da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Racconti per Bambini

Scrivere per i bambini è voler migliorare il loro modo di stare al mondo. Fin da piccoli saranno contenti di aver un libro "amico" da portare in viaggio, in vacanza, nel lettino. Leggeranno e vorranno farsi leggere fiabe, racconti, filastrocche, poesie. E più si avranno scrittori per bambini più c'è speranza che crescano adulti lettori.

 

Le persone devono innamorarsi da piccole della lettura. Se questo succede è probabile che per tutta la vita leggano con interesse e passione. Spetta ai genitori e ai nonni leggere ai bambini quando ancora non conoscono la tecnica della lettura. In questo modo l'intreccio tra la bellezza del racconto e l'atmosfera affettiva che si crea tra adulti e bambini contribuirà a far sì che il libro venga considerato l'oggetto più desiderabile. Oggi la lettura e il libro sono in grave pericolo perché altri strumenti come la televisione e il computer possono 

apparire più comodi e divertenti.

Una comunità democratica ha bisogno di cittadini che pensino con la loro testa e la lettura di libri è il mezzo migliore per raggiungere un simile obiettivo. E' per tutti questi motivi che scrivere per i bambini, allo scopo di mettere a loro disposizione una vasta gamma di possibilità, che vada dalla fiaba, alla poesia, al racconto storico o antropologico, riveste un'importanza cruciale nel momento storico in cui viviamo.

Lo scrittore per bambini non deve sentirsi meno importante di quello per adulti; al contrario deve sapere che senza il suo lavoro e il suo impegno è la stessa lettura a correre il rischio di scomparire.

 

                                                                                                       Maria Teresa Fontana Alfieri

 

È iniziato tutto alla scuola materna. Le prime volte neanche ci guardavamo, ma quando ci hanno messo a coppie per il lavoro d’arte, ho scoperto un altro lato di lui: era simpatico, spiritoso, mi faceva sempre ridere… Ma Nicolò non provava per me quello che io provavo per lui, infatti, dopo quel giorno non mi ha più guardata. Io ci sono rimasta un po’ male, ma che ci potevo fare? Sicuramente non lo avrei mai detto a nessuno, soprattutto non lo avrei mai detto a lui, Nico.

I giorni passavano così, io ogni volta che lo incontravo diventavo tutta rossa come un pomodoro, e mi succede ancora, è una cosa inevitabile, impossibile da nascondere, è una cosa che mi mette a disagio.

Un giorno decisi di dirlo alla persona di cui mi fidavo di più, no, non è mia madre, lei lo avrebbe detto a tutte le mamme e poi lo avrebbe saputo anche Nico, perciò lo dissi alla mia migliore amica Gloria:


"Davvero? Non ci posso credere, è una cosa fantastica, perché non lo dici a nessuno, al di fuori di me?

"Stai scherzando?- risposi - Tu non lo dirai a nessuno, capito?

"Sì, ok, ma te ne pentirai- mi disse infine.


Un giorno mi ero fatta male al braccio e tutti i miei compagni di scuola sono venuti da me, compreso Nicolò. Lui mi diede un bacio sulla guancia e io scoppiai di felicità, il mio cuore batteva a mille – magari è l’inizio di qualcosa – pensai. Infatti oggi siamo nella stessa scuola, e lui mi ha dichiarato che gli piaccio e gli ho risposto che mi piace anche lui.

E sì, avevo ragione che era l’inizio di qualcosa! E chissà, magari in futuro ci sarà anche qualcosa di più.

 


Mi chiamo Alice Giottoli, ho 10 anni, abito a Moniga del Garda e frequento la classe 5° della scuola primaria di Soiano.

 

C’era una volta, in un vecchio teatro, un minuscolo folletto che si nutriva esclusivamente del pulviscolo delle scene. Da tempo immemorabile, perciò, era denominato Spolverino..Lo si poteva scorgere, talora, con la coda dell’occhio, mentre si divertiva a saltellare e a zampettare di qua e di là, posandosi negli angoli più  remoti: si librava dagli stucchi dorati delle decorazioni, si aggrappava alle gocce di cristallo dei lampadari, per poi spiccare un salto sul velluto dévoré di una poltroncina turchese da cui raggiungeva infine le assi impolverate del palcoscenico.

Il suo rifugio preferito? Uno sgangherato baule, ricettacolo di sontuosi costumi di raso multicolore, di merletti ingialliti, di nastri ingarbugliati. Con i suoi migliori amici Tarmetta, una vecchia tarma un po’ svanita, e Tarletto, un tipo rumoroso e curiosone, compiva lunghe esplorazioni  fra le quinte, quando non c’erano né prove né spettacoli.

Durante la stagione teatrale, quando gli attori calcavano le scene, si rannicchiavano in un posticino comodo, nella buca del suggeritore, per godersi in santa pace il dipanarsi delle storie comiche o drammatiche, che venivano rappresentate.                                               

Uno dei passatempi preferiti era gettare lo scompiglio con una burla o uno scherzo pensato lì per lì. A volte era la spruzzata di una polverina  sbarazzina sulla giacca del primo attore, che costringeva il poveretto a lunghe contorsioni per grattarsi o per impedirsi di starnutire, altre volte, invece, lo scherzo consisteva nel mescolare alla cipria della primadonna  una manciatina di pepe bianco che dava il pizzicorino al naso proprio  durante le scene più zuccherose. Talora i tre burloni scompigliavano i fogli dei copioni e li facevano volare via, in altri momenti rosicchiavano  il piede di una poltrona che si sarebbe fracassata sulla scena o ne bucherellavano la tappezzeria. Le occasioni per divertirsi erano queste oppure…

                                                    ***

Mariolino stava ai piedi della scaletta in legno, che conduceva sul palco, tutto intabarrato nel nero mantello, con un cappellaccio calato sugli occhietti vispi. Avrebbe dovuto interpretare la parte di un detective, impegnato in un’indagine notturna. Ascoltava con aria quasi assorta la “Canzone della barca azzurra” intonata con sensibilità dai ragazzi più grandi.
“Forse è concentrato sulla sua parte ed attende il momento della scenetta che deve recitare” pensò la prof. Betsabea, comunemente detta Bea, la sua insegnante di Lettere, colpita dal fatto che stesse fermo e zitto.
Mariolino, infatti, era solito schizzare qua e là, come una goccia di olio fritto, urlacchiando e strillando a ogni piè sospinto.

