da   Ass. Il Racconto Ritrovato

L'ombra del falco di Enrico Losi - 2011

L’ombra del falco affascina, è diversa da  qualunque altra: queste si deformano e si contorcono seguendo il battito delle ali, quella scivola  senza scosse,  uniforme  poi repentinamente precipita e sparisce. Fa pensare alla natura che  procede indifferente alle passioni degli uomini ed alle loro fallibili percezioni. Chiunque ami i monti ha  provato queste sensazioni, soprattutto nelle  giornate autunnali   quando i colori gialli e ocra , assieme alle temperature fresche emanano una grande  quiete che solo la montagna non abitata dall’uomo può dare.  

Nell’aria cristallina e fredda degli ultimi giorni di Novembre,  satura di umidità, l’ombra di un falco scivolò silenziosa sulla stretta via deserta lastricata di sassi   di Montefiorino, sul prato che precede il bosco di faggi e castagni , sul sentiero terroso, sul pelo caldo di un capriolo, su un involucro colorato al limitare del bosco e sparì dietro il monte. Si sarebbe potuto osservare, attraverso il tremolio  del vapore prodotto dalle narici del capriolo, che questi , immobile, fiutava l’aria nella direzione  della massa  colorata.

Quando qualcuno parte lascia un vuoto, pensò Claudio  guardando gli alberi di Viale Sempione  che tentavano di emergere dalla  caligine in cui probabilmente tutta Milano era avvolta. Non tanto il vuoto fisico di un corpo che si toglie da uno spazio, bensì quello percepito dalle altre persone.Questo  però non era il suo caso : nessuno avrebbe sentito la sua mancanza.

Nelle giornate di sole i tronchi  dei platani secolari assumono colori  delicati con sfumature grigio-rosate. In autunno con la nebbia sono scuri e spettrali. Sono talmente grandi che i rami oltrepassano i vialetti laterali e quasi raggiungono le case. Improvvisamente  scorse , con la coda dell’occhio , una grande ombra nera che dall’albero cercava di raggiungere la sua finestra. Un’ondata di panico lo sommerse, il cuore gli martellò nelle tempie ,sentì il sudore che gli scendeva  copioso dalla fronte, i muscoli tesi e rigidi. Per un attimo restò  paralizzato poi, con uno sforzo di volontà , aprì rapidamente i vetri e chiuse  rumorosamente gli scuri sbarrandoli. Restò in piedi a fissarli come se una forza soprannaturale dovesse schiantarli da un momento all’altro.

Non c’è niente là fuori, continuò a ripetersi mentre si dirigeva verso la camera da letto. Aprì il cassetto del comodino ed estrasse una scatola di legno , la aprì e prese la Beretta 7,65. Sapeva che era una precauzione inutile e stupida ,ma prima di acquistare la pistola stava a lungo senza riaprire quell’imposta , paralizzato dal panico. Il cuore batteva ancora forte, con una mano tenne l’arma e con l’altra aprì lentamente , guardò  in ogni direzione: non c’era  nessuno. Si adagiò sulla poltrona ed emise un sospiro stanco, le braccia abbandonate e lo sguardo rivolto al soffitto.

