da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Racconti per Bambini

Scrivere per i bambini è voler migliorare il loro modo di stare al mondo. Fin da piccoli saranno contenti di aver un libro "amico" da portare in viaggio, in vacanza, nel lettino. Leggeranno e vorranno farsi leggere fiabe, racconti, filastrocche, poesie. E più si avranno scrittori per bambini più c'è speranza che crescano adulti lettori.

 

Le persone devono innamorarsi da piccole della lettura. Se questo succede è probabile che per tutta la vita leggano con interesse e passione. Spetta ai genitori e ai nonni leggere ai bambini quando ancora non conoscono la tecnica della lettura. In questo modo l'intreccio tra la bellezza del racconto e l'atmosfera affettiva che si crea tra adulti e bambini contribuirà a far sì che il libro venga considerato l'oggetto più desiderabile. Oggi la lettura e il libro sono in grave pericolo perché altri strumenti come la televisione e il computer possono 

apparire più comodi e divertenti.

Una comunità democratica ha bisogno di cittadini che pensino con la loro testa e la lettura di libri è il mezzo migliore per raggiungere un simile obiettivo. E' per tutti questi motivi che scrivere per i bambini, allo scopo di mettere a loro disposizione una vasta gamma di possibilità, che vada dalla fiaba, alla poesia, al racconto storico o antropologico, riveste un'importanza cruciale nel momento storico in cui viviamo.

Lo scrittore per bambini non deve sentirsi meno importante di quello per adulti; al contrario deve sapere che senza il suo lavoro e il suo impegno è la stessa lettura a correre il rischio di scomparire.

 

                                                                                                       Maria Teresa Fontana Alfieri

 

 

Tanto tempo fa quando il mondo era appena sorto ed era da poco stato popolato dagli animali, si firmò il Primo Accordo degli Animali. Il raduno si sarebbe tenuto nella grotta del leone. Era lui, infatti, a essere stato scelto per presiedere l’assemblea. Il primo ad arrivare fu il tucano, la seconda la coccinella e il terzo l’unicorno. L’ultimo fu invece l’uomo. L’uomo agli occhi di tutti sembrava debole, indifeso e rozzo, addirittura un animale (fra loro usavano il termine bestie, “animale” era dispregiativo ma siccome la natura aveva imposto loro il nome di Regno Animale, ufficialmente si definivano così).

Aveva quattro zampe, due che poggiavano sulla terra e le altre dotate di dita prensili ed era ricoperto di peli.

Finalmente il leone parlò con la sua voce possente e intimidatoria:- Io, che sono stato da voi eletto come presidente di quest’assemblea vi ricorderò ora il motivo del nostro raduno. Abbiamo deciso di incontrarci per discutere su come sfruttare al meglio le risorse di questo pianeta senza provocargli gravi danni.- Applausi e grida seguirono quelle parole. – Dunque è il momento di ascoltare le proposte di ogni specie per scegliere l’idea migliore. Mi raccomando, siamo popoli civili e pertanto agiremo democraticamente,  alzando uno per volta la zampa.- Passarono alcuni secondi dopo i quali si alzò in aria una grande moltitudine di arti molto diversi gli uni dagli altri: c’erano ali, zampone, zampette, code, becchi, pinne… Soprattutto erano visibili a tutti le antenne allungabili della formica, che si prolungavano fino alla volta della caverna. Infine si levò la mano dell’uomo.

 

 

Il leone osservò tutta quella folla di bestie nel suo dominio e si decise:

- La parola alla cimice.-

-Credo che l’unico modo per la convivenza delle specie sia di lasciarci guidare dalla natura nelle nostre azioni, senza tenere conto dei rapporti morali che alla fine sarebbero comunque restaurati.- -Ben detto- gridarono alcuni degli animali. Il leone si alzò per ristabilire ordine e silenzio. –Ottimo, ora la parola al drago di Komodo.- Il drago di Komodo si alzò, facendo risplendere le squame:- Credo che ciò che ha detto la nostra amica cimice sia un punto di partenza molto importante; però non bisogna fraintendersi. Bisogna trovare delle regole per evitare che lo sviluppo della nostra intelligenza provochi danni irreparabili al pianeta in cui viviamo. Non bisogna lasciare che la natura, con le sue leggi sovrane ci dia la forza di evolverci in modo incontrollato e compromettente per se stessa e per le sue regole. Non dimentichiamoci che l’obiettivo di quest’assemblea è la tutela del mondo cui dobbiamo tutto.- Mormorii di entusiasmo e assenso seguirono quelle sagge parole. –E ora, perché no, fatti avanti mostro di Loch Ness.- Il mostro di Loch Ness parlò:- Ma alla salvaguardia delle specie non ci pensate? Noi siamo solo due, io e mia moglie, e potremmo scomparire da un momento all’altro dalla faccia della terra; credo che se si seguisse solo l’ordine della natura, alcuni di noi sarebbero a grande rischio di estinzione. Bisognerebbe permettere loro di vivere in tranquillità e senza problemi.- -Bene, ora tocca all’ermellino.- ruggì il leone. E quello prese la parola