Lui, invece, ora se ne stava lì beato, mentre la luce dei riflettori, filtrata da un tendaggio trasparente gli creava intorno un alone dorato, quasi un pulviscolo. Era contento che la scuola  avesse affittato il vecchio teatro per  rappresentarvi le recite di fine anno.                                 

Quell’invasato del professor Wolfang e quella  sciroccata della  prof di Lettere avevano avuto proprio un’idea fortissima ad organizzare quello spettacolo.Anche la maggior parte della Banda degli Unni era unanime nel darsi da fare sia nella recitazione sia nelle canzoni.Nonostante dovessero ripetere mille volte la stessa scena o il medesimo ritornello, i suoi compagni di classe accettavano di buon grado i rimproveri.    

Proprio il giorno prima al prof era venuta un’ispirazione:la prima scena sarebbe stata interpretata da tre ragazze, che, impersonando le Parche, avrebbero dipanato il filo della vita.

Ed era stato in quel momento che Mariolino aveva visto Lei! Il suo cuore galoppava come un pony imbizzarrito, mentre la osservava da sotto in sù: la ragazza vestita di Bianco gli era sembrata una di quelle fighissime girl degli spot pubblicitari. Gli sembrava, addirittura che fosse cosparsa di una polverina luminescente.

Subito, in men che non si dica, l’intera Banda si era accorta di quella folgorazione e l’avevano considerata il leit motif dell’opera melodica, il vero lievito che avrebbe amalgamato tutti gli ingredienti di quel pastiche musico-teatrale.

Ogni volta che compariva nelle vicinanze la Semidea, una piccola orda di Unni si lanciava su Mariolino per condurlo, a viva forza, al suo cospetto. Egli si dibatteva fra il desiderio di rivolgerle la parola -fare la dichiarazione-, i suoi amici prendevano a urlare e una confusa timidezza, tipica della sua età..

La prof Bea osservava tutto questo bailamme a volte con perplessità, a volte con puro divertimento. Erano riusciti,comunque, a far scaturire la scintilla dell’amicizia! Oppure dell’amore! Merito delle  tecniche didattiche musical-espressive o della bravura degli insegnanti?

                                      ***

“Tarmetta, cosa diavolo hai spalmato su quel vecchio mantello nero che hanno appioppato a al ragazzino?” urlò Tarletto svegliato dalle grida disumane dei ragazzi, mentre se ne stava a dormicchiare sotto il palcoscenico. La sua amica rispose con un filo di voce ”Mah, solo un pizzichino di una polvere dorata trovata in una vecchia tabacchiera…Forse è l’ombretto di quella vecchia megera della protagonista o il fard di un grasso clown”.

”Valla  a prendere immediatamente. Qualche istante dopo, la lite scoppiata fra i due, che si contendevano la scatoletta, sollevò un gran polverone ed attirò l’attenzione del folletto Spolverino che se la fece consegnare.                                                                            Ridacchiando, la nascose in un posto noto solo a lui. Ci sarebbero state altre recite e altri spettacoli e lui avrebbe  saputo come usare quella sostanza così intrigante!

 

Combinava ogni sorta di guaio tra le foglie galleggianti dello stagno o nelle aiuole del giardino, lasciando dietro di sé una scia di disastri.

Non sopportava quel piccolo stagno e il suo mondo chiuso: i pettegolezzi, le cattiverie, le regole che valevano solo per alcuni, i più deboli. Non accettava l’idea che l’universo fosse racchiuso tra le siepi e il prato.

Ma lì era nata e lì avrebbe dovuto rimanere.

La voglia di ribellarsi, di distruggere tutto intorno a sé era, a tratti, incontenibile.

Anche quella notte rientrò nel suo nascondiglio sicura di non essere vista, ma il riccio spione, che da tanto tempo la seguiva, rovinò il suo segreto.  

Tutti gli abitanti del giardino vennero informati, in poche ore, della vita segreta della “rana pirata” e della sua vera identità.  Seppero chi di notte saltellava intorno alle rose e che, al mattino, lasciava petali rossi e gialli disseminati su tutto il terreno.  “Pensate: è riuscita a far sfiorire perfino le ninfee, scatenandosi in furibonde sarabande con le peggiori rane della zona”, dicevano le rane per bene.  

Si mise alla ricerca di un nuovo nascondiglio tra le bordure di lavanda e i boschetti di salvia e timo, tra i sassi del giardino roccioso e la tinozza dell’acqua piovana.

Tutti erano contro di lei.       Non aveva più amici perché i ranocchi che, nei raduni serali, bisbigliavano tra loro raccontandosi le imprese della Rana Pirata e invidiandola per il suo coraggio, si erano ben guardati dal difenderla davanti alla regina.

Il riccio, tuttavia, che si era pentito per le conseguenze delle sue chiacchiere e aveva capito l’incapacità della Rana Pirata di adattarsi in quel piccola pozza decise, infine, di aiutarla.

Le guardie, “le raganelle della Regina”, stavano, intanto, rastrellando il giardino e presto l’avrebbero privata della sua libertà.

Il riccio la chiamò forte, lei lo sentiva, ma era talmente impaurita che il fiato non le arrivava più alla gola e gracchiare era diventata l’impresa più difficile del mondo. Lui annusò infine la sua presenza tra le tife, sotto i rami del sambuco.

