da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il Romanzo

 

Torino, 7 marzo 1965

 

 

Cara Miyoko,


   a Torino fa ancora freddo, ma qualcosa dice che la primavera non è lontana. Le giornate si stanno allungando. Oggi il vento ha pulito la città dallo smog e, dal balcone di casa mia, posso vedere i monti innevati.

La mia casa non è grande. Abitiamo nel quartiere operaio di Mirafiori sud, in periferia. Siamo al quarto piano senza ascensore. Io sono abituata a fare su e giù e aiuto mamma a portare le borse della spesa. Nel condominio vivono dodici famiglie, quasi tutte del sud, una famiglia viene dal Veneto e ha un dialetto particolare e simpatico. Io ho fatto amicizia con tutti. Siccome non ho fratelli o sorelle mi chiedono spesso il perché, visto che le altre sono famiglie numerose. Ma io non lo so, so solo che mia mamma deve fare dei controlli, quindi sospetto che non abbia potuto più avere figli. In casa non parliamo mai di questi argomenti. Con le amiche, invece sì. Io vorrei una famiglia numerosa, almeno tre bambini, ma prima dovrò incontrare il ragazzo giusto. Mi sembrano tutti così infantili!

In questo periodo noi studenti siamo svogliati. Gli insegnanti dicono che il nostro rendimento è calato e ci ricattano, non ci porteranno in gita se i nostri voti non miglioreranno.

Pensa, è stata programmata una gita scolastica a Firenze, per tre giorni!Non vediamo l’ora… per la prima volta passeremo due notti fuori casa e ci stiamo accordando con chi condividere la stanza. Io sono d’accordo con le mie migliori amiche, Mara e Nella. Ti voglio parlare di loro. Sono due ragazze spigliate e moderne, sembrano più grandi della loro età. Già si truccano e si vestono alla moda. L’altro ieri Nella indossava un abito molto originale, ecco, te lo disegno, così hai un’idea di come veste la mia amica.

Mara è grassottella, non si lamenta del grembiule nero che indossiamo a scuola, dice che la snellisce, un suo vezzo è quello di usare colletti bianchi di pizzo. Mia madre, invece, mi ha comprato una serie di colletti di piqué millerighe, molto più comuni.

Le mie amiche sono nate a Torino e abitano in centro. Sono benestanti e danno feste da ballo, invitano anche me, nonostante qualcuno mi chiami ancora “terrona”. Forse tu non puoi capire, ti dico solo che è una specie di razzismo… ma adesso non ne voglio parlare. Scusami, sarò più chiara un’altra volta, oggi voglio pensare solo a cose positive perché quando ti scrivo sono sempre allegra e ottimista.

Dicevo… le mie amiche, alle loro feste indossano la minigonna e dei piccoli pull, abbinati alle calze di nylon colorate. Io non so mai cosa mettere, la mia solita gonna di terital a pieghe è superata. Però mia mamma mi sta cucendo uno scamiciato scozzese nei toni grigio chiaro e celeste e una camicetta bianca, con colletto a piegoline, davvero graziosa. Li metterò anche in gita e ti manderò una fotografia. Mara mi ha detto che porterà la Polaroid e sarà un divertimento vedere subito le foto, senza dover attendere lo sviluppo.

Della gita non mi interessa solo il divertimento, non lo dico per sembrarti intelligente o più istruita, ma è la verità. Ho un’enciclopedia con i capolavori degli Uffizi, la tengo aperta su un tavolino in camera mia e già dalle sue pagineassaporo le cose belle che vedrò. Mi piacciono molto i libri d’ arte e mi perdo a osservare i personaggi dei quadri, il loro abbigliamento, gli ambienti, gli arazzi, le sete, i velluti, una ricchezza che nel mondo moderno si sta perdendo.

Mi piace disegnare, non solo modelli di abiti. A scuola stiamo imparando una tecnica per decorare anche le piastrelle, sì proprio le ceramiche che rendono moderni e colorati bagni e cucine.

E poi leggo di tutto, dai fumetti ai libri di arte, appunto.

