da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Racconti per Bambini

Scrivere per i bambini è voler migliorare il loro modo di stare al mondo. Fin da piccoli saranno contenti di aver un libro "amico" da portare in viaggio, in vacanza, nel lettino. Leggeranno e vorranno farsi leggere fiabe, racconti, filastrocche, poesie. E più si avranno scrittori per bambini più c'è speranza che crescano adulti lettori.

 

Le persone devono innamorarsi da piccole della lettura. Se questo succede è probabile che per tutta la vita leggano con interesse e passione. Spetta ai genitori e ai nonni leggere ai bambini quando ancora non conoscono la tecnica della lettura. In questo modo l'intreccio tra la bellezza del racconto e l'atmosfera affettiva che si crea tra adulti e bambini contribuirà a far sì che il libro venga considerato l'oggetto più desiderabile. Oggi la lettura e il libro sono in grave pericolo perché altri strumenti come la televisione e il computer possono 

apparire più comodi e divertenti.

Una comunità democratica ha bisogno di cittadini che pensino con la loro testa e la lettura di libri è il mezzo migliore per raggiungere un simile obiettivo. E' per tutti questi motivi che scrivere per i bambini, allo scopo di mettere a loro disposizione una vasta gamma di possibilità, che vada dalla fiaba, alla poesia, al racconto storico o antropologico, riveste un'importanza cruciale nel momento storico in cui viviamo.

Lo scrittore per bambini non deve sentirsi meno importante di quello per adulti; al contrario deve sapere che senza il suo lavoro e il suo impegno è la stessa lettura a correre il rischio di scomparire.

 

                                                                                                       Maria Teresa Fontana Alfieri

 

 

A Pratorotondo, piccolo villaggio di montagna, viveva Chiaraluce, una ragazza di tredici anni rimasta orfana . Chiaraluce abitava con la zia in una graziosa casetta dietro la piazza della fontana. D’estate saliva all’Alpenera a pascolare le mucche della vecchia Diamantina, una vedova che si diceva fosse una strega; qualcuno in paese sussurrava che fosse stata proprio lei a spaventare a morte suo marito la notte in cui l’aveva sorpresa nella stalla mentre si trasformava in una malefica maga.

Diamantina, dagli occhi verde ghiaccio taglienti come un brillante, faceva sgobbare Chiaraluce; quando la ragazza rientrava dal pascolo la mandava a togliere lo strame, mungere le mucche, prendere le fascine di legna e accendere il fuoco sotto il paiolo. A cena, le dava due fette di polenta fredda e un misero pezzo di formaggio con una crosta di pane. Ma Chiaraluce era contenta di lavorare per aiutare la zia: accettava il dispotismo di Diamantina e la sera si coricava perfino contenta sopra il suo pagliericcio.

La ragazza passava molte ore sui prati. Sedeva sotto le balme di Pagliasecca e fantasticava guardando le nuvole correre in cielo; contemplava le cime delle montagne, seguiva le danze delle farfalle tra i fiori, accarezzava l’erba fresca sotto i suoi piedi. Dolcemente cantava “Vorrei volare più in alto del falco, vorrei saltare come il camoscio, vorrei giocare con le marmotte …”

Un giorno le parve di essere osservata. Guardandosi intorno inquieta, d’un tratto vide sbucare da dietro le rocce di Pagliasecca uno gnomo: basso, cicciottello, fino buffo con quella barba fluente che gli arrivava alle ginocchia. Il timore, che le aveva fatto correre i brividi lungo la schiena, mutò in un sorriso. “Ciao”, disse rassicurata, “chi sei?”

“Ciao, rispose lo gnomo avvicinandosi, mi chiamo Selvaggio, vivo nel bosco dietro la malga. Sono giorni che ti sento cantare e volevo conoscerti. Guarda, disse aprendo la sacca che portava a tracolla, ho un regalo per te.” E le donò un’armonica ricavata dal legno di un noce secolare verniciata d’oro. “Impara a suonarla, aggiunse, non è difficile. Quando poi vorrai chiamare le mucche che si disperdono per i pascoli, avrai solo da fare tre brevi fischi tenendo schiacciato qui il mignolo e l’anulare della mano sinistra; vedrai, tutte verranno verso di te. Così la vecchia Diamantina non ti sgriderà più perché arrivi tardi la sera. Tienila, ti farà compagnia!”

