da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Racconti per Bambini

Scrivere per i bambini è voler migliorare il loro modo di stare al mondo. Fin da piccoli saranno contenti di aver un libro "amico" da portare in viaggio, in vacanza, nel lettino. Leggeranno e vorranno farsi leggere fiabe, racconti, filastrocche, poesie. E più si avranno scrittori per bambini più c'è speranza che crescano adulti lettori.

 

Le persone devono innamorarsi da piccole della lettura. Se questo succede è probabile che per tutta la vita leggano con interesse e passione. Spetta ai genitori e ai nonni leggere ai bambini quando ancora non conoscono la tecnica della lettura. In questo modo l'intreccio tra la bellezza del racconto e l'atmosfera affettiva che si crea tra adulti e bambini contribuirà a far sì che il libro venga considerato l'oggetto più desiderabile. Oggi la lettura e il libro sono in grave pericolo perché altri strumenti come la televisione e il computer possono 

apparire più comodi e divertenti.

Una comunità democratica ha bisogno di cittadini che pensino con la loro testa e la lettura di libri è il mezzo migliore per raggiungere un simile obiettivo. E' per tutti questi motivi che scrivere per i bambini, allo scopo di mettere a loro disposizione una vasta gamma di possibilità, che vada dalla fiaba, alla poesia, al racconto storico o antropologico, riveste un'importanza cruciale nel momento storico in cui viviamo.

Lo scrittore per bambini non deve sentirsi meno importante di quello per adulti; al contrario deve sapere che senza il suo lavoro e il suo impegno è la stessa lettura a correre il rischio di scomparire.

 

                                                                                                       Maria Teresa Fontana Alfieri

 

 


“Il primo teorema di Euclide afferma che in ogni triangolo rettangolo ciascun cateto è medio proporzionale tra la proiezione del cateto sull’ipotenusa e l’ipotenusa stessa”
Avrò ripetuto questa regola circa duecento volte, ma ancora non riesco a ricordarla.
Provo a riconcentrarmi sul libro, ma con risultati piuttosto scarsi.
Inizio a girare le pagine pigramente, senza leggere.
Qualcosa mi toglie l’attenzione dal libro.
Un rumore. Un rumore metallico, elettronico.
Non capisco da dove proviene, ma non mi piace.
La logica mi fa pensare che provenga dal televisore. Alla fine è l’unico oggetto della stanza che potrebbe fare un simile rumore.
Fisso lo schermo. È nero e opaco, col suo solito strato di polvere che nessuno si occupa di pulire.
L’avrò sicuramente immaginato.
No. Eccolo di nuovo. Questa volta più forte, più insistente.
Mi muovo verso l’apparecchio, per vedere cosa sta succedendo.
Lo schermo inizia a proiettare delle scintille grigie, accompagnate da quel rumore, questa volta proprio intenzionato a spaccarmi un timpano.
Le scintille diventano vere e proprie fiamme color del piombo, danzano nel nero del televisore.
Sembrano voler uscire dalla dimensione piatta dello schermo per distruggere quello che c’è al di fuori , ovvero io e il mio soggiorno.
Un urlo, è l’urlo di una donna. Non ci sono donne qui, sono in casa da sola.
Mi sbaglio, non sono sola.
Tra le fiamme argentee si fa spazio una figura femminile.
La figura continua la sua macabra marcia danzante occupando tutta la scena.
Un altro urlo.
Solo in quel momento riesco a vedere il volto della donna.
Definirlo volto non è propriamente esatto.
Il fuoco le passa sulle braccia e le illumina il capo.
La pelle bianca assume un riflesso perlaceo, mettendo in risalto il sangue che le scorre copioso sul corpo come tanti piccoli torrenti.

Non ha occhi.

Al loro posto cavità vuote, circondate da macchie nere e rosse.

I capelli neri e lunghi lasciano gocciolare sangue, che le inonda anche il viso prima dei capelli.
E vestita di nulla, solo uno straccio nero le avvolge il corpo.
È magrissima, non ha nulla tra la pelle e le ossa che
sporgono, perfettamente visibili.
Allunga una mano, quasi a volermi chiamare.
Si distinguono bene tutte quelle ossa che si muovono verso di me. Non capisco come facciano, visto che non c’è traccia di muscoli.
Ha la bocca senza labbra, cucita con un filo nero.
Le fiamme le piroettano attorno, lasciando sulla scia una serie di chiazze nere, come se stessero riducendo in cenere quella creatura.
Continua a gridare, ogni urlo è più agghiacciante del precedente, più straziante.
Una scintilla ghermisce un lembo del vestito, inizia lentamente a bruciarlo
lasciando scoperto il corpo pallido, mostrando le ossa della donna.
Alla fine le fiamme consumano l’intero abito, avvolgendo completamente la ragazza in quel rogo e congedandosi dallo schermo con un ultimo e sonoro urlo.
Il televisore si spegne di colpo, con un piccolo scoppio e un ronzio sommesso.
Resto fissa davanti all’apparecchio, con ancora le immagini della donna negli occhi e le sue urla nelle orecchie.
Provo a a convincermi di essermi immaginata tutto dando la colpa al cibo pesante della sera prima e al poco riposo.

