da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Non dirlo a nessuno di Silvia Pillin - 2012

Prefazione

 

Oliviero Ponte di Pino

È tutto molto semplice. Sono istantanee rubate alla vita quotidiana di due adolescenti, due sorelle che si svegliano in una giornata che dovrebbe essere di festa.

Tenerezza, affetto. Tutto perfetto, o quasi. Perché c’è qualcosa di fragile in quelle due ragazze, qualcosa che si può rompere. O forse si è già rotto.

Silvia Pillin partecipa a Subway-Letteratura per la quarta volta consecutiva, e ha fatto bene a insistere. Non dirlo a nessuno è un racconto che nasce

dall’indignazione e dalla rabbia, ma si nutre di affetto e di sete di giustizia. Per raccontare uno spicchio di mondo dove tutti, più o meno, siamo feriti dalla vita.

Tutto questo Silvia Pillin lo esprime raccontando la quotidianità, i piccoli gesti di ogni giorno. Per mostrare che oltre la superficie, oltre le rassicuranti apparenze,

oltre l’ipocrisia della normalità, si agita qualcosa di più profondo e a volte feroce. Per dirci che, alla fine, c’è la speranza del riscatto. O c’è, dopo aver

oltrepassato la linea d’ombra, almeno la possibilità della fuga.

NON DIRLO

NON DIRLO

A NESSUNO

La porta della mia camera si apre svegliandomi. D’istinto mi rannicchio e uso le braccia per proteggere la testa.

«Sei sveglia?», chiede Arianna aprendo la porta della mia camera.

«No», dico in un sospiro di sollievo, portandomi le coperte sulla testa.

«Posso?», domanda entrando. «Non riesco a dormire».

«Che ore sono?», chiedo, cercando di districare il garbuglio luminoso sul comodino.

La luce del suo cellulare usato a mo’ di torcia mi acceca.

«Le sei e mezza».

Scosto il piumone il minimo indispensabile per permetterle di distendersi accanto a me e batto il palmo di una mano sul materasso un paio di volte. Lei si infila in

fretta, e, durante le manovre di assestamento, tocca con un piede una striscia di pelle scoperta appena sopra la mia caviglia. Mi ritraggo. Dico: «Hai i piedi gelidi».

Facendo leva sui gomiti allungo un braccio verso il cassetto della biancheria, tasto un po’ e recupero due calzini. Non sono un paio, uno è più corto dell’altro, uno

sembra di spugna e l’altro di lana.

Li appoggio sopra le coperte, all’altezza della sua pancia. Lei li prende senza dire grazie, li infila con gran movimento sotto le coperte. Occupa due terzi del letto.

Non cado solo perché c’è la parete a trattenermi.

Rimaniamo in silenzio quel tanto che basta a illudermi che mi lascerà dormire un altro po’. Invece, senza preavviso, si mette a farmi il solletico. Le basta sfiorarmi il

fianco con le dita per farmi sfuggire un urletto. Mi mordo la lingua prima di dirle in un soffio: «Ma cazzo, sei cretina?! Vuoi svegliare papà?».

Lei fa per alzarsi e, invece di lasciarla andare, la trattengo.

«Adesso dormiamo», sussurro. «Per favore».

Si sdraia su un fianco e io aderisco con il mio corpo alla sua schiena. Sento il profumo dei suoi capelli e vorrei protestare perché mi ha rubato lo shampoo. Invece

continuo ad accarezzarle il fianco pensando che questa scema insopportabile di mia sorella è l’unica persona al mondo che ha il permesso di invadere il mio spazio.

Quando Arianna mi risveglia, girandosi nel letto, la stanza non è più avvolta nel buio. Riesco a distinguere la scrivania, la sedia con i miei vestiti ammucchiati sopra,

le tende chiare.

Mi scappa la pipì. Ma per raggiungere il bagno dovrei abbandonare questo tepore rassicurante, scavalcare la Venere imbronciata che mi dorme accanto. Osservo le

sue lunghe ciglia che nel sonno tremano appena, il naso perfetto, la linea morbida delle labbra. È bella. Ma non sono invidiosa della sua fragile bellezza. L’assenza

di bellezza difende, permette di tenere a distanza, si fa temere.

Mentre la guardo spalanca gli occhi, come un gatto abbagliato dai fari in mezzo alla strada.

«Sei sveglia?», domanda, scostando una ciocca di capelli dal viso.

«Adesso sì. Che ore sono?», dico.

«Le otto e un quarto. Parliamo?».

«Comincia».

Nel silenzio mi ritrovo a elencare mentalmente le cose che farò una volta raccolta la forza necessaria per affrontare la giornata: fare pipì, andare a correre, depilarmi,

fare una doccia, rifare i letti, studiare inglese per il compito, fare una lavatrice, continuare a leggere Opinioni di un clown.

