da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Il cecchino di Alessandro Abbondandolo - 2012

Claudia guardava Francesco Porta gonfiare il petto e alzare il bilanciere davanti allo specchio della Power Gim.

“Quant’è bono...” Ridacchiò Simona.

Claudia si girò e le mise una mano davanti agli occhi.

“Smettila di guardarlo, l’ho visto prima io. E poi non hai detto che ti piaceva Carlo?”

“Embè, non posso cambiare idea? Mi piace pure lui.”

“ ‘Fanculo Simo.”

Francesco Porta era il figlio del proprietario della palestra dove Claudia e la sua amichetta di classe si erano iscritte da un paio di mesi.

Un ragazzino appena maggiorenne che si credeva un gran fico. Ma non era solo questo. Era anche il primo ragazzo che interessava a Claudia, il primo per cui aveva provato quel brivido sotto la pancia di cui parlavano tanto le sue amiche, il primo a smuoverla dalle sue bambole.

Ma lei non era certo l’unica che faceva il filo al Porta, solo una delle tante.

Il belloccio della Power Gim se ne sbatteva due o tre a settimana dentro la palestra del padre. Aspettava che il vecchio tornasse a casa, e quando tutti erano usciti, si chiudeva nella sala aerobica con la ragazzetta di turno e iniziavano le danze del Porta. Così le chiamava lui.

Così, una sera che Claudia si era attardata sotto la doccia, il Porta ne approfittò.

Fece uscire dalla palestra i pochi amici rimasti, e chiuse a chiave dall’interno le porte della Power Gim.

“Sei grande, Porta.” Disse uno di loro prima di uscire. “Domani vogliamo tutti i particolari. Già me li vedo i titoli: il Porta scioglie anche l’iceberg.”

“Sì, sì, però adesso andate.” bisbigliò lui, “Domani vi racconto.”

E li chiuse fuori. E si chiuse dentro.

Mancavano ancora trenta minuti all’orario di chiusura, ma era venerdì. E il venerdì la gente finisce prima. Il venerdì la gente si prepara per uscire.

Tutti!

Tutti tranne Claudia.

Lei no, preferiva restare a casa nel silenzio della sua camera, con la televisione al minimo e l’orecchio teso verso quella maledetta porta che non si era più aperta, ad aspettare quelle labbra delicate che le sfioravano la fronte e quel sussurro gentile che malgrado tutto riusciva ancora a sentire… ‘notte tesoro.

Francesco Porta abbassò le luci della sala pesi e quelle del corridoio centrale, si fermò davanti all’entrata dello spogliatoio femminile. Aveva contato tutte le ragazze che erano entrate e poi le aveva ricontate quando erano uscite.

Ne mancava soltanto una.

Claudia Salemi.

L’iceberg. Il pezzo di ghiaccio. Quella che non dà confidenza a nessuno.

Da fuori, il Porta sentiva rumore di acqua venire dallo spogliatoio, e allora entrò.

Si vedeva poco, l’aria era piena di vapore e le docce erano nascoste dietro un muro di mattonelle azzurre.

Il Porta camminò nel fumo bianco a piccoli passi silenziosi. Non era la prima volta che faceva così, ma il cuore gli batteva forte lo stesso.

Si sfilò la maglietta, i pantaloncini, le mutande e tutto il resto, e attese che l’acqua smettesse di scorrere.

Il freddo delle mattonelle gli si era arrampicato sui piedi scalzi, era risalito su per i polpacci, era arrivato alle cosce e gli aveva azzannato lo scroto, riducendolo a un albicocca rinsecchita. Si schiaffeggiò l’uccello che pareva essersi rintanato alla ricerca di un po’ di calore.

“Non farmi fare figure di merda.” Bisbigliò mollandogli un ceffone.

Tese l’orecchio e aspettò ancora.

Claudia aveva appena finito di lavarsi, si era attardata sotto l’acqua senza rendersene conto, giusto il tempo di pensare al suo Francesco, a quel ragazzo che le faceva sentire quel calore strano sotto la pancia. Alle sue gambe muscolose e al riflesso di quegli occhi verdi che lei trovava dolcissimi.