Chiaraluce ringraziò e quello stesso pomeriggio all’ora di radunare la mandria, provò a soffiare nell’armonica così come le aveva insegnato lo gnomo Selvaggio. Con suo stupore, le mucche le arrivarono subito vicino a lei e la seguirono in buon ordine verso l’alpeggio senza più allontanarsi.

*****

Anche quell’anno, come ogni anno in alta montagna, l’estate passò veloce con giornate che via via si facevano più brevi. Già la brina sui prati a settentrione nelle ore calde faticava  a sciogliersi. Chiaraluce era diventata davvero brava a suonare l’armonica; aveva anche composto la musica per la sua canzone “Vorrei volare più in alto del falco, vorrei saltare come il camoscio, vorrei giocare con le marmotte …”

A fine settembre una nevicata precoce imbiancò i pascoli dell’Alpenera. Seguirono giorni di vento e nuvole basse, di freddo troppo intenso per la stagione. Diamantina decise allora di scendere a valle. “Domani io vado in paese con le bestie, disse, tu pulisci per bene la stalla e la casa, carica le tome sulle gerle di Mulo e poi raggiungimi. Ma, ricorda, e alzò la voce minacciosa, voglio che quassù sia tutto a posto! Mettici il tempo che ci vuole, e fai un lavoro ben fatto!” Chiaraluce fece segno di sì con la testa.

La mattina dopo, approfittando di una schiarita, la vecchia partì con la mandria lasciando la ragazza sola insieme a Mulo. Chiaraluce lavorò due giorni per pulire e riordinare; quindi, controllato che nel focolare l’ultima cenere fosse fredda, caricò il formaggio sul dorso di Mulo e chiuse la stalla. La malga era avvolta da una nebbiolina sottile, nuvole si condensavano e si gonfiavano mosse dal vento gelido. Tutto intorno tanta neve.

A metà discesa, immersa in una nebbia sempre più densa, Chiaraluce fermò Mulo e decise di aspettare che tornasse un po’ di visibilità. Per ingannare l’attesa parlava a Mulo e ogni tanto soffiava nell’armonica il suo motivetto. Ma, aspetta un’ora, aspetta due, la nebbia proprio non si diradava. Sembrava che una mano maligna, confusa dalla nebbia, chiudesse la valle. Intanto cominciava a fare buio. Chiaraluce allora decise di muoversi. “Mulo, vai avanti”, gli disse preoccupata, “su, dai!” E Mulo si avviò. Dopo poco, però, in mezzo alla neve, confuso dalla foschia, sbagliò strada al punto da trovarsi davanti a un precipizio: lì si arrestò, terrorizzato fiutava il vuoto davanti a sé,. Chiaraluce lo incitava “Dai Mulo, torniamo indietro che viene notte!”

Niente da fare, l’animale non si muoveva. Stava lì, inchiodato, testardo come un mulo. La ragazza allora gli andò davanti e cominciò a spingerlo dal muso per invitarlo a voltarsi e a risalire. “Dai Mulo, dai, girati, torniamo all’Alpenera!” Ma ogni tentativo si rivelò inutile. In quello spingere con tutte le sue forze, a un tratto Chiaraluce perse l’equilibrio e scivolò nel burrone. Rotolò senza gridare né far rumore sulla neve, arrivò fino in fondo al canalone dove si fermò. Lì, nel silenzio pesante, congelata si addormentò..

Mulo, spaventato, si voltò e scappò verso il monte rovesciando il carico con i formaggi che rotolarono anch’essi in fondo al canalone: di lui nessuno seppe mai più nulla.

In paese, dopo aver visto arrivare Diamantina da sola, la zia di Chiaraluce si era allarmata e a poco valsero le parole della vecchia che cercava di tranquillizzarla. “Domani, massimo dopodomani, tua nipote arriverà!”

Passata una settimana, sempre maledicendo la strega, la zia chiese aiuto ai giovani del villaggio perché salissero fino alla malga a cercare Chiaraluce.  Partirono in dieci di buon mattino, si trovarono presto a pestar neve e arrivarono all’alpeggio trovandolo chiuso; di Chiaraluce nessuna traccia. Altra neve, nel contempo caduta copiosa, aveva cancellato le orme del passaggio della ragazza e di Mulo. Senza perdersi d’animo, insieme anche agli uomini del paese, per più giorni i giovani batterono tutta la valle; ma ogni loro ricerca fu vana, Chiaraluce e Mulo sembravano proprio spariti. La zia ne fece una malattia terribile; si chiuse in casa, smise di parlare, rifiutò il cibo e, vinta dal dolore, prima di Natale si lasciò morire.

