da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Cichin di Carlo Frizzi - 2012

AD UN CERTO PUNTO


Ad un certo punto della vita – ero lì lì per laurearmi – un amico mi propose di accompagnarlo a “fare animazione ai vecchietti” del Ricovero di corso Casale. Non ne so nulla di vecchietti, obiettai. Lui rispose che non era un problema, bastava star seduti accanto a loro, e ascoltarli. Così, per qualche mese, andai a trascorrere un paio d’ore alla settimana chiacchierando con persone che avevano il quadruplo dei miei anni. Si cominciava con i convenevoli, il tempo e i mali di stagione; ma presto, magari da un aggancio casuale, partivano i ricordi e le storie. Gli occhi si accendevano, le schiene si raddrizzavano  e le mani grinzose scolpivano nell’aria volti, luoghi, eventi. Capii presto che animazione ha a che fare con anima, e che bastavano le mie orecchie di ragazzino per ridare vita ai “vecchietti”. Era sempre con un sospiro che mi lasciavano andar via, quando gli inservienti chiamavano per la cena. Non sempre però  la promessa di rivederci la settimana successiva veniva mantenuta, e non perché io mancassi all’appuntamento.

Una delle storie l’ho registrata, con un apparecchietto che non dava tanto nell’occhio, per non far vergogna al narratore; non ero sicuro di capire fino in fondo il piemontese da montanaro di Cichìn, io che sapevo di greco e di latino. Ho faticato un po’ a renderlo in italiano:  però “dutùr” l’ho lasciato così, perché – a leggerlo – mi par di rivedere lui che ammicca e scuote la testa, come per dirmi “che inutile mestiere ti sei scelto”.

 

IL RACCONTO


«Piccolo, son sempre  stato piccolo. Sono nato prima del tempo, mia mamma non è riuscita a scendere a valle per farmi nascere all’ospedale, come i fratelli. Eravamo in baita, c’era ancora la neve, così son venuto al mondo nella stalla, che era il posto più caldo. I fratelli dicevano che per quel motivo non ero ben finito, che mi mancavano dei pezzi nel cervello; mia mamma diceva invece che mi aveva fatto prima perché era curiosa di vedere com’ero bello. Ero così piccolo che, invece di sistemarmi nella culla, mi han messo nella pentola della polenta, vicino al fuoco per tenermi  caldo. E’ da lì che i fratelli sono rimasti arrabbiati con me, quattro mesi a mangiar patate. Da quando mi ricordo mi hanno sempre chiamato Cichìn, per via che ero piccolo. Tutti, meno mia mamma. Lei mi ha sempre chiamato con il mio nome, Francesco. Correvo tante volte da lei a lamentarmi “ mi han detto nanetu!”, “mi chiamano rubapolenta!”, e lei lasciava tutto lì e mi prendeva in braccio, che le mie lacrime le bagnavano il grembiule. Intanto mi accarezzava la guancia, con la mano calda e ruvida come il pane, “sei piccolo perchè così ti posso tenere in braccio, quelli là così grandoni non li voglio più” mi diceva, e io non sapevo più nulla di sgambetti, scherzi e male parole.

Così son venuto su duro e svelto, con i fratelli che mi facevano scuola di legnate: lo vedevano che ero il preferito, e me la facevano pagare. Giocattoli non ne avevamo, ci bastavano i rami, o le pietre lisce, o le castagne. Ma loro avevano già le gambe lunghe, io non gli stavo dietro, così tante volte rimanevo solo. E’ lì, a girare per conto mio nel vallone, che ho scoperto il rifugio segreto: c’era un gruppo di rocce, venute giù da chissà dove, e intorno erano cresciuti dei rovi e qualche quercia. Trovai un passaggio, che con un po’ di acrobazie e più di un graffio mi faceva arrivare in cima, dove la pietra faceva una specie di poltrona: lassù ero il re del mondo. Le tre nocciole che avevo in mano diventavano soldati a cavallo, principi coraggiosi, banditi e carabinieri: si combattevano – tra rocce e cespugli – guerre sanguinose ed eroiche. Da lì vedevo sette file di montagne, i miei soldati le arrampicavano tutte per fare imboscate o per scappare; l’ultima era la più alta, sempre bianca, da dove veniva giù un canale di neve che faceva venire i brividi a guardarlo.

