da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Romanzo

«Lo fate quell'esame che si vede se si sono prese malattie strane?» aveva chiesto l'uomo appena entrato nel laboratorio, parlando a bassa voce come se si vergognasse.
«Fuori ce n'è un altro che è venuto perché gli facciamo il test per l'Aids» disse con noncuranza l'infermiera, sottinteso il suo sangue c’interessa o lo buttiamo via come gli altri?
Che domande, lo buttiamo via, ma il test glielo facciamo, il sangue lo mettiamo nella sua bella borsa di plastica, gli facciamo credere che ci è stato utile e che d'ora in poi lo chiameremo quando ci servirà e non lo chiameremo mai, lui saprà quello che gli interessa, non si sentirà umiliato e non ci saranno rischi. Per nessuno, per le ignare ottantenni che mai si sognerebbero di prendere malattie a contagio sessuale, per i ragazzini che non riescono a farsi il sangue da soli, per quelli che ci portano tutti rotti perché il motorino non ne voleva sapere di andare avanti su una ruota sola e neppure per i balordi che si tagliano le vene con un pezzo di vetro e quando gli chiedi perché, ti dicono che la vita non aveva abbastanza emozioni.
Era una soluzione di routine, ci si era arrivati dopo una rapida discussione e non c'erano stati pareri contrari, se qualcuno veniva per la prima volta a donare il sangue per fare automaticamente il test era perché temeva di essersi infettato, a torto o a ragione che fosse, e quindi aveva comportamenti a rischio, e anche se tutto era normale sarebbe potuto cascare nel baratro il giorno prima e nessuno sarebbe stato in grado di accorgersene ancora. La prudenza non è mai troppa di fronte ai fucili puntati del destino.
«È un contadino anche questo?».
L'infermiera non teneva le statistiche sui costumi, ma era vero, un altro contadino dalle spalle larghe, la testa cotta e i movimenti impacciati di chi ha paura di rompere qualcosa dovunque si metta.
«Ebbene sì».
«C'è stata la rivoluzione sessuale nelle campagne» dichiarò un altro correndo a divorare sangue nelle siringhe.
L'uomo si sdraiò docile dove gli venne indicato, porse il braccio al laccio e le sue vene erano vermi carichi di metallo, e poco dopo spesse gocce rosse stillavano davanti agli occhi di un omino striminzito dentro il camice candido.
«Quando posso sapere il risultato del test?» sussurrò.
«Domani, come tutti. Lei è nuovo?».
«Sì».
«Infatti, non mi ricordo di lei».
«Si fa sempre in tempo a cominciare».
Si fa sempre in tempo a cominciare tutto. Anche quello che adesso i ragazzini si gridano dietro con la stessa indifferenza che una volta si usava per pescare le rane.
Una volta la paura non c'era, ma neanche le donne. Suo fratello giovane aveva deciso di rivolgersi a un sensale, e il risultato era stato quella calabrese piccola dai capelli spessi con le onde, fisse, immobili, che non si capiva perché rideva sempre senza rumore. Forse era contenta di avere finalmente una casa, probabilmente giù da lei non la consideravano perché era povera e a ballare non la lasciavano andare, non aveva mai frequentato nessuno e il sensale le aveva aperto i cancelli del mondo.
Ricordava che dopo la prima settimana di nozze suo fratello era corso all'ospedale perché aveva finalmente capito cosa voleva dire che con quella fimosi che già gli volevano operare da ragazzo doveva starci attento, ci provava e non riusciva e gli veniva un dolore terribile.
La moglie gli era andata dietro fino al pronto soccorso e mentre lui imbarazzato spiegava il problema lei continuava a ridere, di soddisfazione o di che altro non era lecito capire. Qualcuno aveva cominciato a dubitare che ridesse perché era sciocca, o perché non aveva trovato altro modo di difendersi da un mondo estraneo in cui nemmeno la campagna somigliava al paese dove era nata.
Suo fratello, di ritorno dall'ospedale, aveva tagliato la testa al toro dicendo che non gli importava affatto che fosse o no intelligente, era una lavoratrice e gli bastava, e poi allora gli bastavano le notti e il sorriso di lei l'aveva contagiato, non vedeva neanche i muri di mattina quando si svegliava. Ci sbatteva contro con la faccia del beato imbecille che aveva finalmente scoperto la luna e si stupiva di averci messo tanto.
Il dubbio che la cognata fosse stupida gli era restato, però, e comunque l'aveva convinto a non percorrere la stessa strada.
La paura era poi cominciata per colpa, o per merito, dei giornali. Anche la televisione ne parlava, ma meno. Comunque lui i giornali non li leggeva quasi e ne aveva sentito parlare da altri uomini.
«Quelle donne sono pericolose, ti dico».
Avevano scoperto le puttane negre davanti a casa quasi all'improvviso, eri andato a dormire e tutto era normale e poi il mattino dopo eccole là.
Nessuno ci andava con quelle donne, o comunque nessuno l'avrebbe ammesso, per cui nessuno era interessato. Parlavano per amore del sapere.
Avevano scoperto le puttane negre davanti a casa quasi all'improvviso, eri andato a dormire e tutto era normale e poi il mattino dopo eccole là. 