«Caterina, secondo te papà mi vuole bene?».

«Scusa mi scappa la pipì».

La costringo a spostarsi e vado in bagno. Rabbrividisco al contatto con la tavoletta gelida del water, e continuo a compilare la mia lista delle cose da fare: aiutare

Arianna con i compiti, obbligare Arianna a sistemare la sua camera, fare un riposino.

Prima di tornare in camera mi guardo nello specchio sopra il lavandino: ho delle occhiaie così nere che sembro appena uscita da un lungo esperimento di privazione

del sonno, è chiaro anche tra uno schizzo d’acqua e l’altro. Aggiungo “pulire il bagno” alla lista.

Quando torno in camera Arianna è sparita. Ne approfitto per rimanere sotto le coperte ancora un po’.

Dopo cinque minuti riappare sulla porta con un vassoio. «Colazione in camera», annuncia. «Cappuccino e brioche. Ok, diciamo, caffelatte e merendina».

Sono così sorpresa che non riesco nemmeno a dire grazie. Quando fa un gesto carino per me, penso sempre che stia cercando di farsi perdonare qualcosa.

Ma il vassoio non fa in tempo ad arrivare sulle mie ginocchia: tutto il suo contenuto precipita per terra con gran rumore di plastica e cocci.

«Cazzo», urlo.

Sul pavimento c’è la mia tazza preferita, la tazza di mamma, ridotta in briciole. Il latte è schizzato ovunque, ha macchiato persino i vestiti sulla sedia. Arianna è in

piedi, immobile. Mi alzo di scatto dal letto e la fisso con odio. Vedere il suo labbro inferiore che trema preannunciando le lacrime mi riempie di rabbia, invece di

impietosirmi.

«Pulisci, prima che papà se ne accorga», dico.

Mentre esce dalla stanza mi rendo conto che ha ai piedi solo i miei calzini spaiati: «Metti le ciabatte, altrimenti ti fai male».

Arianna sta preparando il pranzo. Io mi limito ad apparecchiare: stendo la tovaglia, metto i piatti del servizio buono, i bicchieri, i tovaglioli, le posate, il pane, la

caraffa d’acqua naturale per me, la bottiglia di acqua frizzante per Arianna, la bottiglia di vino per papà. Controllo due volte che ci sia tutto e che tutto sia al suo

posto. Se fosse per me e quella cretina di mia sorella, mangeremmo pizzette surgelate riscaldate al microonde, su delle tovagliette americane di plastica, o patatine

pescate dallo stesso sacchetto, spaparanzate sul divano, davanti alla tv. Ma oggi è domenica, e il pranzo della domenica è sacro e si sta tutti insieme e si mangia

come i cristiani. Secondo papà.

Io sono atea.

Dato che la mia colazione ha fatto la fine che ha fatto, l’idea di mangiare come dio comanda non mi dispiace per nulla, e anzi, anche se è risaputo che Arianna

cucina da schifo, ho quasi l’impressione che nell’aria aleggi un buon profumo. Ma è probabile che sia solo un’allucinazione olfattiva causata dal digiuno.

Un attimo prima di scolare la pasta mi dice: «Vai a chiamare papà».

Lo trovo in officina che traffica bestemmiando su un tosaerba. Dico cauta: «Puoi venire, è pronto il pranzo». Risponde «va bene», ma si vede che non ha nessuna

intenzione di mettere giù la chiave inglese con cui sta cercando di svitare un bullone arrugginito.

Venti minuti dopo, papà si siede a tavola e possiamo iniziare a mangiare. Puzza, addosso ha ancora la tuta blu da lavoro, sulla fronte calva luccicano delle perle di

sudore. Nessuno apre bocca mentre Arianna versa la pasta al ragù dalla pentola direttamente nel piatto davanti a papà. Sembra che stia dando da mangiare a un

cane.

Passo il telecomando a papà che accende la tv e si sintonizza sul telegiornale. Arianna riempie il mio piatto e poi il suo. Non apriamo bocca né ci guardiamo, anche

se siamo sedute una di fronte all’altra, una a destra e l’altra a sinistra del capo famiglia.

Prestiamo tutti moltissima attenzione alle previsioni del tempo. Su tutta la penisola, cielo coperto con possibilità di nevicate anche in pianura, raffiche di vento con

Prestiamo tutti moltissima attenzione alle previsioni del tempo. Su tutta la penisola, cielo coperto con possibilità di nevicate anche in pianura, raffiche di vento con

punte di settanta chilometri orari. Temperature sotto la media stagionale. Mari molto mossi.

