da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Sei corde di Alessandro Ferrari - 2012

Si svegliò. I raggi del sole che si erano intrufolati attraverso le tapparelle rotte, forando anche le sue palpebre rugose, avevano scansato il buio del suo pesante sonno, riportandolo alla luce. A fatica si mise a sedere e la parte del corpo che per prima toccò terra furono i piedi, con le tozze dita e le unghie mai tagliate, ganci d'osso che in cerca di un appiglio, graffiarono il tappeto. Sostenne la sua perpetua stanchezza poggiandosi al comodino accanto e distratto rovesciò il posacenere pieno di cicche tirate fino in fondo, liberando così il terribile olezzo che bene fa riconosce l'accanito fumatore. Una leggera nube di cenere si levò lenta nella stanza e, illuminati dagli sprazzi del sole, piccoli brillanti si andavano ora ad adagiare sui peli delle gambe, sulla barba incolta, sui suoi vecchi e spessi occhiali, sui radi capelli, sulle bottiglie vuote e sulla sua consumata chitarra che aveva accanto al letto. Paragonò in un pensiero veloce, lo strumento logorato da milioni di note alla sua anima, nera di solitudine. Per difendersi dalla depressione del mattino, fece colazione con una sigaretta, che accendendola, aggiunse fumo alla povere. Avvolto da quella silenziosa confusione, sentì bussare alla porta.

                                               *

Nell'afoso frastuono del mercato, come ogni santo giorno  Carlito e Felicia scambiavano frutta per soldi.:

-Non ce la farai mai a convincerlo-  disse Felicia.

-Lo so. Non si rende conto di quanti soldi potremmo fare suonando insieme... Guarda i Nota Gitana: ogni sera tra mance e cd venduti, suonando male per strada, in due, racimolano non meno di 150 euro.-

-Lo so, ma non è a me che devi dirlo...-

Felicia serviva i clienti mentre Carlito si preoccupava di tenere sempre ben fornita l'esposizione della frutta e nel sistemare le mele si ritrovò tra le mani una cassetta che ne conteneva due: una buona e una marcia. A quella visione Carlito sorrise, senza accorgersi della moglie che dopo aver visto la scena disse:-Mi ricorda qualcosa...-

                                               *

Paco aprì la porta in mutande e la puzza di chiuso, di alcol ingoiato e di fumo soffiato travolsero la donna e il bambino al suo fianco, sbilanciato dalla chitarra che portava nella destra. La donna entrò protestando e aprì le finestre, mentre Paco, muto, indicò con un dito al ragazzino dove avrebbe dovuto sedersi, poi prese la sua vecchia sei corde e la fece parlare al posto suo, zittendo le raccomandazioni della donna  sull'ordine e sull'igiene. Come ad ogni lezione i due nuovi arrivati assistettero al miracolo. Quando il Maestro suonava gli si perdonava tutto. Il suo aspetto, la sua casa, la sua pigrizia, il suo odore. Tutto perdeva d'importanza di fronte alla perfezione e alla poesia della sua musica. E rapiti dall'incanto musicale non notavano che gli occhi di Paco erano fissi, immobili su una foto impolverata che ritraeva lui e suo fratello, entrambi con la chitarra, seduti accanto alla madre coricata   nel letto. Paco amava sua madre come odiava il resto del mondo che indifferente assisteva alla sua morte. Odiava la gente, il pubblico, quel pubblico che di rado lo aveva sentito suonare ma che rimpiangeva le sue sparute apparizioni sul palco. La foto era in bianco e nero ed erano ben evidenti i tre sorrisi e Paco sapeva che quello immortalato era stato il suo ultimo. Tutti gli altri, quelli veri, quelli della spensierata giovinezza se li era portati via suo padre quando se n'era andato, lasciando lui e suo fratello a badare alla madre malata. Mentre il fratello aveva reagito aprendo un banco di frutta al mercato stabile della città, Paco si era rinchiuso nel suo buco, lasciando entrare solo pochi allievi,

suo fratello e coraggiosi raggi solari, il suo sorriso era diventato una smorfia di dolore, una contraddizione, come la neve sul mare.

Il ragazzino gli stava seduto di fronte, cercando di memorizzare i complicati gesti del Maestro sulle corde, sapendo che poi avrebbe dovuto ripetere gli stessi movimenti.

Così, a Paco ed al fratello, aveva insegnato il loro  padre, così insegnavano il flamenco i Gitani, così ora insegnava Paco. Senza pentagramma, senza metronomo, solo anima e sofferenza.

                                                        *  

Carlito e Felicia anche quel giorno erano tornati a casa stanchi come al solito, e come al solito, appena entrato Carlito aveva salutato la madre:

-Ciao Mamma!-

Ma dalla camera nessun suono, nessuna risposta. L'uomo si era fermato sulla soglia della porta. L'abat-jour accesa illuminava fioca le immobili membra dell'anziana. Carlito riconobbe subito quel sonno, un sonno senza sogni, senza futuro. Ancora immobile ritornò faticosamente con la memoria a quel mattino per assicurarsi di averla salutata e ricordandosi di averla addirittura baciata sospirò, quasi sollevato, ma poi pensò a suo fratello che da giorni non andava a trovare la madre e sentì in bocca l’amaro per quel ritardo incolmabile, l'amaro del rimpianto. Lo aveva chiamato:

-Paco... Mamma è morta.-

Al funerale, allo sconforto generale della perdita, Paco aggiunse la sorpresa: si presentò con la vecchia e malconcia custodia che proteggeva la sua preziosa chitarra. Le poche parole che disse, le disse a suo fratello:

-Suonerò per lei-.

In chiesa le sue dita martellarono le corde che vibrando e sbattendo produssero note di un dolore così profondo che alle orecchie dei presenti parvero aghi, note più forti di qualsiasi parola. Ma nonostante quel lamento e quello strazio tutti percepirono qualcosa di straordinario nella musica di Paco, come se le sue dita facessero vibrare non le corde, ma le loro anime.  

In molti, quella notte, sognarono.

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