Le suggerì di fuggire, di cercare altrove uno stagno più grande, più adatto al suo temperamento. L’avrebbe condotta lui stesso oltre il bosco dei castagni, oltre le ombrose felci, nel luogo adatto.

La rana pirata pensò e ripensò alla sua situazione e decise di provare: avrebbe  sicuramente ricominciato la sua vita di scorribande notturne appena lontano da quel noioso, piccolo stagno in cui era nata.  

Dopo due ore di salti dietro il riccio, dentro un nuovo mondo misterioso di boschetti e ruscelli, tra colori e profumi diversi ed inebrianti di fiori e funghi sconosciuti, si ritrovò sulla sponda di un bellissimo stagno con ninfee gigantesche.

“Quanta strada abbiamo fatto,”pensò,”e quante  cose interessanti ho visto lungo il cammino!”

Ringraziò il suo nuovo amico, che riprese la strada del  ritorno.

“Chissà quanto tempo passerà prima che le Raganelle mi trovino!”,disse fra sé,   “Quel giorno, però, io sarò già altrove, lontano.  Non voglio più essere pirata. D’ora in poi sarò la Rana Vagabonda. E’ troppo bello cambiare!”

 

l buio avvolse la libreria. L’ultimo cigolio della serranda fece rizzare le copertine dei libri, era il segnale che si poteva dare inizio alla festa.

Il reparto Atlanti, dopo la consueta baruffa iniziale, aprì con un sirtaki che pacificava tutto il mondo, tenendosi abbracciati, si muovevano per raggiungere le stampe più lontane.

I Libri economici, i più richiesti, erano scatenati nel rock più sfrenato, indolenti nel tango sensuale, sorvegliati con occhio benevolo dai compassati Saggi.
L’allegria imperava dappertutto, solo le ultime Novità, eleganti nelle loro fantasiose copertine, si trattenevano, per non essere sgualcite.

L’ alba trovò ancora molti libri fuori posto, e i vecchi Saggi invitarono i ritardatari a riprendere prontamente le posizioni loro assegnate.

Anche gli Atlanti si rivestirono di contegno e si disposero in modo ordinato sugli scaffali.
Gli ultimi furono i libri economici, stremati dal troppo movimento e incapaci di scrollarsi di dosso gli impertinenti segnalibri che non volevano saperne di smettere di ballare.
Il silenzio che faticosamente spingeva via le ultime frange della festa, fu interrotto da alcune battute ironiche lanciate all’indirizzo delle Novità che, sdegnose, voltarono la copertina dall’altra parte.

Finalmente la quiete pervase la libreria.

Più tardi il solito cigolio della serranda che si alzava annunciò a tutti l’arrivo del nuovo giorno.

 

