da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Amen di Roberta Depiera - 2012

Compie fra poco ottantadue anni. Ha la faccetta avvizzita, due grosse orecchie, e quando ride mostra una riga di denti nuovi di zecca, le gengive violacee.

Adele, detta Adelina, se ne sta tutto il giorno seduta in poltrona, la schiena dritta e le mani strette sotto il petto basso e ingombrante, davanti alla tivù.

Vede qualunque cosa, anche il grigio traslucido dello schermo quand’è spento. Tanto non ha niente da fare, aspetta. Però se c’è quel genio di Mac Gyver si diverte un sacco, con quello ci parla, perfino… Di tanto in tanto inveisce, lo mette in guardia, lo incoraggia: «Attento!» sbraita. «Bravo "Megav" così si fa!» E ride di gusto.

Nina allora la guarda fisso e tira un sospiro: «Ché ti urli, nonna? mica ti sente…»

Adelina fa spallucce. Gli occhi a malapena sbirciano la nipote. Strambi, smaccati. Si stropiccia la faccia come un gatto e poi soffia, le ammicca e infine se ne scorda: torna al suo telefilm preferito, rapita.

Da quando si è rotta il femore non ci sta più con la testa. E siccome da sola non può rimanere, è andata a vivere con l’ultima dei suoi figli e la nipote. In più, a tenerle compagnia c’è una donnina con la faccia di rana e un nome che lei non sa pronunciare, dice che lega in bocca come un grano d’uva selvatica, le rimane appiccicato al palato e alla fine esce fuori storpio, insieme a uno sputo.

Un tempo raccontava di soldati. Di invasori; e croci uncinate; e camicie di pece. Di boschi abitati da eroi, cantine stipate e coprifuoco: mille giorni di una storia vecchia come la guerra cui è scampata; con un marito arruolato in Iugoslavia, tre creature da crescere e la pancia vuota.

Ora, però, non le va più di raccontare. Gli americani, i salvatori, è da un po’ che se ne sono andati... Sono rientrati in Patria col fango duro sotto alle suole, le bende imbrattate sulle ferite; negli occhi, i cadaveri sparsi al suolo come stracci bucati di sangue e i vivi trovati per la strada. Umani come fantasmi. Cani randagi.

I tedeschi non vengono più a bussare alla sua porta; quelli li hanno arrestati, o se ne sono scappati. Arrivavano davanti casa coi calzini bucati, le canottiere sudice e le mutande di lana tra le mani: «Tu! lavare!» le ordinavano.

Adele faceva cenno di sì con la testa; ma mica perché le mettevano paura... macché! Degli sciagurati erano, pure loro... soldatini cresciuti a pane e schioppettate, col muso liscio e il muco al naso...

Le camicie nere, quelli sì che erano infami. Le gelava il sangue solo a vederli da lontano: ombre lunghe e paurose come gli orchi nei sogni dei bambini.

Suo marito dalla Iugoslavia è tornato sano, è stato un brutto male a portarselo via. Si fumava due pacchetti al giorno di Nazionali senza filtro, quel vecchio disgraziato. Aveva i polmoni come il catrame, le dita arancioni.

In primavera son tre anni ch’è morto; o forse è stato l’anno passato... chi lo sa. Di sicuro c’era caldo la mattina del funerale, veniva l’aria dal lago. Sul poggiolo le piante di geranio avevano buttato: merito del suo vecchio se erano resistite all’inverno, aveva pensato Adelina mentre spingeva il dito ossuto nel terriccio. Se solo lui li avesse visti quei bei germogli, i gambi ispidi e sodi...

Invece lei è ancora al mondo, tiene botta come i gerani.

Solo, adesso si piscia sotto. Sua figlia le dice che è una mamma-neonata: «Ora mi tocca perfino cambiarti il pannolone... » E sospira, aiutandola ad alzarsi. «Per fortuna che i lines li passa la mutua, se non altro non c’è bisogno di comprarli…».

Allora la mamma-neonata s’attacca come una vite. Poi allenta la presa e con due dita si fa rapidamente il segno della croce.

«Amen» dice in un soffio. E spedisce in aria un bacetto.

Giovanna è una brava figlia. Ma ha poco tempo, e in casa non c’è quasi mai. Anche sua figlia non ha più un marito: di lui le è rimasto soltanto un foglietto sgualcito dentro il cassetto del comò.

Invece, Nina… quella fa la civetta, e poi c’ha sempre premura. E, dopotutto, pensa Adelina, coi suoi anni e quel faccino come si fa a biasimarla? Morde la vita lei, c’ha i denti buoni…

In compenso c’è la donnina con la faccia di rana che si prende cura di lei. In più sbriga le faccende, tiene in ordine la casa ed è pure brava a cucinare. Ogni tanto canticchia motivetti mai uditi, oppure le parla in un orecchio e la sua voce diventa dolce e fluida come il miele di castagno.

Eppure Adelina non la vuole: mica ci si può fidare di quel naso camuso, gli occhi di fuori…

«Mandala via la rana! non la voglio!» dice un giorno a sua figlia, una mano che sventola per aria.

«Ché vuol dire: non la vuoi? lo sai che devo lavorare…»

«Non c’ho bisogno di nessuno io!»

«Invece sì, ne hai bisogno eccome! E poi smettila di chiamarla in quel modo…»

«C’è Nina che m’aiuta! »

«Nina deve studiare, mamma. E poi è giovane, ha altro da fare lei…»

«Sìì… lei c’ha d’andare a spasso!»