Vuoi sapere una cosa? Alla mia età leggo ancora Topolino che forse voi conoscete come Mikey Mouse, non è vero?

Mi piacciono anche i fotoromanzi: mia madre compra ogni settimana Bolero film e Grand’ Hotel, pieni di storie romantiche, raccontate per immagini, con le foto di attori molto noti e molto belli. Dei fusti, non ti dico! E’ come vedere un film, però con i fumetti al posto dei dialoghi. Le storie si interrompono sempre sul più bello e lasciano col fiato sospeso e la curiosità di sapere che cosa succederà nella puntata seguente.

Dopo cena, guardo la televisione, seguo i varietà e gli sceneggiati, storie quasi sempre tragiche, tratte da romanzi famosi. L’ultimo, di cui ho seguito tutte le puntate, si intitola “La cittadella”. Mi dispiace sia finito, le vicende del dottor Andrew Manson erano appassionanti. Mia mamma si commuoveva ogni volta fino alle lacrime. Lei si immedesima sempre nei protagonisti e soffre con loro. Io sono più distaccata, però mi meraviglio per le trovate e i colpi di scena.

Sì, devo proprio ammetterlo, che fantasia hanno gli scrittori!

Cara amica, rispondimi presto e dimmi cosa fai nel tempo libero e tanto altro ancora.

Un saluto affettuoso da

 

 

Emma

 

 


Ishinomaki, 28 Marzo 1965

 

 

Cara Emma,

 

   

   finalmente ti mando una mia fotografia. Come vedi indosso il costume tradizionale giapponese, un kimono. Il mio è il tipico kimono per le donne non sposate, il furisode, molto colorato e con maniche che arrivano quasi a toccare terra. Il kimono è un abito a forma di T, dalle linee diritte e arriva alle caviglie. Ha maniche ampie e lunghe fino a mezzo metro. Si avvolge intorno al corpo, sempre con il lembo sinistro su quello destro, tranne quando si va ai funerali, allora bisogna avvolgerlo al contrario. E’ fissato da una cintura ampia, chiamata obi, che si annoda dietro.

Il kimono si porta con scarpe tradizionali, i sandali zori, e con calzini, i tabi, che dividono l’alluce dalle altre dita.

Ormai indossiamo il kimono solo in occasioni speciali e nelle feste. La foto è del 20 luglio dell’anno scorso, giorno della festa del mare a Ishinomaki. Quasi un anno è passato… tu puoi immaginarmi un po’ più alta, solo un poco, però!

Cara amica, quando riceverò una tua fotografia? Ti prego, non vorrei attendere molto!

A me piacciono i libri di letteratura, in particolare, ma anche i fumetti hanno un grande successo qui in Giappone. Li chiamiamo manga. Io leggo quelli ispirati a Disney, come Bambi. Il manga si legge dall’ultima alla prima pagina, è rilegato a destra, le pagine libere sono a sinistra. Ogni settimana escono diverse riviste di manga, la più famosa, Shonen Sunday, nonostante il nome, esce di mercoledì.

Ti voglio svelare una curiosità. Nei manga, quando si presentano i personaggi, viene scritto anche il loro gruppo sanguigno, perché si crede che esso influenzi il carattere degli individui. Così i personaggi di fantasia diventano più realistici e prendono spessore e importanza.

Anch’io guardo molta televisione. Da noi i film d’ animazione si chiamano anime. Quando sono usciti i primi anime in bianco e nero i ragazzi impazzivano per “La leggenda del serpente bianco”, per “Simbad”e “Astro boy”.

Con la tele a colori, è iniziata la serie “Kimba il leone bianco”. E’ un po’ infantile, ma mi piace lo stesso, perché ho già letto il manga e poi, adesso Kimba ha invaso perfino pubblicità e giocattoli. Sai cosa mi piace degli anime? Soprattutto i disegni, i personaggi hanno occhi grandi, bellissimi ed espressivi. Sono certa che anche a te, che ami fare schizzi e figurini, piacerebbero i manga e gli anime giapponesi!