Quella notte al sorger della luna, lunghe ombre inquietanti, si insinuarono tra i sentieri della grande foresta.
Tutto attorno, il silenzio era assoluto.
Gli animali diurni sonnecchiavano nelle loro tane, mentre quelli notturni stavano all’erta accovacciati tra le foglie degli alberi.
La civetta immobile, di tanto in tanto muoveva la testa, scompigliando le piume del capo alla carezza del vento.
Il tempo scorreva lento, mentre la luna si poneva al centro del cielo, diventando sempre più grande e luminosa. La sua luce, destò le creature della foresta.
Tra queste si svegliò anche il lupo dal mantello grigio e nero che con il suo passo felpato raggiunse il centro della radura, per abbeverarsi allo stagno in cui si specchiava la luna.
Dissetatosi, il lupo rivolse il muso verso l’alto e dalla sua gola uscì il primo poderoso ululato.
La foresta si destò, la civetta fece eco al lupo ma impaurita si nascose ancor di più tra le foglie.
Altri animali notturni corsero veloci per raggiungere la radura tenendosi però ben nascosti tra i cespugli. In breve si formò un pubblico attento e affascinato dallo spettacolo del lupo che ululava alla luna.
Non solo gli animali quella notte si destarono ma anche i tre ragazzi che vivevano in una grotta nel folto della foresta. Erano tre fratelli, due maschi e una bimba. Il ragazzo più grande aveva quindici anni mentre gli altri due, gemelli, ne avevano circa otto.
Impossibile saperlo con esattezza, perché nessuno era informato della loro esistenza, nessuno li conosceva e nessuno sapeva il loro nome. Tra di loro comunicavano con semplici ed essenziali parole perché.
Quando nel cuore della notte l’ululato del lupo li svegliò, velocemente si alzarono e scapparono, scalzi e coperti solo da pochi e logori vestiti; percorsero sentieri e stradine fino a quando raggiunsero un ruscello.
Per poterlo attraversare si arrampicarono su di un tronco, a cui era legata una corda. .
Con destrezza il più grande dei ragazzi la prese e con una grande spinta si lanciò verso l’altra riva, poi, da lui incoraggiati, fu il la volta dei più piccoli. Anch’essi agili e sicuri si lanciarono verso l’altra sponda. Dall’altra parte li aspettava il fratello che aprendo le braccia li prese al volo.
Ora tutti e tre ripresero il cammino.
Arrivarono così fino alla radura dove c’era il lupo che si riposava al sole. La bimba nel vederlo, radiosa senza esitare, lanciò un grido e lo raggiunse. Lo abbracciò e lo baciò sul naso umido. Poi fu la volta del suo fratellino. Insieme fecero alcune capriole, il lupo mordicchiò il piedino della bimba che ridendo gli si mise cavalcioni sul dorso. Avvinghiata così al suo collo, guardò la luna e insieme a lui lanciò un urlio lungo e melodioso.
Anche il fratello grande si unì al gruppo e accarezzò il pelo morbido del lupo.
“Ciao, perché sei solo stasera, dov’è la tua compagna con i piccoli? ”gli chiese stupito.
Il lupo lo guardò sorridendo, emise un suono dolce ed ecco che dal folto della foresta arrivarono correndo due cucciolini seguiti dalla loro mamma lupo.
Lei era più piccola del suo compagno e tra il pelo grigio e nero aveva delle chiazze candide come neve.
I tre raggiunsero il lupo e i ragazzi e per un po’ regnò il caos.
Gli animali nascosti tra le fronde degli alberi si godettero lo spettacolo, fino a quando i ragazzi esausti,si stesero sull’erba circondati e scaldati dai corpi della famigliola dei lupi.
Al calare del sole il papà lupo alzò il muso e iniziò un ululato così bello che pareva la musica di un grande maestro d’orchestra. Gli si unirono i lupetti e la lupa, poi vi si fusero anche le voci dei ragazzi.
Poco per volta al concerto si unirono anche animaletti che fino allora erano stati solo spettatori.
La foresta si destò per alcuni e intensi minuti poi la luna scomparve e tutto piombò nel buio e nel silenzio della notte.
Al mattino il ragazzo più grande, che si chiamava “Momo”, prese la bimba e se la issò sulle larghe spalle. Era leggera, aveva capelli biondi lunghi e arruffati, il visino dolce e gli occhi furbi, sempre allegra e gioiosa tanto che egli non ricordava se la sua sorellina fosse mai stata triste
Il fratellino invece, era taciturno e assomigliava come una goccia d’acqua a lui. Aveva i capelli più scuri di quelli della sorellina ma ugualmente lunghi e arruffati. Gli occhi erano di un azzurro intenso, seri e attenti. Il viso ovale perfetto e la pelle scurita dal sole era liscia e morbida.
Momo ricordava bene il giorno in cui erano nati, quando la loro mamma li aveva messi al mondo nella stessa caverna in cui ora vivevano.
Lei, aveva chiesto proprio a lui di aiutarla con i nomi e Momo decise che per i piccoli i più appropriati, fossero i nomi delle due stelle più luminose del cielo. Decise quindi per Sirio e Siria.
Ora lungo il tragitto, Siria si appisolò appoggiando il capo su quello del fratello mentre Sirio, a cavalcioni del lupo si faceva pigramente trasportare.
I lupacchiotti trotterellavano vicino alla lupa e in breve il gruppo giunse alla caverna dove vivevano i ragazzi.
Momo appoggiò con delicatezza la sorellina addormentata nel suo lettino di fieno profumato e avvolto in grandi foglie. Poi vedendo che la piccola tremava un po’, le si sedette accanto e le accarezzò il viso.
Anche mamma lupa, le si avvicinò e per tenerla al caldo le si sdraiò vicina. Ai lupetti non parve vero e corsero verso il lettino per sdraiarsi accanto alla piccola.
Il ragazzo sorrise e invitò anche Sirio a coricarsi, poi lo baciò sulla fronte e si diresse assieme al lupo all’ingresso della grotta. Con della legna secca alimentò il fuoco che ardeva tra due grossi sassi vicino all’entrata e guardando le fiamme che giocavano con la brezza del primo mattino, accarezzò Lupo perdendosi nei suoi pensieri.
Ritornò con la mente a quando era piccolo e si rivide tra le braccia della madre che goffa per via del suo pancione lo stringeva forte al petto.