*****

Quell’inverno cadde tanta neve come non si era mai vista. Sembrava che la primavera non volesse proprio arrivare, finchè, seppure in ritardo, si fece timidamente avanti. E con la primaverà anche lo gnomo Selvaggio riprese a camminare per prati e boschi. Fu lui a trovare in fondo al canalone la bisaccia con l’armonica che aveva donato a Chiaraluce; infatti, rotolando  in quella lunga caduta, la borsa che la ragazza portava a tracolla era scivolata lontano. Selvaggio si guardò intorno alla ricerca di Chiaraluce; davanti a lui, però, si alzava solo una gigante valanga spessa ancora almeno due metri. Sicuramente la ragazza era sepolta lì sotto.  .

Emozionato, lo gnomo aprì la sacca della fanciulla, trovò l’armonica, l’accarezzò scaldandola tra le ruvide mani, quindi, ricorrendo ai suoi poteri magici, compì un incantesimo:dicendo “Se un giovane di Pratorotondo suonerà quest’armonica prima che la neve, sciogliendosi tutta, restituisca il corpo di Chiaraluce, lei si sveglierà dal suo sonno. Altrimenti, si unirà all’acqua del disgelo e nessuno la troverà più!”

Era prossima la primavera, nella valle ora i narcisi profumavano i pascoli liberi dalla morsa gelida dell’inverno. Un giorno Scricciolo, uno dei giovani che in autunno avevano partecipato alla ricerca di Chiaraluce, decise di battere la zona dell’Alpenera per vedere se trovava qualche segno della ragazza. Camminò su e giù per prati e colli per tutto il giorno e quando si sedette sotto le balme di Pagliasecca, sfinito e deluso, si addormentò.

“Vorrei volare più in alto del falco, vorrei saltare come il camoscio, vorrei giocare con le marmotte …” Una voce dolcissima lo accompagnò nel sonno. “Vorrei volare più in alto del falco, vorrei saltare come il camoscio, vorrei giocare con le marmotte …”

Scricciolo si svegliò di soprassalto con nelle orecchie ancora quel dolce canto. Ai suoi piedi vide l’armonica di legno di noce dalla vernice d’oro; la raccolse, l’avvicinò alle labbra e cominciò a suonare la musica della canzone sentita nel sonno. Le note, leggere, sulle ali del vento si diffusero per la valle: passarono alte sopra le pinete, rimbalzarono contro le guglie delle montagne e infine si infilarono giù per il canalone dove giaceva Chiaraluce ormai quasi del tutto libera dalla neve..

E in quel momento avvenne la magia!

Come animata da un soffio magico, la ragazza si risvegliò. I suoi occhi, chiusi da tanti mesi, rividero il sole, l’aria tersa della primavera la sfiorò in un brivido di vita. Lentamente si alzò, si specchiò stupita nell’acqua dove la neve si stava sciogliendo. Riconobbe il suono della sua armonica e d’istinto alzò lo sguardo: Scricciolo era lassù, in cima al dirupo, più stupito di lei, e la guardava. Con cautela, il ragazzo scese e le venne vicino: l’abbracciò a lungo, poi insieme risalirono alle balme di Pagliasecca. Nascosto dietro le rocce, lo gnomo Selvaggio si asciugò una lacrima.

*****

E la vecchia Diamantina? Proprio lo stesso giorno stava avviandosi verso l’Alpenera insieme alle sue mucche, e camminava al fondo della mandria, tirando per la cavezza l’asina Camilla appena comperata per rimpiazzare Mulo. Mentre attraversava un torrente, impetuoso a causa del disgelo, il vento portò le note della melodia suonata da Scricciolo. Camilla, forse per paura di passare sulle pietre sdrucciolevoli, diede uno strattone improvviso alla corda e fece cadere Diamantina nell’acqua; la donna picchiò violentemente la testa contro un masso e perse i sensi, subito la corrente la trascinò a valle tra il fragore dei sassi.  Quando il torrente divenne fiume quieto fu ritrovata lontano, in una pozza vicino a riva misteriosamente sepolta sotto forme di toma dure come pietre. Le sue mucche, intanto, si erano fermate incustodite a pascolare sull’erba di Pagliasecca,  fino a quando da lì non passò Chiaraluce che suonava l’armonica. Le bestie la riconobbero e la seguirono; si unirono insieme a quelle di Scricciolo all’alpe di Pian delle Stelle e diedero tanto buon latte in tante stagioni felici.