“Mamma, cosa c’è di là della montagna tutta bianca?”

“Che domande mi fai, Francesco, ci sono delle altre montagne.”

“E più in là ancora?”

“Dopo delle montagne viene il mare, che è dove c’è tantissima acqua”

“Ma in su, più sopra della punta della montagna bianca?”

“Lì c’è il cielo, Francesco, che è dove ci sono le stelle, il sole e la luna”

Ma io, dutùr, non ero mai contento, e continuavo a tormentare mia mamma. Avevo come una curiosità di sapere le cose, e più che domandavo più che mi venivano domande.

“Ma più in là delle stelle?”

“Senti un po’,  se continuo a darti retta,  stasera stiamo senza cena. Poi chi li sente i tuoi fratelli… A ottobre vai poi a scuola, chiedigli al maestro, lui è lì apposta per spiegare ai bambini le cose difficili”

Il primo giorno di scuola mi arrampicai sul banco, le gambe mi pendevano dal sedile, e quando il maestro finì l’appello, avevo già la mano alzata.

“La geografia astronomica fa parte del programma di terza. Abbi pazienza, e adesso prendi la matita come tutti gli altri”, questa fu la risposta. Pazienza non ne avevo più, l’avevo già messa tutta per aspettare la scuola. Per una settimana non ci fu verso di mandarmi di nuovo, mi attaccavo alle gambe del tavolo e gridavo che la scuola non valeva niente e che il maestro mi aveva solo detto brutte parole, anche lui. Poi mi sono rassegnato, quando ero seduto in cima al mio rifugio guardavo sopra le montagne e strizzavo gli occhi per vedere più lontano, e aspettavo che arrivasse la terza. Arrivò.

“… e al di là del sistema solare si trovano altre stelle, a milioni, immerse nello spazio infinito.”

“Signor maestro, che cosa…”

“Lasciami finire, Cichìn! Vuol dire che non finisce mai, puoi viaggiare velocissimo in ogni direzione per mille anni, e c’è sempre spazio, non arrivi mai da nessuna parte. Adesso tutti fuori, c’è la ricreazione.”

Io, invece, sono rimasto lì incantato, a cercare di capire bene: la mia testa vedeva stelle, soli, galassie, ma era quel niente intorno che mi faceva impressione. Niente, dappertutto, e quel niente non finiva mai.

E’ lì che mi è venuto il primo attacco. Mi è come mancata l’aria, ho sentito uno spavento dentro. Mi hanno poi detto che ero caduto, e che tremavo dalla testa ai piedi, i dottori hanno deciso che era per via che ero nato piccolo, invece io lo so che era colpa dello spazio infinito. Quando sono poi tornato a casa, i fratelli mi guardavano strano, si battevano un dito sulla fronte e ridevano di nascosto; mia mamma invece sembrava più triste e mi accarezzava più di prima. Dovevo prendere una medicina che mi faceva addormentare di sasso, delle volte rimanevo lì, con la testa che mi cadeva nel piatto, e mi portavano poi nel letto di peso. Quando andavo in giro, tenevo gli occhi girati in basso, non volevo che andassero a guardare lo spazio infinito, io lo sapevo che  mi faceva male. Anche dal mio rifugio, la montagna bianca non la guardavo più fino in punta.  E’ per quello che non sono più cresciuto.

Il problema più grande è poi stato in quinta, quando il prevosto è venuto a fare le lezioni per prepararci alla Comunione: era grande, magro, con il naso da gufo e con il mantello nero:  sembrava una rata voloira, come si dice, un pipistrello. Diceva che c’erano i peccati piccoli, che fanno delle macchie piccole nel cuore; ma c’erano anche quelli grandi, mortali, che lo colorano tutto di nero.