“Tesoro mio “gli sussurrava tra i capelli, “tu sei la mia unica gioia, la mia unica voglia di vivere.”
“lo so mamma e anch’io ti voglio tanto bene, credi che papà ci troverà quaggiù?”
“Spero di no tesoro mio.. ma per noi sarà dura vivere qui da soli nella foresta…..”
“Tranquilla mamma ci sono io, ti aiuterò vedrai.”
Era passato tanto tempo da quella loro conversazione e senza volerlo due lacrime gli scivolarono lungo le guance finendo tra il pelo del lupo, che lentamente si voltò a guardare il ragazzo; si accorse della sua tristezza gli leccò una mano e gli si strinse vicino.
Confortato dalla sua vicinanza, Momo si appisolò e anche Il fuoco, lentamente si spense.
Li trovò così il caldo sole del mattino, che al centro del cielo assistette al loro risveglio.
Lupo, Lupa e lupacchiotti, salutarono i ragazzi che pigramente stropicciandosi gli occhi si alzarono dai loro giacigli e affamati corsero verso il bosco a cercare della frutta e delle bacche commestibili.
Erano bravi in questo, perché da sempre osservavano gli animali e avevano imparato a riconoscere ciò che si poteva mangiare.
Conoscevano bene anche le erbe e spesso si dissetavano con dolci tisane.
Il bosco era la loro casa e lo percorrevano sicuri e senza paura.
Quella mattina però qualcosa non andava, gli animali erano stranamente silenziosi e in lontananza si sentivano rumori strani.
Siria fu la prima a rendersi conto che si trattava di colpi di fucile.
”Momo sono tornati i cacciatori” disse con voce carica di spavento.
Il fratello allora si arrampicò su un albero molto alto. La piccola aveva ragione ma non si trattava di cacciatori bensì di un solo uomo.
“Momo,” chiamò Sirio, ”che succede?”
Il ragazzo fece segno al fratellino di tacere e lo invitò a nascondersi, perché un uomo si stava avvicinando guardingo, proprio verso di loro.
I gemelli trovarono rapidamente riparo tra i cespugli e Momo si tenne nascosto tra i folti rami dell’albero.
All’improvviso un secco colpo di fucile fece sobbalzare i bimbi e subito dopo essi udirono il gemito di dolore di un piccolo capriolo che poco prima brucava tranquillo. Siria sapeva di non poter lasciare il nascondiglio, Momo tante volte si era raccomandato di stare lontano dagli uomini, ma la piccola non poteva sopportare oltre quei gemiti e strattonandosi dalla presa di Sirio, che aveva intuito le sue intenzioni, era corsa verso il capriolo. Il povero animale giaceva su un fianco, era stato colpito ad una zampa e il sangue usciva copioso dalla ferita. Guardandosi attorno, la piccola trovò un giunco elastico che pendeva da un tronco e senza esitare lo tranciò con i suoi dentini e lo usò per stringere la gamba del capriolo proprio sopra la ferita. Stava per accarezzare l’animale, quando udì dei passi dietro di sé, si voltò e si trovò faccia a faccia con il cacciatore,
“Ehi tu da dove salti fuori, chi sei?” le domandò quello
La piccola spalancò gli occhi ma non rispose avvicinandosi al capriolo per fargli scudo con il suo corpo.
“Togliti” le urlò l’uomo che le puntava il fucile contro.
Momo che nel frattempo era sceso dall’albero, corse verso la sorellina e Sirio e abbandonando il nascondiglio giunse furtivo alle spalle dell’uomo.
Questi non si lasciò sorprendere e con una spinta, allontanò il piccolo per aggredire Momo. L’urlo di Siria si trasformò in un ululato al quale si aggiunse quello di Sirio
Fu un attimo, dalla foresta giunsero correndo Lupo e Lupa che subito si misero tra l’uomo e i ragazzi.
Il cacciatore si paralizzò per un attimo, tenendo però ben stretto il fucile puntato verso gli animali. Non fece però a tempo a prendere la mira che uno dei lupetti giunse alle sue spalle e senza farsi sentire gli balzò agile sul braccio mordendolo con forza.
Il cacciatore urlò di dolore e lasciò cadere l’arma. “Ma chi siete voi?” balbettò.
Momo fece rialzare Sirio e si avvicinò alla sorellina: i tre erano circondati dalla famiglia dei lupi e non avevano più paura, fino a quando il cacciatore guardò fisso negli occhi il ragazzo più grande.
“Io ti conosco, sei uguale a tua madre!” disse
Momo non fiatò ma i muscoli del viso tradirono la sua rabbia.
“Dove è tua madre, dove si nasconde?” tuonò il cacciatore…. Poi, parve riflettere “E voi siete anche figli miei…. già quella è scappata con voi dentro la pancia lasciandomi solo! Ma la festa è finita, ora verrete a casa con me, subito!!!”
I gemelli impauriti si avvinghiarono a Momo e Lupo riconoscendo la loro paura e il pericolo che correvano, emise un ringhio feroce e si avventò sull’uomo. Il cacciatore cadde a terra supino e Lupo si mise sopra di lui, poi voltò la testa verso i ragazzi e fece loro capire che era tempo di scappare. Ma Siria non voleva lasciare il capriolo ferito e supplicò i fratelli di aiutarla a portarlo nella grotta. Momo si caricò la bestiola sulle spalle, poi tallonato dai fratellini, veloce si inoltrò nel folto della foresta. Lupa con i lupacchiotti gli fecero strada e li accompagnarono fin là.
Giunti all’ingresso della grotta, Momo mise delicatamente a terra il capriolo, attizzò il fuoco e mise a bollire un po’d’acqua, poi andò in cerca di alcune erbe medicinali, lasciando i piccoli in compagnia dei lupi.
Al ritorno, con mani esperte preparò un impiastro d’erbe applicandolo sulla ferita della bestiola, che fortunatamente era stata colpita solo di striscio.
I lupacchiotti guardavano con curiosità e avidità il capriolo ma mamma lupa li ammonì con piccole zampate sulla testa. Verso sera, alla grotta fece ritorno anche Lupo e Momo preparò la cena con funghi arrostiti assieme alle castagne che mangiarono con noci e lamponi. Poi quando scese la notte, i ragazzi si ritirarono all’interno della caverna e i lupi rimasero a far la guardia all’ingresso.