 Era un uomo di 65 anni, ancora di bell’aspetto, capelli grigi tagliati corti, sopracciglia folte che proteggevano grandi occhi azzurri sognanti non ancora sommersi dall’eccesso di acquosità della vecchiaia,  naso dritto e proporzionato,  mento un po’ prominente e quadrato. Ispirava fiducia e tranquillità in  chi lo incontrava. Mentre cercava gli indumenti per cambiarsi pensò che la solitudine lo stava inghiottendo. Lui e la moglie avevano comprato l’appartamento per la loro vecchiaia perché era in città e quindi comodo  per ogni evenienza. A lui tutto quel cemento e quel rumore continuo non piacevano , a volte gli sembrava  di  respirare a fatica. Poi all’improvviso il loro appartamento era diventato il suo appartamento : quanto gli mancava la moglie. Indossò un paio di pantaloni di velluto blu, ed un cardigan di lana grigio su una camicia azzurra. Calze di lana grigie ed un paio di scarponcini  invernali. Si sentiva teso, provò a sorridere,il suo medico gli aveva detto qualcosa sul lutto, cercò di ricordare, elaborato, sì : “Lei non ha elaborato il suo lutto”, proprio così , e :“soffre di una leggera depressione”, no, leggera forse non l’aveva detto. Comunque gli aveva prescritto delle pastiglie che gli davano nausea e quindi lui aveva smesso di prenderle. Elaborare il lutto: un modo gentile per dirgli che la mazzata  aveva lasciato il segno. Le parole possono essere comprensive , ma la sostanza era che stava affondando, occorreva reagire.  Anche la solitudine può essere bella, con una silenziosa campagna intorno , aria buona, oppure un buon libro davanti al camino acceso con la neve fuori. Suo fratello era campato fino a novant’anni da solo nella sua baita al limitare del bosco a Montefiorino e quando si telefonavano gli diceva sempre che stava benissimo. Prese la chiave della casetta e la infilò nelle tasche dei pantaloni, poi afferrò la borsa nera di tela e cominciò a riempirla  con ciò che avrebbe potuto essergli utile per un po’ di giorni: biancheria di ricambio, dentifricio e spazzolino, rasoio elettrico, pantaloni e camicie. Rigirò pensieroso fra le mani la pistola poi la infilò nella tasca laterale della borsa. Si infilò il soprabito ed uscì proprio nel momento in cui stava arrivando il tram. Salì   ed andò a sedersi di fianco alla porta anteriore sulla  panchina di legno verniciato , sistemò la borsa al suo fianco, vi appoggiò sopra la mano  e cercò di rilassarsi guardando fuori. Scorrevano alberi,  vetrine di negozi che riconosceva ,davanti alle quali tante volte si era fermato con la moglie  , l’Arco , l’Arena, Piazza della Repubblica, poi il tram imboccò via Vittor Pisani e raggiunse la stazione centrale. Mentre stava scendendo una sagoma scura si lanciò verso di lui con fare minaccioso . Sentì che stava sudando, grosse gocce  gli scendevano dalla fronte , portò con un movimento automatico la mano al borsone , verso la pistola. Non c’è niente là fuori, si disse. Si sedette su una panchina, prese il fazzoletto e si asciugò accuratamente la fronte e le mani. Aspettò di calmarsi e si avviò verso la stazione,  comprò il Corriere della sera e proseguì sulla scala mobile raggiungendo il binario tre da cui partiva il treno per  Modena, là avrebbe trovato la corriera per Montefiorino. Salì e si sedette di fianco al finestrino,  avrebbe impiegato circa due ore per arrivare  quindi aprì il giornale.

“ Modena, stazione di Modena” .Sentì l’altoparlante, prese il suo bagaglio e scese.  Era  certo di non aver dormito  eppure era giunto così in fretta …. e non aveva letto il giornale. Non era la prima volta che gli succedeva di vivere in modo  assente completamente assorbito da ciò che gli stava intorno. La sua coscienza in qualche modo lo lasciava e fluiva sulle cose circostanti. Gli istanti della mia vita, la mia vita, non hanno spessore pensò mentre usciva dalla stazione dei treni. I momenti non sono tutti uguali, ognuno ha  un  peso specifico, uno spessore. Un attimo durante il sonno , di notte, quando non si sogna  non ha peso; quando sei giovane, innamorato e dal treno scende la tua fidanzata, che non vedi da  tempo, ti abbraccia e ti dice:”quanto mi sei mancato”.Anche se per il mondo , per la fisica questo attimo è uguale a tutti gli altri, per te ha un grande spessore. Sul piazzale  vide un gigantesco cartellone pubblicitario con una grande bottiglia piena di acqua fresca, le goccioline esterne sembravano scendere lungo una plastica gonfia e rilucente. Claudio si sentì  vuoto e nella sua mente balenò per un attimo l’immagine  della plastica  , dopo che è stata schiacciata perché occupi meno spazio nel raccoglitore della differenziata ,che è vuota non solo d’acqua ,ma anche di aria, di tutto.  Sentì come un piccolo eccesso di acquosità negli occhi ed una piccola parte, calda, scivolò lungo la guancia. Era quasi alla stazione delle corriere: vedeva le pensiline  parallele da cui partivano i mezzi per le diverse destinazioni.