-Ma alcuni animali si nutrono di piante: anche loro vanno rispettate.- -Può rientrare nella conservazione dell’ambiente caro ermellino: ma hai ragione; se si votasse per quell’idea, andrebbe meglio specificato. Tocca al licaone.- E il licaone scosse la sua coda pelosa:-Andrebbe fatto un registro dove conservare i nomi delle specie a rischio estinzione, che potrebbero sottostare a leggi differenti. Credo che debbano essere marcate anche altre differenze, come quella fra gli animali che vivono in branco e quelli che invece non lo fanno. Questi ultimi, infatti, e mi scuso con chi si sentirà offeso, hanno meno possibilità di sopravvivenza e allo stesso tempo è anche meno probabile che si sviluppino. Per questo dovrebbero sottostare a regole meno dure degli altri. Un po’ come se fossero a rischio estinzione.-

Alcuni animali fecero versi offesi a queste parole, ma il leone parlò:- Ora tocca allo Scaphoideus titanus.- E lo Scaphoideus mise in risalto le sue strisce arancioni:- Dunque, riassumendo, l’idea è quella di seguire le leggi della natura senza recarle danni, stabilendo regole speciali per le specie più in difficoltà che potrebbero danneggiare l’ambiente. Ma qual è il modo per fare ciò e allo stesso tempo cercare di svilupparsi? Beh, credo che sia quello di non sfruttare le risorse del nostro mondo ma di adattarci noi stessi all’ambiente. Così la Terra non avrà danni e noi riusciremo ad evolverci, magari più lentamente, ma seguendo le leggi dell’universo.-

 

 

Un gran silenzio seguì quelle parole; poi scoppiarono applausi per quella storica intuizione, e il leone fu costretto a richiamare più volte il silenzio per poter procedere con l’assemblea. Gli animali continuarono a parlare ancora per molto prima di votare, ma il progetto rimase comunque invariato. Erano tutti d’accordo con l’idea di quelli che avevano parlato prima di loro. Solo l’uomo, quando fu il suo turno, disse:- Sono perfettamente sicuro che voi abbiate ragione, ma a mio parere sarebbe consigliabile sfruttare le risorse e diventare più potenti nel modo più conveniente per tutti. Ecco perché mi chiedo se sia obbligatorio firmare il documento finale.- Il leone rispose:- Non capisco a cosa alludi ma certo, non si è obbligati a firmare.- L’uomo sogghignò. Alla fine dell’assemblea gli animali dovettero scegliere un rappresentante dell’intero regno animale e questo incarico fu assegnato alle faraone. Ecco il documento originale:-


A seguito di un acceso dibattito riguardante lo sfruttamento del mondo da parte degli animali, è stata divulgata la seguente Carta dell’Utilizzo delle Risorse della Terra da parte del Regno Animale:

 

 

Il Regno Animale s’impegna a non recare danni al Pianeta Terra, o Pianeta Azzurro, o Mondo per coloro che ci vivono, al fine della convivenza pacifica con tutte le creature e per un immenso se pur lento sviluppo nel rispetto della natura. Per riuscire nell’obiettivo è dunque stato sottoscritto questo documento. Per la risoluzione del problema della convivenza con l’ambiente è stata proposta, accettata e firmata la seguente soluzione:
Ai fini della convivenza senza conflitti e difficoltà morali si è scelto di seguire solamente l’ordine della natura, senza cercare di cambiare il suo corso. Qui sotto sono citate le eccezioni a questa regola. Però seguire la natura potrebbe portare a un’autodistruzione e a uno sviluppo inconsapevole dei problemi ambientali. Da questo deriva la legge massima di questo documento: gli animali, nel loro sviluppo non potranno assolutamente cercare di cambiare l’ambiente a proprio favore ma dovranno mutare per adattarsi a esso.