Maria di Migdal aveva sentito un’altra voce, proveniente da un altro luogo, da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo. Si riscosse, turbata dalla strana visione. Forse aveva parlato a voce alta perché le donne si erano voltate e ora la stavano guardando in tralice, bisbigliando l’una all’orecchio dell’altra. Erano raggruppate dal lato opposto del pozzo. Come sempre, la tenevano a distanza oppure era lei che si allontanava, perché le trovava stupide, arroganti, e i loro discorsi vuoti l’annoiavano. Provava astio nei confronti di tutti i compaesani e sapeva di essere ricambiata.
“Dio non vuole che ci odiamo fra noi”.
Ancora una volta si chiese se Dio esisteva davvero, il Dio di Abramo e d’Isacco, il Dio delle cento tribù d’Israele, oppure se Ashera guidava le sorti del mondo, Ashera, colei che cammina sul mare. Ricordò i dolci di miele e sesamo, a forma di organo femminile, che sua madre le aveva insegnato a impastare. Si metteva sempre un dito davanti alle labbra, sua madre, prima di cominciare il lavoro; le imponeva il silenzio: «Maria, non parlare a nessuno di questo. Vedi, i semi del sesamo sono tanti come i figli della terra e ci danno un olio prezioso. Il miele è cibo divino, prodotto dalle api". Poi le indicava i semi dei papaveri: "Appartengono alla Dea, offrono l’oblio, ci collegano al mondo che non si può vedere". Sua madre era morta troppo presto ma ne ricordava ancora il volto segnato dalla fatica, gli occhi lunari, le parole piene di reverenza con cui parlava della Signora del cielo, la Dea madre. Le aveva insegnato a modellare figurine d’argilla con la testa piccola e il ventre enorme.
"Questa è nostra Madre," le spiegava "è la Dea degli eserciti, della notte, delle maree".
La sua gola si strinse, gli occhi si velarono di lacrime trattenute mentre tirava fuori l’anfora piena dal pozzo. Quando era piccola, l’idea di un mondo in cui sua madre non sarebbe stata al suo fianco le era inaccettabile, addirittura inimmaginabile. Poi, crescendo, quel pensiero era divenuto un presagio quotidiano. Sua madre non era dolce o premurosa ma era la roccia, il ponte col passato. L’aveva persa per una caduta fatale ed era cominciata la sua solitudine, prima subita, poi ricercata, amata, difesa contro tutti.
Il riflesso dell’uomo nel pozzo era scomparso, l’immagine si era dissolta e al suo posto Maria intravedeva ora solo il proprio viso, i lineamenti sempre più simili a quelli della madre nella maturità: tanti capelli arruffati che non si curava di pettinare, viso affilato, spalle curve, bocca carnosa senza sorriso. «Mi somigli sempre più nel fisico ma non nello spirito,» le diceva sua madre con una smorfia «tu sei diversa, ti fai troppe domande». Era vero,
Maria si era sempre chiesta perché le persone invecchiassero, si ammalassero, morissero. Sua madre non aveva avuto una risposta per le sue domande.
L’anfora s’inclinò, il prezioso liquido traboccò bagnando la polvere assetata. Si creò un piccolo vortice di sabbia umida, Maria tornò al presente, al pomeriggio assolato e stagnante. «Maledizione». Rimise dritto il recipiente e si avviò verso casa,stringendo al seno la terracotta, strascicando i piedi nudi nella polvere. Non era più tanto giovane e la vita cominciava a pesare su spalle doloranti.
«Miriam, se vuoi…» Marta, la sorella di Lazzaro, la richiamò indietro, facendole cenno d’attingere altra acqua. «No, Marta, non sarebbe giusto. Io l’ho sprecata, io ne farò a meno. Ma ti ringrazio».«Come vuoi, Miriam».
«Per favore, Marta, non chiamarmi come la sorella di Mosè e di Aronne, sai che non ne sono degna!» La voce le era uscita brusca, più risentita di quanto avrebbe voluto, le parole erano rotolate fuori rivelando l’ansia e la rabbia che la divoravano ad ogni istante, ad ogni respiro. Provava vergogna per il rispetto che Marta le dimostrava. Disprezzava se stessa e il mestiere che era costretta a fare. «Anche tu devi guadagnarti da vivere, come tutti noi».
Marta era l’unica che cercasse di avvicinarsi a lei. Ma lei non voleva nessuno vicino. La congedò con un gesto e prese la via di casa, fermandosi solo per raccogliere datteri. Un grugnito familiare l’accolse sulla porta di casa. Astaroth era accoccolato sulla soglia.........continua

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