Nel tempo libero, aiuto Umi e Izumi a coltivare un piccolo orto-giardino vicino a casa. Stare nella natura mi dà serenità. Allora non penso a niente, respiro e mi sento in pace con tutti.

Mia nonna dice che questa è l’unica attività che mi calma e in cui riesco a tenere la bocca chiusa, senza stancarle le orecchie con i miei progetti di conoscere il mondo.

Umi cerca di smontare i miei sogni con i suoi vecchi proverbi. Sai cosa mi ripete sempre? Mi dice di accontentarmi e di non oppormi al destino, perché “Un ranocchio nel pozzo non può conoscere l’oceano”. E, per infierire, aggiunge che “l’acqua versata non può tornare mai nel vassoio”.

Ti sembra giusto che mi parli così?

Tu mi chiedi notizie sui nomi giapponesi, io trovo bello che abbiano un significato particolare. Sumire vuole dire piccola viola; il nome di mia madre Izumi significa primavera.

E sono orgogliosa del mio nome, Miyoko - bambina di una generazione bellissima.

Vedi, Emma, molti nomi femminili, come il mio, finiscono in - ko, un kanji che vuole dire bambina o fanciulla.

Anche i cognomi hanno significati. Un tempo le classi inferiori, ma anche gli artigiani avevano solo il nome, e anche le donne… c’era da aspettarselo!Gli artigiani si chiamavano come il luogo in cui abitavano o dove lavoravano.

Aggiungo che molti cognomi sono formati da due kanji, i segni tipici della scrittura giapponese; il mio cognome, Ita-tavola, Bashi- ponte – Itabashi, certo si riferisce al ponte sul fiume Kitakami che scorre nelle campagne di Miyagi, da dove proviene la famiglia di mio padre. Sul fiume non ci sono dighe, così i salmoni risalgono la corrente… forse ne hai visti nei documentari.

Cosa posso dirti ancora?

Che nell’Honshu, l’isola dove abito, si innalza il Fuji-san, la montagna sacra per noi giapponesi. Le sue pendici sono costellate di templi e santuari. Per molti il Fuji è un dio, un kami, forse per la sua attività vulcanica. Chi ci è salito dice che lassù ti circondano invisibili energie mistiche. Salire sul monte Fuji è un vero pellegrinaggio che si svolge tra luglio e agosto e termina con una fiaccolata al santuario Yoshida, ai piedi del monte.

Nella mia regione ci sono sorgenti termali e il clima è piacevole. Nell’Honshu l’inverno è mite per la corrente calda giapponese e perché è riparato dalle montagne. Gennaio e febbraio sono mesi soleggiati e secchi. A marzo comincia la fioritura di ciliegi e susini. Uno spettacolo! Penso che ormai sia vicina.

Il periodo peggiore per me è quello della stagione delle piogge.

A giugno, con l’arrivo dei monsoni, non c’è confine tra cielo e terra. Le piogge torrenziali, oltre a fare disastri, lasciano uno strascico di caldo e afa per tutto il mese di luglio, così diventiamo fiacchi e non abbiamo voglia di fare nulla.

Adesso mi congedo perché ho detto molto e non voglio stancarti.

Aspetto la tua risposta e ti saluto amichevolmente.

 

 

Miyoko

 

 


Torino, 23 aprile 1965

 

 

Cara Miyoko,

 

   

   ti ringrazio subito per la foto. Eccoti finalmente, sei come ti immaginavo, con il caschetto di capelli neri e la frangia! Sei molto bella nel tuo kimono di seta; dalla foto in bianco e nero non capisco il colore, e tu non me lo dici, però risaltano i fiori ricamati. Anche i tuoi sandali sono particolari, da noi si chiamano infradito, ma sono bassi, quasi rasoterra e si usano d’estate. Portati con pantaloni affusolati e corti e con una blusa aderente, con maniche a tre quarti, fanno lo stile Capri, un tipo di moda che va adesso. E’ la mise delle signore bene quando sono in vacanza, hai presente Brigitte Bardot o Jackie Kennedy?

I tuoi zori alti sono più eleganti e vi danno l’andatura tipica, a passettini, vero? Chissà se verrò mai in Giappone, allora mi piacerebbe comprarne un paio, per fare invidia alle mie amiche.