Elenco delle eccezioni:

 

 

-Specie a rischio estinzione: queste specie sono riportate nel Libro delle Specie a Rischio Estinzione. Esse devono essere rispettate da tutte le altre al fine di preservarne la rarità o unicità.
-Erbivori: gli erbivori devono stare particolarmente attenti a non consumare eccessive quantità di piante al fine di non entrare in conflitto con il Regno Vegetale.
-Specie che si basano sulla forza di un singolo individuo: queste specie si sviluppano meno velocemente e c’è più probabilità che si estinguano, perciò possono abusare fino a un certo limite delle risorse alimentari, solo e soltanto alimentari.


Firma di tutte le bestie che hanno deciso di aderire al documento:
 

Firma di bestie molto attive nell’assemblea: drago di Komodo, licaone, Scaphoideus titanus
Firma del rappresentante del regno animale: faraone
Firma del presidente dell’assemblea: leone

Tutti gli animali firmarono l’accordo. Tutti rispettarono il patto. Tutti tranne l’uomo. Egli non era d’accordo con le idee del resto del Regno. Arrestare lo sviluppo solo per quella scemata che era l’ambiente! Puah! Stupidaggini! Egli non capiva che l’ambiente era importante per l’evoluzione delle specie. Ecco perché non firmò l’accordo. Ecco perché se ne dimenticò completamente. Ecco perché chiama tutti (cani, tigri, gamberetti, polpi, cavallette, falchi…) animali e non bestie come preferirebbero. Addirittura non crede a certi rari animali come gli unicorni e il mostro di Loch Ness. E, questa è veramente divertente, pensa di essere stato lui a inventare l’alzata di mano per parlare. Inoltre è assurdo che degli animali possano firmare, dice lui. Ma in tutto il suo sviluppo l’uomo non è riuscito a salvaguardare l’ambiente e ora che ha capito di aver commesso un grave errore sta cercando disperatamente di provare a rimediare.

Ma presto ci sarà un nuovo congresso per espellere l’uomo dal Regno Animale.

Infatti sembra a tutti che neanche lui voglia più definirsi un animale.

 

C’era una volta una bambina di nome Sfortunella, così era stata soprannominata dalla sua matrigna. Passava tutto il giorno a spolverare lo zerbino, a schiacciare  il grano, a cucire, a vendere al mercato il latte. Un giorno la matrigna le disse: “Sfortunella vai a vendere questo formaggio, se non lo avrai venduto tutto, guai a te!”.

La bambina si incamminò per il villaggio, quando incontrò una ragazza incappucciata che le disse:  “Mi daresti, per piacere, un po’ del tuo formaggio?” Sfortunella buona com’era, glielo diede tutto e la sconosciuta esclamò “Tu sei stata gentile con me, che cosa vuoi in cambio?”

Poiché Sfortunella aveva desiderato fin da piccina un piccolo animale le rispose: “Un uccellino o è troppo?”

Lei sorrise “Il tuo desiderio sarà realizzato!” e con la bacchetta magica fece arrivare un uccellino e glielo offrì. Sfortunella la ringraziò e si incamminò di ritorno  verso casa.

Quando la matrigna vide l’uccellino, notò che aveva un’ala ferita e, come spaventata,  lo rinchiuse subito in una gabbia e arrabbiata mandò Sfortunella a letto senza cena.

La bambina pianse a lungo finché non arrivò la fanciulla straniera che in cambio del formaggio le aveva regalato l’uccellino.

Le chiese perché stesse piangendo e Sfortunella le disse che la matrigna le aveva    rubato il suo regalo,  allora lei fece “mmm…. se l’è ricordato!” poi continuò “cara bambina, io sono una fata” Sfortunella emozionata domandò “allora che cosa facciamo? “ e la fata “dì alla strega che ti sei fatta male e mentre lei ti sgriderà io prenderò l’uccellino” e così dicendo rovesciò un secchio d’acqua addosso alla strega  era tornata e che iniziò a liquefarsi.