“Momo” domandò la piccola Siria “chi era quell’uomo cattivo?” anche Sirio alzò la testa e fissò negli occhi il fratello, stupito nel vederlo così triste.
“E’ tempo che vi racconti una storia, non sarà bella ma vi aiuterà a capire. Quell’uomo che avete visto nel bosco è nostro padre.
Quando io sono nato, papà e mamma vivevano in una bella casetta, in un paese lontano da questa foresta. Io stavo bene con loro fino a quando papà perse il lavoro perché aveva fatto a botte con i compagni.
Ricordo che mamma lo amava molto, Lei era maestra nella scuola del paese.
“Cosa è una maestra?” chiese curiosa Siria.
Momo sorrise con amarezza, quante cose non sapevano i suoi fratelli, lui era stato più fortunato perché per alcuni anni era andato a scuola e aveva imparato a leggere e scrivere e la mamma gli aveva insegnato tutto quello che sui libri non si trovava.
“Vedi Siria,” continuò Momo “mamma insegnava ai bimbi del paese e con lei tutti hanno appreso a leggere e a scrivere…,poi tutto cambiò quando papà rimase a casa. Egli passava il tempo a bere e più beveva più diventava cattivo. La mamma incominciò ad avere paura di lui, finché una notte la sentii piangere in cucina. Mi alzai e la raggiunsi, cercai di consolarla ma la porta si aprì di colpo ed entrò papà che come al solito era ubriaco; quando vide le lacrime della mamma si arrabbiò ancora di più.
A quel punto tutto è confuso, ricordo solo che la mamma urlò e io venni trascinato fuori dal nascondiglio dove lei mi aveva detto di andare. Papà quella volta mi picchiò forte…”
Sira a quel punto gli prese la mano e gli si strinse contro mentre Sirio si asciugò furtivamente una lacrima.
“Bimbi, andiamo a dormire, che ne dite? Continueremo domani se volete.” Ma i gemelli non vollero rimandare, volevano sapere..
E Momo continuò “Quando ripresi i sensi mi ritrovai pieno di dolori, a terra sotto il tavolo della cucina.”
“E la mamma?” domandò Siria “lei era vicina al divano e piangeva.
Per un po’ di tempo, mamma ed io restammo chiusi in casa mentre papà era chissà dove. Quando tornò le cose sembravano andar meglio, lui pareva pentito ma poi tutto ricominciò.
Ricordo ancora quando mamma decise di scappare. Non poteva rischiare più, quindi lasciammo la nostra casetta un pomeriggio.
Camminammo verso est, proprio dove nasce sempre il sole, perché, mi disse la mamma, non poteva esserci tristezza dove nasceva la luce e lì mi assicurò, avremmo trovato la speranza di una vita felice.
A tarda sera giungemmo al limitare di questa grande foresta e ricordo ancora quanta paura mi fecero le ombre scure tra gli alberi, così lei mi strinse forte e mi rassicurò dicendomi che nessuno ci avrebbe fatto del male nemmeno gli animali perché essi sapevano leggere nel cuore degli uomini. Ci addentrammo così ancora un po’ e per la notte trovammo un piccolo rifugio vicino al ruscello. Mamma aveva portato delle provviste e potemmo mangiare.
“Sei sazio bimbo mio?“ mi chiese quando ebbi finito, io annuii e lei continuò “raccogli con cura le briciole che hai sui tuoi pantaloni e spargile sul terreno qui accanto, perché anche gli animali a quest’ora hanno fame.” Fu l’inizio di una bellissima vita.
Il giorno dopo riprendemmo il cammino, durante il quale la mamma incominciò a farmi conoscere la natura che ci circondava e mi indicava tutto ciò che era commestibile invitandomi a guardare gli animali e il loro comportamento. Quando le ombre della sera calarono, ci imbattemmo in questa caverna e aspettammo in silenzio per capire se fosse già abitata da qualche animale. La grotta era disabitata e decidemmo di entrare. Prima però accendemmo un fuoco, proprio li dove lo accendiamo noi tutte le sere. Ero molto stanco e mamma se ne accorse così mi fece sdraiare vicino al fuoco. Mi addormentai subito, lei però lavorò tutta la notte e al mattino la grotta era pulita e ordinata.
“Era brava la mamma” mormorò Siria che lottava per tenere gli occhi aperti.
“Dai vai avanti” lo spronò Sirio.
Prima di continuare Momo preparò una tisana calda e profumata che divise con i fratellini, poi proseguì:
“Incominciò così la nostra nuova vita” Momo li guardò sorridendo, quanto voleva bene a quei due.
“Allora vado avanti?”
“Sì sì” dissero in coro i due piccoli
“Nei giorni successivi vagabondammo nei dintorni della grotta e mamma non perdeva occasione per insegnarmi qualcosa. La notte stesi all’aperto sulle nostre coperte, guardavamo il cielo stellato e lei mi indicava le stelle: quando mi addormentavo facevo sempre dei bei sogni.
E intanto il tempo passava.
Una notte di luna piena, ci sveglio l’ululato di un lupo. Mi spaventai molto ma la mamma mi tranquillizzò subito. Lei era in sintonia con tutti gli animali della foresta, mi fece cenno di tacere e mi invitò a seguirla.
Arrivammo così nella radura, ci nascondemmo tra i cespugli per guardare lo spettacolo di Lupo che nella luce argentea della luna mandava verso il cielo il suo ululato. .
Mamma era rapita da Lupo ed a un certo punto unì la sua voce alla sua e per un po’ i due cantarono insieme.
Lupo si accorse di non essere solo, si girò con i suoi bellissimi occhi gialli e scrutò attraverso il fogliame.
Poi tenendomi per mano lei fece capolino dal nostro nascondiglio. Sembrava che i due si conoscessero, Lupo agitò la coda, proprio come fa ora quando ci vede. La mamma gli si avvicinò senza paura e lo guardò negli occhi poi allungò la mano al naso di lupo che la annusò per bene.
Nessuna paura, nessun timore, tutto si svolse tranquillamente e alla fine anch’io toccai il morbido pelo di Lupo che ci seguì nella grotta dove si sdraiò vicino al fuoco.
