da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Troppi esseri umani di Roberto Caravaggi - 2012

                                                              

Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce.


F. De André; “Recitativo (due invocazioni e un atto d’accusa)”

 

 

Quattro miliardi e mezzo… troppi.

 

Tra vent’anni potremmo essere addirittura sei miliardi.

 

A meno che…

 

Ci vorrebbe una guerra. Una sana guerra su scala mondiale: ecco la ricetta per mettere a posto le cose! Dopotutto, perché un albero cresca forte e sano, occorre tagliare i rami malati. Occorre sfoltire, di tanto in tanto.

 

A me il mondo piace guardarlo da qui, attraverso il mirino telescopico del mio PSG-1. Sono stati i tedeschi ad inventarlo. La lezione del ’72 è servita. Dopo essersi trovati impreparati di fronte agli atti terroristici che segnarono tragicamente le olimpiadi di Monaco, capirono che bisognava porre rimedio. Bisognava adottare contromisure adeguate. Soprattutto, bisognava farlo subito. E quando si tratta di attrezzarsi contro la feccia della peggior specie, i tedeschi non hanno nulla da invidiare a nessuno.

 

Eccomi dunque guardare un’ordinaria domenica mattina di paese attraverso il mirino telescopico del mio PSG-1. Non ho certo la presunzione di poter cambiare le cose da solo, io. Tuttavia, posso fare la mia parte. Posso dare il mio umile contributo. Del resto, in questa società sempre più vanesia ed egocentrica, c’è un bisogno estremo di qualcuno ancora disposto a sporcarsi le mani. A fare i lavori più ingrati. Spazzino del mondo, così amo definirmi. Qualcosa in più di un semplice spazzino, a onor del vero. Non mi limito ad eliminare la feccia, infatti. Prima la individuo. Poi la seleziono, con cura.

 

Obbedisco a tre imperativi categorici.

 

Cerca.

 

Trova.

 

Elimina.

 

Nel mirino del mio PSG-1 adesso c’è un uomo. Un parassita. In altre parole, feccia.

 

Freddy ringhia sommessamente accanto a me.

 

- Buono, Freddy. Buono…

 

Freddy è il mio braccio destro. Il mio cane da caccia. Ha sentito l’odore della feccia e adesso freme. Non vede l’ora di entrare in azione. Non vede l’ora di rendere questo servizio al mondo. Esattamente come me.

 

Il nostro parassita – giacca trasandata, barba incolta, capelli lunghi, bisunti e disordinati - si muove lentamente. Spinge con le mani sulle ruote della carrozzina. E’ abile, il bastardo. Lo osservo spostarsi tra la gente dietro la recinzione. In campo, la squadra di calcio locale. Mezzo paese è lì per seguirla. Mille individui almeno, tra tribuna e bordo-campo. Troppi. Penso sogghignando che novecentonovantanove mi suona molto meglio.

 

Osservo il parassita muoversi. Il mio busto si torce millimetrico per tenerlo sempre sotto tiro, con il dito pronto a cogliere l’attimo giusto. Eccolo avvicinarsi a due spettatori. Dice qualcosa. Uno dei due infila la mano in tasca, estrae un biglietto e glielo allunga. Il parassita ringrazia, con un convincente cenno del capo. E’ abile, il bastardo. Sa fin troppo bene come procurarsi pena e compassione. Come procurarsi la sua elemosina. Digrigno i denti, mentre lo osservo voltarsi, guardarsi intorno. Si allontana dal campo con il suo brandello di cartone appeso al collo. Sopra ci sarà scritta la solita frase strappa-lacrime. Con pennarello nero, tratto incerto e qualche errore grammaticale. Funzionano sempre gli errori grammaticali. Sanno di disperazione.

 

E’ abile, il bastardo.

 

Adesso sta dando le spalle alla gente che segue la partita. Si allontana in lente spinte circolari. Questa potrebbe essere l’occasione giusta. Il mio corpo si tende. La mano si carica come una fionda. Il dito spinge indietro il grilletto, pronto al movimento fulmineo, il gesto netto e definitivo. Si muove, il parassita. Strisciante come un verme. Ancora per poco, però. Prima che se ne possa rendere conto avrà il cranio perforato da questo proiettile farcito di piombo. Sto pregustando il momento.