Come per incanto la brutta casa diventò in una magnifica dimora e l’uccellino si trasformò in una donna bellissima che esclamò: “Figliole mie!”  Sfortunella allora chiese stupita “Sei la mia mamma?” e lei rispose felice “Tanto tempo fa io ti avevo messo al mondo e questa fata è la tua sorella maggiore. La strega, un  giorno, trasformò me in un uccellino e portò via te. La strega mi ferì a un’ala per riconoscermi, ma io diedi la bacchetta a tua sorella con la raccomandazione di cercarti e lei c’è riuscita. Ora siamo insieme e nessuna strega ci potrà mai più separare. Mia cara piccola, il mio nome è Isabel, tua sorella si chiama Emily e tu Fortunella.”

E così vissero per sempre tutte e tre felici e contente.

 

Ero lì, con le guance bagnate di lacrime. Ero sola e persa, aspettavo qualcosa con i piedi immersi nelle onde dell’oceano Maros. Non ricordo come c’ero finita, ma sono certa che ero confusa, ogni onda che passava mi riempiva di dolore, di malinconia ….
Ma ricordo benissimo il paesaggio intorno a me, le creature più strambe che potessi immaginare: delfini volanti, colibrì cantanti, piccole tartarughe danzanti con gusci dal colore dell’arcobaleno, delle specie di aironi di cinque metri, con musi affusolati ed il becco ricurvo.
Quelle bellissime creature guardavano in cielo, io seguii i loro sguardi e cosa vidi? Tre soli!!!
Ero talmente colpita che, lo ammetto, aspettavo con ansia la sera per vedere quante lune ci sarebbero state .
E invece mi svegliai .
Alla mattina volevo continuare il mio sogno, ma arrivò mia madre e feci il broncio per tutto il giorno!
Fortunatamente la sera seguente, dormendo, precipitai nel vortice che portava al sogno della notte precedente.
Mi svegliai sulle morbide radici di Mubala, “ l’albero dei ricordi”. La sua chioma era color pervinca, il tronco era verde smeraldo, e i suoi incredibili frutti viola fosforescenti; restai a bocca aperta non solo per il suo aspetto, ma anche per la lieve melodia che proveniva dalla cavità del suo tronco.
Non avevo mai sentito una musica così melodiosa, così dolce e ipnotica come una ninna nanna. E gli splendidi colibrì, posati in fila sui rami, facevano il coro .
Non so dopo quanto tempo di ascolto incantato, mi venne voglia di fare un tuffo e ... magia! Ad ogni bracciata, l’acqua cambiava colore: prima rosa, dopo rubino e persino color perla. Non potevo resistere, dovevo vedere come era sotto: un gran respiro e ... giù !! Sotto era un caleidoscopio, infiniti colori mai visti e creature surreali: cavallucci marini (come alle giostre), coralli inverosimili e delfini pronti a spiccar il volo che danzavano con draghetti marini. Tanta era la meraviglia che non mi resi conto che era tempo di prender fiato, e allora a malincuore, su !! In superficie.
Esausta sulla spiaggia, finalmente apparvero quattro lune, tutte perfettamente posizionate sui punti cardinali, per non parlare delle stelle! Milioni, miliardi di stelle! Metà delle quali erano cadenti e magiche. Quanti desideri ho espresso in un attimo! Ho persino perso il conto. Sicuramente non ero la sola a veder quello spettacolo e mentre guardavo l’ immenso cielo, mi accorsi che Mubala stava cantando “across the universe” (molto imbarazzante, ma anche commovente). A questo punto, volete sapere cosa stavo aspettando? E perché ero triste?
Allora, stavo aspettando una cosa molto importante: IL CORAGGIO, ed ero triste appunto perché non arrivava. (beh, a 9 anni può succedere) .

MA QUALCOSA MI DICEVA CHE QUESTA AVVENTURA ME NE AVREBBE FATTO TROVARE UN PO'.

 

Ci affascina ciò che ci rende felici,
come ci cattura ciò che può renderci tristi.
Cerchiamo quella perfetta via di mezzo,
perché la felicità ci sembra una presa in giro,
come un serpente che danza prima di attaccare.
Ci sentiamo felici come camminare su una lastra di ghiaccio,
fragile,
sempre pronto a spezzarsi,
e a catapultarti nell’acqua gelida.