“Proprio come ora!” esclamò Sirio. Vero, e da allora Lupo non ci ha più lasciato, anche quando si assenta per lunghi periodi io so che ci osserva e basta un nostro richiamo, come ben sapete, perché corra in nostro soccorso. Poi un giorno al mio ritorno alla grotta, trovai la mamma sdraiata nel suo letto che si lamentava. Io mi spaventai, così incominciai a piangere. Lei cercò di consolarmi e mi disse di chiamare Lupo per tenermi compagnia. Lupo arrivò poco dopo. Annusò l’aria, mi leccò le mani. Sentì i suoi gemiti e subito all’erta, si fermò accanto al suo letto, poi veloce raggiunse l’uscita e si inoltrò nel bosco. Io mi stupii che mi lasciasse solo, provai a richiamarlo ma lui non si voltò nemmeno indietro. Passato qualche minuto all’esterno della grotta sentii dei rumori e con stupore vidi Lupo, ma non era solo, accanto a lui c’era un altro lupo.
“Era Lupa, vero? La sua amica” esclamò, battendo le mani la piccola Siria.
Sì era proprio lei che senza esitare andò vicino alla mamma la guardò e l’annusò poi le si sdraio vicina vicina.
Perplesso guardai Lupo e lui mi fece capire di seguirlo fuori, dove mi fece giocare, correre e insieme ci tuffammo anche nello stagno. A sera mi riaccompagnò qui e subito mi precipitai dentro.
La mamma era seduta sul letto con voi due tra le braccia. Mi avvicinai e vi guardai….eravate così belli….poi vi addormentaste ed io le chiesi cosa fosse accaduto, lei scosse la testa…
”C’era stata Lupa con lei!” esclamò allora Sirio che aveva capito. Proprio così, è stata la compagna di Lupo a starle vicino.
“Ma perché la mamma ci ha lasciato soli?” mormorò ora Siria “perché è andata via? Quasi non la ricordo, anzi non la ricordo per niente! Lupa non si è mai allontanata dai suoi piccoli perché la mamma sì?.”
Momo avvertì una fitta al cuore così dolorosa che gli mancò il fiato.
Nel cielo intanto la luna stava tramontando e le prime luci dell’alba si facevano strada tra le tenebre.
I tre ragazzi erano ancora svegli, i piccoli ascoltavano con avidità il racconto di Momo, mentre lui faticava a trovare le parole per continuare.
Nella grotta incominciava a far freddo, così Momo sollecitò i fratellini a venire nel suo letto ed insieme si coprirono con la vecchia coperta.
Con i piccoli stretti a sé il ragazzo trovò il coraggio di continuare la loro storia.
“Vedi Siria, mamma non ci avrebbe mai abbandonati ma dopo alcuni mesi si ammalò.
Io non me ne accorsi subito, finché una mattina, portandole il tè, vidi che dormiva ancora.
Provai a svegliarla. Inutile lei non si svegliò….allora capii, che era morta.
Anche io ero piccolo, quasi come voi ora e ricordo che mi disperai così tanto che incomincia a piangere e a urlare.
Lupo e Lupa mi sentirono e in breve mi raggiunsero. Io mi aggrappai al loro collo e piansi tutte le mie lacrime. Voi sapevate già camminare, vi condussi fuori dalla grotta. Ci sedemmo attorno al fuoco.
Da quel giorno per noi incominciò una nuova vita “Da soli” disse Sirio “No non da soli” replicò Siria “C’erano Lupa e Lupo.”
Perso nei suoi pensieri, non si accorse che i fratellini si erano addormentati e quando si voltò verso di loro un sorriso malinconico gli affiorò sulle labbra e con un sospiro chiuse gli occhi anche lui.
Il giorno dopo, tutti e tre si svegliarono verso mezzogiorno ma non furono i caldi raggi del sole a dar loro il buongiorno bensì una pioggia scrosciante accompagnata da tuoni e fulmini. I piccoli non si persero d’animo, si alzarono veloci e corsero fuori.
Nelle pozze formate dall’acqua, pestarono i loro piedini, imitati dagli animaletti del bosco. Il curioso
gruppetto giocò fino a quando inzaccherati e sporchi di fango, decisero di rientrare e lì trovarono Momo che già aveva preparato il pranzo. Mangiarono e poi si addormentarono avvolti in una coperta.
Delle voci li svegliarono.
“Chi può essere“ borbottò Momo, che da quando si erano svegliati si sentiva inquieto e allarmato.
Dopo poco davanti ai ragazzi si presentarono tre uomini e una donna, calzavano stivali in gomma e lunghe cerate per ripararsi dalla pioggia.
Momo balzò in piedi e fece scudo ai fratellini con il suo corpo, dicendo loro di raggiungere il fondo della grotta. Il viso del ragazzo era una maschera di ghiaccio che esprimeva rabbia e paura.
Egli non disse una parola ma non abbassò lo sguardo, fu la donna per prima a parlare e lo fece con una voce dolce e rassicurante.
“Ciao come ti chiami?” ma non ottenendo risposta continuò “so che ti chiamano Momo e vivi qui con i tuoi fratelli. Sei bravo ad occuparti di loro ma non puoi farlo da solo, hai bisogno di aiuto ed è tempo che se ne occupi qualcun altro e anche tu sei troppo giovane per vivere da solo.”
Momo continuò a tacere e la donna continuò “conosco tuo padre, è stato lui a dirmi di cercarvi perché vi rivuole a casa con lui.”
Momo, a quelle parole sobbalzò e la donna esitò un attimo per poi continuare “tranquillo, non ti porterò da lui. Noi lo conosciamo bene e sappiamo quello che ha fatto a tua madre e a te”
Il ragazzo ebbe uno scatto d’ira,, girò loro le spalle ed entrò nella grotta.
“Che succede?” chiese timidamente Siria.
“Nulla, non preoccuparti ci penso io” rispose Momo.
“No caro ragazzo, ci penseremo noi” riprese la donna che nel frattempo li aveva raggiunti. Siamo venuti per portarvi in un luogo sicuro, in una grande casa, con tanti altri ragazzi come voi.”
Sirio a quel punto si sentì minacciato e d’istinto prese la sorellina per mano e con uno scatto felino raggiunse l’uscita che però era sbarrata dai tre uomini. Siria si irrigidì guardò il fratellino e all’unisono emisero il loro ululato, forte, acuto, potente, che il vento trasportò fino ai lupi.
Nel giro di pochi minuti gli animali raggiunsero la grotta e intuendo il pericolo, si tennero nascosti in attesa…I piccoli però avvertirono la loro presenza e si tranquillizzarono un po’.
“Dai Momo non ti separerò dai piccoli, starete insieme. Loro avranno modo di studiare in una vera scuola e anche tu avrai questa opportunità e potrai farti degli amici della tua stessa età” lo sollecitò la donna
“No” urlò con rabbia Momo, “noi stiamo bene qui, andatevene!