Un sospiro e chiuse l’acqua.

Arrotolò i capelli in una lunga coda. Li strizzò, tamponò il viso con le mani e uscì dalla doccia.

Superò distratta il muro azzurro e stava per prendere l’accappatoio, quando…

Non può essere…

Francesco Porta era nel suo spogliatoio avvolto dal fumo bianco e completamente nudo.

Il viso prese fuoco, sentì il cuore impazzire nel torace.

Smise di respirare.

E’ solo un sogno… è solo un sogno...

Svegliati cretina!

Il Porta le si avvicinò senza parlare e Claudia sentì il coso sfiorarle la pancia.

Non riusciva a muoversi, non riusciva a fare niente.

Non che fosse brutto, solo non adesso.

Se avesse avuto fiato, gli avrebbe detto che lei non lo aveva mai fatto e che la prima volta se l’era immaginato dentro un lettone con le coperte di seta e la luce delle candele e una musichetta dolce in sottofondo… com’era quella che le piaceva tanto… Ah, già: “Your Eyes” del Tempo delle mele.

Ma se anche Claudia avesse avuto la forza di parlare, se anche fosse riuscita a prevalere sul battito del suo cuore impazzito, se anche avesse provato a mettere insieme due parole di senso compiuto, forse non gli avrebbe detto niente.

Proprio niente.

Semplicemente perché non se l’aspettava, semplicemente perché non era pronta, semplicemente perché era lei, che avrebbe voluto sentirsi dire qualcosa.

Lei, che non sapeva niente dei ragazzi, lei… che a malapena aveva sentito le sue amiche chiacchierarne.

Dove sei mamma?

Perché sei andata via?

Dopo tutto quel tempo era la prima volta che faceva i conti con la realtà, la prima volta che focalizzava concretamente quell’assenza. Il caso l’aveva violata nella sua intimità, strappandole il ventre dal quale era venuta fuori… memoria ancora troppo fresca. Ma lei si era protetta, aveva esorcizzato quell’incidente mortale, trovato un modo per difendersi, e per anni si era lasciata coccolare da un fantasma, abbandonando il resto del mondo fuori da quella porta.

Ma il caso non ha memoria, colpisce nel mucchio, è solo un cecchino che spara a una testa.

E così anche adesso.

Il Porta iniziò a baciarle il collo, l’orecchio. Si ritrovò la sua lingua in bocca. Una cosa viscida che cercava di farsi spazio tra i denti.

Che strana sensazione… aveva perso potere sul corpo. Riusciva a pensare ma non riusciva a muoversi, non riusciva a parlare, proprio come al termine di un’anestesia, quando l’effetto chimico è ancora in piedi, ma ormai il cervello è lì.

Sentì le dita di lui stingere il petto, poi i capezzoli, e poi ancora… scivolare sulla pancia, fino all’inguine.

Ma dove voleva arrivare? Perché non le parlava?

In tanti mesi non le aveva mai rivolto la parola, non l’aveva mai guardata… perché ora faceva così?

Chissà che avrebbe detto Simo al posto suo, qualcosa avrebbe fatto di sicuro, lei era più in gamba, non era solo una ragazzina vigliacca e impaurita, lei era una donna di quindici anni, lei già sapeva come trattare con i ragazzi, sapeva come metterli a posto e come farsi guardare soltanto.

Claudia sentì il coso crescere, diventare duro e premergli appena sotto l’ombelico, ma rimase ferma, paralizzata, in piedi, con le braccia penzoloni e gli occhi aperti.

Cerca di stare calma.

Chiudi gli occhi, pensa a qualcos’altro…

Le scivolò in mente una discussione nel cortile della scuola, di certe amiche che parlavano di qualcosa del genere, dei ragazzi, di un dolore sotto la pancia, di sangue… ma lei era andata via, le aveva fatto schifo quel discorso. Erano cose che non le interessavano. Fa’ niente che la maggior parte di loro la trattava come una fuori di testa, fa’ niente che a scuola si prendevano gioco di lei, fa’ niente… tanto aveva il suo fantasma da cui tornare.