 

Ci attira ciò che è diverso,
chi ha la nostra carica opposta,
chi colma i nostri vuoti,
a chi noi possiamo colmarli.
Vogliamo sentirci utili,
anche se magari ci sentiamo piccoli,
incapaci di fare qualcosa di grande,
e ci facciamo piccoli,
ci rendiamo incapaci,
lasciamo perdere sogni perché troppo grandi per il nostro cassetto,
ci diciamo che siamo impossibili,
semplicemente perché ci crediamo troppo fragili per pensare il contrario.

 

Pensiamo troppo e agiamo troppo poco,
ci rendiamo conto del passare del tempo solo quando è passato,
capiamo che è troppo tardi quando iniziamo a capirci qualcosa.
Abbiamo paura di sbagliare,
tanto è inculcata l’idea malata della perfezione dentro di noi,
la cui ricerca è tanto vana,
tanto quanto cercare di ammirare le stelle in pieno giorno.

E siamo così, come le stelle a mezzogiorno,
troppo poco brillanti da farci vedere di giorno,

e troppo piccole per farci notare di notte.

 

C’era una volta una coppia di anziani contadini che vivevano con il loro nipotino di cinque anni in un vecchio casolare ai margini di un bosco.

Il nonno, di nome Arturo era un uomo piuttosto schivo di carattere, molto alto di statura e di corporatura talmente esile che pareva muoversi sospinto dal vento. Il suo viso era smunto e gli occhi grandi e velati, lasciavano trasparire una forte determinazione. I capelli argentei e la lunga barba lo facevano apparire ancora più vecchio e severo. Indossava un paio di pantaloni colore terra bruciata rattoppati e consumati ai bordi e una camicia a scacchi, i cui colori originari potevano essere stati il verde e il giallo; ai piedi portava un paio di logori stivali neri con dei legacci marrone.

Nonna Letizia invece era una vecchietta non molto alta e rotondetta nelle forme; portava lunghi capelli argentei, sempre raccolti ordinatamente sulla nuca. Il suo viso era rotondo, lo sguardo era illuminato da due occhi azzurro cielo, trasparenti e vivaci come l’acqua di un ruscello; guardandola era facile comprendere la solarità del suo carattere. Pure lei possedeva un unico vestiario: un vestito nero scolorito dai frequenti lavaggi e un grembiule azzurro, con ricamate su un bordo le proprie iniziali.

Il nipote Felice, che viveva con loro da quando era rimasto orfano, era un bambino esile di corporatura, pur essendo un ghiottone. I suoi capelli color grano maturo erano di un riccio ribelle, gli occhi grandi e espressivi parevano ambra. Vestiva un paio di pantaloni alla zuava di colore ocra e un maglioncino di maglia arancione confezionato dalla nonna.

Era un bambino molto allegro, socievole e disponibile, anche se peccava spesso di cocciutaggine: difficilmente si lasciava convincere, anche quando aveva torto. La nonna, con la quale Felice trascorreva buona parte della giornata, si dimostrava sempre paziente e disponibile a perdonargli ogni marachella, mentre il nonno, meno indulgente e permissivo, stabiliva e conferiva le punizioni, che spesso consistevano nel ripulire il pollaio o sistemare la legna nel porticato.

Entrambi i nonni erano ancorati a un forte senso del dovere e, pur conducendo una vita appartata e tranquilla, si mostrarono in molte occasioni solidali verso le altre persone del villaggio e, per questo, erano molto stimati da tutti. Nei momenti difficili sapevano rimboccarsi, come si suol dire, le maniche e superavano le avversità con determinazione e coraggio, grazie anche alla forte armonia che li univa.

Il nonno usciva da casa di mattino presto, al primo albeggiare; la nonna gli preparava oltre a una frugale colazione, alcuni panini che poi riponeva insieme a una bottiglietta di vino nella sacca. Nonno Arturo si occupava oltre che del proprio fazzoletto di terreno, anche dell’esteso podere di un ricco signore di città, e per questa mansione era retribuito con pochi denari, sufficienti a sfamarli; nel periodo di raccolta poi, portava a casa anche alcuni prodotti della terra. Nei mesi più freddi, invece, il nonno si assentava per lunghi periodi, perché andava a lavorare in luoghi lontani; tornava soltanto alla vigilia di Natale, per poi ripartire pochi giorni dopo. Felice, fin da piccolo, aveva associato la sua partenza alla macellazione del maiale, in quanto era l’avvenimento che la precedeva.

