bottega è ancora avvolta dalle ultime brume della notte, solo in minima parte rischiarate dalla lanterna accesa che Cecco ha appoggiato sul tavolo.
<Mettiti lì in piedi, che ti possa vedere: impugna la spada e scopri la spalla> ordina il maestro. Cecco ubbidisce, senza chiedere spiegazioni.
Caravaggio, davanti alla tela, pare dimenticarsi di tutti i suoi acciacchi, dipinge con mano sicura, esperta. Distribuisce i colori, le luci, le ombre con rapidità e maestria.
Sullo sguancio della spada scrive: HAS OS, chi riceverà l’opera capirà. Le lettere dipinte stanno per Umilitas Occidit Superbiam. Michel Angelo è davvero pentito e ora vuole solo la grazia.
Cecco è un Davide che lo guarda con occhi liquidi, melanconici. Poi il giovane abbassa rapido lo sguardo affinché il padrone non legga la sua profonda tristezza.
<Vai, adesso. Sparisci, tornate a letto. Lasciami solo. Vattene!> ordina poco dopo il pittore.
La figura di Davide è già abbozzata. Il petto acerbo del giovane, lasciato scoperto dalla camicia abbassata e illuminato dalla lanterna, è l’unica nota chiara della tela. Emerge come un miraggio dalla notte scura dello sfondo. Più sotto, la luce darà forma ed espressione anche alla testa di Golia, con nella bocca l’ultimo rantolo di vita, come Caravaggio l’ha vista in sogno.
Al gigante filisteo presterà il suo volto, perciò vuole realizzarlo in solitudine, sfidando l’impietosa realtà che gli restituisce lo specchio Caravaggio non lo teme, non è superstizioso. Anche se è credenza popolare che dentro agli specchi si nasconda il demonio in persona.

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