Cara penfriend, invece io vi invidio per la tele a colori! Voi siete più avanzati tecnologicamente, non c’è che dire.

Però, anche in Italia, c’è una forte ripresa. I giornali usano un termine strano, quasi ridicolo, parlano di boom… economico. Speriamo che duri a lungo!

Nella mia famiglia finalmente le cose stanno migliorando. Adesso abbiamo un frigorifero nuovo, con uno scomparto per congelare i cibi e la mamma dice che, prima dell’estate, potremo cambiare i mobili della cameretta, scegliendone di più adatti a una ragazza della mia età e, ultima notizia, mio papà si è iscritto alla scuola guida! Vuole prendere la patente. Dice che comprerà la seicento della Fiat, l’azienda dove lavora. Ha fatto scegliere il colore a mamma, celeste, il suo preferito. La pagherà a rate; ho sentito che i miei parlavano di cambiali, mamma era preoccupata, ma mio padre le diceva di stare tranquilla, perché adesso ce la possiamo permettere.

Papà dice anche che io dovrei interessarmi a quello che succede nella società, senza perdere la testa nei sogni. Scusami, ma forse mio padre conosce il tuo e si sono messi d’accordo? Scherzo, naturalmente!

Ogni giovedì sera, alla televisione, c’è Tribuna Politica, un dibattito in studio con i giornalisti che fanno domande ai politici su programmi, strategie, alleanze, tutte cose noiose e incomprensibili per me. I miei la vedono sempre e pretendono che anch’io la segua perché, tra qualche anno, quando dovrò votare, finalmente avrò le idee chiare, dicono. Io non ne sono convinta, ma cercherò di seguire il consiglio, se mi aiuterà a crescere. Però è vero, la televisione non è solo un mezzo di divertimento. Tanta gente sta imparando l’italiano dal maestro Manzi che, dal lunedì al venerdì, conduce un programma dedicato a chi non è andato a scuola e non sa leggere e scrivere.

Mi sembra una buona iniziativa e ti confesso che anch’io, mentre apparecchio la tavola per la cena, seguo il maestro che spiega in modo chiaro e disegna, con tratti di carboncino, su una lavagna a grandi fogli per facilitare la comprensione di una parola.

Cara amica, da te sto imparando molto, non solo in inglese.

Grazie per le notizie sui nomi. E pensare che io non ti ho ancora detto che mio padre si chiama Ennio e mia madre Elvira.

Anche il mio nome inizia per E; i miei lo hanno scelto apposta, ma la mamma dice che la santa di cui porto il nome è una grande santa e mi ha raccontato che Santa Emma di Sassonia in Germania, rimasta vedova in giovane età, donò tutte le sue ricchezze ai poveri.

Ecco, anche da noi i nomi hanno un significato, Emma significa gentile, ma la cosa più importante è che molti nomi ricordano i santi della nostra religione, il cristianesimo. Alcuni sono nomi di martiri o di personaggi che si sono convertiti. Noi abbiamo anche l’abitudine di usare soprannomi.

Mi viene in mente la zia Gigia, la sorella della mamma. Il suo vero nome è Luigia, ma tutti la chiamano Gigia, suona più familiare e simpatico. Lei abita in Francia col marito. Sono emigrati subito dopo la guerra e si sono sistemati bene. Hanno un mobilificio vicino a Parigi e non hanno figli. La zia aiuta il marito in negozio e non sai quante volte ha detto alla mamma di mandarmi in Francia per imparare la lingua.

Parlando, parlando, quasi dimenticavo di chiederti della scuola. Sono certa che hai superato l’esame e che sei stata promossa, noi diciamo così quando si passa alla classe successiva. Tu ora avrai già iniziato il secondo anno delle superiori. Io e i miei compagni stiamo studiando con impegno, così la nostra gita è salva. Andremo a Firenze dal 7 al 9 maggio, ti racconterò tutto al mio ritorno.