Lo gnomo Selvaggio, passando un giorno di lì, volle testimoniare l’amore dei due giovani facendo loro un regalo che rimanesse a perenne memoria. Con la sua abilità, intagliò il volto di Scricciolo e di Chiaraluce in un vecchio ceppo d’abete che segna il sentiero per i pascoli alti. Terminata l’opera la fissò e, pronunciando una formula segreta, grazie ai suoi poteri magici la pietrificò. Ancora oggi chi sale ai prati di Pian delle Stelle può ammirare l’espressione serena di due ragazzi che né gli anni né le intemperie hanno minimamente scalfito.


Era il 13 febbraio e sfortunatamente era un venerdì. M’imbarcai su un battello diretto a New York, dove dovevo recarmi per lavoro, ignara del destino che mi aspettava. I primi giorni passarono velocemente e tranquillamente, ma la notte del 17 febbraio accadde il finimondo: le onde erano alte più di sei metri e l’imbarcazione passava dalla cresta di un cavallone all’altra. Nel cielo c’era una battaglia di tuoni, lampi, fulmini e pioggia scrosciante. Quel poco che mi ricordo di quel disastro è che a un certo punto la nave si inclinò paurosamente verso destra e la porta della mia cabina si spalancò facendomi ruzzolare fuori. Guardando il ponte del galeone vidi che non c’era più nessuno, questo mi fece pensare che i marinai e il resto dell’equipaggio fossero annegati in mare. Mentre pensavo, senza accorgermene fui sbattuta dalle onde contro l’albero maestro. Mi risvegliai dopo quell’incubo e la prima cosa che vidi fu un mare limpido e calmo. Mi ricordai della tempesta del giorno prima, e capii che il mare si era finalmente calmato. Mi alzai faticosamente da dove il mare in burrasca mi aveva depositata: era una spiaggia dorata, e alle mie spalle vidi una foresta tropicale. Incominciai a perlustrare il luogo in cui mi trovavo. Nel pomeriggio ritornai dalla perlustrazione. A sud dell’isola c’era un vulcano alto un centinaio di metri ormai spento. A nord una caverna molto buia e lunga. Ad est una cascata che sfociava in un lago: per mia fortuna l’acqua era potabile. Infine ad ovest c’era una spiaggia molto estesa. Io mi trovavo in quella spiaggia. Verso il tramonto scoprii che la foresta vicino alla spiaggia era ricca di vegetazione commestibile: banane, datteri, noci di cocco e bacche. Passai la notte nella caverna umida e buia. Il giorno seguente iniziai a raggruppare i resti della nave che si erano depositati durante la notte sulla spiaggia. Verso le 10.30 avevo costruito una capanna abbastanza ampia da poterci camminare dentro e all’esterno una recinzione di pietra e  legno: non che ci fossero animali pericolosi, ma così mi sentivo più sicura. A mezzogiorno sentii una fame indescrivibile, perciò aprii con una sasso, trovato li vicino, una noce di cocco caduta e scrollai un banano facendo cadere la frutta. Dopo pranzo raccolsi i gusci delle noci e andai al lago per attingere l’acqua. Appena la bevvi mi sentii ringiovanita: quell’acqua era miracolosa. Tornata alla spiaggia presi un bastone, delle corde portate dal mare e un pezzo di ferro. In poco tempo costruii una canna da pesca con tanto di amo. Salii su uno scoglio e gettai l’amo con un pezzo di banana infilzato. Dopo una decina di minuti la canna iniziò a tirare: aveva abboccato. Tirai con tutte le mie forze e caddi dal mio postamento sulla spiaggia. Mi tirai su e vidi che c’era un pesce di media grandezza che si dibatteva sulla sabbia. Soddisfatta mi accorsi che non avevo acceso il fuoco: non ebbi nessun problema ad accenderlo. Infilzai il pesce con un rametto e lo abbrustolii. Dopo cena mi addormentai per la prima volta nel mio “letto”: un insieme di assi e foglie morbide. Il mattino seguente mangiai bacche a colazione, ed erano veramente squisite. A quel punto notai un’enorme cosa arenata sulla spiaggia: mi ci avvicinai e vidi con mio grande stupore che era una balena ! Guardandole la pancia vidi che era ferita: il mio cuore si intenerì per quella povera creatura. Presi l’acqua e cercai di medicarla con delle foglie, mentre lei sembrava piangere. Dopo vari giorni di cure, la balena tornò libera. Nel momento in cui stava per tornare negli abissi marini, mi guardò come per dire se volevo saltarle in groppa e io attratta lo feci.

