da   Ass. Il Racconto Ritrovato

CLIC di Fiorella Naldi

Pioviggina, già le otto e mezza. . Fuori il prato è giallo di foglie, le ultime cadute dal melo.

Non fa freddo, non c’è la luce del giorno, tutto è sospeso in un fitto grigiore, avvolto nella nitida nebbia.

Netti i profili delle case intorno, lucide le tegole dei tetti, scure le cortecce bagnate degli alberi, più verdi gli ultimi ciuffi d’erba che resistono all’arrivo dell’ inverno.

Oggi, è una di quelle giornate buie in cui ci si aggiusta verso sera, quando si accendono le luci e questa finalmente giusta, conforta e riscalda.

Guarda di nuovo l’orologio.

Otto e trenta, in ritardo sulla tabella di marcia, in ritardo senza che nessuno

le corra dietro.

Si era già svegliata una prima volta, nemmeno le cinque, troppo presto.

La grondaia rimandava l’eco delle gocce che cadevano pesanti, un ritmo irregolare, prima tanto poi nulla.

Non era rimasta sveglia a lungo, lo aveva temuto; invece, girata sul fianco destro, lei che di solito stava sul sinistro, si era riaddormentata.

Aveva anche sognato, i sogni vividi, quelli che permangono al risveglio.

Forse era stato proprio quel sogno a trattenerla in un sonno oltre il consueto, le otto e mezza infatti.

Ma che male c’è, è festa oggi.

Lo chiamò, gli disse sono sveglia, e lui dal piano di sotto rispose ora ti porto sù il caffè.

Un vassoio, le due tazze, chissà se aveva preso i biscotti che le piacevano, i più semplici, niente creme, niente marmellata. Quattro biscotti secchi, due per ciascuno, e un buon caffè bollente sporcato di latte.

Furono l’una di fronte all’altro sul letto grande, il vassoio in mezzo, lei ancora assonnata.

- Grazie per questo buon caffè.

- Figurati …prima dormivi, mi sono affacciato e ti ho chiesto : - sei sveglia? Non mi hai risposto e allora io ho bevuto un caffè.

- Ma questo? - gli chiese lei.

Le tende alla finestra non lasciano intravvedere nulla all’esterno, la giornata grigia, la stanza ora rischiarata dalla lampada sul comodino.  

- Questo lo bevo volentieri con te - la rassicura, e lei con maggior gusto inzuppa un biscotto portandolo veloce alla bocca prima che ricada nella tazza.

Che vizio inconfessabile quello di bere il caffè a letto!

Ma a lei piace molto. E’ questa una sua cattiva, rassicurante abitudine, e vi si accomoda come in un maglione morbido, come al crepitare della legna d’inverno.

Gli aveva trasmesso il vizio, o forse lui la compiaceva soltanto.

Quelli erano i momenti in cui la sentiva più scoperta, tenera, spettinata. Oltre al caffè, un altro mezzo biscotto secco gli veniva voglia di darle il suo affetto, costante e silenzioso, e il desiderio che aveva di lei.

Riposto il vassoio ai piedi del letto, si stendevano l’uno accanto all’altra.

Aggiustavano meglio i cuscini, lei metteva il proprio a contatto con quello di lui, di poco sovrapposto; lui se ne restava supino e immobile, muto.

Lei gli si accostava di più, il viso quasi sulla sua spalla, poi si rimetteva dritta, due corpi sdraiati e paralleli, si sfioravano, non dicevano nulla assorti al rumore della pioggia.

Lui le stringeva la mano, delle piccole strette intermittenti, un po’ come l’acqua che aveva sentito cadere a tratti il mattino presto quando non erano nemmeno le cinque.

- Che brutta giornata! - gli disse.

- Già - rispose lui, e aperti gli occhi si voltò a guardarla e aggiunse - …Ma noi stiamo bene qui.

Lei gli si fece vicina, gli passò due dita prima sul petto, poi su e giù lungo il viso magro, gli zigomi sporgenti, il mento, quasi dispettosa. Si abbracciarono.