E un’altra cosa: i Beatles verranno in Italia a giugno, io non oso ancora sperare, ma forse, se sarò promossa potrò andare al concerto che terranno a Milano. Evviva! Potrò vederli da vicino!

Ti lascio con un abbraccio.

 

 

Emma

 

 


Ishinomaki, 7 maggio 1965

 

 

Dear Emma,

 

 

   ti rassicuro, sono stata promossa e frequento la seconda da un mese, dopo la piccola tregua di primavera. Questo è un anno importante in cui dovrò orientarmi sui miei studi. Tu sai che amo la letteratura, ma mio padre dice che romanzi e poesie non portano a niente di pratico. Temo abbia ragione. Ora vanno per la maggiore gli studi tecnologici e la matematica, quest’ultima non mi dispiace, lo devo ammettere. Mi sembra che si avvicini alla musica e vi trovo anche un lato artistico, per le infinite combinazioni possibili. I numeri infatti, come i colori, si possono combinare all’infinito e danno risultati impensabili. Studio con impegno, vorrei essere una brava alunna, una figlia devota, una buona sorella e anche una buona amica.

Adesso ti parlo di una festa appena finita.

Noi giapponesi amiamo festeggiare di tutto, ogni cosa, piccola o grande, può essere pretesto di festeggiamento, dai fagioli, alla natura, alla fine dell’inverno, alla primavera…al compleanno del venerabile Imperatore. Pensiamo che le feste servano a unire il gruppo, a cementare la società.

Il 5 maggio è stata la festa del bambino.

Ogni famiglia con figli maschi, come segno di vanto e di augurio per i bambini della casa, ha esposto bandiere di carta o di tessuto leggero con disegnate delle carpe giganti, simbolo di forza e di coraggio.

In spiaggia, sulle dune, complice il vento di mare, hanno volteggiato centinaia di aquiloni colorati, a forma di carpa, che si chiamano Tako. Con gli aquiloni-carpa si fanno vere e proprie battaglie. I ragazzi si allenano come veri cacciatori di aquiloni nei giorni precedenti la gara, perché vincere non è facile. I fili di canapa con cui sono legati gli aquiloni, attorcigliandosi, fanno attrito fino a spezzarsi. Durante la battaglia si sente un forte odore di bruciato. Vince chi riesce a tagliare il filo dell’avversario e a far precipitare il suo aquilone.

Uno spettacolo davvero bello: è come se mille vele si librassero in volo, seguite da esclamazioni di meraviglia e da incitamenti.

Vele leggere, carta diafana e bambù intrecciati a risa di bambini.

Durante la festa sfilano carri sfarzosi, a sera sono illuminati da lanterne e fanno una lunga processione colorata. Molte famiglie vanno a mangiare sushi e riso fritto o pescein tenpura, sai che cos’è? Una pastella leggera in cui si mettono i pesci o le verdure e poi si friggono così si mantengono croccanti e, se ci penso, ancora ne sento il profumo persistente e inconfondibile.

Vedi, Emma, qui ci consoliamo con feste ingannevoli e intanto il tempo vola via. Ma tu, piuttosto, parlami ancora delle tue amiche.

Aspetto di sentire anche della tua gita scolastica.

Nella biblioteca della scuola ho trovato un’enciclopedia dell’Europa con notizie e fotografie di Firenze.

Mi piace la veduta del fiume Arno con un ponte originale, molto più bello di quello che attraversa il Kitakami river.

E una tua fotografia, quando arriverà?

Un amichevole saluto da

 

 

Miyoko Itabashi

Entro in casa di corsa e chiudo piano la porta.
«Alina, sei tu amore?».
«Sì… che traffico!» appoggio la borsetta e subito mi dirigo in salotto dove lui è
là, come tutte le sere a quest’ora, a sciropparsi un qualsiasi programma
sportivo.

Chissà se si accorgerà del mio nuovo look…

«Mi spiace!», dice alzando lo sguardo per una frazione di secondo.

Niente… 

Mi avvicino e getto di proposito le chiavi sul tavolino per fare rumore. Ma lui, 

continuando a fissare lo schermo, aggiunge: «Che c’è di buono per cena?».

