da   Ass. Il Racconto Ritrovato

Una storia in montagna di Carlo Frizzi - 2011

Ai bambini

 

C’è un problema. Magari non sapete leggere, oppure faticate ancora troppo perché la cosa sia divertente. Beh, per quanto riguarda queste prime righe, chiedete aiuto a qualcuno più grande. Un vicino di casa, un fratello maggiore, anche le maestre possono andar bene. A che servono i grandi, se non ad aiutarvi a capire quello che non capite da soli?

Per il resto non preoccupatevi, fortunatamente questa non è una storia da leggere sdraiati sul sofĂ  o seduti sul gabinetto. E’ un racconto da ascoltare mentre si cammina in montagna. Quindi l’importante è avere qualcuno che ve lo racconti, ed essere disposti a fare una gita. Se non siete allenati fa lo stesso, la storia serve appunto per camminare senza fatica. Con le storie si riescono a fare un sacco di cose, c’è addirittura  chi sostiene che il mondo è stato fabbricato con le parole. Mah.

Tornando a noi, è sufficiente che facciate leggere le pagine successive a mamma o a papà, e che chiediate loro di seguire alla lettera le istruzioni che darò.

Un’ultima questione: il titolo. Questa storia parla di un cacciatore di nome Robert (mi raccomando: si dice Robèr, perché è valdostano, e non Ròbert), di un re piccoletto ma con grandi baffi, e di un grande stambecco bianco. Di solito – anche nei titoli – si mette prima il personaggio più importante e potente, poi gli altri. Il principe prima del povero, il leone e poi il topo, il lupo e l’agnello, e così via. Qui no, il re viene per ultimo, anche se re. Non fa proprio una bella figura, con tutta la sua prosopopea.

Quindi: “Robert, lo stambecco bianco e il re”. Anche “Lo stambecco bianco, Robert e il re” può andare bene, anzi meglio.

Ora passate il seguito ai genitori, e aspettate con fiducia.


Agli adulti

 

C’è un problema. La storia che state per leggere in realtà non sarebbe da leggere. Intendo dire che è una storia da raccontare, una storia da bocca e da orecchie. Se la si legge soltanto, non funziona. In verità anche gli occhi un po’ servono, ma non nel solito modo. E questo è il primo problema. Ma – pensandoci - ce ne sono diversi altri.

Intanto la storia va bene solo per bambini che credono che gli animali possano parlare e farsi capire dagli esseri umani.  Poi non devono vergognarsi di camminare ancora per mano al papĂ  o alla mamma. E devono aver voglia di fare una gita in montagna. Ma fin qui le difficoltĂ  non sono  insormontabili. Di bambini così ce n’è abbastanza.

Il vero problema sono gli adulti.

Prima di tutto, bisogna che abbiate un figlio. Se non ce l’avete, trovate il modo. C’è una ricca manualistica a disposizione, e la faccenda ha comunque dei risvolti piacevoli. Magari non rivelate subito al compagno/a che state facendo il tutto principalmente per seguire queste istruzioni, molti non la prendono bene. Comunque vada, in capo a sei, sette anni al massimo vi sarete procurati il necessario.

Poi però subentrano altre questioni: c’è figlio e figlio, uno vuole che le storie siano sempre quelle e guai a cambiare una parola, un altro vuol vedere le figure sul libro mentre vi sta in braccio, un terzo disdegna le vostre storie e vuole solo i cartoni della televisione (no, questa varietà non esiste; è che le raccontate in modo noioso, perché avete altro per la testa).

E poi c’è genitore e genitore, nel senso che magari raccontate solo storie inventate da voi personalmente e non sopportate quelle scritte da altri, oppure avete la memoria corta e dovete leggerle (mica è facile camminare su per un sentiero leggendo ad alta voce un racconto), o ancora avete messo su pancia e siete sfiatati come un otre bucherellato. Beh, allenatevi. Ci avete impiegato sei anni per avere un figlio dell’etĂ  giusta, e vi fermate alla prima difficoltĂ ?  Comunque, ho pensato anche a questo, evitando frasi troppo lunghe e riempiendo i periodi di virgole e di punti. E’ per farvi riprendere fiato. E non venite a dirmi che i bimbi non ce la faranno: l’ho giĂ  detto anche a loro, ascoltando questa storia la fatica non si avverte.

Insomma, una bella mattina d’estate, prendete su macchina, figlio, e qualche panino. Arrivati in Val d’Aosta, girate nella valle di Champorcher e salite fino ad un paesino dal nome roboante: Grand Mont Blanc. In realtà sono poche case, e piccole per di più, ma è lì che abitava Robert. A cercare bene, si trova ancora la sua baita, proprio uguale a come viene descritta nel racconto. E poco più su c’è la pietra sulla quale si appoggiava a riposare, e il ruscello che dissetava gli stambecchi, e il colle dietro cui il re si appostava a sparare… Ecco perché questa storia bisogna raccontarla guardando intorno e camminando, né troppo in fretta nè troppo adagio: insomma è un po’ come un fotoromanzo, ma volete mettere …

All’inizio il sentiero è ripido, lì però il vostro bambino sarà ancora pieno di energie e distratto da formicai, farfalle, sassolini e violette. Ma dopo dieci minuti al massimo, al primo inciampo in una radice, si volterà bofonchiando lamentosamente un “quando arriviamo?”. Da ciò capirete che è il momento di iniziare. Allungate una mano verso di lui (l’avrete già notato, funziona come una calamita, dopo un attimo arriva anche la sua, di mano, e si appallottola dentro la vostra), con l’altra indicategli le casette di Grand Mont Blanc, prendete fiato e cominciate: “Tanto tempo fa, nel villaggio che vedi là sotto, viveva…” .

