da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Nini di Fiorella Naldi - 2012

MIO NONNO

 

Mio Nonno non mi era simpatico, non  c’è tenerezza o rimpianto in me quando penso a lui.

Era un uomo piccolo di statura e grassottello. Portava dei baffetti corti, su un viso largo e tondo dalla carnagione scura.  Lo vedevo raramente senza il cappello di paglia bianca che teneva sempre in testa, anche quando stava in casa. Era un cappello estivo, poichĂ© solo d’estate per qualche giorno venivo a trovare il Nonno,  che viveva  in  un grosso paesotto al confine fra Veneto e Friuli.  Si era stabilito lì, ultima tappa di tanti trasferimenti prima di andare in pensione. Di professione spedizioniere per le Ferrovie dello Stato, romagnolo di Cento, provincia di Ferrara, ne conservava l’accento e i modi di dire talvolta ruvidi. Ricorrente era la frase – “… Va la mò...” - che usava di frequente per sintetizzare il suo intervento alle conversazioni cui non teneva particolarmente. Vedovo da molti anni, viveva con due figlie non sposate, le Signorine. Il Nonno si chiamava Giuseppe e per tutti era il Signor Beppi.  Abitavano in una casetta poco lontana dalla Stazione Ferroviaria, accostata ad altre simili per forma e dimensione. Ma la loro aveva due lati affacciati alla strada, sembrava molto piĂą grande delle altre  e in quel giardino cresceva di tutto. Una vegetazione rigogliosa e selvaggia nascondeva l’abitazione ai passanti, per lo piĂą abitanti del quartiere. 

Mio Nonno e le Signorine avevano delle biciclette nere, marca “ Bianchi”, che stavano tutto il giorno parcheggiate col pedale fermo sul cordolo del marciapiede. La sera, quando dopo una certa ora si usciva solo a piedi, venivano ritirate in una specie di sottoscala, al sicuro, dentro casa.

Mi sembrava facessero parte dell’arredo e della famiglia. Anch’io mi sentivo più tranquilla a saperle lì, la notte.

Di solito arrivavo dal Nonno accompagnata da mio padre, che era suo genero. Il Nonno lo rispettava molto e ne andava  orgoglioso. Mia madre, sua figlia maggiore, veniva nominata di rado se non per ricordarne unanimemente, tra parenti e tra estranei, la bellezza.

Al mattino il Nonno mi portava in centro, andavamo sempre a piedi. Sapevo andare in bicicletta, ma non ero abbastanza grande da poter usare una delle “ Bianchi” nere.

Camminavamo poco discosti l’uno dall’altra e il Nonno non mi teneva mai per mano. Durante quei tragitti non parlava con me, che ero una bambina curiosa e attratta dalla vita che si svolgeva in un luogo così differente da quello dove io vivevo.  Canticchiava arie di opere, che conosceva tutte a memoria. Come pensionato delle Ferrovie aveva i biglietti gratuiti, a corsa illimitata per se e le Signorine.

Lui, ogni estate andava a  tutte le rappresentazioni  che davano all’Arena di Verona. Le Signorine andavano sempre a Venezia.

Il Nonno andava e tornava, partiva con un pranzo al sacco, vedeva l’Opera e, una volta finita, riprendeva il treno. PiĂą di qualche volta si era addormentato saltando la stazione d’arrivo. Quando si svegliava, in localitĂ  del tutto sconosciute, scendeva e in sala d’aspetto ingannava l’attesa del primo treno utile per il rientro dando fondo  agli avanzi del pranzo al sacco della sera prima. Di certo,da quel previdente che era, le riserve, scelte, non mancavano mai, ben nascoste nelle tasche della giacca e tradite da vasti  aloni di unto.  

Nessuno stava in pensiero se non tornava puntuale. A una cert’ora lo si sentiva arrivare canticchiando. Apriva il cancelletto di ferro battuto e la piĂą vecchia delle Signorine s’infuriava quando appendendogli la giacca si accorgeva che era tutta macchiata. E anche a tavola brontolava a lungo. Era molto irritata con lui.   

 â€śâ€¦ Va la mo’“ le ribatteva il Nonno mangiando di gusto. Dopo cena, prendeva le scale che portavano alla sua camera e di solito, illanguidito dalla digestione, dal bicchiere di rosso e dal far della sera, favoriva  Puccini.     