Appena la balena si immerse in mare sentii una gioia immensa: STAVO VIAGGIANDO, forse avrei girato il mondo!

 

C’ era una volta un piccolo gnomo che viveva in un campo di grano.

Questo piccolo gnomo di nome Giacomo era di tutti i colori, ogni centimetro della sua pelle era un colore diverso, passando dal nero al bianco, dal blu notte all’azzurro, dal rosso al giallo e via dicendo, sfumatura per sfumatura.

Viveva solo Giacomo, nella sua casetta a forma di stella con la porticina a forma di cuore, aperta però a chiunque vi volesse entrare.

Egli passava ore e ore nel suo piccolo orticello: curava con amore le piccole spighe di grano color oro cantando a squarciagola canzoni inventate e non si annoiava mai.

Un giorno scoppiò un improvviso temporale e un vento fortissimo fece sollevare lo gnomo dal suo campo di grano e lo trasportò via… lontano.

Il vento soffiava forte e lui era sempre più alto nel cielo.

Superò montagne, colline e pianure.

Passò sopra la Torre di Pisa e Giacomo, che prima era spaventato per la grande altezza, incominciò a essere felice, perché solo da lassù poteva vedere un panorama così bello e incominciò a gustarsi l’avventura. Pensò che la Torre di Pisa era veramente meravigliosa.

Volò sopra una immensa spiaggia e qui vide una donna che sola e triste per l’amore perduto ballava da sola al suono di una musica che non c’era.

La donna alzò lo sguardo proprio nel momento in cui passava il piccolo gnomo colorato e vide un bellissimo arcobaleno e pensò che così quella giornata era diventata una splendida giornata. E ballò felice per l’arcobaleno.

Volando sempre più veloce il piccolo gnomo si trovò in Norvegia e qui per il forte vento incominciò a ruotare vorticosamente formando una miriade di colori. Gioco bellissimo per lui e per tutti gli animali del polo nord che poterono così godere dell’aurora boreale.

Alla fine il vento si calmò e Giacomo incominciò a precipitare ma, per fortuna, venne fermato dalle ali di una farfalla bianca.

Lo gnomo si mescolò con la polvere che copriva le sue ali e la farfalla divenne una bellissima farfalla colorata e per ringraziarlo lo riportò nel suo campo di grano.

La sua casetta a forma di stella con la porticina a forma di cuore era là ad attenderlo.

Continua ancora adesso Giacomo a curare il suo orticello cantando canzoni a squarciagola… e non si annoia mai, ma appena vede il cielo un po’ scuro e sente il vento soffiare si ferma e preparandosi a partire, aspetta con ansia il momento.

E io ogni volta vedo un arcobaleno e tra me e me saluto Giacomo e gli auguro buon viaggio e buon divertimento.           

 

C’era una volta Filli, una giovane elefantessa che viveva nella savana. Una notte Filli sognò un bellissimo lago fra le montagne. Sulle sponde del lago crescevano fiori di tutte le forme e di tutti i colori; sulla superficie dell’acqua bianche ninfee. Era un luogo davvero speciale: l’aria era più pura, i rumori  più soffici; un senso di pace invadeva l’anima. Annunciata da un lieve fruscio una grande Elefantessa Bianca apparve dietro un cespuglio. Guardò Filli con occhi dolci e disse:

“Benvenuta al Lago Fiorito.”

“Grazie. E’ bellissimo.”

“E’ molto di più. Se berrai l’acqua del lago saprai sempre cosa è più giusto fare.”

Filli si avvicinò alla riva, ma l’elefantessa la fermò sorridendo:

“No, non adesso. Questo è solo un sogno. Ma il Lago Fiorito esiste, e un giorno riuscirai a trovarlo.”

Si alzò una nebbia, che nascose alla vista di Filli il lago, i fiori, l’Elefantessa Bianca.

Quando si svegliò Filli chiese alle compagne del branco se avessero mai sentito parlare di quel lago.

“E’ solo un sogno.” Le dissero.

