da   Ass. Il Racconto Ritrovato

FURIO E VERDIANA di Carlo Frizzi

 

“Non avrei mai pensato di dover scegliere, l’occasione si presentò quando…”. Qui si interruppe, repentinamente, il discorso. La signora che lo stava pronunciando, a braccetto con la più giovane amica, si arrestò davanti all’entrata del bar. “Entriamo qui, e prendiamoci un cappuccino!” e oltrepassò la soglia.

Furio rimase un attimo interdetto, quasi desiderando seguirle, ma non aveva un soldo in tasca e la cosa sarebbe stata per lo meno imbarazzante. Rallentò per un istante il suo incedere, già normalmente strascicato e ciondolante, ma non trovò altra opzione che proseguire la passeggiata sotto i portici di via Po.

Era sua abitudine gironzolare per Torino, senz’altro obiettivo che guardarsi intorno: non era un cronista, né un ladruncolo e neppure un cercatore di avventure galanti: trovava però interessanti le persone, le espressioni dei volti, il modo di camminare, l’abbigliamento, e persino gli spezzoni di discorsi che riusciva a cogliere, incontrando o superando (più spesso veniva superato) coppie o gruppetti. Nulla di morboso o di invadente: la gente nemmeno faceva caso a quello sfaccendato e tirava dritto senza minimamente registrare l’incontro. Furio invece, pur mantenendo un’espressione distratta e un po’ vacua, era attirato da tutto quel che vedeva o sentiva: poi partiva a fantasticare, in modo disordinato e imprevedibile (ma si può forse imbrigliare, la fantasia?), immaginando i rapporti che intercorrevano tra le persone, o la loro professione, o il motivo che le aveva portate lì; esaminava a colpo d’occhio andature, abbigliamenti, inflessioni dialettali e mimica, deducendo quindi le più varie e indimostrabili conclusioni sul conto dei passanti. Con quale scopo? Nessuno, ovviamente, se non il proprio piacere. Immaginava le vite altrui, provava a dipingerle in base al poco che vedeva, e si crogiolava poi nei meandri delle ipotesi, come un lettore di gialli incompleti.

La signora di cui aveva captato il brano di discorso l’aveva attirato in modo particolare, in quella mattinata fino ad allora povera di stimoli: poteva avere una settantina d’anni, era di corporatura minuta, sottile e un po’ curva. Portava al guinzaglio un cagnolino, di piccola taglia anche lui, ma bastevole per far di quando in quando ondeggiare, con i suoi strattoni da curioso, la padrona dal passo incerto. Il viso della donna era affilato da un naso aquilino, su cui poggiavano occhiali dalle spesse lenti (dalla montatura di tartaruga, Furio ci avrebbe giurato): dietro le lenti guizzavano però occhi da ragazzina, che trasmettevano curiosità, attenzione e ancora sorpresa per le cose del mondo (vorrei averla io, una simile curiosità, si era detto Furio all’incrociare quello sguardo). E poi la frase carpita… la signora la stava quasi declamando, accompagnandola con ampi gesti delle mani rugose, quasi fosse un direttore d’orchestra, o un’attrice sul palcoscenico. Tra cosa scegliere? E perché non aveva mai pensato di doverlo fare? Furio impazziva per la curiosità. E quale occasione? E quando? Maledetto bar e maledetto cappuccino! Maledetta anche l’abitudine di uscire senza soldi in tasca… Furio si era inchiodato davanti alla vetrina della farmacia, venti metri dopo l’ingresso del bar: un passante ignaro avrebbe pensato che quel tizio immobile stesse valutando con attenzione le diverse offerte di creme idratanti, emollienti, rinforzanti. La mente del Nostro era invece totalmente concentrata sulla condotta da assumere per giungere alla soluzione dell’enigma. Bisognava parlare con la signora, ma come? Furio era di temperamento schivo, timido; più spettatore che protagonista, non ci si vedeva proprio ad apostrofare, pur con tutta la cortesia del caso, la signora dagli occhi curiosi, rivolgendole una domanda che – chissà – poteva riguardare aspetti molto personali, intimi addirittura. Eppure… eppure era ossessionato dal desiderio di sapere, anche a costo di ottenere una spiegazione insignificante di un evento irrilevante: oramai si sentiva catturato da un vortice che non lasciava scampo.

La tensione crebbe ancora quando, con la coda dell’occhio, vide uscire dal bar il terzetto: davanti il cagnolino, che tirava la padrona, che a sua volta si sosteneva al braccio dell’amica. Lo oltrepassarono a passo lento, la bestiola si fermò un attimo ad annusargli i piedi, ricevendo uno strattone “Pippi! Vieni qua!”. Beh, almeno aveva il nome del cane.