Non ci fu bisogno di richiudere le imposte; il grigiore di quella giornata e la nebbia facevano parte della stanza, entrati di soppiatto a confondere ogni cosa, un bisbiglio, un ridere complice e sommesso, un sussurro, poi il rumore di una piccola luce che si spegne.  

Il loro fu un cercarsi tenero e a tratti inquieto.

- Stiamo bene, qui così io e te - gli sorrise.

Gli sorrideva come si sorride a un amico, un’allegra confidenza, e di nuovo come le piaceva fare, gli accarezzò la spalla e il petto.    

- Sì - le rispondeva, il capo ad annuire, a rafforzare quel sì.

Ora il viso di lui su di lei, tanto vicino da non distinguerne i tratti, ripensava a quando il loro era l’amore giovanile, inesperto, furtivo, e ad altre stagioni, numerose, quando non era stato nella loro casa l’amore, ma nei luoghi dei viaggi, o dei casi cui li aveva portati la vita.

Le capitava, nell’istante che nell’afferrarla scappa, l’affacciarsi ricorrente di un’immagine, e di altri momenti, come un corpo estraneo da scostare dall’obiettivo prima dello scatto.

Ecco allora un mare particolarmente tempestoso visto un’ estate, o un paesaggio verde, il profilo dolce e ancora illuminato a giorno di una collina attraversata chissà quando.

O un uomo, a Parigi, quel signore che vedeva farsi il caffè ogni mattino nel palazzo di fronte, all’interno di una cucina in cui si distinguevano chiaramente le pareti in piastrelle bianche e blu. Avrebbe potuto sentirlo il profumo di quel caffè, e sfiorarela camicia azzurra di quello sconosciuto.

Oppure una montagna cupa e maestosa, lungo il sentiero in costa con la prima neve. Rabbrividiva e si stringeva di più a quel corpo che conosceva come il proprio, che, come ridestandosi da un buon sonno, lentamente, si staccava da lei per rimanerle accanto, a tratti assopito, sulle labbra un’ombra di sorriso.

Così restavano, tranquilli, gli occhi chiusi di lui, quelli di lei aperti, mobili, attenti.

Ancora calda di quello scambio d’amore, scorreva con lo sguardo la stanza illuminata dalla luce buia di un giorno che senza farsene accorgere, al clic di un interruttore, sarebbe scivolato nella sera.

Ecco stagliarsi nella sua mente, un’altra immagine, un nuovo ricordo.

Un paesaggio, il profilo dolce e illuminato di una collina vista chissà quando, ora come succedeva tutte le volte che si amavano, non ricordava dove.

Pioviggina, già le otto e mezza. . Fuori il prato è giallo di foglie, le ultime cadute dal melo.

Non fa freddo, non c’è la luce del giorno, tutto è sospeso in un fitto grigiore, avvolto nella nitida nebbia.

Netti i profili delle case intorno, lucide le tegole dei tetti, scure le cortecce bagnate degli alberi, più verdi gli ultimi ciuffi d’erba che resistono all’arrivo dell’ inverno.

Oggi, è una di quelle giornate buie in cui ci si aggiusta verso sera, quando si accendono le luci e questa finalmente giusta, conforta e riscalda.

Guarda di nuovo l’orologio.

Otto e trenta, in ritardo sulla tabella di marcia, in ritardo senza che nessuno

le corra dietro.

Si era già svegliata una prima volta, nemmeno le cinque, troppo presto.

La grondaia rimandava l’eco delle gocce che cadevano pesanti, un ritmo irregolare, prima tanto poi nulla.

Non era rimasta sveglia a lungo, lo aveva temuto; invece, girata sul fianco destro, lei che di solito stava sul sinistro, si era riaddormentata.

Aveva anche sognato, i sogni vividi, quelli che permangono al risveglio.