Papà prende una forchettata di pasta. Mastica e impreca:

«Cristo santo! È scotta e senza sale».

«Se hai tanto da criticare potevi fare te», ribatte Arianna. Le scocco un’occhiata di fuoco.

«Ti va dell’arrosto?», chiedo a papà, sorridente e incoraggiante, pensando a quanti minuti potrebbero volerci per scongelarlo e riscaldarlo al microonde. Anche

trenta secondi sarebbero troppi e poi non avremmo un contorno.

«Ah, lascia stare!», dice e si alza da tavola. Prende il suo piatto, ancora pieno, e lo vuota nel contenitore destinato al rifiuto secco non riciclabile. Vorrei alzarmi e

urlare che porca miseria, con tutto l’impegno che ci metto a rendere la raccolta differenziata facile per tutti, perché cavolo non ci si può adeguare, cosa gli costa? Mi

mordo la lingua, mentre papà mette il piatto nel lavello, si dirige verso il frigo, da cui prende un pezzo di formaggio e la busta degli affettati, e ritorna al suo posto.

Io e Arianna continuiamo a mangiare le nostre penne al ragù come se fossero le più buone mai assaggiate. Trattengo a stento la tentazione di alzarmi per prendere la

saliera, ho paura che un movimento sbagliato possa far precipitare la situazione. Con un occhio seguo i gesti di papà (prende la baguette, la divide a metà usando le

mani, la taglia longitudinalmente con un coltello e inizia a imbottirla con fette di prosciutto cotto e formaggio Asiago).

Con l’altro controllo che Arianna usi la bocca solo per continuare a masticare, temo che esploda da un momento all’altro in un «non fa così schifo» o in un «se fossi

venuto a mangiare quando ti abbiamo chiamato, almeno non sarebbe diventata colla».

Papà addenta con gusto il suo panino, mastica in fretta, butta giù tutto con un bicchiere di vino rosso. L’unica a parlare è la signora in giallo, alle prese con un nuovo

omicidio. Qualunque cosa stia dicendo è certo che il colpevole, messo alle strette dall’evidenza della tesi accusatoria, vuoterà il sacco e ammetterà di aver commesso

il delitto.

La bellezza della fiction. I buoni vincono, i cattivi vanno in galera, e la giustizia trionfa.

Papà tira un gran rutto, come a dire: «Ah, che bontà! Un panino al formaggio sì che è alta cucina, altro che le schifezze che prepara quell’idiota di mia figlia». Poi si

alza soddisfatto e va in salotto. Lo sentiamo mentre si siede sul divano, lo immaginiamo allungare le gambe, mettere i piedi sul tavolino, accendere la tv. Dopo un

attimo sentiamo la voce della signora in giallo dire esattamente quello che sta dicendo la signora in giallo davanti a noi. Le nocche di Arianna sono bianche per

quanto stringe la forchetta vuota. Alzo un poco lo sguardo, non abbastanza per incontrare i suoi occhi, ma a sufficienza per vederle tremare il labbro inferiore di

rabbia e umiliazione. Vorrei dirle lascia perdere, non ti preoccupare, lo sai com’è fatto. Invece non appena finisco di mangiare vado in camera mia. Mi sdraio sul

letto e cerco di calmarmi. Mi sento una pentola a pressione. Respiro piano, per azionare la valvola di sfiato e cercare di non scoppiare. Perché ogni volta che

fingiamo di essere una famiglia, sembra di giocare all’allegro chirurgo? Ci siamo io e mia sorella, tutte attente a fare le mosse giuste, quelle che non fanno diventare

rosso il naso di papà e non lo fanno urlare.

Indosso la tuta da ginnastica e quando sto per uscire di casa sento mio padre russare soddisfatto sul divano, l’acqua scorrere in cucina. Mi affaccio e dico ad

Arianna:

«Ciao, vado».

Appena esco il gelo mi morde la faccia. Il sole non scalda e il vento freddo mette le mani dappertutto. Infilo le cuffie, faccio partire gli Offspring e comincio a

correre. In pochi minuti le case cedono il passo alla campagna, ai filari di vite spogli, agli alberi nudi, alla terra dura. Lascio andare le gambe e la testa per conto loro.

Non ho voglia di pensare, eppure mi trovo a confrontare questo paesaggio spettrale con quello di qualche mese fa, quando l’aria era tiepida, i tralci carichi d’uva, i

campi prodighi di mais. Com’è potuto cambiare tutto in così poco tempo? E poi penso a lei, alle nostre passeggiate, alle nostre chiacchiere, ai quadrifogli che

venivamo a raccogliere proprio ai bordi di questa stradina. Penso al suo sorriso, sempre più difficile da recuperare nella memoria. Aumento il ritmo della corsa, per

impedire al mio corpo di trovare le energie che gli servirebbero per farmi piangere.