«Mamma, per favore…»

«Allora stacci tu con quella!» A quel punto solleva il braccio in un gesto d’insofferenza: «Verrai vecchia pure tu, un giorno…».

Giovanna fa finta di non sentire, si china sulla madre e le schiocca un bacio in fronte.

Una sera la rana è in cucina che prepara la cena. Oramai viene tutti i giorni, e qualche volta rimane perfino a dormire. Adelina ha smesso di protestare: ora i suoi discorsi sconnessi giungono da un posto isolato e deserto, distante dagli uomini e vicino a Dio; ogni tanto chiama la badante col nome della madre, sua figlia intanto fa i turni, e Nina va a ballare.

Cucinare le piace, le calma i nervi. Nel frattempo la donna pensa al mare. Ai grossi pesci che il padre catturava e consegnava a sua madre: vede ancora le dita di lei dentro a quelle pance squartate, le unghie orlate di sangue. E a suo fratello, che si è fatto beccare mentre rubava una Fiat Ritmo parcheggiata sul litorale, alla faccia smarrita che deve aver avuto quando lo portavano in questura; e ai suoi occhi schizzati d’odio dietro le sbarre della sua cella, la voglia di scappare. Dio! Avrebbe ucciso per lui… Invece suo fratello non ha resistito, e l’ha lasciata sola.

Nell’altra stanza, Adelina è un tutt’uno con la poltrona, lo sguardo fisso sul tiggì e le dita storte dall’artrite, che cercano ostinatamente di staccarsi un bottone dal golfino di lana grigia.

Nell’aria c’è puzza di pesce, profumo di spezie.

«Su, Adele! Forza ché andiamo a mangiare!» La donna la afferra per un braccio, e di peso la stacca dal suo covo. Adelina strascica, le gambe dure che non vogliono saperne di star dritte, una mano chiusa a pugno: la seggiola non è lontana, ancora un passetto, solo uno…

Basta una piccola spinta, una leggera pressione sulle sue spallucce ed è seduta. Con calma impugna la forchetta e inizia a mangiare; lo fa autonomamente, come una brava bambina.

Fa rumore con la bocca: succhia, e ogni tanto sputa, i denti posticci maciullano la polpa tenera e bianca di pesce cotto al vapore.

L’altra sta in piedi e la guarda: il senso di disgusto la stringe in gola, e le viene voglia di vomitare. Allora si gira dall’altra parte, gli occhi sporgenti di rana corrono altrove, in cerca di un pensiero a colori: un volto giovane e bello, e un sorriso, e una carezza lunga un istante che la strappi a quel loculo di mattonelle ingiallite e la sua miseria.

Stappa una birra e beve a collo.

Sono dieci anni, da quando se n’è andata di casa, che non vede sua madre. A dire il vero è stata lei a cacciarla: «Vattene, sparisci!» le ha gridato un giorno sulla porta. E le ha tirato dietro le scarpe.

Chissà com’è diventata, si chiede ora la donna: forse si sbrodola mangiando, rumina come una vecchia giovenca, la stessa che siede alle sue spalle… Di colpo scoppia a ridere: magari, pure a sua madre serve qualcuno che le pulisca il culo flaccido, che la metta a letto e le rimbocchi le lenzuola…

Adelina intanto ha finito la sua cena. Se ne sta lì, ferma, lo sguardo svagato e il pugno ancora stretto nascosto in grembo.

«Ché hai in mano?»

Adelina non risponde, alza le spalle.

«Dài, fammi vedere!» La badante si avvicina e fa per slacciarle le dita, ma lei ritrae la mano e stringe più forte.

La rana si mette a parlare strano e la sua faccia è paonazza, i solchi in mezzo agli occhi più fondi.

Adelina non capisce: sembra di stare ancora in tempo di guerra… Si agita sulla sedia; quella voce non ha il suono di miele di una dama di compagnia, ma quello rauco e ostile della carceriera.

«E apri quella mano, cretina!»

Adelina mugola qualcosa sottovoce, le pupille velate.

Arriva una sberla. La sua testa schizza in avanti, molle. Non dice una parola, si fa scudo con le mani, come i bambini, quando stanno per buscarle.

Invece la badante si mette a sparecchiare: «Massì, chissenefrega…» Poi apre il frigo e prende un’altra birra.  

La mamma neonata rimane al suo posto, il mento basso e le briciole di pane appiccicate sulle pieghe del golfino.             

In televisione c’è di nuovo la sigla di Mac Gyver, ma è già ora di andare a dormire.

Un minuto dopo Adelina è un bamboccio che cammina, la bocca unta e il vestito macchiato.

In camera sprofonda sul materasso e il suo sedere rimbalza. La badante l’ha trascinata fin lì e adesso ha il fiato grosso per la fatica.

Inizia a spogliarla, a strattoni. È un odio autentico, quello che nutre. Senza remore. Ogni tanto le scappa un ceffone. Uno per ogni suo fallimento.

Finalmente la mamma-neonata rimane sola nel suo letto, le lenzuola felpate fino al naso, vecchie immagini spalmate negli occhi.

 

Mamma! I fascisti!  

Non preoccuparti, ci penso io ai gerani.

Ci sono io con voi, bambini miei.

Lo sai che la guerra è finita…

Nel nome del Padre, del Figlio, e lo Spirito Santo…

Qualcosa di piatto e tondou le scivola da un palmo, rotola sul lenzuolo e cade in terra. È grigio come il suo golfino.

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