Una delle sue mete preferite quando il mattino uscivamo insieme era il caseificio.

Ci passavamo davanti. Era un caseggiato quadrato, con l’intonaco di un giallo chiaro. Nello spiazzo antistante l’ingresso faceva bella mostra di sĂ© un gran caldaione di rame, lustro, simbolo della ditta. Di sicuro avrei preferito andare a visitare la villa antica che c’era di fronte. Di proprietĂ  di un noto avvocato che ci viveva da solo, aveva un’aria fatiscente e sinistra. Mi piaceva tantissimo e se mi avesse portato lì, in quel giardino pieno di statue in pietra  e di corridoi di bosso, mi avrebbe fatto felice.

Il Nonno conosceva bene l’avvocato. Si vedevano ogni giorno e si salutavano cordialmente.

Ma il caseificio era la cosa che piĂą di ogni altra desiderava farmi vedere poichĂ© adorava il formaggio, di cui la dispensa di casa,  in uno stanzino adiacente la cucina, era sempre riccamente fornita.

Ricordo l’umiditĂ  nel caseificio,  l’odore di latte e gli stivali di gomma marrone di chi vi lavorava. I pavimenti delle stanze, grandi e spoglie, erano di piastrelle perennemente bagnate.

Di tanto in tanto qualche operaio con un tubo di gomma dava una sciacquata dopo avere spazzato.

Le forme erano disposte con ordine su assi di legno. Molte erano ancora dentro lo  stampo  in metallo che le comprimeva. Quando il formaggio era ancora fresco, il casaro pareggiava il bordo, tagliando delle strisce che parevano serpentelli bianchi, le metteva in un sacchetto e le dava a mio Nonno che ne  era felicissimo e voleva che ne assaggiassi un pezzo. Praticamente un ordine: “ Mangia!”.   

Per me non sapevano di niente. Come il pastone bianco e filante che il casaro rimestava  in una enorme caldaia fumante potesse divenire poi formaggio saporito e grasso di cui ero molto golosa, restava un mistero di cui perdevo, evidentemente, molti passaggi.

Uscivamo tenendoci sempre leggermente discosti, lui con il suo sacchetto di strisce, tutto contento, io un po’ meno dal momento che quelle visite mi lasciavano piuttosto indifferente.

Per strada tutti lo salutavano e lui si scappellava, mostrando una calvizie che  quasi non conoscevo, per via dell’eterno cappello. Vedevo in quei brevi istanti il suo volto al naturale, come quelle donne che solo quando vanno a dormire o sono malate si sciolgono i capelli. Insomma, quel particolare privato di mio Nonno apparteneva ai saluti, in pubblico, e al riposo, nella sua camera da letto.

Di solito in piazza ci fermavamo a comprare delle cartoline in una Cartoleria- Rivendita Sali Tabacchi  dove una delle mie due zie, la Signorina piĂą giovane,  era commessa.

Indossava un grembiule nero con il colletto bianco, da eterna scolara.  Era  gentile e sorridente con tutti. Mi regalava ogni volta qualcosa, un  quaderno, una gomma, una scatoletta di pastelli. Tranne le sigarette, il sale e i bolli, ogni oggetto presente in quel negozio mi faceva gola. Con il mio dono, tornando a casa, ero molto contenta, quanto mio Nonno per le sue strisce di formaggio.

La zia piĂą vecchia, l’altra Signorina, era un’ottima cuoca, anche se  aveva un gran brutto carattere.

A casa del Nonno si mangiava benissimo e un sugo di pomidoro così buono non l’ho mai piĂą mangiato. Dolci non ne ricordo. Probabilmente essendo la zia, di suo, piuttosto aspra, non si applicava in ricette che ispirassero inutili tenerezze. Il gelato serale, preso al bar della stazione in quelle sere estive che ho così ben impresse, era, credo, la sua  sola concessione alla dolcezza.

Di sera si cenava quando fuori era ancora chiaro. Il Nonno tardava a mettersi a tavola, perché gli piaceva fare delle soste prolungate, con assaggi, nella dispensa.

Qualche volta mi chiamava e apriva  gli sportelli di una credenza  di legno, la cui ultima mano di colore riconoscibile era il grigio. Aveva ritagliato  due rettangoli in ciascuna  delle ante, svuotandole del legno e sostituendole con una rete,  a trama  fitta  e leggera, in ferro.