Quando sono senza fiato mi fermo. Mi fa male tutto. La testa, le gambe, la gola, i polmoni, il fianco. Faccio un giro di 180° su me stessa e inizio a percorrere la

strada a ritroso, camminando.

Sono quasi a casa quando vedo la vicina camminare nella mia direzione. Riconosco da lontano la sua andatura curva e dondolante. Lei capisce chi sono solo

quando sta per sbattermi addosso. Vorrei evitarla, non sopporto la sua gentilezza, che ha iniziato a manifestarsi quando è cambiato tutto. Ci porta sempre qualche

uovo, verdura e frutta che raccoglie con gesti rallentati dal suo grande orto. Ogni volta sembra volerci dire “poverine”. La saluto senza guardarla negli occhi, ma lei

mi ferma, si informa della nostra salute e mi elenca i suoi molti acciacchi e dolori. Impreca contro la vecchiaia e si congratula con me, che sono ancora giovane. Poi

aggiunge: «Ah, siete fortunate, avete proprio un bravo papà».

Quando arrivo a casa il mio unico pensiero è rivolto al getto d’acqua calda della doccia. Papà bestemmia a mezza bocca chino sul tosaerba, mentre la cenere della

sigaretta che sta fumando si disperde nel vento.

Quando entro in bagno sento dei singhiozzi attutiti. Arianna sta piangendo. Sto per sfilare una manica della felpa quando sento sillabare il mio nome a ritmo di

singhiozzo: «Ca-te».

Entro in camera sua e vedo che ha un labbro gonfio e spaccato. Lacrime nere di mascara le scarabocchiano il viso pallido. È seduta sul letto, in mano tiene un

fazzoletto chiazzato di sangue.

Mi siedo accanto a lei e la abbraccio per rimandare il momento in cui mi dirà come è andata.

Con la testa appoggiata alla sua spalla le accarezzo la schiena e le sussurro: «Va tutto bene, adesso ci sono io». Mentre la stringo a me, penso che sarebbe

meraviglioso illudersi che sia caduta dalle scale o che abbia battuto contro l’anta aperta di un mobile.

«Quando si è svegliato mi ha chiesto se era pronto il caffè. Gli ho risposto: non sono mica la tua serva». Tira su con il naso. «Mi ha picchiato. E più gli chiedevo di

smettere più mi dava sberle». Beve una boccata d’aria, come se fosse stata in apnea a lungo, e aggiunge: «Però non dirlo a nessuno».

Tutta la tensione e la rabbia, che credevo di essermi lasciata alle spalle correndo, torna e mi aggredisce prendendo la forma di un’indignazione che fatico a tenere

sotto controllo. Vorrei andare a passo di marcia in officina, tirare un calcio a quello stupido tosaerba e fronteggiare papà, dirgli chiaro e tondo, dritto in faccia,

inchiodando i miei occhi nei suoi, che è uno stronzo, che mi fa schifo, che non posso credere che mamma abbia sposato un figlio di puttana come lui, che mi fa

pena. Che se ci riprova, che se per sbaglio dovesse capitargli anche solo di mimare uno schiaffo, giuro che lo denuncio, che lo rovino, che trovo il modo per fargli

finire i suoi giorni in galera.

Quando smette di singhiozzare e il respiro torna regolare dico: «Dai, vieni, che ci facciamo una cioccolata calda».

Una volta in cucina, prendo una confezione di minestrone surgelato dal freezer, lo avvolgo in uno strofinaccio e glielo porgo: «Mettilo sul labbro, dovrebbe

funzionare», anche se non so per cosa. Per far passare il dolore? Per ridurre il gonfiore? Per cancellare i segni? Per resettare la memoria?

Poi verso il cacao in un pentolino, aggiungo un po’ di zucchero, della fecola di patate e il latte. Mescolando il composto, in attesa che si addensi, penso che ora

basta, che questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Che io e Arianna abbiamo sopportato abbastanza, che sono stufa di fare la comparsa nella rappresentazione

della tragedia del vedovo modello, che cresce con amore le sue splendide figlie. Sono stufa di «Non dirlo a nessuno».

Verso la cioccolata calda in due tazze uguali e ne porgo una ad Arianna che la avvolge con entrambe le mani.

«Io non ce la faccio più», dice e mi sorprende che questa frase sia uscita dalle sue labbra e non dalle mie. Prendo il cellulare dalla tasca.

«Chiamiamo zia Teresa», dico o dice o diciamo contemporaneamente.

«Chiamiamo zia Teresa», dico o dice o diciamo contemporaneamente.

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