 

Freddy ringhia, nervosamente. Sente l’odore della preda farsi vicino.

 

- Buono, Freddy. Buono…

 

- Ci siamo quasi

 

Freddy smette di ringhiare. Il dito sposta il grilletto di qualche altro millimetro, impercettibile. Trattengo il respiro. Questo è il momento. Questo è…

 

- Ma che cazzo?...

 

Il dito allenta la tensione. Il grilletto scorre di nuovo avanti, lontano dal punto di sparo. Riprendo a respirare nervosamente, a denti stretti. Sputo. Nel mirino, accanto al parassita compare un bambino. Ha un cappottino nero e il berretto di lana in testa. Gira sulla giostra arrugginita. Sento il cigolio infilarsi nel cervello come una nenia.

 

- Quel bastardo!

 

Non posso rischiare di far fuori il bambino per errore. Bambini no. E’ la regola. La mia regola. Troppo presto per dire se anche lui diventerà feccia. E io non sono un carnefice. Sono solo un umile spazzino del mondo. Qualcosa in più di uno spazzino, a onor del vero.

 

Il parassita parla col bambino. Gli dice qualcosa. Il bambino lo guarda. Guarda in basso, come se cercasse un modo per fermare la giostra. Non lo trova. Continua a girare. Quando la giostra gira, si torce per non perderlo di vista. Sgrana gli occhioni, curioso. Lo studia. Forse anche lui la pensa come me. Forse anche lui intuisce di aver davanti un parassita. Forse anche lui desidererebbe che sparisse da questo mondo.

 

A proposito…

 

Sposto il mio PSG-1 con uno scatto nervoso. Il bambino esce dal mirino, ma il parassita non c’è più.

 

- Dove sei?

 

Sollevo la testa per un istante. Stacco gli occhi dal mirino e sento come un vuoto. La testa gira. Un senso di vertigine mi piomba addosso all’istante. Dura un attimo. Non sono abituato a guardare fuori dal mirino del mio PSG-1.

 

Troppe cose da guardare.

 

Troppi esseri umani…

 

- Eccoti qua, finalmente!

 

Il parassita sta uscendo dal campo sportivo. Attraversa la strada, accelerando fino ad affiancare un’anziana signora. La donna lo guarda con diffidenza. Lui le dice qualcosa, sorride. La donna però lo allontana con un gesto sprezzante.

 

Brava, signora! Brava…

 

Tira dritto, il parassita. Viene verso il mio improvvisato avamposto. Sarà a cento metri da me, adesso. Si ferma accanto alla fila di macchine parcheggiate. Si guarda intorno con fare furtivo. Lo osservo estrarre un cappello dalla tasca della giacca. Se lo sistema in testa, facendoci sparire dentro i lunghi capelli sudici. Si toglie il cartello dal collo.

 

- Per oggi abbiamo fatto il pieno di compassione, eh?

 

Da un’altra tasca estrae un sacchettino. Si mette a contare i soldi. Sembra soddisfatto, il parassita. S’infila un paio di occhiali da sole, poi si alza in piedi. Dritto in piedi, sulle sue gambe.

 

Homo erectus.

 

Si guarda intorno, di nuovo. Piega la carrozzina e la infila nel bagagliaio.

 

- Noi non crediamo ai miracoli, vero Freddy?

 

Freddy ringhia, rabbiosamente.

 

- No che non ci crediamo. Non c’abbiamo mai creduto.

 

Il mio dito si tende. Tutto il corpo proteso, caricato a fionda. Il grilletto si sposta, impercettibile, fino all’invisibile confine. Il confine ultimo del non-ritorno.

 

Dal campo sportivo si leva un boato. Gente che urla, tutta insieme. Il fischio lungo dell’arbitro decreta qualcosa. Un gol forse. O forse un fallo, un calcio di rigore.

 

Forse, più semplicemente, la fine.

 

Freddy, di colpo, smette di ringhiare.

Il momento è adesso

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