Forse era stato proprio quel sogno a trattenerla in un sonno oltre il consueto, le otto e mezza infatti.

Ma che male c’è, è festa oggi.

Lo chiamò, gli disse sono sveglia, e lui dal piano di sotto rispose ora ti porto sù il caffè.

Un vassoio, le due tazze, chissà se aveva preso i biscotti che le piacevano, i più semplici, niente creme, niente marmellata. Quattro biscotti secchi, due per ciascuno, e un buon caffè bollente sporcato di latte.

Furono l’una di fronte all’altro sul letto grande, il vassoio in mezzo, lei ancora assonnata.

- Grazie per questo buon caffè.

- Figurati …prima dormivi, mi sono affacciato e ti ho chiesto : - sei sveglia? Non mi hai risposto e allora io ho bevuto un caffè.

- Ma questo? - gli chiese lei.

Le tende alla finestra non lasciano intravvedere nulla all’esterno, la giornata grigia, la stanza ora rischiarata dalla lampada sul comodino.  

- Questo lo bevo volentieri con te - la rassicura, e lei con maggior gusto inzuppa un biscotto portandolo veloce alla bocca prima che ricada nella tazza.

Che vizio inconfessabile quello di bere il caffè a letto!

Ma a lei piace molto. E’ questa una sua cattiva, rassicurante abitudine, e vi si accomoda come in un maglione morbido, come al crepitare della legna d’inverno.

Gli aveva trasmesso il vizio, o forse lui la compiaceva soltanto.

Quelli erano i momenti in cui la sentiva più scoperta, tenera, spettinata. Oltre al caffè, un altro mezzo biscotto secco gli veniva voglia di darle il suo affetto, costante e silenzioso, e il desiderio che aveva di lei.

Riposto il vassoio ai piedi del letto, si stendevano l’uno accanto all’altra.

Aggiustavano meglio i cuscini, lei metteva il proprio a contatto con quello di lui, di poco sovrapposto; lui se ne restava supino e immobile, muto.

Lei gli si accostava di più, il viso quasi sulla sua spalla, poi si rimetteva dritta, due corpi sdraiati e paralleli, si sfioravano, non dicevano nulla assorti al rumore della pioggia.

Lui le stringeva la mano, delle piccole strette intermittenti, un po’ come l’acqua che aveva sentito cadere a tratti il mattino presto quando non erano nemmeno le cinque.

- Che brutta giornata! - gli disse.

- Già - rispose lui, e aperti gli occhi si voltò a guardarla e aggiunse - …Ma noi stiamo bene qui.

Lei gli si fece vicina, gli passò due dita prima sul petto, poi su e giù lungo il viso magro, gli zigomi sporgenti, il mento, quasi dispettosa. Si abbracciarono.

Non ci fu bisogno di richiudere le imposte; il grigiore di quella giornata e la nebbia facevano parte della stanza, entrati di soppiatto a confondere ogni cosa, un bisbiglio, un ridere complice e sommesso, un sussurro, poi il rumore di una piccola luce che si spegne.  

Il loro fu un cercarsi tenero e a tratti inquieto.

- Stiamo bene, qui così io e te - gli sorrise.

Gli sorrideva come si sorride a un amico, un’allegra confidenza, e di nuovo come le piaceva fare, gli accarezzò la spalla e il petto.    

- Sì - le rispondeva, il capo ad annuire, a rafforzare quel sì.

Ora il viso di lui su di lei, tanto vicino da non distinguerne i tratti, ripensava a quando il loro era l’amore giovanile, inesperto, furtivo, e ad altre stagioni, numerose, quando non era stato nella loro casa l’amore, ma nei luoghi dei viaggi, o dei casi cui li aveva portati la vita.

Le capitava, nell’istante che nell’afferrarla scappa, l’affacciarsi ricorrente di un’immagine, e di altri momenti, come un corpo estraneo da scostare dall’obiettivo prima dello scatto.