“E chi muore con il peccato mortale, brucerà nell’inferno per tutta l’eternità!” . Rimase lì, immobile, con il dito puntato e gli occhi spiritati che fissavano a turno ognuno di noi bambini. Tremavamo di paura.

Mandai giù due volte la saliva, alzai la mano e domandai.

“E’ un tempo che non finisce mai, dura per sempre, per i secoli dei secoli. Per questo dovete essere bravi. Ci vediamo domenica alle nove, venite puntuali, con le scarpe e ben vestiti.”

Ma io restai lì ad almanaccare, a provare a capir bene quel tempo che non finiva; quando ci arrivai vicino, mi sembrò che si aprisse sotto i miei piedi un pozzo senza fondo, e io cadevo e cadevo lì dentro, sempre più giù.

Davvero caddi, fu il secondo degli attacchi. Questa volta era stato più grave, mi han tenuto all’ ospedale per settimane, lo sciroppo non bastava più, dicevano i dottori, e alla fine hanno deciso che dovevo stare in un istituto per i bambini, in città, per essere controllato e curato. A casa non potevo più tornare.

Così cominciò la mia vita da solo. Mia mamma veniva tutti i mesi, mi portava il pane, le castagne e le caramelle di zucchero. Si sedeva lì, e piangeva. Io le asciugavo le lacrime, ma continuavo a guardare basso e a non pensare al futuro. Vivevo per aspettare il mese dopo, le castagne, lo zucchero. E mia mamma.

Quando sono poi arrivato a  tredici anni,  in tutto il mondo è venuta la febbre spagnola. Io non l’ho presa, perché stavo per conto mio e poi tenevo sempre in tasca tre castagne d’India, quelle lì, dutùr, tengono lontane le malattie. L’ultimo mese mia mamma è venuta che camminava adagio, aveva gli occhi rossi e la voce rauca. Quando è andata via, che mi ha dato una carezza, la sua mano bruciava come il fuoco. Non l’ho mai più vista.

Finita la spagnola, non mi restava più nessuno. Gli attacchi continuavano, le medicine non mi facevano mica niente, tante volte le versavo nei vasi delle piante. Era quella solezza che mi faceva male, per ogni cosa che facevo mi sembrava di cadere di nuovo dentro a quel  pozzo. Dall’istituto dei bambini mi hanno mandato poi in un altro, dei grandi: lì non era bello come qua, c’erano i matti, e gli infermieri erano cattivi. Li legavano con delle camicie di tela, che non potevano più muovere le braccia, e loro a urlare, mordere, battere la testa nel pavimento. Quando facevano troppo fracasso, li caricavano  sulla barella e gli davano la corrente elettrica. Io stavo zitto e nascosto, mi veniva bene perché non avevo niente da dire e poi ero rimasto piccolo. E’ lì dove ho imparato a capire che cosa pensa la gente: a guardare e a star zitto, vien facile. Ma questa qui è  un’altra storia, gliela racconto poi la settimana che viene. Adesso per noialtri è l’ora della cena, e invece lei, dutùr, deve correre dalla fidanzata».

Era così. Ci salutammo, e promisi che sarei stato lì il sabato successivo. Cichìn mi lasciò con il solito sorriso, che lo illuminava.

 

INVECE

 

Invece non tornai. Era venuto il momento di laurearmi, poi  arrivò gloriosa l’estate, l’esame di abilitazione, le prime guardie notturne, gli anni di lavoro all’estero. Quando  infine tornai a stabilirmi in città, mi ci volle tempo prima di varcare di nuovo il portone del Ricovero. Immaginavo, e non volevo sapere. La segretaria (non più quella che avevo conosciuto), con un po’ di reticenza, mi spiegò che anni addietro il signor  F.B. si era allontanato senza permesso dalla struttura ed era stato ritrovato morto dopo mesi di  ricerche. Riuscii a sapere la data esatta della sua sparizione  e mi precipitai a cercare notizie nell’archivio della Stampa. La ricerca non fu breve, ma alla fine trovai il trafiletto che parlava di lui.