Ah, già, il titolo. Ve lo chiederà, vorrà essere sicuro che la storia sia proprio quella che ho annunciato nella premessa. Sapete com’è, i bambini non si fanno infinocchiare.

“Scusa, quasi dimenticavo. Robert (pronunciate Robèr, se no va a finir male…), lo stambecco bianco e il re”. Nel caso vi venisse fuori prima lo stambecco e poi Robert, bene lo stesso. Anzi meglio. Il re ultimo, però, non sbagliate.

Bene, ora andate avanti a raccontare: le cose sono tutte sistemate al posto e al momento giusto, quando la storia parlerà del lago arriverete al lago, poi si descriverà la radura in cui il re si accampava, ed eccola lì, e poi la roccia di Robert, e così via. Ho controllato, non c’è che da camminare al ritmo della narrazione.

SarĂ  una bella gita, vedrete.

Perché è evidente che nulla al mondo eguaglia la tenerezza del camminare per un sentiero di montagna, tenendo per mano un figlio e raccontandogli una storia; ogni tanto lo guardi di nascosto e vedi che i suoi occhi sorridono, o che la fronte gli si aggrotta, e capisci che sta davvero vedendo precipizi e stambecchi, cacciatori in agguato, re e fucili d’argento. Così cammini e racconti, e speri che il sentiero non finisca mai, che il figlio non si stanchi, e che la voce non ti venga a mancare.

Speri, ma il fiato non è lungo come il sentiero.

PS:

“Ma… E la storia? Tutte queste chiacchiere, però alla fine è venuto fuori solo il titolo, e anche quello non troppo preciso…”

Insomma, che cosa pretendete? In tre cartelle, una storia da seicento metri di dislivello, e in salita, per di piĂą?  Va bene l’allenamento, ma vi assicuro che non ce la si fa proprio! Un po’ di pazienza, tanto da qui all’estate…

In cauda

Parlare di un racconto appena scritto somiglia un po’ a spiegare una barzelletta: se la devi spiegare è perché non l’hai raccontata bene. Ma una differenza c’è: la chiave di una barzelletta è una, solo quella. In un racconto ci sono tante vie, e vicoli, e pensieri nascosti nel dedalo, che nemmeno chi scrive li sa tutti.

Nel mio paradiso ci saranno un sacco di libri e, accanto ad ognuno, l’autore: così potrò – leggendo – alzare gli occhi e domandargli ad ogni passaggio o pensiero o metafora “ma che avevi in testa qui?” oppure “per quale strada ti è venuto in mente questo?”. E avere sempre risposte limpide, in paradiso non si potrà più mentire. Saranno storie di storie, a non finire, tanto ci sarà tempo.

L’altra considerazione che mi toglie vergogna è che si scrive, no, io scrivo, per dialogare: aspetto domande, e considerazioni, e collegamenti, non lode o biasimo. Scrivo a persone, non al mondo. Così vi dico dove stavo mentre scrivevo, e cosa è nascosto dietro le parole del racconto. Lo dico perché spero che – in cambio – che ha letto mi dica dov’era lui, e dove gli andavano i pensieri mentre leggeva.

Per me raccontare significa obbligatoriamente inventare: ho un figlio che vuole storie sempre nuove, se no non s’addormenta. E nemmeno cammina. Quindi niente Cappuccetto Rosso, nemmeno Tre Moschettieri, o quant’altro. L’idea del racconto è che sia più facile inventar storie mentre si cammina in montagna, perché ad ogni passo ti salta fuori qualcosa di nuovo, un formicaio un ramo appuntito un masso in bilico una tana, e come niente diventa parte del racconto, lo accresce, lo indirizza. O magari rimane un inciso, una divagazione. Però – come ho cercato di dire – la storia si fa con le cose che si incontrano, così non è mai la stessa. Insomma, sì, c’è un filo conduttore, ma il racconto salta fuori dal sentiero, dal ruscello, dalla neve o dall’erba rugiadosa. Gli aborigeni australiani tramandano canti che consentono loro di orientarsi nel territorio e di raggiungere con sicurezza luoghi sconosciuti e lontanissimi, solo seguendone il racconto. Le vie dei canti. Qui funziona al contrario: il sentiero, gli alberi, la montagna, diventano racconto mentre si cammina.

Un’ altra idea che mi girava in testa riguarda il raccontare (cioè inventare) una storia ad un bambino: quando lo acchiappi, e vedi che entra nel tuo racconto, beh, ti sembra di aver fabbricato un mondo, e di plasmarlo a tuo piacere con la sola forza delle parole. Per il tempo della storia, e per il tuo bimbo che non distingue più realtà e fantasia, sei un creatore. Sei Dio.

La terza cosa, più triste, è che questo tempo non dura: manca poco e non ci sarà più bisogno di storie per camminare, intendo dire che presto anche l’ultimo dei miei figli camminerà per le montagne senza più bisogno di racconti, oppure sceglierà di fare altro. O non avrò più fiato abbastanza per camminare e parlare.

Ah, la storia di Robert e dello stambecco c’è davvero: è già stata raccontata un paio di volte, salendo da Grand Mont Blanc verso il Rifugio Barbustèl. Se c’eravate anche voi, magari l’avete sentita.

Scritta invece non è stata, e neanche lo sarà.

Non sta nelle pagine, è – appunto – una storia in montagna.

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