La nonna si occupava invece del pollaio e in inverno, quando il nonno era lontano, anche delle mucche e della campagna. Era sempre molto affaccendata, ma di sera, anche se stanca e affaticata, si sedeva sulla sedia a dondolo vicino al fuoco e raccontava delle storie al nipotino. Era molto abile nel raccontare e Felice la ascoltava con attenzione rapita. I racconti della nonna avevano spesso come protagoniste delle streghe molto malvagie che vivevano nel bosco, di cui lei stessa diceva avere molta paura. La nonna diceva che queste megere all’imbrunire compivano sortilegi e talvolta, si riunivano attorno a un falò o a un albero di noce, con bastoni e violini, per danzare fino alle prime luci del mattino. Queste streghe avevano poi la capacità di potersi trasformare in animali feroci e una delle trasformazioni preferite era quella in gatti selvatici. Di giorno, raccontava la nonna, si mescolavano tra la gente del villaggio, ma questo non costituiva un problema, perché alla luce del sole erano innocue, in quanto non potevano esercitare le loro stregonerie. Pure a lei era accaduto di imbattersi in una di queste streghe e l’aveva riconosciuta dall’aspetto piuttosto bizzarro e stravagante: indossava, infatti, una lunga veste colore blu notte, con sopra un mantello sdrucito e aveva i capelli lunghissimi e bianchi come la luce della luna.

Con i suoi racconti sulle maghe, la nonna intendeva dissuadere il nipote dall’inoltrarsi nel bosco vicino. Fin da piccolo, infatti, Felice aveva espresso il desiderio di esplorare quel bosco, ma a ogni sua richiesta la risposta era stata perentoria e decisa. La nonna non aveva compreso che i suoi racconti, anche se impressionanti e spaventosi, andavano ad alimentare e quindi ad accrescere questo desiderio del nipote: lo incuriosiva vedere con i propri occhi che cosa ci fosse nel bosco stregato.

In effetti, nella boscaglia vicina viveva una strega.

Berenice, questo era il suo nome, era una maga dall’aspetto gradevole anche se non più giovanissima; esile e slanciata, aveva occhi grandi verde smeraldo e lunghissimi capelli dorati. La sua pelle liscia e vellutata sembrava porcellana finissima; indossava abiti in seta leggera dai colori piuttosto sgargianti che le coprivano i piedi sempre nudi. La sua dimora era un grazioso castello ricco di torri; in una di queste vi era una grande stanza circolare sul cui soffitto blu, a cupola, erano disegnate le stelle e i pianeti in movimento, mentre sul pavimento era raffigurata la mappa del bosco con i suoi sentieri e laghetti. In questa stanza, sulla cui porta era incisa la scritta “sala delle predizioni”, la strega trascorreva buona parte del suo tempo insieme ai suoi valenti collaboratori, una ventina di topolini bianchi.

Un mattino, alle prime luci dell’alba, Berenice fu svegliata di soprassalto da uno squittio intenso e continuo. Scese dal letto, indossò una vestaglia di seta blu notte con stelline dorate ricamate e uscì dalla stanza. Lo squittio dei topolini si faceva sempre più intenso man mano che si avvicinava alla stanza circolare; aprì la porta e vide le gabbiette aperte e i piccoli roditori che si muovevano concitatamente. Notò poi che tre topolini erano invece fermi, quasi pietrificati, con occhi sbarrati sopra la crocetta che indicava sulla mappa il vecchio casolare. Spostò lo sguardo e vide che, nel frattempo, anche gli altri topi si erano fermati. Li osservò con attenzione e notò che avevano rappresentato il numero ventiquattro. Non ci volle molto tempo perché Berenice comprendesse ciò che i topolini intendevano comunicarle: il  giorno ventiquattro qualcosa di funesto sarebbe accaduto al casolare vicino al bosco; quindi, quelle persone così discrete e tranquille, che spesso aveva osservato nascondendosi tra i cespugli, sarebbero state in pericolo. Ad un tratto, il cielo dipinto sul soffitto a volta si fece viola, la stanza si oscurò e un imperioso tuono preceduto da un abbagliante lampo trafisse il silenzio fino a quel momento ovattato. La strega alzò quindi lo sguardo verso la volta dove le apparve l’immagine del vecchio casolare completamente scoperchiato, poi il soffitto si scurì.