Tutta nuda, con le gocce d’acqua che le cadevano sul viso e il suo Francesco che respirava sempre più forte, con quelle mani che strisciavano da fuori e graffiavano da dentro.

Che sta facendo adesso?Asp…

Si ritrovò con la schiena sulle mattonelle del muro azzurro e ne avvertì il freddo che le paralizzò l’addome. Sentì qualcosa che le frugava tra le cosce. Era freddo. Era caldo. Non capiva! Non capiva! E poi le gambe che si allargavano e i capelli di Francesco sulla faccia e il suo corpo che la schiacciava contro la parete e…

…AHHH…

Sentì il cuore esplodere e un dolore fortissimo, come una lama conficcata tra le gambe. E quello spingeva, non si fermava, spingeva… non si fermava!

Mi fai male… avrebbe voluto gridare. Toglierselo di dosso, farlo andare via da lì dentro. E invece arricciò il viso in una smorfia, strinse i denti e chiuse gli occhi.

Perché mi stai facendo questo? Non ti accorgi che mi fai male?

Strinse i pugni talmente forte che le unghie affondarono nei palmi.

Non riusciva a respirare, qualcosa le schiacciava il petto. Provò a parlare, ma il fiato non le veniva fuori. Cercò il viso di lui per ricordare gli occhi dolci che le piacevano tanto, ma non vide più il suo Francesco, quello che aveva sognato di notte accarezzarle i capelli. C’era un altro nel suo corpo.

E quel maledetto coso bruciava più del fuoco, dopo ogni spinta faceva sempre più male. Lo sentiva graffiare, strappare a morsi la sua intimità, ancora, e ancora, avanzare ruvido e portarsi via qualcosa.

Per sempre.

Finalmente cervello e corpo tornarono a riconoscersi. Claudia sentì il sangue schizzare alla testa e l’aria dilatare i polmoni, sentì l’energia cavalcare i tessuti e riattivare i centri nervosi.

“VATTENE! VATTENE! ” Urlò.

Lo spinse con tutte le sue forze e il Porta, sbilanciato, volò a terra, con quel coso che gli stava dritto in mezzo alle gambe.

“MI FAI SCHIFO! MI FAI SCHIFO!”

Poi scivolò sul muro di schiena, piangendo. Con le mani sulla faccia, seduta a terra, stringeva le ginocchia e sentiva qualcosa colarle tra le cosce.

Il Porta guardò in giù.

Sangue!

Poi guardò lei, e vide del liquido rosso che le scendeva proprio da lì.

Si alzò e le si avvicinò.

“Potevi anche dirmelo che avevi le tue cose…” Le disse.

E si allontanò.

E poi…

E poi i giorni passarono sempre uguali. I mesi si rincorrevano e sembrava non si raggiungessero mai.

Claudia non ne parlò con nessuno, seppellì quei momenti in qualche posto profondo dentro di lei. Era il suo modo per nascondersi, per mimetizzarsi tra la folla, per sparire dall’occhio di vetro del cecchino, per levarsi di dosso quel senso di sporco che non andava via manco a lavarsi per un giorno intero.

Finché, un venerdì come tanti, aspettò che il Porta uscisse dalla palestra.

Avanzò decisa verso di lui e lo urtò volutamente, rovesciandogli addosso mezzo bicchiere di cola.

Il Porta si girò di scatto.

“Ah, sei tu?” disse, e spinse lo sguardo sulla manica della giacca. “Guarda che cazzo hai combinato.”

Claudia perse lucidità, annaspò per un attimo dentro se stessa, provò a rispondere qualcosa, ma ci rinunciò quasi subito.

Risentì ogni spinta, ogni battito perso in quello sfondo azzurrato.

Solo un momento.

Il Porta sbiancò, vacillò, guardò in giù.

Ancora sangue!

Il suo questa volta.

La lama era un prolungamento del braccio, e il braccio affondava nel corpo.

Il coltello di suo padre, quello da caccia, quello che usava per scuoiare i conigli.

Claudia lasciò andare un sorriso stanco.

I due si guardarono negli occhi, forse per la prima volta, e…

Un altro colpo preciso.

Un altro centro perfetto.

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