Il mio completino …sotto-sotto… però ti dovresti svegliare!

«Alina… per cena?!».
«Uh, sì, Matteo… scusa… c’è del carpaccio con insalata. Altrimenti potremmo
uscire, se vuoi…».
«Tra poco inizierà la partita del Milan… te ne sei dimenticata?».
«La partita!», esclamo sconsolata. «Ok, faccio prima una doccia rilassante…»,
e camminando mi tolgo le scarpe, la giacca…

Niente…

 

«… poi, magari più tardi, mi vedrò con qualche amica…» e chiudo, sbattendo, 

la porta del bagno.

 

                                                 ***

E ti chiedi perché. Perché pensare ad un altro, perché sognarlo, volerlo,

perché averne paura ed essere innamorata del tuo uomo. Cos’ha l’altro?
Perché sembra più uomo? Perché ti fa capire in quel modo che gli piaci?
Perché ha quello sguardo attento, quelle mani delicate ma forti, quella voce
sicura, quel calore umano che ti fa sprofondare? E perché ti bacia in quel
modo sconvolgente e ti stringe tanto forte da non farti respirare? Perché,
quando vuoi smettere, ti trattiene con la sua forza e tu ti lasci andare e ti
scordi d’esistere? Perché vuole ascoltarti? E ti prende la mano, te la sfiora
mille volte con le sue labbra calde, e poi ti si avvicina e tu non puoi fare a
meno di leggere troppe cose chiare e troppe cose scure nei suoi occhi? E
aspetti che ti chiami. Aspetti il suo ciao, grande e profondo come un oceano
… e ci si sente meglio, più sicure, più belle.
E il tuo uomo ti vede più bella. ‘Ma di che cosa brilli? D’amore?’.


Mi sciacquo la testa passando più volte le mani fra i capelli e ricordo quella 

scena…
Sì, quel giorno Matteo mi aveva chiesto proprio così!
Quel giorno, quando tutto era iniziato o forse finito; quando quel braccio
ancora troppo sconosciuto si era improvvisamente frapposto fra me e una
porta; quando avevo percepito il desiderio smodato che avevo davanti, le sue
labbra morbide sul collo, un tocco delicato sul viso…
E poi, a casa, solo abitudine… e quell’occhiata sfuggente tra uno spot
pubblicitario e l’altro…
‘Ma di che cosa brilli? D’amore?’.
D’amore? No… chiamale attenzioni!
Mi lascio percorrere per un po’ dal forte getto d’acqua tiepida che sembra
farmi rinascere.
Quella era la verità… questa è la verità… ora lo sento.
Chiudo il rubinetto e rimango a pensare sotto ad un gocciolìo sempre più fioco.
Attenzioni! Così troppo importanti, fondamentali, innate… ma perché un uomo
non ha quelle stesse attenzioni per la propria donna? Perché è così sicuro di
un amore dato ormai per scontato?
Esco dalla doccia e mi abbandono alla morbidezza dell’accappatoio.
Sì, un grande amore scontato…

Mi guardo allo specchio, ma non mi vedo. I miei occhi, immobili, distinguono 

in quel chiarore solo immagini lontane, felici. Vorrei tanto riacchiapparle!
Smetto di sistemarmi i capelli umidi e rimango con la spazzola a mezz’aria.

Devo agire… non posso più continuare a fingere, a scappare, a cercare 

qualcosa!
Un urlo…

… qualcuno deve aver segnato! Se uscissi adesso, così, non se ne 

accorgerebbe nemmeno…
Aiutandomi con un altro specchio mi controllo la pettinatura, dietro. La mia
schiena, nuda e perfetta, sembra resa ancora più bella e seducente dalla
morbida massa di capelli neri che la percorrono sinuosamente.

Ho una vita davanti… voglio vivere… voglio amare… voglio amore!

Con delicatezza spazzolo via un ricciolo ribelle…

 

… un’ultima chance, sì… un’ultima chance…


E sorrido, sfidando decisa il mio sguardo tagliente che mi penetra fino al cuore. 

 

 

                                                 ***

Poi la porta si apre all’improvviso

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