Ecco allora un mare particolarmente tempestoso visto un’ estate, o un paesaggio verde, il profilo dolce e ancora illuminato a giorno di una collina attraversata chissà quando.

O un uomo, a Parigi, quel signore che vedeva farsi il caffè ogni mattino nel palazzo di fronte, all’interno di una cucina in cui si distinguevano chiaramente le pareti in piastrelle bianche e blu. Avrebbe potuto sentirlo il profumo di quel caffè, e sfiorarela camicia azzurra di quello sconosciuto.

Oppure una montagna cupa e maestosa, lungo il sentiero in costa con la prima neve. Rabbrividiva e si stringeva di più a quel corpo che conosceva come il proprio, che, come ridestandosi da un buon sonno, lentamente, si staccava da lei per rimanerle accanto, a tratti assopito, sulle labbra un’ombra di sorriso.

Così restavano, tranquilli, gli occhi chiusi di lui, quelli di lei aperti, mobili, attenti.

Ancora calda di quello scambio d’amore, scorreva con lo sguardo la stanza illuminata dalla luce buia di un giorno che senza farsene accorgere, al clic di un interruttore, sarebbe scivolato nella sera.

Ecco stagliarsi nella sua mente, un’altra immagine, un nuovo ricordo.

Un paesaggio, il profilo dolce e illuminato di una collina vista chissà quando, ora come succedeva tutte le volte che si amavano, non ricordava dove.

Pioviggina, già le otto e mezza. . Fuori il prato è giallo di foglie, le ultime cadute dal melo.

Non fa freddo, non c’è la luce del giorno, tutto è sospeso in un fitto grigiore, avvolto nella nitida nebbia.

Netti i profili delle case intorno, lucide le tegole dei tetti, scure le cortecce bagnate degli alberi, più verdi gli ultimi ciuffi d’erba che resistono all’arrivo dell’ inverno.

Oggi, è una di quelle giornate buie in cui ci si aggiusta verso sera, quando si accendono le luci e questa finalmente giusta, conforta e riscalda.

Guarda di nuovo l’orologio.

Otto e trenta, in ritardo sulla tabella di marcia, in ritardo senza che nessuno

le corra dietro.

Si era già svegliata una prima volta, nemmeno le cinque, troppo presto.

La grondaia rimandava l’eco delle gocce che cadevano pesanti, un ritmo irregolare, prima tanto poi nulla.

Non era rimasta sveglia a lungo, lo aveva temuto; invece, girata sul fianco destro, lei che di solito stava sul sinistro, si era riaddormentata.

Aveva anche sognato, i sogni vividi, quelli che permangono al risveglio.

Forse era stato proprio quel sogno a trattenerla in un sonno oltre il consueto, le otto e mezza infatti.

Ma che male c’è, è festa oggi.

Lo chiamò, gli disse sono sveglia, e lui dal piano di sotto rispose ora ti porto sù il caffè.

Un vassoio, le due tazze, chissà se aveva preso i biscotti che le piacevano, i più semplici, niente creme, niente marmellata. Quattro biscotti secchi, due per ciascuno, e un buon caffè bollente sporcato di latte.

Furono l’una di fronte all’altro sul letto grande, il vassoio in mezzo, lei ancora assonnata.

- Grazie per questo buon caffè.

- Figurati …prima dormivi, mi sono affacciato e ti ho chiesto : - sei sveglia? Non mi hai risposto e allora io ho bevuto un caffè.

- Ma questo? - gli chiese lei.

Le tende alla finestra non lasciano intravvedere nulla all’esterno, la giornata grigia, la stanza ora rischiarata dalla lampada sul comodino.  

- Questo lo bevo volentieri con te - la rassicura, e lei con maggior gusto inzuppa un biscotto portandolo veloce alla bocca prima che ricada nella tazza.

Che vizio inconfessabile quello di bere il caffè a letto!

Ma a lei piace molto. E’ questa una sua cattiva, rassicurante abitudine, e vi si accomoda come in un maglione morbido, come al crepitare della legna d’inverno.