“Eppure sembrava tutto così reale” penso.

Alla fine mi stacco dal televisore con gli occhi allucinati per la luce dello schermo, ancora con la schiena rigida e i brividi che la percorrono.
Vado verso la cucina per bere qualcosa, considerando seriamente di andare da qualche bravo psicanalista per valutare la situazione.
Apro il frigorifero ma non ci trovo nulla.
Apro il rubinetto del lavandino, lascio scorrere l’acqua sulle mani, cercando di non pensare all’accaduto.
Quando decido che è abbastanza fredda inizio a bere. Sento il retrogusto ferroso, probabilmente dovuto ai vecchi tubi dell’impianto idraulico, ma
non ci bado, è già capitato.

Man mano che bevo, però, diventa sempre più forte il sapore di metallo, tanto da sembrarmi strano. 

Stacco la bocca dalla mano piena di quella che sarebbe dovuta essere acqua.
Non è acqua.
La mano è bagnata di un liquido rosso, così come le labbra e i denti.
È sangue.
Provo a detergermi il viso, ma non ci riesco.
Riapro il rubinetto nella speranza di trovare dell’acqua, ma continua a sgorgare sangue ad oltranza.
In pochi minuti la cucina è impregnata dal suo odore nauseabondo.
Mi avvio verso il bagno col cuore a mille, vi apro tutti i rubinetti.
Questa volta ne esce un’acqua torbida e ghiacciata, con cui inizio a strofinarmi le mani e il viso.
Spero che tutto sia un incubo, spero di svegliarmi nel mio letto da un momento all’altro ma non accade.
Continuo a gettarmi acqua sulla faccia, è diventato un movimento automatico, fuori dal mio controllo.
Alla fine, distrutta, mi siedo sul bordo della vasca, con un’ombra di speranza che sia tornato tutto alla normalità.
Non mi fido ancora ad uscire dal bagno e non credo che le mie gambe in questo momento riescano a sostenermi.
Eccolo.
Ecco di nuovo quel rumore metallico.
Un brivido simile ad una scossa elettrica mi percorre la spina dorsale.
Cerco di nascondere il viso nella salvietta, ma capisco che non può servire a molto.
Sento dei passi provenire da fuori.
Sono dei passi pesanti e irregolari, che si amplificano dal pavimento alle mie orecchie.
Il mio corpo è in balia di spasmi, tanto da non riuscire più a tenere le mani ferme.
Le gambe tremano incontrollabili, le mani cercano una qualsiasi cosa a cui aggrapparsi e un grido di terrore mi esce dalla gola.

I passi si fanno sempre più vicini, tanto che riesco quasi a vedere da sotto la porta i piedi a cui appartengono.
Una mano ossuta compare dalla porta, che si è aperta.
Mi rannicchio come posso nella salvietta, mentre del mio grido resta solo il cadavere del suono morto in gola.
“E ora?” penso.

 

“Ora prega.”, mi risponde una vocina nella mia testa. “Prega che tutto questo sia solo un sogno orribile ….per il troppo gelato che hai mangiato la sera prima.”.

 

 

Filastrocca dei perchè

più ne chiedi e più ce n'è

ed ancora ti domando                                    

da che parte gira il mondo.

 

 

Perché la sveglia suona alle sette?

Perché mi devo infilar le ciabatte?

Perché sopportare un fratello noioso?

Perché mi devo soffiare il naso?

Perché il lunedì non è mai festa?

Perché se studio mi fa mal la testa?

Perché non posso andare allo stadio?

Perché devo sempre abbassare la radio?

Perché le vacanze passano in fretta?

Perché ai grandi si deve dar retta?

Perché in casa non si gioca a palla?

Perché le bugie vengono a galla?


Filastrocca dei perché

alle domande risposta non c’è,

chissà com’è che è fatto il mondo,

sarà quadrato oppure rotondo?

 

Un bellissimo Pinguino Imperatore si innamorò di una dolcissima Pinguina Imperatrice.

Cominciò, dunque, a farle una corte serrata.

Ogni mattina, le inviava un cesto di pesce fresco “Per dimostrarti che saprei provvedere a te, mia cara” si leggeva nel biglietto che sempre accompagnava il dono.

Ogni pomeriggio, modellava per lei cristalline rose di ghiaccio “Per omaggiare la tua preziosa natura gentile, mia amata” scriveva lui, con quella che negli anni che furono era stata un’ala, mentre oggi funzionava meglio come pinna.