Era una fredda serata di novembre: mentrela nonna stava lavando i piatti nell’acquaio, Felice vide sul davanzale della finestra un gatto nero dagli occhi gialli e rotondi come fanali. Si stropicciò gli occhi e lo fissò con più attenzione: la sua occhiata fu ricambiata. Non raccontò nulla alla nonna e per alcune sere il gatto puntualmente ricomparve sul davanzale; Felice si era sempre limitato ad osservarlo dal vetro, poi una sera, con la scusa di andare a controllare se la stalla era stata ben chiusa, uscì nel cortile con in tasca un pezzetto di pane, che aveva nascosto durante la cena; così avvenne il primo incontro. Riparatosi dal freddo sotto al porticato, Felice sbriciolò il pane su un pezzo di cartone e il gatto che lo aveva seguito, cominciò dapprima a strofinarsi sui pantaloni e a fare le fusa, in segno di gratitudine, poi si mise a mangiare. Allora Felice, per nulla impaurito, accarezzò il felino e iniziò a giocare con lui. Poi, per timore che la nonna lo venisse a cercare, rientrò in casa e dalla finestra vide il gatto dirigersi verso il bosco.

Questi piacevoli incontri durarono per molte sere; Felice aspettava con gioia e trepidazione l’arrivo dell’amico, poi però, improvvisamente il gatto non si presentò più. La sera del 23 dicembre Felice stava osservando dalla finestra sconsolato, quando vide due grandi fari gialli provenire dal bosco e subito capì: il suo amico era finalmente ritornato. Aspettò che la nonna si fosse addormentata, indossò il suo pastrano marrone, il berretto di lana, la sciarpa e uscì. Soffiava un vento gelido e nel cielo era disegnata una luna tonda ma sbiadita. Si avvicinò con passo spedito al bosco, poi si addentrò percorrendo un sentiero la cui erba umida e argentea era stata calpestata. La flebile luce della luna permetteva di distinguere a mala pena la direzione del sentiero che si faceva sempre più stretto. Ad un tratto l’impervio sentiero si spalancò sul bordo di un laghetto: l’acqua incredibilmente verde e trasparente era illuminata come fosse giorno. Felice alzò gli occhi verso il cielo e, con suo grande stupore, vide brillare tre splendide lune verdi. Si avvicinò cautamente al bordo dello specchio d’acqua e vide riflessa, al posto della sua immagine, quella del gatto nero. Allora si guardò attorno: sentiva miagolare, ma il felino nero non c’era. Cercò di capire da dove provenisse il suono e con grande stupore scoprì che proveniva dallo specchio dell’acqua. Si protese per osservare più da vicino e cadde nel laghetto. Tentò di nuotare verso la riva ma si sentì trattenere da qualcosa, poi un vortice enorme lo risucchiò e fu inghiottito dalla corrente.

Quando si svegliò, davanti a lui vi era un castello, con finestre illuminate e tante torrette che si stagliavano nel cielo blu della notte. Si guardò attorno, ma tutto era incredibilmente buio, poi improvvisamente apparve dinanzi a lui l’amico gatto che gli sorrise e iniziò a muoversi in direzione del castello. Per qualche istante Felice esitò a seguirlo, allora il gatto si rivolse a lui e sussurrò con tono suadente “ Non temere Felice, seguimi, amico!”

Il bambino stupefatto ma consapevole che tornare indietro gli era impossibile, lo seguì fino al portone del castello. Il gatto prese, con una zampa, le chiavi dorate da un vaso di terracotta sospeso a mezz’aria e aprì il maestoso ingresso di legno di quercia: dinanzi a loro si spalancò un grande salone con un lungo tavolo ovale al centro, apparecchiato con piatti e posate d’oro e calici di cristallo, poi all’improvviso apparve una miriade di stuzzicanti pietanze e, invitato dal gatto, Felice iniziò a mangiare. Poiché tutto era squisito, si rimpinzò a più non posso, e poi esausto si addormentò sulla sedia.

Al risveglio si ritrovò in una stanza circolare, in un letto a baldacchino avvolto in lenzuola di lino dal gradevole profumo di lavanda. Si alzò, si avvicinò all’unica finestra della stanza, spostò le tende di velluto viola e capì di trovarsi in una delle torri del castello: guardò il cielo e vide splendere le tre lune piene. In quel momento sentì bussare alla porta e un istante dopo apparve il gatto che lo invitò a scendere per la colazione. Affamato come il solito, Felice seguì il gatto fino al salone dove aveva cenato la sera prima. Sul tavolo c’erano oltre al latte, tea e caffè, pasticcini e una caterva di torte: alle mele, ai mirtilli, al cioccolato, alla marmellata…, e naturalmente il golosone si abbuffò di nuovo.