Filli però era sicura che il lago esistesse davvero: il ricordo che conservava era preciso e nitido, non sfuocato come di solito accade con i sogni. Rivedeva con esattezza ogni cespuglio, ogni ramo. A volte le pareva di udire la voce della grande Elefantessa Bianca, allora si voltava verso la direzione da cui proveniva il suono, per chiederle come raggiungere il Lago, ma intorno a lei c’era solo la savana. Domandava a tutti quelli che incontrava se avevano visto il Lago Fiorito o se avevano indicazioni da darle.

Chiese a una coppia di giraffe: loro scossero il lungo collo: “No.”

Chiese a una zebra: “No.”

Chiese agli elefanti di un altro branco: “No.”

Chiese alle farfalle: “No. Non possiamo volare lontano.”

Chiese a un serpente: “No.”

Chiese anche al vento, ma il vento canta la sua canzone e non risponde a nessuna domanda. Sa troppe cose il vento, per raccontarle tutte dovrebbe fermarsi a lungo, e poiché non ama stare fermo non parla con nessuno.

Un giorno un vecchio babbuino le disse di aver sentito parlare, tanto tempo prima, di un lago simile a quello del suo sogno, ma non conosceva la strada per andarci. Le compagne del branco commentarono che avrebbe fatto bene a non dar retta a quelle parole: i babbuini amano prendere in giro gli altri, si sa.

Filli non si lasciò convincere, e decise di mettersi in viaggio alla ricerca del lago. Era sicura che un giorno lo avrebbe trovato. La capobranco e le altre elefantesse tentarono di dissuaderla, ma lei non le ascoltò.

Camminò e camminò per giorni e mesi e anni. Filli continuava a chiedere a tutti quelli che incontrava se conoscessero il Lago: la risposta era sempre la stessa, nessuno ne aveva sentito parlare. Il tempo passò, e Filli aspettava per la prima volta un cucciolo, la sua pancia era grande e pesante, la nascita era prossima. Mentre stava bevendo al fiume udì due pappagalli parlare di fiori e di un lago. Domandò loro:

“Conoscete forse un lago sulle cui sponde crescono fiori di tutti i colori e fiori bianchi sulla sua superficie?”

Quelli la guardarono. Il maschio disse: “E’ il Lago Fiorito.”

“Si trova a tre giorni di volo da qui.” Aggiunse la femmina.

Filli, felice, si fece spiegare la strada per raggiungerlo, poi ringraziò e salutò i pappagalli. Poiché era quasi il tramonto rimandò la partenza al mattino dopo. Camminò per quattro giorni in pianura, poi la strada prese a salire e divenne più faticosa. Ma Filli non si perse d’animo, sentiva che la meta era vicina. La sera del sesto giorno attraversò un bosco. Quando ne uscì si trovò davanti un luogo bellissimo: cespugli fioriti e piante acquatiche ornavano un piccolo lago dalle acque limpide, qua e là cosparse di candide ninfee. Il Lago Fiorito era proprio come lo aveva sognato. Restò a guardarlo incantata, poi, lentamente, vi girò intorno. Infine si avvicinò alla sponda e bevve avidamente.

Qualche giorno dopo, mentre riposava all’ombra di un albero, sognò la grande Elefantessa Bianca.

“Benvenuta al Lago Fiorito. Ti aspettavo.”

“Grazie. E’ stato difficile trovarlo.”

“Ma ci sei riuscita. Molti non vogliono credere che esista, perciò non lo troveranno mai.”

“Ho bevuto l’acqua del lago. Ma non mi sento più saggia.”

L’Elefantessa Bianca sorrise: “La saggezza è nel profondo di ciascuno di noi, basta ascoltare la sua voce. Io stessa non esisto, se non dentro di te.” Filli si accorse per la prima volta che la grande Elefantessa Bianca le somigliava molto, a parte il colore del pelo.

Pochi giorni dopo Filli diede alla luce una bellissima elefantina. Sull’orecchio sinistro una piccola macchia di pelo bianco aveva la forma di un fiore, di una ninfea come quelle del Lago Fiorito. Carezzando la figlia appena nata con la proboscide Filli le disse: “Benvenuta Ninfa.”

La piccola emise un lieve barrito, poi un altro: era il suo modo di piangere. “Hai fame, vero?” Filli fece in modo che l’elefantina potesse succhiare il latte, e Ninfa smise subito di piangere. 

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