15 aprile 1996

Macabro ritrovamento in un alpeggio sopra Lanzo: un’ escursionista, F.F., salita in racchette da neve nell’erto vallone del Roc, ha avvistato una forma umana – per metà ancora sotto la neve – appoggiata al muro di una baita in località Barma Superiore . Avvicinatasi, ha potuto accertare che si trattava effettivamente del cadavere di un uomo, rimasto probabilmente seppellito dalle nevicate di novembre e che il disgelo primaverile aveva parzialmente restituito alla vista. Gli uomini del Soccorso Alpino, prontamente avvisati, hanno provveduto al trasporto a valle della salma, successivamente  identificata come F.B., di 89 anni, originario delle Valli di Lanzo, che era scomparso nel novembre scorso da un ospizio di Torino. L’autopsia, eseguita all’Istituto di Medicina Legale di Torino dall’équipe del professor V., ha concluso che la morte era sopravvenuta per assideramento e che era verosimilmente seguita di poco all’allontanamento del B. da Torino.

IL PROFESSOR V.

Io V. lo conosco. Eravamo compagni alle superiori: lui arrivò al second’ anno, sputato via dal più prestigioso liceo cittadino, per approdare al Gioberti, dove i piccioni si credevano aquile. Di greco era una frana, anche da noi; però aveva attenzione per le cose nascoste, passava le domeniche a scavare fossili in fondo alle grotte, e al lunedì ci mostrava trionfante pezzi d’osso e pietre scheggiate. Poi, con il sorriso in faccia e gli occhi che guardavano altrove, si presentava da eroe al massacro dell’interrogazione.

Non è stato difficile rintracciarlo e raggiungerlo nella casa in campagna. Meno capelli, ma sorriso pronto e stretta di mano come la ricordavo. Rimane una familiarità, dagli anni del liceo: basta una spolverata e la trovi.

“Certo che lo ricordo, saranno cinque o sei anni fa. L’abbiamo soprannominato “fachiro contento”,  è il perito settore che ha quest’ abitudine. Era mummificato, duro come un totem, ma aveva un’espressione di serenità da non credere. Sorrideva. Con tutto che è morto assiderato, e Dio solo sa come aveva fatto ad arrivare fin lassù. Ho delle foto in archivio, se vuoi…”.

Non volevo, preferivo ricordarlo vivo.

“Va bene contento, ma che c’entra il fachiro?”

“Qui viene il bello. Sai quei santoni indiani, che restano per mesi con un po’ di terra in mano, ad aspettare che qualche seme portato dal vento vi si posi e generi una pianticella? Ecco, il B. aveva in mano tre ghiande, doveva averle prese lì vicino, salendo; insomma, sul far della primavera, erano germinate, avevano messo radici nella sua mano macerata, e tra le dita gli spuntavano le piantine. Quando ce l’han portato non ci potevo credere…”.

Avevo tutto quel che mi serviva, sapevo com’era andata. Vedevo Cichìn arrancare per il suo sentiero, sotto il cielo plumbeo di novembre, annusando la neve. Lo vedevo ritrovare il suo rifugio tra pietre e querce, arrampicarsi per il cunicolo e guardare ancora una volta oltre le montagne. Poi camminare piano verso la baita, e sedersi sulla panca a riposare, seguendo con lo sguardo la danza dei primi fiocchi.

Non c’era altro da dire, era il momento dei saluti. Nel percorrere il vialetto del giardino, V. mi mostrava  con orgoglio filari ben ordinati di pomodori, cespi di insalata, turgide melanzane.  Era visibilmente soddisfatto di accudire  piante, lui che – medico - non curava gli umani. Ad un tratto cambiò direzione, addentrandosi in una zona meno curata.

V. non è stupido, che c’entra il greco con l’intelligenza. E poi gli piacciono le cose insolite. Le valorizza, ne ha cura. Lo so dai tempi del liceo. Se fa una cosa, non è per caso.

Capii dove mi stava conducendo solo un attimo prima che mi mostrasse, con un cenno del capo, tre quercioli, già nodosi e ritorti, con la corteccia rugosa e qualche ghianda appesa ai rami.

I figli di Cichìn.

Comments

Lascia un commento