Mi spiegava che l’aria doveva circolare, perché il formaggio stesse bene, a lungo e senza ammuffire.

In piatti di ceramica bianca, spessa e  pesante ce n’era di tanti tipi. Fresco, mezzano, stagionato, piccante. Sul piano della credenza, molti coltelli e un tagliere. Spiegava a me, ma mangiava lui, raccontandosi tutte le sfumature di un cibo che, quasi quanto le arie di Puccini, doveva sembrargli divino.

Dopo cena uscivamo io e le Signorine. La passeggiata era sempre in direzione della Stazione, che era piccola, graziosa e accogliente. C’erano delle panchine  di graniglia all’esterno. Delle balaustre dello stesso materiale, delimitavano il piccolo giardino che da una parte dava sui binari e dall’altra sulla strada.  Il giardino era variopinto e fiorito,con aiuole curatissime che a me piacevano molto. Il colore prevalente era l’arancione, caratteristico di una pianta di facile cura dalla fioritura ricorrente. Ne esiste anche una qualitĂ  di colore giallo, ma io le ricordo arancioni.

Adiacente alla stazione c’era un bar illuminato da lunghi tubi al neon. Un telefono per il pubblico fissato al muro, di ebanite nera, restava alla sinistra della porta. Raramente, qualche avventore vi si appendeva gridando quasi che chi all’altro capo del filo dovesse essere raggiunto dai toni alti  prima che dalle onde elettromagnetiche.  

Entravamo a prendere il gelato. I gusti, soltanto tre, vaniglia cioccolato e torrone, e sopra il  banco frigo, impilati gli uni sopra agli altri, pericolosamente inclinati, dei coni di cialda, tronchi.

Sceglievo il gusto al cioccolato, ogni sera.  Le Signorine, non ricordo.

La stazione era molto tranquilla, non credo di avere mai visto viaggiatori, a quell’ora di sera e se c’erano non vi badavo. Ero interessata  al mio gelato e a quel giretto serale che attendevo tutto il giorno. Le Signorine tenevano un golfino in cotone bianco sulle spalle. Indossavano dei vestiti con fantasie a fiori, la cintura in vita, di pelle colorata, o in vernice nera. Avevano entrambe una figura graziosa, la piĂą giovane aveva un seno rigoglioso, ben occultato, ed era piĂą alta e slanciata.  Prima di uscire si mettevano anche qualche gioiello, che di giorno stava riposto in una ciotola sulla credenza del salotto. Erano dei cerchietti d’oro, con dei ciondoli, di cui uno, uguale per entrambe, rappresentava  Diana, la Dea Bendata.  Si davano il rossetto, che aveva un intenso profumo di vaniglia.

Camminavamo nel quartiere silenzioso e spesso sul viale incontravano qualche conoscente e loro mi presentavano. Queste persone, spesso piĂą anziane di loro, mi rivolgevano la parola gentilmente. Mi sentivo osservata e non sapevo  cosa dire.

Per lo piĂą la frase era sempre la stessa interrogandomi  â€ś La figlia di Teti? Com’era bella!”. Continuavano a conversare brevemente, come se stessero parlando di un oggetto raro, caduto inaspettatamente, ed irrimediabilmente rotto.

Si stava fuori circa un’ora, talvolta, nelle sere piĂą calde, di piĂą. Tornando verso casa, sentivo i grilli e l’odore dell’estate. La luce all’angolo della casa del Nonno, un piatto smaltato di  bianco bordato di blu illuminava la casa proprio nel punto in cui i rami di un pino  molto alto parevano  separare le due finestre  dalle imposte socchiuse della camera da letto in cui avrei dormito. Dondolando gettava delle ombre suggestive sul muro. Intorno alla lampadina c’erano sempre nuvole di moscerini. Parevano dei ballerini scatenati sulla pista da ballo.

Il Nonno era giĂ  a dormire da un pezzo. Le Signorine mi davano la buonanotte e io rimasta sola, nella camera spaziosa col pavimento di legno bianco, spiavo gli oggetti intorno. Sulla specchiera  vi erano boccette di profumi mai usati, qualche collana in vetro di Murano e pettine e spazzola abbinati tra loro. Mi era difficile immaginare una delle due Signorine intente a spazzolarsi, interrogandosi allo specchio.  Ma io che ne potevo sapere? Venivano a spegnere la luce, obbligandomi a un sonno che credevo non arrivasse subito. Ma mi sbagliavo. Non ricordo attese a quel sonno che evidentemente mi coglieva istantaneo e pesante.