Marco non era ancora del tutto sveglio, restò con gli occhi chiusi a godere il tepore accumulato sotto al piumone. Annusò leggermente: sua madre gli stava preparando il sugo al pomodoro per il pranzo, che buon profumo. Aprì lentamente un occhio e captò il filo di luce che trapelava dalle vecchie imposte; c’è il sole, pensò, sarà una bella giornata. Si alzò e seguendo il profumo raggiunse la cucina. Quando Marco apparve sulla soglia gli occhi della madre brillarono, era orgogliosa di suo figlio che stava diventando un uomo. Aveva due occhi verdi come quelli di suo padre ed i capelli neri fitti tagliati cortissimi . Frequentava il primo anno di  università e , da quando erano rimasti soli, oltre a prendere ottimi voti, la aiutava nelle cose di tutti i giorni ed era anche bravo a giocare a calcio ; era il migliore della squadra del paese. Era serio e coscienzioso, a volte però, soprattutto quando veniva a trovarlo la figlia del fruttivendolo, Cinzia, assumeva un aria allegra, un po’ aggressiva, con le labbra atteggiate ad un indecifrabile sorriso, un po’ birichino come quando da piccolo veniva sorpreso con le dita ricoperte di zucchero. La sua allegria era contagiosa soprattutto per Cinzia, appunto, ma la madre in quei momenti non riusciva ad essere allegra fino in fondo. Un piatto con una brioche calda ed una tazza di caffè d’orzo fumante erano pronti sul tavolo della cucina. Marco abbracciò la madre  e si sedette a far colazione. Erano le otto, come tutte le mattine lei prese le chiavi dell’auto e infilò il cappotto.

“Ci vediamo stasera, per mezzogiorno ti ho preparato il sugo per la pastasciutta”.

 Uscì accostando delicatamente la porta come se chiudesse lo scrigno dei gioielli.

Terminata la colazione Marco infilò la tuta colorata e le scarpe da ginnastica poi uscì per il suo solito jogging mattutino. Sulla stretta strada lastricata di sassi di Montefiorino cominciò una corsa leggera, avrebbe aumentato il ritmo sul sentiero terroso del bosco.

Per la terza notte consecutiva, nel silenzio assoluto della montagna novembrina , Claudio aveva dormito profondamente. Sotto le coperte  ascoltò il silenzio respirando l’aria fresca della stanza. Ogni tanto, in lontananza , si sentiva il verso di un uccello. Immobile  ascoltò più attentamente:  non c’era dubbio, era il verso di un falco. Si avvolse con la pesante coperta, aprì la porta e si fermò ad osservare il magnifico paesaggio illuminato dal sole autunnale. Si sentiva bene e decise  che avrebbe fatto una passeggiata.Si vestì per bene calzò gli scarponi che suo fratello teneva sotto il letto ed imboccò il sentiero che portava al bosco. Si sentiva rilassato, senza nessun pensiero né sul passato né sul futuro, era un istante di spessore. Il mondo era lì per lui e ne godeva, si compiaceva di tutto: il sentiero, gli alberi, il sole, era di uno stupore allegro.  Come quando dopo aver girato quattro carte di cuori , si gira la quinta e non solo è di cuori, ma è anche in scala. Man mano che si inoltrava nel bosco la luce si faceva più indiretta le cose  più sfuocate, notò alcuni funghi ai piedi di un albero. Improvvisamente un ombra minacciosa gli si avvicinò rapidamente per aggredirlo. Con uno sforzo continuò a fissare i funghi: non c’è niente là fuori pensò. Sorridendo di quell’attimo di panico che aveva ben superato decise che non avrebbe avuto più bisogno della pistola. La prese, continuando a fissare sorridente i funghi , la girò sulla spalla ed esplose un colpo come per inchiodare una volta per tutte quell’ombra che non c’era. Poi soddisfatto la scaricò e la buttò in un folto cespuglio dove  sarebbe rimasta per sempre.Raccolse qualche fungo, rientrò e  dopo aver pranzato riempì la sua borsa e tornò a Milano. 

La mamma di Marco non vedeva l’ora che venissero le sei per tornare a casa da suo figlio. Cominciò con  leggero anticipo a sistemare la sua scrivania per guadagnare un poco di tempo. Già pensava cosa avrebbe potuto preparare per cena. Probabilmente a tavola avrebbero parlato di Cinzia. Le sei, finalmente, timbrò il cartellino e si recò all’auto. Durante il viaggio ripassando davanti a luoghi conosciuti ripensò alla sua vita: suo marito era morto troppo giovane,ma per fortuna aveva Marco. Salì le scale quasi di corsa ,prefigurandosi il tenero abbraccio del figlio, ed aprì la porta di casa.Il cellulare del figlio era sul tavolo,il sugo al pomodoro era ancora dove lei l’aveva lasciato.

Comments

Lascia un commento