A quel punto, uno degli uomini perse la pazienza, entrò nella grotta e lo afferrò per un braccio, mentre gli altri due immobilizzarono i piccoli.
A quel punto fu il caos….dal bosco si levò un suono che fece rizzare i capelli in testa ai quattro. I due uomini all’esterno imbracciarono i fucili fin’allora nascosti, mirarono verso il bosco e fecero fuoco.
Gli urli disperati dei bimbi, straziarono il cuore di Momo, che li abbracciò forte. “tranquilli, sussurrò, i Lupi sono furbi vedrete che ci aiuteranno ma ora noi dobbiamo aiutare loro.”
“Cosa hai in mente?” mormorò Sirio.
Momo sospirò “Ora dobbiamo fare come dicono loro, li seguiremo e faremo finta di obbedire, quando sarà il momento giusto saranno proprio i Lupi ad aiutarci e vi prometto che ritorneremo qui!”
Sira tirò su con il naso e guardò la donna che a sua volta, guardò i tre colleghi con aria interrogativa, poi alzò le spalle, “Allora venite?” li esortò
I gemelli si vestirono sommariamente, presero la mano di Momo e lasciarono la caverna. Camminarono fino al limitare della foresta dove li aspettava un furgone grigio. Uno degli uomini aprì le portiere e fece salire i ragazzi.
I bimbi non avevano mai visto un’auto e tanto meno vi erano saliti, quindi si guardarono perplessi. “Avanti salite” li incitò la donna ma essi si aggrapparono a Momo che con dolcezza li aiutò a prendere posto sui sedili. Non ci misero molto ad arrivare in paese e quando vi giunsero, i piccoli spalancarono gli occhi. Tutto era nuovo per loro, case, gente, strade, automobili. Sirio e Sira erano frastornati e all’improvviso al suono di un clacson si spaventarono così tanto che istintivamente abbracciati si raggomitolarono.
Alle prime ombre della sera il furgone si fermò davanti ad un grande cancello. La donna scese e lo aprì.
“Eccoci arrivati ragazzi” disse la donna.
Davanti a loro, una grande casa dall’aspetto imponente e severo
“Questa sarà la vostra nuova abitazione e se guardate bene non è nemmeno troppo lontana dalla vostra foresta.”
I ragazzi scesero dal furgone, salirono i gradini di pietra ma prima di entrare nella casa si girarono verso gli alberi, la loro vera casa. Momo fissò un punto lontano, per alcuni minuti rimase immobile poi un sorriso gli increspò le labbra e disse ai fratellini “Non ci hanno abbandonato”.
I gemelli lo guardarono e anche loro si voltarono, poi si presero per mano ed entrarono nell’edificio. Fecero una doccia e la donna pettinò con cura i capelli dei ragazzi, poi li condusse nella sala da pranzo dove c’erano tanti altri bambini seduti attorno a tavole apparecchiate. Al loro ingresso, tutti ammutolirono ma poi ripresero a chiacchierare e a mangiare. Momo con i piccoli fu invitato a sedersi ad uno dei tavoli vuoti e lì venne servita loro la cena.
Non abituati a quel genere di cibo e a usare le posate, Sirio e Siria si rifiutarono di mangiare. Solo Momo, ricordando i vecchi sapori, prese un panino e lo sbocconcellò.
Venne l’ora di andare a dormire. Momo e Sirio, loro malgrado, vennero separati dalla sorellina. Uno stretto corridoio e una parete li avrebbe divisi e a Siria sembrò una distanza enorme, non aveva mai dormito con altri che non fossero i suoi fratelli e incominciò a piangere disperata. Momo la prese in braccio e le sussurrò alcune parole poi la rimise a terra e lei con gli occhi umidi ma con un sorriso furbo sulle labbra entrò docile nella camerata delle bambine e accompagnata dalla donna andò al letto assegnatole.
“Su sdraiati, sarai stanca” la esortò, ma Siria la sorprese perché invece che sul letto, si sdraiò a terra rannicchiandosi. Anche i ragazzi non si stesero sui materassi, presero invece le coperte e si stesero uno accanto all’altro sul pavimento.
Verso mezzanotte, la luna, bella da mozzare il fiato, si posizionò nel cielo, illuminando con la sua luce argentea le cime degli alberi e il cortile della grande casa.
Uno dei raggi raggiunse i vetri della camerata dove dormiva Siria. La piccola si svegliò di colpo e balzò in piedi confusa, poi vide la finestra illuminata e senza pensarci indossò la tutina rosa che le era stata regalata dalla donna e in punta di piedi raggiunse la porta. Senza far rumore l’aprì e uscì nel corridoio. In quel momento anche Momo e Sirio fecero capolino.
Con i piedi scalzi i tre fratelli raggiunsero l’uscita, scesero i gradini e corsero attraversando il prato umido. Raggiunto il cancello lo scavalcarono senza difficoltà. Lì ad aspettarli, acquattati e all’erta, c’erano Lupo e Lupa. Con gioia, Sirio salì sul dorso di Lupo, mentre Siria si arrampicò sulla schiena di Lupa. Momo invece prese a correre verso la foresta.
Lo strano gruppo non si fermò fino a che non raggiunsero la radura illuminata dalla luna. Ansanti ma pieni di gioia i tre ragazzi volsero il viso al cielo ed insieme ai lupi intonarono una canzone fatta di suoni e ululati.
Le loro voci si fusero e il vento le trasportò fino alla grande casa. La donna si svegliò di soprassalto e si mise in ascolto. Incredula dalla sua camera, guardò verso la foresta.
Le voci dei ragazzi mescolate a quelle dei lupi la raggiunsero e allora incominciò a capire.
Nella stanza di Momo e Sirio, di loro nessuna traccia. Andò allora fuori e si sedette sugli scalini di pietra, il vento le scompigliò i capelli e continuò la sua canzone fino a che la luna tramontò lasciando il posto all’alba.
Riluttante la donna si alzò, quelle voci le avevano riempito il cuore di amore verso quei ragazzi che avrebbe voluto conoscere di più. Sapeva però che il loro destino non era quello di rimanere accanto a lei, erano figli della foresta e là dovevano vivere.
Da quel giorno però la donna, ogni qualvolta la luna si mostrava in tutto il suo splendore, lasciava la sua stanza e si sedeva sui freddi gradini di pietra della grande casa per ascoltare le voci nel vento.

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