“Ehi, che ci devi comprare in farmacia?”. Furio sussultò; alle sue spalle era comparso Graziano, un compagno della scuola media, che alla terza bocciatura aveva smesso di studiare ed aveva iniziato – diceva lui – a lavorare. In realtà si arrabattava a tirare avanti con attività quasi mai entro i limiti della legalità, e sempre a stento. Più di una volta Furio l’aveva ospitato, sfamato, e anche nascosto, quando i guai combinati erano troppo seri. Improvvisa, la soluzione del problema gli si presentò alla mente, limpida e filante come una stella cadente. “Càpiti in un buon momento… Ti va di guadagnarti dieci euro?”. La risposta era ovvia, sicché il discorso tra i due proseguì febbrilmente e sottovoce per alcuni istanti. Poi, a voce più alta: “Hai capito bene? “. ”Ok, certo. Rapido e indolore. Mi conosci…”.“Mi raccomando”. “Tranquillo”.

I due si separarono, Graziano raggiungendo velocemente e superando il terzetto, Furio seguendo a passo lento con fare distratto. Tutto avvenne in un baleno: con l’abituale destrezza, Graziano sfilò la borsa dalla spalla della signora del cane, e si mise a fuggire in direzione di Furio; la signora, dopo un momento di sorpresa, iniziò a gridare “La mia borsa! Mascalzone! Al ladro!”. Anche Pippi abbaiava a tutta forza. In quattro salti Graziano era giunto all’altezza di Furio, il quale tentò di bloccarlo, ricevendo però uno spintone; ma non si perse d’animo e si lanciò ad inseguirlo nel vicolo e poi nel portone in cui il birbante aveva sperato di trovar rifugio. Quel che avvenne nella penombra non sarà qui riferito: fatto sta che, meno di un minuto dopo, Furio – come un torero vincitore – riconsegnava ansante la borsetta alla signora, nel frattempo attorniata da altri passanti che commentavano l’accaduto e cercavano di recar conforto alla vittima del borseggio. “Ecco, signora. L’ho recuperata”.

Il viso della signora si allargò in un grato sorriso “Grazie, lei non sa che gran piacere mi ha fatto”. Intorno i commenti laudatori si sprecavano, sostituendo le censure e le deprecazioni del minuto precedente.” Ma che brau fieul!”. “Coraggioso!”. “Ma sarà italiano?”. “L’altro no, sicuro…”. ”E’ anche ferito, poverino!”. Poco a poco i curiosi sciamarono, portandosi dietro apprezzamenti e lamentazioni. “Come posso ricompensarla? Davvero… il suo gesto mi ha commosso. Venga, sediamoci un momento, prima di tutto le offro qualcosa. Mi faccia vedere il viso”. Sì, perché Furio aveva un graffio sulla guancia sinistra. “Non è niente, signora, sa, nella colluttazione…”. Furio odiava mentire (il graffio se l’era procurato da solo, per rendere più verosimile la faccenda), ma pensò che il gioco valesse la candela. “Grazie, signora, solo un bicchier d’acqua…” . “Oh, vede l’agitazione, non mi sono nemmeno presentata: mi chiamo Verdiana, Verdiana Valdes. Con la esse finale. Molto piacere!”. “Furio, Furio Di Marzo. Molto lieto anch’io”. “E questa è la mia amica Floresta Pallin, e questa è Pippi, mia delizia e mia croce”. “Piacere. Piacere”. “Lei, Furio, mi ha davvero aiutata molto. Non solo per aver recuperato il poco denaro che avevo con me. Quello che mi fa star bene è vedere qualcuno che si attiva, anche correndo qualche rischio, per evitare un’ingiustizia, così, senza essere obbligato. Le voglio chiedere una cosa: cos’ha pensato in quegli attimi, che cosa l’ha indotta ad entrare in azione?”. “Lei non ci crederà, signora Verdiana, ho pensato ad uno scritto di Calvino. L’inferno dei viventi…”. Verdiana si illuminò e continuò: “… non è qualcosa che sarà, è quello che è già qui, che formiamo stando insieme”. E Furio riprese: “Due modi ci sono per non soffrirne… Vedo che piace anche a lei, Calvino. E così, vedendo quel farabutto strapparle la borsetta, ho pensato se scegliere il modo che riesce facile a molti, cioè infischiarsene e tirar dritto, o l’altro, quello che richiede attenzione e apprendimento continui… “. Verdiana era deliziata, amava davvero Calvino, e sentirlo declamare così a proposito da quel ragazzone generoso le pareva il dono più prezioso dell’avventura appena conclusa. Furio colse l’attimo e giocò la sua carta: “In altre parole, non avrei mai pensato di dover scegliere, l’occasione mi si è presentata poco fa”. Verdiana e Floresta scoppiarono in una risata sorpresa. “Ci scusi, Furio, è che… posso dirglielo, no?... solo poco fa ho usato questa stessa espressione, identica praticamente, e ora lei me la ripete testualmente… la vita non finisce di stupirmi…”. “Beh, è sorprendente davvero… ” mentì di nuovo Furio, ormai pronto per la stoccata : “ E a che proposito, se posso?...” “Ah, nulla di che. Vede, Furio, la mia amica ed io abbiamo fondato un’associazione per persone che si dilettano a scrivere. Racconti, romanzi, poesie. Si chiama “Camminando tra le righe”. Ogni tanto stuzzichiamo i nostri soci con esercizi di scrittura a tema, magari suggerendo l’incipit. Non avrei mai pensato di dover scegliere, eccetera, è l’incipit del prossimo, diciamo così, concorso.

Lei scrive, Furio?”

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