Scendendo le scale, al mattino, trovavo sempre la porta dell’ingresso di casa leggermente socchiusa. Appeso al pomello, all’esterno c’era un sacchetto di tela bianca, ricamato con figure infantili da una delle Signorine, che conteneva del pane fresco. Erano rosette, che il fornaio ogni mattina consegnava di casa in casa.

Il Nonno mangiava molto pane, ma a tavola,  immancabilmente, rimarcava che non era buono come quello, ferrarese, della sua terra d’origine. Gli piaceva inzupparlo nel vino. Osservavo questa mollica, per mancanza di tempismo, sfarsi nel bicchiere ed assumere l’aspetto di una spugna rossa. Non mi attraeva per niente e peggio ancora era vedere il Nonno, a quel punto, mangiarsela col cucchiaino come se fosse una macedonia.

Un’altra delle cose che amava mostrarmi erano gli alberi da frutto del suo giardino.

C’era un pero, alto e con poca fronda, che produceva una gran quantitĂ  di pere. A volte, dopo  i temporali,  ne cadeva qualcuna a terra. Le raccoglieva amorevolmente e dopo averle ripulite, le appoggiava sul davanzale della finestra nella speranza che maturassero. Le toccava con delicatezza, diceva che era una qualitĂ  speciale, e che bisognava mangiarle con il formaggio stagionato, quello che pizzica e lascia gli angoli della bocca leggermente irritati. Pregustava l’armonia di quel connubio di sapori, quasi si fosse trattato dell’incontro di due amanti. Non ho mai assaggiato quelle pere, poichĂ© arrivavo nel periodo in cui erano ancora acerbe. Le  albicocche, quelle si, grosse  e dolci pendevano  numerosissime dall’albero i cui rami, per metĂ  uscivano dal giardino e da tanto pesanti che erano ricadevano piegati, quasi a toccare il marciapiede. Erano zucchero puro, dalla polpa arancione densa e mielosa. Mi imbrattavo le mani e  sulle braccia mi veniva  la pelle d’oca, per via di quella peluria fine quando ne  sfioravo la buccia. Il Nonno allora  me le offriva giĂ  aperte per metĂ , senza nocciolo. Un caco, enorme, ombreggiava buona parte del giardino, e la pergola di uva fragola creava una tettoia d’ombra sotto la quale, il pomeriggio, seduto in una sedia a sdraio, mio Nonno leggeva.

Raramente ho visto i cachi maturi, dal momento che le mie visite erano solamente estive. Forse l’anno in cui morì, e il giardino era tutto spoglio e qualche frutto avvizzito era rimasto ancora appeso ai rami.   

Il periodo, breve, che trascorrevo dal Nonno e dalle Signorine, terminava nel momento in cui, girato l’angolo della strada che portava alla casa, riconoscevo l’auto di mio padre parcheggiata di fronte al cancello.

Finivano quelle giornate  in cui per me ogni cosa era novitĂ  e mi dispiaceva, ma ero contenta di tornare a casa poichĂ© percepivo che il mondo del Nonno, delle Signorine e tutti gli altri particolari non era il mio.

Ci accompagnavano alla macchina, io davo un bacio a tutti e tre e fino a che non scomparivamo alla loro vista, svoltando in fondo all’incrocio, ci salutavano con la mano.

Lungo il tragitto spesso mi addormentavo e mi svegliavo quando stavamo per arrivare. Mio padre mi diceva che avevo dormito tutto il tempo e io gli dicevo che non era vero. Come poteva avere visto lui cose che non avessi veduto anch’io? Il sonno, così a tradimento,  mi faceva sentire vulnerabile, non presente, e di questo provavo una strana forma di vergogna.   

E’ una vergogna che non provo piĂą, ora. Mi ci abbandono volentieri e prima che abbia la meglio, quando mio marito o i miei figli vengono a togliermi gli occhiali dal naso e a spegnermi la luce, ripenso volentieri a quelle parentesi estive, alle passeggiate serali illuminate da lampioni coperti di moscerini e a quel signore un po’ così, pago del suo formaggio, delle pere, di Verdi e di Puccini. 

Comments

Lascia un commento