Nel frattempo al casolare era rientrato il nonno e ad accoglierlo aveva trovato Letizia in lacrime per la scomparsa del nipote. Fuori pioveva a dirotto, si percepivano tuoni in lontananza e a tratti il cielo era illuminato da improvvisi e accecanti lampi, ma Arturo e Letizia decisero comunque di iniziare subito le ricerche. Indossarono i loro pastrani e gli stivaloni di gomma e uscirono. Dopo avere cercato invano il nipote nel villaggio e nelle campagne vicine, sconsolati e tristi, si stavano incamminando verso il casolare quando davanti a loro apparve il gatto nero, che iniziò a miagolare; intuirono qualcosa di strano in quell’animale e poi compresero: il suo pelo era perfettamente asciutto, anche se stava cadendo una fitta pioggia.

Per un istante si guardarono perplessi, poi decisero, con un semplice sguardo di intesa, di seguire quel gatto. Si inoltrarono così nel boschetto, percorsero lo stretto e impervio sentiero fino al laghetto. La pioggia era cessata, nel cielo violaceo brillavano le tre lune verdi e sullo specchio dell’acqua apparve riflessa l’immagine del nipote: d’istinto la nonna si sporse, così cadde nell’acqua e il nonno, nel tentativo di salvare la moglie, cadde pure lui. Furono risucchiati da forti correnti e scomparvero per riapparire, pochi istanti dopo, nel grande prato erboso ai piedi del castello dalle tante torri. Seguirono senza alcuna esitazione il gatto fino all’ingresso del castello.

Il portone si aprì e videro così il loro adorato nipote che stava ancora rifocillandosi al tavolo dei dolci; sui loro volti si dipinse un radioso sorriso e poi si abbracciarono a lungo. Furono interrotti da una voce che proveniva dall’alto, alzarono lo sguardo verso il soffitto a cupola, su cui era comparso un cielo terso con un sole luminoso al centro, e videro apparire una donna dai lunghi capelli dorati e dalla veste azzurro cielo.

“Benvenuti, il mio nome è Berenice e sono felice di accogliervi nel mio castello. Qui ogni vostro desiderio sarà esaudito. Siete miei graditi ospiti!” disse la strega con tono cortese; seguì un lungo silenzio sbalordito, poi il nonno chiese con voce esitante:” Grazie della sua gentile ospitalità, signora maga, ma quando possiamo tornarcene a casa?” Allora la strega rispose:” Quando meglio vi garba, cari amici, la mia missione è ultimata, se lo desiderate vi posso condurre a casa anche ora.” Felice cercò di convincere i nonni a restare ancora un poco, per potere riempire la pancia ancora di più, ma il nonno espresse il desiderio di tornare a casa. La strega li accompagnò così fino all’ingresso del sentiero dove si salutarono.

Felice e Berenice si scambiarono una rapida strizzata d’occhi: erano certi che si sarebbero rincontrati.

Usciti dal bosco, dinanzi alla famigliola, apparve per un istante il vecchio casolare scoperchiato e distrutto, ma un attimo dopo la loro casa ritornò quella di sempre. Entrarono nella piccola cucina e videro il tavolo imbandito con pietanze gustosissime.

Felice notò un biglietto poggiato su una mensola: era scritto con inchiostro verde e vi erano disegnate tre lune verdi e un gatto nero accovacciato su un ramo di una grande quercia; subito comprese chi l’avesse scritto. Lo consegnò al nonno che lesse ad alta voce: ” Bentornati, cari vicini. Con amicizia, Berenice.”

Appena Arturo ebbe terminato di leggere, il nipotino si tuffò su un piatto di pasta al ragù e, dopo un attimo di esitazione, anche lui e Letizia cominciarono a mangiare quelle prelibatezze.

Il giorno dopo, alcuni conoscenti li informarono che, la notte precedente, era caduto un fulmine vicino al boschetto e che avevano temuto per loro in quanto, proprio in direzione del loro casolare, si era sollevata un’enorme nuvola di fumo.

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