Gli aveva trasmesso il vizio, o forse lui la compiaceva soltanto.

Quelli erano i momenti in cui la sentiva più scoperta, tenera, spettinata. Oltre al caffè, un altro mezzo biscotto secco gli veniva voglia di darle il suo affetto, costante e silenzioso, e il desiderio che aveva di lei.

Riposto il vassoio ai piedi del letto, si stendevano l’uno accanto all’altra.

Aggiustavano meglio i cuscini, lei metteva il proprio a contatto con quello di lui, di poco sovrapposto; lui se ne restava supino e immobile, muto.

Lei gli si accostava di più, il viso quasi sulla sua spalla, poi si rimetteva dritta, due corpi sdraiati e paralleli, si sfioravano, non dicevano nulla assorti al rumore della pioggia.

Lui le stringeva la mano, delle piccole strette intermittenti, un po’ come l’acqua che aveva sentito cadere a tratti il mattino presto quando non erano nemmeno le cinque.

- Che brutta giornata! - gli disse.

- Già - rispose lui, e aperti gli occhi si voltò a guardarla e aggiunse - …Ma noi stiamo bene qui.

Lei gli si fece vicina, gli passò due dita prima sul petto, poi su e giù lungo il viso magro, gli zigomi sporgenti, il mento, quasi dispettosa. Si abbracciarono.

Non ci fu bisogno di richiudere le imposte; il grigiore di quella giornata e la nebbia facevano parte della stanza, entrati di soppiatto a confondere ogni cosa, un bisbiglio, un ridere complice e sommesso, un sussurro, poi il rumore di una piccola luce che si spegne.  

Il loro fu un cercarsi tenero e a tratti inquieto.

- Stiamo bene, qui così io e te - gli sorrise.

Gli sorrideva come si sorride a un amico, un’allegra confidenza, e di nuovo come le piaceva fare, gli accarezzò la spalla e il petto.    

- Sì - le rispondeva, il capo ad annuire, a rafforzare quel sì.

Ora il viso di lui su di lei, tanto vicino da non distinguerne i tratti, ripensava a quando il loro era l’amore giovanile, inesperto, furtivo, e ad altre stagioni, numerose, quando non era stato nella loro casa l’amore, ma nei luoghi dei viaggi, o dei casi cui li aveva portati la vita.

Le capitava, nell’istante che nell’afferrarla scappa, l’affacciarsi ricorrente di un’immagine, e di altri momenti, come un corpo estraneo da scostare dall’obiettivo prima dello scatto.

Ecco allora un mare particolarmente tempestoso visto un’ estate, o un paesaggio verde, il profilo dolce e ancora illuminato a giorno di una collina attraversata chissà quando.

O un uomo, a Parigi, quel signore che vedeva farsi il caffè ogni mattino nel palazzo di fronte, all’interno di una cucina in cui si distinguevano chiaramente le pareti in piastrelle bianche e blu. Avrebbe potuto sentirlo il profumo di quel caffè,

e sfiorarela camicia azzurra di quello sconosciuto.

Oppure una montagna cupa e maestosa, lungo il sentiero in costa con la prima neve. Rabbrividiva e si stringeva di più a quel corpo che conosceva come il proprio, che, come ridestandosi da un buon sonno, lentamente, si staccava da lei per rimanerle accanto, a tratti assopito, sulle labbra un’ombra di sorriso.

Così restavano, tranquilli, gli occhi chiusi di lui, quelli di lei aperti, mobili, attenti.

Ancora calda di quello scambio d’amore, scorreva con lo sguardo la stanza illuminata dalla luce buia di un giorno che senza farsene accorgere, al clic di un interruttore, sarebbe scivolato nella sera.

Ecco stagliarsi nella sua mente, un’altra immagine, un nuovo ricordo.

Un paesaggio, il profilo dolce e illuminato di una collina vista chissà quando, ora come succedeva tutte le volte che si amavano, non ricordava dove.

 

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