Ogni sera, complice il chiarore delle stelle, levava al cielo canti struggenti affinchè lei lo udisse “A suggello della mia devozione, oh adorata”, sospirava sgolandosi l’uccello in livrea.

Infatti, l’eco del suo ispirato vocalizzo avvolgeva l’intera città di neve e gli abitanti, buffi pinguini curiosi, sussurravano languidi: “Quale ardente sentimento scalda il cuore di quei due!”

Così il tempo passò, fino al giorno dell’irrinunciabile appuntamento.

Tutti partirono, organizzati in fila indiana, determinati, un po’ preoccupati, ma felici.

Stesso giorno, stesso luogo, stessa ora: l’istinto naturale lo imponeva e un grande amore val bene gravose fatiche.

Anche il Pinguino e la Pinguina innamorati si avviano, passo dopo passo, verso la romantica meta, pregustando luminose aurore di miele, loro che per puro tramar del fato si sono già promessi.

Ardua è la lunga strada, i pericoli incombono, la stanchezza sfinisce … eppure essi non cedono e, fortunatamente, le solide torri ghiacciate che si stagliano all’orizzonte li riparano dal vento aggressivo e dispettoso.

Ma cosa è successo al Pinguino innamorato?

Era esausto, voleva sdraiarsi a riposare sognando la sua eletta, quando un improvviso scivolone lo ha colto di sorpresa atterrandolo malamente.

L’incidente gli è costato una pinna, adesso lacerata e dolente.

“Devo resistere, non posso mancare all’appuntamento … lei mi aspetta!”

Il Pinguino soffre, intensamente nel corpo e profondamente nell’anima.

“Appoggiati a me, ti sosterrò io” si fa avanti un generoso fratello di piume, accendendo il buio con la fiamma dell’amicizia.

La frescura della neve cheta il dolore pulsante, il calore dell’amico vicino conforta il morale abbattuto.

Poi, la vede.

Trepidante ed emozionata.

In un attimo si ritrovano abbracciati, protetti dal rispetto degli altri che si esprime col silenzio.

“Non sono più il forte Pinguino di prima, ho perso una pinna” sussurra lui in un soffio di voce fioca.

Il timore dell’abbandono sta per avere il sopravvento.

Allora lei, rassicurante ed accogliente, si avvicina.

Delicatamente, attenta a non urtarlo nell’arto ferito, lo invita a danzare ondeggiando graziosa.

Può un grande amore smettere di essere tale a causa di una pinna ormai inservibile?

No, non può né mai potrà!

Intanto ieri cede il passo a domani.

Dimagrita per il digiuno, ma sazia di carezze, la dolcissima Pinguina Imperatrice depone un unico uovo nel quale, per ora, è naturalmente custodito il loro pulcino.

Impegnandosi a vicenda, lo scalderanno e lo difenderanno strenuamente, a rischio della propria vita.

Il tempo dell’attesa finisce con la nascita di un morbido esserino grigio, il piccolo Pinguino Principe!

E’ un inno all’eternità del  futuro, per i genitori che lo coccolano con affetto smisurato e lo nutrono con ammirevole pazienza.

Mamma e papà gli insegnano ognuno il proprio canto distintivo, di modo che egli sia sempre in grado di riconoscerli.

“Mami, scivoliamo a pancia in giù?”

“Papi, buchiamo la neve col becco?” reclama allegro il Pinguino Principe, tutto teso all’avventurosa scoperta del suo incantevole mondo candido.

Il bellissimo Pinguino Imperatore e la dolcissima Pinguina Imperatrice lo guardano e si guardano.

Sorridono, ricordando cesti di pesce e frasi appassionate, fiori scolpiti nel ghiaccio e romanze intonate alla luna.

Persi l’una nell’anima dell’altro, rammentano momenti difficili, avvilimento ed ostacoli superati con l’aiuto dell’amicizia e la forza dell’amore.

Il Pinguino innamorato tende la pinna sana verso la sua compagna e lei gli sfiora teneramente ciò che resta dell’altra, quella perduta.

“Per sempre” gli dice.

“Nonostante tutto” risponde lui.

 

Un' amica è come la luce,

indispensabile nella vita.

Ti sostiene, ti tiene compagnia

e ti dà una mano nel momento del bisogno.

E’  come la stella che ti illumina il cammino

e ti accompagna ovunque tu vada.

E’ come un sì, che ti dà sollievo,

e ti strappa un sorriso.

Insomma, senza un’amica non c’è gioia, divertimento…

E non c’è ragione di vita.

 

 

Salgo alla vetta e passo dopo passo,

 


mi convinco sempre di più che l'orizzonte mi appartiene.

 

 

Il mio volto sente il calore del sole e le mie gambe il forte gelo.

 

 

Una volta in cima mi sembra di abbracciare il sole,

 

 

e ammirando il paesaggio capisco che l' arte è un dono

 

 

e che il pittore è la natura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina 3 di 4